Scheda 13 Cristiani nella vita quotidiana (Rm 12,1-21)



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Scheda 13 - Cristiani nella vita quotidiana (Rm 12,1-21)
Nel corso della sua lettera Paolo ha rivolto diverse esortazioni ai cristiani di Roma. Esse però si inserivano all'interno di approfondimenti di carattere dottrinale. Ora invece egli compone un'intera sezione in cui prevale il taglio esortativo (parenesi). Il suo scopo però non è di dare ai lettori una serie di direttive riguardanti la loro vita personale e comunitaria, bensì di rileggere in chiave pratica il vangelo della giustificazione per mezzo della fede di cui ha lungamente parlato nelle sezioni precedenti.

All'inizio l'apostolo propone esortazioni che sembrano a prima vista molto generali. Ma nella seconda parte dell'esortazione (Rm 14,1-15,13) egli dimostra di conoscere bene la situazione della comunità e le dà direttive talmente concrete da risultare quasi incomprensibili al di fuori di quel particolare contesto. Bisogna dunque supporre che anche le esortazioni precedenti, sebbene siano valide per qualsiasi comunità, assumano un particolare significato in riferimento alla problematica di Roma.


La prima parte della sezione esortativa contiene diversi brani abbastanza chiaramente delimitati. Anzitutto si può notare una breve esortazione iniziale (Rm 12,1-2) nella quale Paolo definisce il rapporto che il credente deve avere con Dio (culto). Di qui traggono origine e ispirazione le successive esortazioni, che riguardano anzitutto la vita della comunità (Rm 12,3-8), poi i rapporti tra i suoi membri (Rm 12,9-16) e infine l'atteggiamento che questi devono assumere nei confronti del mondo esterno (Rm 12,17-21).
1. SACERDOZIO DELLA VITA (Rm 12, 1-2)
Nel brano introduttivo Paolo mette in primo piano il rapporto con Dio, sottolineando come da esso debba trarre ispirazione una vita autenticamente evangelica.
v. 1. Paolo manifesta subito ai lettori la sua intenzione di «esortare». Altrove questo verbo viene da lui usato con il significato di «consolare» (cf. 1Ts 5,11; 2Cor 1,3-7). In questo contesto designa quelle direttive concrete che sono suggerite dalla fede, il cui scopo non è solo di istruire, ma anche di confortare e di incoraggiare i destinatari. Con la particella «dunque» vuole sottolineare che quanto sta per dire si ricollega a quanto ha esposto precedentemente nella parte «dottrinale» della lettera.

Paolo esorta la comunità «per la misericordia di Dio»: questo termine è la traduzione dell'ebraico rahamim (lett. "viscere"), che indica l'affetto quasi materno che ha spinto Dio a scegliere Israele come suo popolo e a perdonargli i suoi peccati (cf. per es. Es 34,6; 2Sam 24,14). Paolo non si appella dunque al buon senso e alla ragionevolezza dei destinatari, ma al fatto che essi sono oggetto di un particolare amore da parte di Dio, che ha fatto di loro il suo popolo.

In forza del dono ricevuto, i credenti devono a loro volta offrire a Dio i propri «corpi»: questo termine indica non una parte dell'essere umano, ma tutta la persona, vista precisamente in quella dimensione di povertà e di limitatezza (cf. Rm 6,19: le «membra») che ne aveva fatto la sede del peccato. In altre parole essi sono esortati a mettere al servizio di Dio tutto il loro operare, ormai contrassegnato dall'obbedienza alla sua legge (cf. Rm 8,4).

I credenti devono offrire i propri corpi come «sacrificio»: essi svolgono quindi il ruolo di sacerdoti che offrono a Dio non vittime animali, ma se stessi, come era disposto a fare il salmista (cf. Sal 40,7-9) e come aveva fatto il Servo di JHWH (cf. Is 53,10) e lo stesso Cristo (cf. Eb 10,10). Questo sacrificio è «vivente» perché i credenti nel battesimo sono morti al peccato e «camminano in una vita nuova» (Rm 6,4); esso è anche «santo», in quanto coloro che lo praticano hanno ottenuto in modo pieno la santità del popolo di Dio (1,7; cf. Es 19, 6; Lv 19, 2), e «gradito a Dio», poiché essi si comportano in armonia con la sua volontà (cf. Sap 9, 10).

L'offerta di questo sacrificio è un «culto», cioè un servizio divino, analogo a quello che, offerto dai sacerdoti nel tempio, costituiva uno dei privilegi di Israele (cf. Rm 9, 4); da esso però si distingue in quanto è «spirituale», cioè dettato dalla ragione guidata dallo Spirito.
v. 2. I credenti non devono «conformarsi a questo mondo». Secondo la terminologia dei rabbini «questo mondo», in quanto si oppone al «mondo futuro», è il mondo attuale immerso nel peccato, che Paolo ha descritto lungamente nella prima sezione della lettera (Rm 1,18- 3,8). Non «conformarsi a questo mondo» significa rifiutare la mentalità che lo anima, adottando uno stile di vita diverso. Per fare ciò il credente non deve uscire dal mondo (cf. 1Cor 5,9-10), ma piuttosto lasciarsi trasformare, operando in se stesso un profondo «rinnovamento» della mente, cioè del modo di pensare. Ciò ha come effetto la capacità di «discernere», ossia di scoprire qual è la volontà di Dio, che consiste in tutto «ciò che è buono, a lui gradito e perfetto»: la volontà di Dio non si manifesta quindi in precetti che scandiscono la vita personale e comunitaria, ma in un bene che deve essere individuato dalla ragione illuminata dalla fede e praticato nelle più svariate circostanze della vita (cf. Sal 19,7).

La vita cristiana non consiste dunque in atteggiamenti rituali e neppure in slanci mistici dell'anima, ma in un operare quotidiano e costante in conformità con la volontà divina. Al credente, che deve prendere ogni giorno numerose decisioni piccole e grandi, Paolo non propone come criterio una legge, bensì la ragione, cioè la sua coscienza, la quale è ora guidata e illuminata dallo Spirito (cf. Rm 7,22; 8,2). Le direttive che si appresta a dare non sono altro che esempi di ciò che la coscienza animata dalla fede suggerisce al cristiano.


2. UNA COMUNITA’, MOLTI DONI (Rm 12, 3-8)
L'esortazione paolina tocca anzitutto il tema dei carismi, che rappresentano un aspetto di massima importanza per la vita comunitaria dei destinatari.
v. 3. Paolo inizia il nuovo brano con un «infatti», con il quale sottolinea che quanto sta per dire non è che la logica conseguenza del principio appena enunciato. Egli afferma di parlare per la «grazia» che gli è stata data, cioè nella sua veste di apostolo di Gesù Cristo (cf. Rm 1,5; 15,15), dotato di un'autorità che gli viene da Dio.

In forza di questa prerogativa Paolo esorta i lettori a non «valutarsi eccessivamente», più di quanto conviene, ma a «valutarsi in modo saggio e giusto». Il verbo phronein vuol dire non solo "valutare", ma anche «aspirare, tendere, cercare, ambire». L'apostolo esige dunque che si metta ordine in quel groviglio di giuste aspirazioni, ma anche di pretese e ambizioni che spingono l'individuo a emergere all'interno della comunità. Non si tratta però di rinunziare a ruoli o impegni che possono mettere in vista nella comunità, bensì di rimanere nei limiti della moderazione e del giusto equilibrio.

In concreto ciascuno deve valutare se stesso secondo la «misura di fede» che Dio gli ha dato. Paolo non può ignorare il fatto, su cui ritornerà tra breve, che non tutti hanno lo stesso tipo di fede: alcuni sono «deboli nella fede» (Rm 14,1), altri invece sono forti (Rm 15,1). Egli dunque vuole che ciascuno possa vivere in armonia con il suo tipo di fede, senza sminuire o squalificare la fede dell'altro, o peggio ancora servirsi dei ruoli che svolge nella comunità per far valere il proprio punto di vista.
vv. 4-5. La giusta valutazione di sé ha un'importanza fondamentale nell'esercizio dei carismi. Paolo affronta questo tema riprendendo in modo sintetico la similitudine del corpo, da lui sviluppata ampiamente in 1Cor 12,12-27. Nel corpo umano esistono diverse membra, le quali svolgono funzioni diverse; è sottinteso che questa diversità non intacca l'unità del corpo stesso, anzi ne è una condizione indispensabile. Così anche i credenti, che per il loro pluralismo vengono qui designati con l'appellativo di «i molti» (cf. Is 52,14; 53,11-12), sono «un unico corpo in Cristo», membra l'uno dell'altro «ciascuno per la sua parte». Il corpo dunque è Cristo (cf. 1Cor 12,12), al quale i credenti sono stati aggregati, diventando di conseguenza «membra gli uni degli altri»: essi vengono così a formare un'unità, senza con ciò perdere la loro individualità e il loro modo specifico di vivere la fede.
v. 6. Il fatto che i credenti formino un solo corpo non esclude, anzi esige che abbiano «doni» diversi, i quali sono frutto della grazia speciale che Dio dà a ciascuno. Per rendere più concreto il suo discorso Paolo elenca i più importanti di questi carismi, mostrando come ciascuno di essi debba essere esercitato in armonia con le finalità che gli sono proprie. Egli si esprime in un modo estremamente conciso, che la traduzione non è in grado di rendere. Anzitutto egli nomina la «profezia», in forza della quale un membro della comunità «parla agli uomini per loro edificazione, esortazione e conforto» (cf. 1Cor 14,3): essa deve essere esercitata «secondo ciò che detta la fede», cioè in sintonia con il tipo di fede ricevuta e nel rispetto della fede altrui.
v. 7. Vengono poi menzionati altri carismi, per ciascuno dei quali viene data una direttiva ancora più concisa. Chi ha un «ministero», cioè un compito a servizio della comunità (cf. 1Cor 12,5), deve attendere ad esso, stando nei limiti che gli sono assegnati. «Chi insegna», cioè è deputato all'istruzione religiosa dei membri della comunità (cf. 1Cor 12,28), deve dedicarsi all'insegnamento (cf. Rm 15,4), limitandosi anch'egli a compiere ciò che gli è richiesto.

«Colui che esorta» deve rimanere nell'ambito dell'esortazione. «Colui che dona», cioè il dispensatore di collette o chi si prende cura dei poveri, deve svolgere il suo compito «nella semplicità», ossia senza secondi fini. «Colui che presiede», cioè colui che sta a capo della comunità (cf. 1Ts 5,12-13), o forse piuttosto che svolge un ruolo analogo a quello del moderno assistente sociale, deve agire «con diligenza». Infine «chi fa opere di misericordia», deve farle con gioia, cioè manifestando con la serenità interiore il suo amore sincero e disinteressato.



Paolo non parla di carismi per dare un insegnamento astratto, oppure, come in 1Cor 12-14, per mettere in guardia da un carisma eccessivamente sopravvalutato da alcuni (la glossolalia, qui neppure nominata), ma per impedire che questi doni, sui quali si basa la vita della comunità, divengano occasione di tensioni e di lotte per il controllo della comunità stessa. Egli sa benissimo infatti come sia facile servirsi del proprio ruolo per affermare una particolare interpretazione del messaggio evangelico, mettendo sotto processo la fede degli altri, fino al punto di togliere loro lo spazio vitale e di escluderli dalla comunità. Perciò sottolinea, come ha già fatto all'inizio, che nessuno in forza del proprio carisma è autorizzato ad andar fuori dei limiti che gli sono assegnati.
3. UN AMORE AUTENTICO (Rm 12, 9-16)
Il tema dei carismi apre la strada a considerazioni più generali che riguardano l'amore vicendevole, sorgente e scopo dei carismi stessi (cf. 1Cor 13). Sebbene il v. 14 parli, almeno in apparenza, di coloro che sono al di fuori della comunità, tutto questo brano riguarda ancora direttamente i rapporti tra cristiani.
vv. 9-10. La carità deve essere «senza ipocrisia», cioè non simulata, come può diventare quando la si limita a quelli che condividono il proprio punto di vista, escludendo gli altri dal rapporto fraterno. Il vero amore richiede che si rigetti il male e che si aderisca al bene, cioè che si cerchi il bene di tutti, e non solo di coloro che condividono le proprie idee e la propria prassi. Nell'amore fraterno i cristiani devono essere intimamente, teneramente affettuosi. Se vogliono entrare in competizione gli uni con gli altri, devono farlo unicamente «nello stimarsi» a vicenda.
vv. 11-13. Inoltre Paolo raccomanda ai cristiani di Roma di «non essere pigri nel fare il bene», ma ferventi «nello spirito» al servizio del Signore, lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera. Essi devono condividere le necessità dei fratelli ed essere premurosi nell'ospitalità. Quest'ultima virtù, nella quale culmina la lista degli atteggiamenti interiori che i credenti devono sviluppare, riguarda forse, più che gli estranei o i cristiani provenienti da altre località, coloro che appartengono ad altre comunità formatesi nella stessa città di Roma. In altre parole, gli aderenti a un gruppo, pur sostenendo una particolare interpretazione della stessa fede, devono sapersi aprire ai membri degli altri gruppi, in modo da sentirsi tutti parte di un'unica grande famiglia.
vv. 14-15. A questo punto Paolo invita insistentemente i destinatari a non maledire, anzi a benedire coloro che li perseguitano. A prima vista questa esortazione riguarda già coloro che non fanno parte della comunità. Ma subito dopo Paolo prosegue elencando nuovi atteggiamenti comunitari: si può quindi supporre che questi persecutori siano in realtà credenti che sostengono una diversa interpretazione della fede e non tollerano il punto di vista altrui. Anche verso costoro è richiesto un atteggiamento di grande pazienza, che impedisce di entrare in una spirale di reciproca esclusione. A tutti l'apostolo propone la solidarietà con gli altri nella gioia e nel dolore.
v. 16. In chiusura Paolo ritorna al tema iniziale della giusta valutazione che ciascuno deve avere di sé: insiste sulla capacità di avere valutazioni che siano condivise da tutti, di non «aspirare» a cose troppo alte, ma di piegarsi a quelle umili. Egli conclude esortando i lettori a non diventare saggi per se stessi, facendosi un'idea personale del vangelo e ostinandosi a seguirla senza ascoltare il parere altrui. Con queste parole l'apostolo insiste ancora una volta sulla necessità di non considerare il proprio modo di vivere la fede come l'unico autentico e valido.

Paolo sottolinea dunque soprattutto la necessità di mantenere e approfondire l'unità tra tutti i membri della comunità, eliminando quegli atteggiamenti che portano all'individualismo e quindi all'incomprensione reciproca. Non è difficile vedere in questa esortazione una premessa a quanto dirà successivamente circa i rapporti tra forti e deboli.


4. OLTRE IL NEMICO (Rm 12, 17-21)
Il tema dell'amore viene poi ripreso in chiave non più semplicemente comunitaria, ma sociale, in quanto riguarda i rapporti dei credenti con coloro che si trovano al di fuori della loro comunità.
v. 17. Il credente non è autorizzato a ricambiare il male con il male: così facendo infatti egli cadrebbe nella spirale dell'odio e della violenza. Egli deve invece «cercare di compiere» il bene davanti a tutti gli uomini. Pur avendo criticato severamente i giudei e i gentili (Rm 1,18-3,20), egli sottolinea che l'atteggiamento da assumere nei loro confronti non è l'ostilità e la vendetta, ma la pratica del bene: Gesù stesso aveva ordinato ai suoi discepoli di amare i propri nemici (cf. Mt 5,44).
v. 18. L'apostolo inoltre esorta i credenti a «vivere in pace con tutti»: anche qui il pronome «tutti» mostra chiaramente che egli pensa sia ai giudei che ai gentili. Siccome la pace indica reciprocità, egli premette a questo invito una clausola condizionale: «Se possibile, per quanto dipende da voi». Può darsi che i cristiani siano odiati e perseguitati, ma non per questo hanno il diritto di lasciarsi andare a sentimenti di odio e di rivalsa.
vv. 19-21. In particolare non è lecito farsi giustizia da sé, ma al contrario bisogna lasciare spazio all' «ira», cioè al castigo divino. A sostegno di questa esortazione l'apostolo porta due testi biblici. Il primo di essi è Dt 32,35a, che egli utilizza ispirandosi sia al testo originale ebraico («Mia sarà la vendetta e il castigo») che alla traduzione dei LXX («Nel giorno della vendetta retribuirò"). Da questa citazione appare una visione retributiva del giudizio finale simile a quella attestata in Rm 2,6.

Nella seconda citazione riprende invece, secondo la traduzione dei LXX, una massima proverbiale che dice: «Se il tuo nemico ha fame, dagli pane da mangiare, se ha sete, dagli acqua da bere; perché così ammasserai carboni ardenti sul suo capo e il Signore ti ricompenserà» (Pr 25,21-22). Questo testo può essere interpretato in due modi: con la sua carità il giusto attira il castigo sul proprio nemico (cf. Sal 140,11: «Fa' piovere su di loro carboni ardenti, gettali nel baratro e più non si rialzino»), oppure provoca la sua conversione (cf. Prv 25,31 : «Poiché tu poni carboni ardenti sul suo capo, Dio te lo consegnerà o ne farà il tuo amica ).

Probabilmente Paolo interpreta il testo dei Proverbi nel secondo di questi due sensi: la misericordia a lungo andare non solo trasformerà il nemico in amico, ma aprirà il suo cuore al messaggio di amore del vangelo. Siccome si tratta qui di nemici che sono al di fuori della comunità e la perseguitano, la misericordia richiesta verso di loro ha una profonda valenza missionaria. Su questa linea deve leggersi la conclusione del brano in cui si esorta il lettore a non lasciarsi vincere dal male, ma a vincere il male con il bene: chi pensa di sradicare il male facendo il male in realtà si lascia soppiantare da esso, in quanto entra nella sua stessa logica; chi invece perdona spezza la spirale del male e può sperare di salvare il colpevole.

Il credente vive in un mondo in cui già si manifesta l'ira divina nella moltiplicazione dei peccati (cf. Rm 1,18; 2,5; 3,5). Egli deve quindi stare bene attento a non lasciarsi coinvolgere in esso, adottando magari a fin di bene i suoi stessi mezzi. Per contrastare il male l'unico mezzo valido è fare il bene, stabilendo buoni rapporti con tutti, non in funzione del quieto vivere, bensì come segno di obbedienza al vangelo e come occasione per annunziarlo mediante il linguaggio della carità.


5. CONCLUSIONE
A una comunità ancora fortemente orientata in senso giudaico l'apostolo ricorda gli aspetti fondamentali del culto cristiano, che consiste non in sacrifici o gesti rituali, ma nell'offerta a Dio di tutto il proprio essere e nel discernimento della sua volontà nelle vicende spesso contraddittorie della vita.

Inoltre l'apostolo mette in chiaro la necessità di vivere serenamente, in armonia con quello che è il proprio modo di concepire la fede, senza vantare una superiorità sugli altri che porterebbe inevitabilmente a prevaricare nei loro confronti. In questo campo egli pone soprattutto l'accento sull'esercizio corretto dei carismi, i quali non devono essere utilizzati per perseguire le proprie ambizioni personali, ma come risorse da mettere al servizio degli altri.

Anche nei confronti degli estranei, che spesso non comprendono o ostacolano la vita di fede dei cristiani, Paolo raccomanda misericordia e perdono. Il fatto di riscontrare l'ira di Dio all'opera in questo mondo non deve dare adito ad atteggiamenti di rivalsa o di rancore nei confronti dei malvagi. Al contrario, i credenti devono fare il bene in modo tale da essere capiti e apprezzati da tutti. Solo così si apre un terreno fecondo all'evangelizzazione, la quale non deve essere considerata come un sovrappiù rispetto alla normale vita cristiana, ma come il logico sviluppo di una fede vissuta nel mondo.
RIFLETTIAMO INSIEME
1. Per Paolo sono espressioni di culto l'evangelizzazione, la solidarietà con i poveri, la vita morale, il dono di se stessi. Quindi il culto non si limita ad azioni sacre compiute nel luogo santo (tempio, sinagoga, chiesa), ma è in relazione con la vita. Che cosa ci ha aiutato a maturare la consapevolezza che la nostra vita è esistenza sacerdotale? Quanto viviamo il nostro lavoro come manifestazione di vero culto spirituale a Dio? Quali ostacoli incontriamo nel vivere questo?

2. Paolo ci fa percepire il rischio di divisioni e conflitti che nascono da forme di autoaffermazione da parte di qualcuno che incentra su di sé tutte le funzioni della comunità. Come chiedere qualcosa a ciascuno senza che pochi facciano tutto? Abbiamo sperimentato analoghe dinamiche anche in altri ambiti oltre quello ecclesiale? Come le abbiamo affrontate?

3. «Siamo un solo corpo in Cristo» (Rm 12). Paolo ci pone come ideale comunitario l'unità nella diversità. Com'è possibile crescere nella comunione valorizzando le differenze? Come possiamo far emergere nella nostra comunità questa complessità? Riusciamo a cogliere i tratti di una unità ecclesiale ricercata e costruita per uniformità e adeguamento?

4. « Le necessità dei fratelli» (Rm 12,13). Gli immigrati clandestini, i malati, i soli, gli anziani sono nostri fratelli. Come esprimiamo la nostra carità nei loro confronti? In che modo, come comunità, rispondiamo ai bisogni delle persone? E chi nella nostra comunità deve assumere questo ruolo? Perché nella comunità cristiana spesso affidiamo totalmente ad altri (persone e istituzioni) tali servizi? Sappiamo agire come comunità cristiana sulle cause dei bisogni e dei problemi e non solo sugli effetti?


Cfr. CdA La Verità vi farà liberi, nn. 648.664.672 il sacerdozio comune; nn. 429-431: la chiesa-comunità; nn. 502-506: carismi e ministeri.






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