Scheda biografica di Teresa Gabrieli



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03.06.2018
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PERSONALITA' DI TERESA GABRIELI
Più si legge e si rilegge l'epistolario di Teresa Gabrieli, documento prezioso e insostituibile per la conoscenza di questa donna-religiosa-Poverella, tanto più si scopre il tesoro racchiuso nel campo del suo cuore... in un crescendo di stupore e ammirazione... Una porta aperta su quel "tesoro" ci fa intuire altre porte da aprire... E' pur sempre parziale ciò che si scopre del mistero di una persona, della sua intima verità e ancor più è difficoltoso cogliere "il segreto" del suo rapporto con Dio, la sua esperienza di persona e, nel nostro caso, di donna segnata da una vocazione-missione unica e irrepetibile.

Indubbiamente, proprio perché è "mistero", qualcosa ci sfugge sempre, però particolarmente per noi, suore delle Poverelle, diventa impegno e dono portare alla luce quella porzione di intima verità e bellezza che ha segnato Teresa Gabrieli: discepola di Cristo, da Lui e a Lui consacrata e connotata da un particolare carisma evangelico, quello palazzoliano.

Oggi abbiamo bisogno più di testimoni che di maestri. Teresa Gabrieli è proprio una di queste testimoni della carità di Cristo che sanno parlare oltre il tempo e lo spazio, che rimangono sempre attuali, come lo è il Vangelo di Cristo Gesù, che Teresa ha voluto e saputo accogliere, assumere e vivere, in quella particolare sottolineatura carismatica che caratterizza la sua sequela di Cristo povero, servo, "ignudo sulla croce".

Dunque cerchiamo di accostarci dapprima alla sua personalità umana e cristiana, perché non è possibile disgiungere in Teresa Gabrieli i due aspetti cresciuti in lei simultaneamente e ben armonizzati.

La consideriamo come donna calata nel suo tempo, la seconda metà dell'Ottocento, nel suo ambiente e caratterizzata dalle sue radici bergamasche e con il suo personale bagaglio di doni e limiti.

Ci troviamo di fronte ad una donna segnata dalla vocazione di speciale consacrazione, nel contesto della vita religiosa del suo tempo e insieme chiamata ad una apertura inattesa e nuova. Diventerà infatti la prima suora della nuova famiglia religiosa delle Poverelle, quindi connotata da un particolare carisma di cui, con don Luigi Palazzolo, è la prima depositaria.

Si tratta, quindi, di una Poverella a titolo speciale: Teresa Gabrieli infatti non è semplicemente la prima suora delle Poverelle e nemmeno di fatto è soltanto la prima madre generale a vita (dal 1869 al 1908), ma si può considerare la confondatrice delle suore delle Poverelle.

Perciò vedremo come emerge nell'epistolario questo suo ruolo, che ha caratterizzato non solo la sua vita personale, ma la storia dell'intero Istituto. In Teresa Gabrieli si coglie:

- l'interprete sicura e la continuatrice fedele e dinamica del carisma palazzoliano;

- la ricercatrice appassionata, umile e aperta, del progetto di Dio sull'intero Istituto, dapprima in stretta collaborazione e in sintonia con il fondatore e, dopo la morte di lui (1886), in condivisione con il superiore ecclesiastico, don Guglielmo Valsecchi;

- l'animatrice instancabile e ardente delle comunità e la guida spirituale delle sue "benedette figlie e Sorelle in Gesù".

E' proprio su questo terreno, o su questo nucleo umano di fondo, che si innesta l'azione dello Spirito Santo che conduce Teresa a divenire quella creatura somigliante al Cristo, quel Cristo alla cui sequela si consegna interamente e la cui missione realizza nella piena disponibilità.

Scorrendo il suo ricco epistolario, disposto in ordine cronologico, ci è dato di cogliere le costanti della sua personalità, in una progressiva maturazione verso una armonia che lascia stupiti e fa apprezzare ancor più la figura di questa donna.

Sono doti temperamentali certamente connotate anche da limiti che si evidenziano nella sua storia quotidiana.


Donna della concretezza

Da una visione globale delle lettere si potrebbe, in sintesi, dire di Teresa Gabrieli ciò che scrisse il card. Martini, con una felice espressione, commentando la figura di Maria SS. "donna della concretezza". Usando il linguaggio biblico la concretezza è presentata "come l'equilibrio tra orecchio e occhio, cuore e mani, ovvero il giusto rapporto fra attenzione-ascolto, decisione e azione. L'occhio infatti è l'attenzione, l'orecchio è l'ascolto, il cuore è la decisione, la mano è l'azione"1

Di fatto risulta evidente come in Teresa Gabrieli funzionassero all'unisono orecchio e occhio, cuore e mani. Comunemente oggi si dice: una donna tutta d'un pezzo quando si parla di una donna cristiana ben armonizzata, coerente e unificata. In lei non c'è frattura tra il pensare e il decidere, fra parola e azione, fra ideale e reale, fra fede e vita. Dalle sue lettere si nota il suo modo di vivere, di rapportarsi con gli altri ed emerge chiaramente il suo essere donna "concreta" nel senso più pieno.

Consideriamo in Teresa Gabrieli questa concretezza come la fusione di molteplici atteggiamenti. Tenendo presente l'immagine sopra citata del card. Martini (occhio, orecchio, cuore e mani), la concretezza, tipicamente femminile, ha come punto di partenza l'occhio, ossia la capacità di vedere, quell'essere lì di fronte agli altri, alle situazioni, con gli occhi aperti, essere lì attenti, protesi verso qualcuno o qualcosa. In madre Teresa si può ben dire che aveva sempre gli occhi ben aperti, specialmente sulle persone: le sue "sorelle in Gesù" , il suo "Padre e Superiore", i poveri: orfanelle e orfani (cf lett 1248, 399, 725). A lei non sfuggono gli stati d'animo delle persone, è attenta ai loro sguardi, alle loro espressioni, anche fuggevoli, ai loro gesti e parole, anche se appena accennati (cf. lett. 1283).

La sua sempre più affinata capacità non può che nascere dal cuore e proprio per questo riesce ad intuire: guardare e penetrare oltre le apparenze; sa vedere ciò che sta dentro il mondo interiore dell'altro, ciò che lo turba o lo pacifica, ciò che lo fa gemere o gioire (cf. lett 1013, 1283). Non pare indebito attribuire alla intuizione della Gabrieli il significato che Paolo VI espresse riferendosi alla donna e in particolare alla donna nel suo essere madre. "L'intuizione indica un movimento di discesa in profondo, là dove risiedono quelle possibilità umane di afferrare la realtà al di là del ragionato, capito spiegato" e aggiunge: è capacità di "vedere e ascoltare la realtà con l'occhio e orecchio dello spirito, quello spirito umano che è partecipazione del soffio di Dio" (cf. lett. 497 e 499).

La sua finezza di intuizione si esprime, specialmente verso le sue sorelle, in atteggiamenti, parole, gesti e silenzi, carichi di sincero e delicato rispetto (cf lett 330 e 465). Questo benefico rispetto si manifesta particolarmente nell'arte dell'ascolto, in cui madre Teresa è andata affinandosi col volgere degli anni. Il segreto di questa "arte" sta nell'atteggiamento del suo cuore che di fronte ad ogni persona si pone attento, rispettoso, umile e interessato. Ecco allora da dove nasce la benevola ed efficace comprensione verso la persona che da lei si sente ascoltata, specialmente quando sta vivendo una situazione di paura, di disagio, di sofferenza o di avvilimento.

Madre Teresa è convinta che prima di parlare, esortare e, soprattutto prima di correggere l' altro, si debba cercare di capire, con benevolenza e lucidità, riflettere sulla reale situazione espressa più o meno chiaramente dalla persona interessata. Si tratta di comprendere perché l'altra persona ha reagito in quel modo, ha posto quel gesto, ha proferito quelle parole; di capire, fin dove è possibile, attraverso il dialogo fiducioso, qual è l'intima verità del cuore umano. Molto significativo in merito è una annotazione, dove a mo' di proposito, in un ritiro spirituale, così scrive:
"Avrò gran carità con le mie monache, correggendole con bella maniera, ascoltando e interquerendo bene prima di rimproverare una per qualche fallo.

Darò soddisfazione quando vengo interrogata, ovvero mi domandano qualche cosa.

Prometto di usare grande carità con le mie suore, cercar di frenare quegli atti di risentimento che sento in me nel correggerle, compatendole e cercherò di correggerle con vero spirito di carità" (cf. Epistolario T. Gabrieli, p. ).

Questo ascolto, sostenuto dal desiderio di comprendere veramente le persone nelle loro reali situazioni, le permette poi di entrare in empatia con l'altro e quindi di calarsi nei panni altrui, facendo percepire alla persona che essa è accolta nella sua verità, comunque sia, che è avvolta dall'affetto sincero di un cuore fraterno e materno, che se ne prenderà cura fino in fondo. Madre Teresa non si stancherà poi, ad ogni opportuna occasione, di insegnare alle "madri" (le superiore delle comunità) l'apprendimento di quest'arte (cf. lett. 924), specialmente a quelle che probabilmente facevano più fatica ad esercitarla (cf. lett. 1213; 870; 133).

L'atteggiamento empatico porta madre Teresa, quasi naturalmente, alla compartecipazione e alla vera, efficace compassione, intesa proprio nel senso etimologico del termine: "patire con..." l'altro che patisce (cf. lett. 791; 964; 611; 1073).

L'empatia diventa inoltre in madre Teresa la dimostrazione di una valutazione positiva degli altri, ritenendoli cari, degni di stima (cf. lett. 467; 724). Si nota in lei quasi una istintiva inclinazione a simpatizzare con l'essere e la vita delle sue sorelle, l'attitudine, profonda, inscritta nel suo animo, a volerle aiutare nella loro evoluzione verso la verità di se stesse (cf. lett. 525 e 526).

La capacità di attenzione e di compassione si traducono nel concreto del suo vivere in disponibilità e rende Teresa aperta e pronta al dono di sé. Ed è proprio qui che traspare la sua concretezza; a lei si possono ben attribuire le parole della I Gv 3,18: "Non amiamo con la lingua né con le parole, ma con i fatti e nella verità". Le sue stesse radici bergamasche hanno influito sulla sua persona che alle parole preferisce i fatti, che ha in sé una connaturale ritrosia per ciò che sa di astratto o incloncludente (cf. lett. 425). In lei troviamo una particolare capacità di intuire ciò che va fatto "adesso e qui..." e non solo di intuirlo, ma di metterlo in atto con risolutezza e con forte senso di responsabilità (cf. lett. 725 e 611).

Vedendola in azione, sembra di poter dire che Teresa sa quanto sia pericoloso non fare ciò che va fatto e che si è compreso come giusto, vero e buono. Le esortazioni sollecite e, se necessario, anche energiche alle sue "figlie", sovente manifestano la sua trepidazione e a volte anche il doloroso stupore di fronte a persone che tentennano, rimandano o non attuano ciò che concretamente è possibile fare di bene in una data situazione.

La radice del suo operare concreto è nella decisione del cuore, un cuore di donna, un cuore di madre, che conosce le dedizioni dell'amore, le risorse dell'oblatività, la fortezza dell'operosità e della fedeltà, la pazienza ad oltranza, la capacità dell'attesa, a costo di stare sulla croce, l'eroismo abituale del sacrificio, del donarsi senza calcolare, né porre condizioni , senza paura di "perdere" (cf. lett. 109; 14; 861).

Non solo donna concreta, dunque, ma determinata, di quella determinatezza umile e generosa e, nello stesso tempo, "ostinata", ma dell' ostinatezza dell'amore, che non permette al cuore di una donna di perdersi d'animo o di fermarsi di fronte agli ostacoli; una determinatezza che spinge ad andare fino in fondo, anche a costo di pagare di persona fino al "comsummatum est", come ebbe a scrivere in alcune sue lettere (cf 49; cf. lett. 107; 825).

Madre Teresa, donna mossa dalla forza dell' amore oblativo, discepola di Cristo, maturata e resa salda dalla sua Carità, diviene sempre più capace di vivere in atteggiamento di dedizione instancabile e, proprio perché opera per la "pura carità", la sua donazione è gratuita. Si riversa su tutti e su ciascuno, quella gratuità che è un po' la prova del fuoco della genuina carità, dell'autentico amore: "non finta carità, di questo temo assai" (cf. lett. 27). Madre Teresa vive e opera secondo le parole di Gesù nel Vangelo: "Non sappia la destra ciò che fa la sinistra" (cf. Mt 6,3); è decisa a non abbandonare i sentieri della gratuità e quindi della carità di Cristo, per questo si "esamina", "scandaglia" bene il suo cuore, spinta dal timore di "cercare qualcosa per se stessa", di "operare per fini umani" (cf. lett.780).

Madre Teresa sa quanto sia difficile e faticoso percorrere questo sentiero e come il cuore umano sia naturalmente incline alla legge del dare per avere; per questo ritorna insistente la raccomandazione di servire e amare il Signore per puro amore.



Teresa donna "retta" e vera
Un'altra nota caratteristica spicca nella personalità di Teresa Gabrieli: la rettitudine, termine che ricorre in continuazione e che esprime degli atteggiamenti della persona in rapporto a sé, a Dio e agli altri.

In rapporto a sé, Teresa matura questo atteggiamento interiore nell'arco, non breve, della sua esistenza, frutto di un impegno costante, di una vigilanza instancabile e delicata, di un attivo agonismo morale, quello che S. Paolo chiama "il buon combattimento". Questo è evidente particolarmente nelle prime lettere inviate al Palazzolo, suo padre spirituale.

Col trascorrere degli anni la veracità interiore con se stessa diventa in lei un atteggiamento connaturale; Teresa accoglie e comprende la Parola del Signore Gesù: "Se non diventerete semplici come i bambini..." (Mt 18,3). Si tratta di "diventare" semplice, perché in partenza l'essere umano non è tale, ma deve orientarsi e lasciarsi costruire. Si tratta anche per Teresa di superare, di vincere, di rimuovere ostacoli, di ritrovare, perché sperimenta che solo Dio è il semplice per eccellenza, è la verità senza ombra di errore, è l'unità senza frantumazioni, né dispersione alcuna, è la pura trasparenza. Proprio per questo la Gabrieli va ripetendo con estrema convinzione e con sofferto desiderio: "Io voglio essere tutta, tutta del mio buon Gesù", convinta di ritrovare solo in lui e per mezzo di lui, unità-verità-libertà e pienezza di vita, come in una lettera del 1866 le aveva spiegato il suo direttore spirituale, don Luigi Palazzolo: "L'opera dell'artista lorchè è disposta in varii pezzi diventa una cosa sola per volontà dell'artista istesso - che ne è il padrone. Ebbene siete una cosa in tanti pezzi? Unite la vostra volontà a quella di Dio... e diverrete una cosa sola" ( cf Ep. L. P. lett 1).

Teresa, guidata da una specie di istintivo rifiuto di tutto ciò che sa di nebuloso, di poco chiaro e soprattutto di illusorio, ha ben presto intuito che, per muovere i primi passi verso la maturazione della persona, occorre una conoscenza del proprio mondo interiore, la più oggettiva possibile; occorre un cuore libero, perché sa che è da lì, dal fondo dell'uomo che nascono pensieri, giudizi, parole e opere (cf. Mt 7,21-22). Teresa è convinta che la conoscenza di sé non è una conquista fatta una volta per tutte, né il risultato di un lavoro superficiale o indolore, né un cammino che permette soste o percorsi ambigui. Conosce le pretese dell'orgoglio sempre insorgente, per questo vigila su se stessa e, consapevole che ciascuno porta in sé uno spazio oscuro, una porzione di "io" latente ai propri occhi, così scrive: "... per me desidererei avere una custode al fianco per avvertirmi di tutto" (lett. 89): non si fida della sua personale visione, ma chiede aiuto a chi la Provvidenza le pone accanto come guida sicura e saggia.



"Rev. do Padre faccia la carità a pregare il Signore che mi faccia conoscere i miei difetti, desidero d'attender a perfezionarmi, ma la grande mia superbia mi oscura tutto... Ho qualcosa di me che non son contenta... sempre alla sera trovo nulla di bene, propongo pel dimani e poi... sempre così... Ho bisogno d'abbandonarmi... Lei ci pensi... neppur per questo voglio coltivar malinconie..." ( lett. 19).

Questo "buon combattimento" richiede di procedere nel segno della pace, dell'abbandono fiducioso che conduce al dono inestimabile della vera libertà interiore. Teresa non smette di esigere da se stessa chiarezza interiore e una visione leale di ciò che è, al di là delle apparenze che possono illudere gli altri e prima ancora se stessa; supera così la tentazione sottile e a volte inconscia di nascondere a se stessi la propria verità . Così scrive in una lettera al suo padre e superiore: "...le mie figlie tutte piene di desiderio di santificarsi, buone le orfanelle, allegre e sincere le Monache. E la miserabile Madre, che vede la piccola paglia degli altri e non vede le sue travi, ho bisogno di minuzzar un po' bene la mia coscienza, sono un leone sotto le sembianze di agnello, ho d'aver una superbia della più fina sotto sembianze d'umiltà; mi sembra di aver un estremo bisogno di scandagliar un po' bene il mio interno, temo di tradirmi e ingannar gli altri...



Non è questa poca virtù, poco amore al mio Gesù, che dovrei volare in sacrificarmi per Lui che tanto mi amò e beneficò?

Ma non dubito che arriverò, ho deciso voglio santificarmi" (lett. 34). "Son superba, Reverendo Padre, mi sembra di veder in me quel Fariseo del Vangelo; al di fuori sembra tutto virtù e al di dentro Sepolcro imbiancato" (lett. 27). E lo prega perché continui ad essere chiaro e a non tacerle i difetti e le ombre che nota nel suo essere e operare: "...sono a chiederle perdono dei miei mancamenti e della poca obbedienza che ho; prego la di Lei carità di rimproverarmi forte ogni piccola mancanza, così imparerò ad obbedire... mi corregga, mi guidi come una bambina, non si fidi di me perché sono priva di virtù e di esperienza e sono incapace d'ogni piccola cosa" ( lett. 1; cf. lett. 20 e 27).

Si interroga, si revisiona, prega il Signore perché la sua guida abbia la luce per indicarle la via della rettitudine: "...mi raccomandi al Signore che possa aver un'obbedienza, la più perfetta, e umiltà la più eroica, non finta per carità, di questa temo assai.



La prego per amor di Maria SS. sia severo con me, io prego continuamente che Dio lo illumini a ciò mi conosca pienamente con tutti i miei difetti, cattive tendenze, attacchi, riguardi di civiltà ecc" (lett. 27; cf. anche lett. 49).

Ritiene una grazia l'aver conosciuto la propria "miseria e.. i grandi difetti" presenti in lei, perché questa lucidità interiore le permette poi di "emendarsi", cioè di eliminare ciò che ostacola l'irruzione di Dio nel suo cuore: "La ringrazio di cuore della grazia concedutami dei S. Esercizi, quanto ne avevo bisogno, ho conosciuto la mia miseria, la mia gran superbia, come ho malamente praticato le più belle virtù: l'obbedienza, l'umiltà, la carità, la castità ecc. ecc.



Il Signore in questi dì mi diede tante grazie, ho conosciuto in me grandi difetti nel praticarle e spero non vorrà cessare colle sue grazie, mi aiuterà anche ad emendarmi, ch'io voglio esser tutta, tutta del mio buon Gesù" (lett. 62).

Teresa quanto più si libera da ciò che la può chiudere su se stessa, tanto più può spaziare nella libertà dello Spirito; vive così la Parola di Gesù: se "conoscerete la verità, la verità vi farà liberi" (Gv 8,32)! Afferrata dal desiderio di essere vera, cerca tutti i mezzi per raggiungere questo obiettivo e non teme che altri possano conoscerla anche nelle zone d'ombra, anzi ella stessa ne parla: "Dica alla Madre Teresa (Rovelli) che preghi per me e le racconti un po' la mia superbia come è grande e di tutti i miei modi altieri che adopero con Lui, le faccia conoscere dove arriva la mia umiltà, così pregherà di cuore (come spero) per la miserabile di Lei sorella in Gesù, di quella che superbamente ha creduto di farle da madre e faccia pregare anche le altre, acciò il Signore mi usi misericordia e non mi abbandoni." (lett. 117). "... spero che veruno si sarà accorto della mia tristezza in questi giorni, però farà dimanda quando viene, perché si vede i moschini degli altri e non i suoi travi" ( lett. 16).

Questa lealtà con se stessa la rende umile, di quella genuina umiltà che, essendo verità, la inclina a non valutarsi né più né meno di ciò che è ed evita l'autoesaltazione, l'autosufficienza o la disistima di sé che conducono all'avvilimento infruttuoso e paralizzante. La rettitudine interiore, inoltre, la porta verso una profonda trasparenza, che le fa "evitare ogni piccola ombra che possa nascere in me di cosa men retta" (lett. 49). Retta nell'essere... quindi retta nell'operare, nel rapporto con gli altri. E' tanto preoccupata dell'essere nella verità e nel fare la verità... che non smette di educare a questo stile di vita anche le sue suore. Ecco allora il ripetere insistente ed energico: "...agite con retta intenzione", "che vi sia rettitudine nell'operare", "Io spero che in riguardo di ciò non vi sia nulla d'umano e che non vi sia affetto terreno, ma retto tutto per la maggior gloria , perciò lo prego, per l'Amor di Gesù e di Maria, per carità, spero che il Signore li darà quei santi lumi onde possa evitare ogni piccola ombra che vi possa nascer in me di cosa men che retta" (lett 49). "Il buon Gesù... dia a tutti di operare per la pura gloria di Dio" (lett.71). "Voi lavorate e faticate con pura intenzione... tutto per voi mio caro buon Gesù... E quando voi avete operato secondo che avete creduto meglio (ossia rettamente e per il Signore), lasciate dire e fare" (lett. 836).

Per madre Teresa operare rettamente vuol dire avere un'unica direzione e camminare verso un'unica meta: la gloria di Dio. Ciò che vale è vivere e operare "perché in tutto e per tutto sia gloria e lode a Lui"; perché sia svelata la sua infinita Carità per ogni uomo. Parlando di se stessa al suo padre spirituale, in una lettera, così candidamente scrive: "Una tentazione voglio manifestarle perché temo di dimenticarmi" e con particolare acutezza e lucidità aggiunge: "ovvero che il demonio me la faccia tacere..."; racconta poi i suoi pensieri e conclude: "Colla grazia del Signore questo pensiero non mi pesò più e potevo tralasciare di dirglielo..."; a questo punto rivela la sua determinazione a camminare verso l'unica meta che le preme fortemente: "... ma, benché superato, non posso tacerlo, perché voglio che mi levi tutto ciò che non è del Signore" (lett. 17).

Questo, per Teresa, significa crescere in un' interiore e singolare unificazione del proprio essere. La semplicità di Teresa è quella dei puri di cuore che cercano "una cosa sola", l'unico necessario: Dio e la sua gloria, l'attuarsi della sua volontà salvifica. A lei importa solo entrare e rimanere nel piano di Dio: "...voglio ubbidire a tutti i costi" (lett.15) . Fatica ad ammettere che si possa operare per secondi fini, o "per fini puramente umani", soprattutto non accetta che si voglia "comparire" invece di preoccuparsi di "essere". Decisamente in questo è in piena sintonia con don Luigi, di cui scriverà dopo la sua morte: "Il mio timore si è, che si svanisca quella bella impronta che ci lasciò il nostro caro Fondatore, di sincerità che lui aveva, che era come un fanciullo" (lett. 502).

Veramente quella semplicità che il Palazzolo poneva come fondamento della Casa delle suore delle Poverelle, in Teresa Gabrieli diventa connaturale e si comprende che per lei l'essere semplice significa andare diritto all'essenziale, a ciò che costruisce, alla verità, giustizia a carità, senza percorrere sentieri turtuosi, senza ambiguità e doppiezza, senza perdersi nei meandri, senza creare confusione in lei e attorno a lei.

Teresa ha ben appreso l'insegnamento di Gesù: "Sia il vostro parlare sì sì, no no... il resto viene dal maligno" (Mt 5,37). Non ama le falsità e nemmeno i complimenti vani; non sa né sminuire, né ampliare la verità dei suoi pensieri, dei suoi sentimenti, anche quando questa trasparenza può umiliarla o metterla nel rischio di una minor stima altrui: "Nel momento che entrava Mons. Alessandro Valsecchi, mi venne questo pensiero: se il Superiore mi obbligasse a trattenermi da sola per palesargli se avessi qualche cosa, che devo dirgli? Io non ho nulla, quello che ho è tutto manifesto al mio Direttore, di nascosto io non ho un pensiero, un dubbio, né per me, né per altri; con lui mi ritrovo e sono quieta e tranquilla" (lett. 15). : "Mi perdoni, ma non posso prender riposo se non ho aperto il mio cuore a Lei... quello che desideravo far prima... ma la scarsità del tempo e il timore di angustiarlo mi ritenne... ecco chiaramente tutto" (lett. 20). Può dire con tutta verità al suo direttore spirituale: "...mi guidi come una bambina" (lett. 1) e non tanto perché, come ebbe a scrivere "...sono priva di virtù e di esperienza e sono incapace di ogni piccola cosa", ma perché possiede la semplicità del bambino secondo il Vangelo: "A chi debbo versare le mie angustie, i miei pensieri, i miei dubbi se non a Lei, benché senta un po' di ripugnanza delle volte, non tanto per palesar le mie miserie, quanto delle volte temo che sieno cose che lo disturbino; però, quanto mi costi, ho promesso d'aver il cuore in mano, e lo voglio eseguire" (lett. 15).

Nella Gabrieli la trasparenza con il Palazzolo è un'esigenza impellente: non può che essere sincera, trasparente, non può tener nascosto nulla: "Quante volte l'offenderò io parlando senza prudenza, ma mi trovo un cuore tanto aperto con Lei che non posso tenerle nulla di nascosto, se volessi tacerle una sola parola, anche per quella santa Prudenza che avevano i santi, io non sono quieta" (lett. 18).

Riguardo la "santa prudenza", madre Teresa non è affatto priva, anzi è senza dubbio una delle sue più evidenti qualità. Proprio in forza della sua profonda libertà interiore cresce in lei una singolare capacità di discernere, distinguendo, con una specie d'intuito immediato, le zone d'ombra da quelle della luce, la realtà dall'illusione, il bene dal male e quindi sa operare con determinatezza il bene intravisto e consigliare saggiamente le sue suore e don Luigi, indicando il fine e i mezzi più opportuni per raggiungerlo.

Il discernimento era diventato in lei un costante atteggiamento nel suo agire quotidiano, un habitus di vita particolarmente efficace per lei, che ha esercitato per quasi quarant'anni il servizio dell'autorità nell'intera famiglia palazzoliana.

Certamente questa dote della prudenza cristiana è in Teresa non solo un dono di natura, ma anche frutto di un deciso cammino ascetico verso quella "rettitudine", semplicità e profonda libertà di cui si è parlato poco sopra. La chiarezza sul suo mondo interiore la rende pronta e capace di vedere con altrettanta lucidità l'intima verità del cuore umano e delle situazioni che la interpellano. Veramente in lei si è attuata la Parola del libro sapienziale che il Fondatore aveva posto a fondamento dello "spirito delle suore delle Poverelle" : "La semplicità dei giusti li reggerà" (Prov 9,3), ovvero, come il Palazzolo spiega, la semplicità rende la persona capace di vera sapienza e prudenza, "quella divina", e quindi di "consigliarsi affine di consigliare rettamente" (Epist. L. P., p. 1172).

In Teresa Gabrieli, persona semplice secondo il Vangelo, si trova inoltre un sereno distacco dalle cose del mondo. Quante volte scrive "ho bisogno di distacco dalle creature", quel prendere le distanze proprio per vederle meglio; per non trattenerle avidamente per sé, per coglierle nel senso più vero, nella loro intima bellezza, nel loro giusto valore e relatività; per guardarle nella luce originaria del Creatore e quindi per amarle. Un distacco che porta a cogliere l'essenziale: un distacco che aiuta a cogliere e intuire i valori autentici, distinguendoli dagli pseudo valori; un distacco che dona al semplice: purezza, penetrazione allo sguardo, capacità grande di benevolenza (= quell'interno sentir bene di tutto e di tutti...), di ottimismo e, infine, di quella garbata, sorridente "ironia", quasi un sorriso benevolo sulle umane realtà, che è proprio di chi guarda le cose dall'alto e con profonda comprensione.

Questo benevolo sorriso sulle realtà umane, sul cuore umano, si fa sempre più evidente col passare degli anni e diventa saggezza, sapienza del cuore, equilibrio e capacità di essere dono nel modo giusto al momento giusto.

Riflettendo sulle varie componenti della rettitudine del cuore, come traspare dal vissuto della Gabrieli, si può ben dire che questa non è un particolare atteggiamento supplementare da unirsi ad altri, ma è piuttosto la risultante di tutti gli atteggiamenti di Teresa, persona cristiana matura; è come la risultante della loro presenza in un tutto armonico. E' questione di uno stile dentro nel profondo del cuore: è come la luce che appare bianca, ma è la sintesi di più colori.

In madre Teresa, ricordando una stupenda descrizione di Papa Giovanni XXIII, la semplicità è stata vissuta, nel suo contenuto più genuino ed evangelico, come dirittura dell'animo, rettitudine; verità con se stessa, con Dio con gli altri; un procedere sempre più sicuro verso l'unificazione nella propria vita; l'eliminazione di ogni dualismo, di ogni ombra; assenza di calcolo, volere una cosa sola; per cui l'anima diventa trasparente, come un cristallo terso che lascia passare perfettamente la luce del sole2

In Teresa la semplicità-rettitudine è stata la conquista della autentica libertà di spirito voluta e difesa, quella perfetta libertà interiore che, col trascorrere del tempo, diventa "armonia e pace" come soleva augurare alle sue suore e desiderava per loro.





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