Scheda per IL Gruppo n. 1 Gli affetti



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01.06.2018
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Scheda per il Gruppo n. 1
GLI AFFETTI
Parlare di affetti vuol dire porre al centro la questione antropologica. Come sottolinea l’Arcivescovo “per parlare in modo adeguato del soggetto, non è sufficiente dire io, ma bisogna dire io-in-relazione. E ogni relazione mobilita gli affetti” (lettera, pag. 30).

La crisi antropologica, che porta a considerare l’uomo autosufficiente, porta alla crisi delle relazioni affettive, non più orientate al bene dell’altro, ma alla proprie autosoddisfazione. Gli affetti diventano così inaffidabili.

Si capisce dunque come la zizzania dell’”infelicità degli affetti inaffidabili” cresca là dove si è persa la verità sull’uomo.

Ma al contempo, il “desiderio del bell’amore”, di essere amato e di amare, non è espunto dall’umana esperienza, e su questo campo è possibile seminare il vangelo dell’amore.

Siamo chiamati a comunicare il vangelo dell’amore nella e attraverso l’esperienza umana degli affetti.

Come ci ricordava il Convegno Ecclesiale di Verona, ciò “chiede di mostrare il volto materno della Chiesa, accompagnando la vita delle persone con una proposta che sappia presentare e motivare la bellezza dell’insegnamento evangelico dell’amore, reagendo al diffuso ‘analfabetismo affettivo’ con percorsi formativi adeguati e una vita familiare ed ecclesiale fondata su relazioni profonde e curate” (Nota pastorale dopo il IV Convegno ecclesiale nazionale, par. 12).




  1. I linguaggi e gli atteggiamenti

L’Arcivescovo ci pone la domanda sul “perché la parola cristiana sull’amore appare così poco attraente per la sensibilità del nostro tempo”, “perché la definitività sembra più tenuta che desiderata” (lettera, pag. 47).


Una possibile risposta va ricercata anche nel problema del linguaggio Il contesto culturale è talmente disorientato che educatori e operatori in ambito pastorale non sanno nemmeno più quali categorie concettuali usare per farsi comprendere quando si parla di situazioni relazionali. Ci si domanda quale significato hanno le parole uomo e amore…Ci si domanda quale linguaggio usare, quali relazioni promuovere e come essere missionari in questo contesto.

Il linguaggio dell’amore e dell’affettività rimane sconosciuto perché, forse, sempre meno vissuto nelle famiglie compresse dai ritmi della vita moderna e di lavoro e da esigenze di evasioni superficiali.

Diventa, dunque, fondamentale ridare senso alle parole perché la distanza, già vissuta nelle famiglie tra le generazioni, aumenta negli ambiti ecclesiali ove i laici stessi usano un linguaggio clericale distante dalle esigenze attuali. Così come non aiutano prese di posizione moralistiche, di condanna. Papa Francesco, anche sulle difficili frontiere dell’affettività, ci mostra come l’atteggiamento corretto è quello pastorale, che sa accogliere e comprendere, senza relativizzare ma senza condannare “chi sono io per giudicare…”
Ma la “parola cristiana sull’amore” va prima di tutto testimoniata e forse non siamo stati capaci di presentare testimonianze persuasive che dicano la bellezza di una vita che si sa donare all’altro con definitività.

Con tutto il rispetto per il ruolo di guida, non possono essere i sacerdoti a parlare di amore coniugale, ma coppie che, con il loro vissuto, testimoniano l’amore coniugale. La comunità cristiana deve far emergere queste testimonianze e valorizzarle.

La famiglia rappresenta infatti il luogo fondamentale e privilegiato dell’esperienza affettiva. Di conseguenza deve essere anche il soggetto centrale della vita ecclesiale. Come ci ricordava sempre il Convegno ecclesiale di Verona, su questi aspetti ripreso anche dal VII Incontro Mondiale delle famiglie “, “ciò richiede un’attenzione pastorale privilegiata per la sua formazione umana e spirituale, insieme al rispetto dei suoi tempi e delle sue esigenze” (Nota pastorale, cit., par. 12).
Non va dimenticato però che la dimensione degli affetti non è esclusiva della famiglia: gli affetti innervano di sé ogni condizione umana e danno sapore amicale e spirituale a ogni relazione ecclesiale e sociale.

Si sente la necessità di spazi di confronto e luoghi per crescere nella condivisione e in esperienze significative, per mettere in comune fatiche, ma anche per dare vita a luoghi di umanizzazione per vivere relazioni e ridare fiducia e speranza.

Educare ad amare è parte integrante di ogni percorso formativo, e anche nella catechesi, fin dai primi anni, sia considerato fondamentale il rapporto affettivo, partendo dalle relazioni amicali, e sia proposto Gesù come autentico e fedele Amico.

Soprattutto l’amicizia tra famiglie è un modo per riscoprire la ricchezza del matrimonio sotto il profilo umano e cristiano. Molto utili sono le esperienze dei gruppi familiari anche per la ricaduta nel contesto culturale.


Ma l’atteggiamento imprescindibile è quello dell’ascolto e del dialogo, anche in rapporto agli adolescenti e giovani: ascoltarli per cogliere i loro più veri desideri, per capire le loro difficoltà.

Occorre poi interagire con tutte le agenzie educative, in primis la scuola. Si deve puntare su un’alleanza tra tutti i soggetti educativi: educatori, genitori, insegnanti.




  1. Possibili proposte




  • Nei percorsi formativi degli adolescenti e giovani si deve aver cura, anche con forme di accompagnamento di educatori di riferimento e di direzione spirituale, di educare a una concezione della vita come vocazione e dell’amore come decisione per-sempre. Si possono prevedere iniziative formative apposite per educatori e direttori spirituali di adolescenti e giovani, per acquisire maggiore conoscenza della situazione culturale e del mondo giovanile, per interventi educativi adeguati




  • Si possono creare spazi di confronto e di dialogo sui temi dell’affettività tra adolescenti e giovani, anche facilitati dall’ascolto di brani musicali e dalla visione di film che possono suscitare una riflessione condivisa, facendo emergere dai ragazzi stessi i reali bisogni e desideri, le principali difficoltà.




  • Occorre ricercare possibili sinergie e alleanze educative con la scuola attraverso corsi di educazione all’affettività, oggi previsti dalla riforma scolastica ove è richiesta la presenza e l’assunzione di responsabilità dei genitori e degli insegnanti, con operatori qualificati.




  • La famiglia deve essere riconosciuta effettivamente come primo e più importante ambito dell’esperienza effettiva. Ci si deve quindi impegnare in ambito civile ed anche ecclesiale per custodire i tempi della famiglia, conciliandoli con i tempi del lavoro, affinchè le famiglie possano riappropriarsi del tempo per la cura delle relazioni affettive tra i coniugi, tra genitori e figli, tra famiglie. Le parrocchie possono suscitare forme di mutuo aiuto tra famiglie, che consentano iniziative di conciliazione tra i tempi di cura familiare e i tempi del lavoro;




  • Puntare nei corsi di preparazione al matrimonio e nei gruppi familiari, sul ruolo di guida delle coppie stesse, affinchè la parola cristiana sull’amore si fondi sulla testimonianza, nel dialogo e nella condivisione di gruppo dei problemi ma anche delle esperienze positive della vita coniugale




  • Prevedere accanto a percorsi di spiritualità familiare, gruppi di ascolto e di mutuo aiuto tra le coppie, o iniziative formative sui temi della comunicazione di coppia




  • Ricercare occasioni, anche pubbliche e nel contesto civile, di riflessione sui temi dell’identità e della complementarietà sessuale, dell’educazione dei sentimenti, della maternità/paternità, della famiglia e, più in generale, della dimensione affettiva delle relazioni sociali, con un approccio che punti il più possibile sul dialogo sincero e non sulla contrapposizione di tesi e posizioni

Scheda per il Gruppo n. 2
IL LAVORO
I cristiani hanno il dovere di vivere nell’ambiente quotidiano del lavoro come discepoli che non nascondono la loro fede, la condividono con gli altri fratelli e ne offrono testimonianza a tutti” (lettera pastorale, pp. 48-49)


  1. Quali linguaggi /quali atteggiamenti


Si fa presto a dire lavoro
Perché la riflessione delle nostre comunità ecclesiali sul tema del lavoro non scada nella banalità e nella retorica occorre innanzitutto sottrarla alla genericità e agli stereotipi.

Risulta poco sopportabile, infatti, per chi adulto vive in prima persona la realtà del lavoro e la affronta con fatica e competenza acquisita, che qualcuno ne parli in astratto, talvolta in tono irenico ed esortativo.


Una riflessione sul lavoro, sia intra che extra ecclesiale, deve far spazio all’ascolto rispettoso, riconoscendo le specificità e diversità delle situazioni occupazionali e professionali. Ogni tipo di professionalità e di contesto occupazionale comporta infatti uno specifico grado di logoramento fisico, di impatto emotivo, di riconoscimento sociale, di competenze tecniche, di carico di responsabilità, di densità di mediazioni e relazioni. Quando si parla di lavoro, e soprattutto quando si parla con chi lavora (o vorrebbe lavorare), perciò, occorre un linguaggio attento, concreto, consapevole della fatica e dell’impegno specifico sotteso a ciascuna attività.
Il lavoro rende uguali
L’acquisizione della dignità della fatica del lavoro è il prodotto di un lungo percorso, nella storia della cultura occidentale. Vale la pena i approfondire la riflessione dentro e fuori dall’ambito ecclesiale su quanto proprio il fermento vivo e inesauribile del Vangelo abbia fatto lievitare nella storia di Europa, prima che in altri contesti, i valori di libertà, eguaglianza, fraternità che rimandano alla centralità del lavoro per la sua valenza sociale, premessa per il pari godimento dei diritti civili.

Evangelizzare la fatica del lavoro chiama più che mai oggi a contemplare la luminosa verità di Gesù, che ignora ogni appartenenza di etnia e di casta, e misura ciascuno sulla sua capacità di mettere in gioco le proprie risorse personali, tante o poche che siano (cfr. la parabola dei talenti, Mt. 25,14-30); di rispondere alla chiamata del padrone della vigna, in qualunque momento essa arrivi (cfr. la parabola degli operai dell’undicesima ora, Mt 20,1-16); di farsi carico con le proprie risorse delle necessità di chi ci vive accanto, in nome della comune umanità, senza vincoli di appartenenza sociale (cfr. la parabola del buon Samaritano, Lc10,25-37). Al lavoro si riconosce così la funzione-chiave del legarci tutti gli uni agli altri in quel campo comune che è il modo, non con il fardello della necessità, bensì con il vincolo della solidarietà di chi spende tempo e capacità proprie non solo per sé ma per il bene di tutti; e pertanto chiede legittimamente in cambio giustizia: equo soddisfacimento delle proprie necessità di sostentamento e riconoscimento sociale.
Il lavoro rende liberi
Altrettanto evidente all’esperienza di ciascuno del lavoro è d’altra parte il potenziale di creatività.

Evangelizzare il potenziale creativo del lavoro consente di individuare un terreno comune tra credenti e non credenti per valorizzarlo nella sua pienezza e nella sua efficacia, quella che la sapienza biblica attribuisce all’attività umana, chiamata a sviluppare nel tempo storico l’attività divina nel dare nome (=senso e ordine) a tutto il creato (Gen 2,15;19-20). L’incentivo a fare del proprio lavoro un fattore di innovazione, miglioramento, sviluppo collettivo di quel campo comune che è il mondo è un canale fecondo di dialogo tra persone anche diversamente orientate..
Il lavoro rende fratelli … e sorelle
Se è lavoro ogni tipo di attività volta a creare una trasformazione dell’esistente, in vista di un maggior benessere comune e condiviso, il lavoro di cura delle persone merita il pieno riconoscimento della propria dignità, quand’anche ad esso non corrisponda un contratto, una retribuzione. Lavoro di cura – ovvero lavoro non destinato a produrre beni materiali, ma servizi a favore di persone non in grado di procurarseli da sé – è il principale apporto delle famiglie alla società, e anche per questo devono essere riconosciute e sostenute.

Il lavoro di cura è in gran parte dovuto alla fatica e alla disponibilità delle donne (gratuito o, anche quando retribuito, prestato da una donna che non per questo viene esonerata dalla sua parte di lavoro di cura gratuito, come invece in maggior misura è accaduto/accade agli uomini); altrettanto gratuito fuori dall’ambito familiare è l’insostituibile, capillare lavoro dei volontari.


Evangelizzare il lavoro di cura, che anche quando non produce reddito, produce salute e relazioni, beni senza i quali quel campo che è il mondo inaridirebbe, è compito specifico e missione fondante della comunità cristiana.
Parole e atteggiamenti che riconoscono e valorizzano la fatica, il potenziale creativo, la peculiarità del lavoro di cura sono stimolo anche a rileggere la questione femminile, rivedendo parole e atteggiamenti abituali in ambito ecclesiale rispetto a un tema-chiave di quel campo che è il mondo del lavoro, oggi: la nuova definizione del ruolo delle donne è infatti il motore delle trasformazioni forse più radicali in atto non solo nel nostro Paese, ma nel mondo intero e nella Chiesa stessa.


  1. Quali proposte




  1. Viviamo in una comunità nazionale, l’Italia, che ha posto il lavoro a fondamento della repubblica (= cosa di tutti, bene comune) democratica (= dove ogni cittadino è chiamato ad esercitare la propria sovrana e paritaria responsabilità, fuori da privilegi oligarchici). Questo principio fondamentale di convivenza apre una prospettiva amplissima all’”amicizia civica resa possibile da un incessante dialogo, teso al riconoscimento reciproco” (lettera pastorale, p.63): si collocano in questa prospettiva le iniziative promotrici di cittadinanza attiva già in atto in diocesi, da potenziare, estendere ed aprire nella misura più conveniente a tutti coloro che abitano il campo-mondo:




  1. Viviamo in una comunità territoriale, la diocesi di Milano, che ha fatto dell’operosità e della produttività un tratto identitario spiccato e apprezzato. Al di là dello stereotipo, nella cultura lombarda il lavoro è stato fino ad oggi l’elemento più potente di riconoscimento e di posizionamento sociale, nonché di inclusione e di integrazione per chi viene da lontano. Ciò anche in base a un’etica civile che molto ha condiviso con quella religiosa: è “l’ambrosianità di Milano, scaturita dalla singolare vocazione del suo patrono, figura di rilevanza civile prima e religiosa poi. È impossibile separare queste due dimensioni nella vita dei milanesi.” (p. 62). Nel campo di Milano le domande arrivano prima, e dunque parte prima anche la ricerca di risposte efficaci, con l’energia di una Parola che non scende mai senza fecondare la terra che la riceve (Is 55,10-11): si colloca in questa prospettiva la vasta azione comune di costruzione della coesione sociale nella “nostra realtà ormai di fatto sempre più meticcia...” (p.61), che si articola in innumerevoli




  • iniziative di inclusione e superamento della marginalizzazione, soprattutto per chi viene da lontano

  • Iniziative di supporto e stimolo all’imprenditorialità e alla creatività, soprattutto giovanile

  • Individuazione di forme inedite di cooperazione e mutuo aiuto, aggiornate alla realtà presente

In questi ambiti la genialità del Terzo Settore lombardo, così profondamente innervato di principi e prassi cristianamente ispirate e radicate, ha sicuramente uno spazio già ampiamente presidiato, ma ancor più chiamato a leggere dinamiche e fenomeni socio-economici nuovi..




  1. Viviamo in un momento storico di autentica emergenza occupazionale, squilibrio palese generato dall’affermarsi di una logica meramente centrata sul profitto: “Oggi la situazione del lavoro è talmente drammatica da scoraggiare ogni discorso che non parta dalla denuncia e dalla protesta… sappiamo bene quanto sia insufficiente e, alla lunga, frustrante protestare per una situazione iniqua senza intravvedere la strada per uscirne” (p.31). E un annuncio del Vangelo capace di guardare coraggiosamente in faccia all’oggi e qui, si sta già traducendo in alcune iniziative e tendenze che si vanno consolidando nella diocesi, e che meritano ulteriore incoraggiamento e diffusione:




  • la seconda fase del Fondo Famiglia Lavoro, che sposta l’accento dal soccorso immediato ad azioni di ricerca attiva dell’occupazione: facendo di fallimento e precarietà un’occasione di riorientamento e adeguamento delle competenze

  • l’espandersi di azioni di condivisione negli acquisti e nei consumi da parte delle famiglie: facendo di sobrietà e risparmio l’occasione per adottare stili di vita meno individuali ed egoistici, più sobri e sostenibili sul piano economico e su quello ambientale

  • lo sviluppo di reti di commercio equo-solidale: consentendo conoscenza, reciprocità e scambi tra mondi diversi; costruendo rapporti tra produttori e consumatori liberi da logiche di sfruttamento.

In questo quadro, anche le due domande iniziali, che la lettera pastorale pone come inevitabili sul tema del lavoro, trovano prospettive credibili di risposta:



  • la dottrina sociale della Chiesa, diventa lente di ingrandimento nell’analisi del campo, e suggerisce tecniche positive e innovative per coltivarlo

  • la celebrazione domenicale dell’Eucaristia che conduce i fedeli laici a riconoscere l’urgenza di confrontarsi e unirsi per individuare e proporre in base alla loro esperienza e alla loro responsabilità laicale linguaggi e atteggiamenti coerenti e significativi per tutti coloro che lavorano nel campo, e azioni condivise sulla base della comune accoglienza di una Parola illuminante, di un Pane che dà forza, di uno Spirito che sostiene la speranza.

Scheda per il Gruppo n. 3
IL RIPOSO
Il riposo è “fattore di equilibrio tra affetti e lavoro” (lettera pastorale, pag. 33).

È il tempo della ri-creazione dell’io nel noi della famiglia e della comunità, è il momento della festa, della gioia della comunione, delle relazioni ritrovate che ridanno senso e motivazione al proprio impegno, allo stesso lavoro, che rafforzano i rapporti affettivi in famiglia.

La cultura consumistica, le tentazioni individualistiche e di trasgressione banalizzano invece il riposo e la festa, e lo riducono a divertimento alienant. Vi è poi la crescita indiscriminata del lavoro domenicale, e in genere il problema dei tempi del lavoro, che impediscono di vivere il riposo e la festa in modo autentico, negli affetti familiari e nella dimensione comunitaria.

La comunità cristiana, nel vivere pienamente la domenica, giorno del Signore, può testimoniare a tutti la vita buona del vangelo anche nella dimensione della festa e del riposo, richiamandone i valori ultimi e veri.

Il seme che i cristiani possono seminare nel campo del riposo è - come ci indica l’Arcivescovo, la comunione: “per questo il nome cristiano del riposo è la festa e il cuore della festa è la celebrazione eucaristica” (lettera, pag. 49)

Tuttavia - come riconosce lo stesso Arcivescovo - i cristiani stessi sembrano aver smarrito il significato della festa cristiana.


Chiediamoci quale è il nostro modo di celebrare l’eucaristia domenicale e di curare le espressioni di vita comunitaria.
Spesso i ritmi della stessa comunità cristiana, anche nel giorno della domenica, non aiutano la comunione ma favoriscono al dispersione e…l’affaticamento.

Invece che curare spazi e momenti che favoriscono le relazioni, la gioia del semplice stare insieme, capita che ci si affanni anche la domenica nel fare, nell’organizzazione di tante “iniziative comunitarie” e addirittura gravando le famiglie, i genitori, di nuovi appuntamenti e impegni, che li portano anche la domenica fuori dalla casa, dalla necessaria dimensione domestica degli affetti.

Forse dovremmo recuperare –e aiutare le famiglie a recuperare- la dimensione familiare e non solo comunitaria della festa.

Se il riposo è fattore di equilibrio tra affetti e lavoro, dobbiamo ricordarci che gli affetti si vivono anzitutto in famiglia. Il VII Incontro mondiale delle famiglie ci ha ricordato il rapporto inscindibile tra famiglia, lavoro e festa.


La cura e il rispetto dei tempi della famiglia forse potrebbero aiutare a riscoprire il valore autentico del riposo, e della stessa festa cristiana, che deve essere anzitutto compresa e vissuta in famiglia.

Occorre allora curare la qualità della celebrazione eucaristica domenicale e, insieme, curare che tale celebrazione sia preparata e continuata in famiglia, nella preghiera condivisa e nella benedizione durante i pasti, nei gesti e racconti familiari legati alle stesse feste religiose, nel racconto e nella memoria delle fatiche e insieme delle gioie vissute nella settimana lavorativa e di studio, nei momenti ritrovati con i figli, anche nel gioco insieme e nel dialogo educativo, vissuti come occasione anche per i genitori di trasmissione della fede ai figli.


Si deve poi non abbandonare a se stessi chi non riesce a vivere la festa domenicale, a causa dei tempi del lavoro e del lavoro festivo.
Chiediamoci:


  • Quali attenzioni suggerire, anche a livello diocesano, tenendo conto delle esperienze positive, affinché le celebrazioni eucaristiche siano vissute come cuore e fonte della festa domenicale?


Possibili proposte:

- numero delle messe e cura degli orari in cui collocarle, perché siano convocazione della comunità e non mero “servizio” a consumo individuale;

- gesti di accoglienza, soprattutto delle famiglie con bambini, creando spazi per loro durante la celebrazione liturgica;

- cura di gesti liturgici che sottolineino la vita della comunità, coinvolgendo le famiglie;

- cura dell’omelia perchè la Parola di Dio sia fatta percepire come evangelo dell’umano, illuminando le vicende della vita; gesti di accoglienza prima e dopo la messa; …


  • Come aiutare le famiglie e ciascun fedele a prepararsi alla celebrazione eucaristica, educando il desiderio della sua attesa come cuore della festa nell’incontro con il Signore e nella comunione con il popolo di Dio? Come aiutare a preservare l’atteggiamento eucaristico e il confronto esistenziale con la Parola di Dio nella vita quotidiana?


Possibili proposte:

- valorizzazione dei sussidi esistenti o nuovi sussidi per vivere il tempo liturgico, accostare le letture previste nella messa domenicale preparandosi e ritornandoci nella preghiera durante la settimana, con attenzione che siano a “misura” di famiglia e possano essere utilizzati in famiglia, dai genitori con i loro figli, dalle coppie di sposi;

- proposta di gesti o impegni da tenere nella vita quotidiana durante la settimana in rapporto al tema liturgico domenicale o della festa religiosa; …


  • Come fare in modo che la domenica e le feste dell’anno liturgico siano vissute come momento di festa in famiglia? Con quali modalità la comunità può sostenere le famiglie nel vivere nella propria casa, con tutti i componenti della famiglia, la festa cristiana, riscoprendo la preghiera in famiglia, la benedizione dei pasti, i gesti della tradizione che sottolineano il senso della festa celebrata, i momenti di condivisione di vita alla luce della Parola di Dio ascoltata nella celebrazione eucaristica, ecc.


Possibili proposte:

- non mancano esperienze e sussidi (del Servizio per la Famiglia, della Commissione Famiglia dell’AC, dell’ACR, dei movimenti e gruppi di spiritualità familiare, ecc.) che possono essere proposti e utilizzati;

- il momento della visita natalizia alle famiglie con la preghiera e benedizione e con la consegna della lettera dell’Arcivescovo e la proposta di leggerla in famiglia può essere un momento da curare e valorizzare perché la famiglia si rappropri del senso della festa cristiana; …


  • Come equilibrare i momenti comunitari della domenica con il rispetto dei tempi delle famiglie, affinchè possa preservarsi almeno la domenica uno spazio di riposo in famiglia, di relazioni ritrovate anche con i parenti o con altre famiglie, di cura degli affetti, di festa finalmente vissuta insieme tra tutti i componenti della famiglia?

Possibili proposte:

- pensare iniziative comunitarie che non occupino di fatto tutta la giornata domenicale o più domeniche successive;

- curare maggiormente anche il sabato per i momenti comunitari, decongestionando di iniziative la domenica; …




  • Come le comunità cristiane, le associazioni e movimenti ecclesiali possono diffondere una cultura della festa che non sia piegata a logiche commerciali e consumistiche?




  • Con quali iniziative e attenzioni possiamo aiutare chi, per i tempi del lavoro o il lavoro festivo, non riesce a vivere la festa domenicale o che comunque hanno orari di lavoro che rischiano di compromettere la vita familiare, lo stesso equilibrio personale, la partecipazione alla vita comunitaria?


Possibili proposte:

- per chi lavora la domenica, la comunità cristiana, anche a livello decanale, potrebbe individuare celebrazioni eucaristiche che, per orari, possano essere indicate a tali persone (la domenica, dopo cena, o la messa vespertina del sabato), prevedendo durante la celebrazione, qualche gesto liturgico o di accoglienza che segni un’attenzione alla loro situazione;

- prevedere qualche momento con chi vive il disagio del lavoro domenicale, per ascoltarli come comunità, con loro individuare altri momenti di condivisione comunitaria (magari il sabato), suggerire modalità e attenzioni per comunque vivere in famiglia la dimensione della festa; …

Scheda per il Gruppo n. 4
LA FRAGILITÀ
La vita, nella sua interezza, è soggetta alla fragilità. Pensiamo al concepimento e alla fragilità di una vita che incomincia e che cresce fino a venire alla luce. Pensiamo al bimbo che nasce e alle attenzioni e apprensioni che suscita nei genitori e in chi gli sta accanto, fino ad arrivare alle delicate fasi adolescenziali, alla giovinezza. E poi la vita adulta, con le sue difficoltà e sfide, anzitutto la costituzione di una nuova famiglia, e poi la vecchiaia, l'esperienza del dolore, della malattia, della morte.
La fragilità è dunque insita nella condizione umana, in tutte le sue forme - come ci ricorda l'Arcivescovo - "naturali (limite, disgrazia, sofferenza, malattia e morte) e morali (peccati personali e strutture di peccato)".

Essa è implicata nelle tre dimensioni fondamentale dell'umana esperienza ricordateci dall'Arcivescovo: gli affetti, il lavoro, il riposo. Pensiamo alla precarietà delle famiglie, e in esse del vincolo coniugale, che, purtroppo troppo facilmente si sgretolano creando problemi affettivi ad ogni livello. Pensiamo al lavoro sempre più fragile e precario, che rende sempre più difficile creare stabilità nella vita di molti, con situazioni che generano frustrazione e, sempre più spesso, disperazione. Pensiamo al riposo che è sempre meno un diritto, ma che, soprattutto non è più vissuto come festa che ri-crea, per cui nelle famiglie è sempre più difficile avere spazi e momenti di incontro e dialogo tra i coniugi, condizionati da orari di lavoro che non sempre coincidono, e tra genitori e figli, che hanno sempre più difficoltà ad avere una famiglia che si ritrova e cammina insieme.


Eppure la fragilità umana è negata dalla cultura contemporanea, in un'epoca che coltiva il mito dell'efficienza fisica e di una libertà svincolata da ogni limite. Come ci ricorda il IV Convegno Nazionale di Verona, il punto di partenza per una Chiesa consapevole di avere una parola di senso e di speranza per ogni persona che vive la debolezza nelle sue diverse forme è il riconoscimento del limite umano (Nota dell'episcopato dopo il IV convegno ecclesiale nazionale, par. 12)

La lettera pastorale del nostro Arcivescovo, ci invita ad una profonda riflessione sul senso, cioè il significato e la direzione, della propria vita. Per questo è fondamentale per noi Cristiani annunciare in ogni momento "la verità dell'amore" mostrataci da Gesù, che "sa trasfigurare anche l'oscuro mistero della sofferenza e della morte nella luce delle risurrezione" (Ibidem))


1. Un problema di linguaggio? quali atteggiamenti?

Per noi che abbiamo ricevuto l’annuncio del Vangelo, dovrebbe essere naturale, spontaneo farci prossimo di chi vediamo in difficoltà, ma soprattutto star vicino a chi ritiene di non avere speranza, ma ne abbiamo ancora la capacità?

La fede cristiana ha saputo suscitare tante opere di carità per sovvenire ai bisogni e alle situazioni di debolezza umana. Sono forme di evangelizzazione della fragilità umana, spesso realizzate da religiosi e diaconi permanenti, che esprimono la sollecitudine della chiesa verso ogni uomo.

Si riscontra invece una maggior fatica a suscitare buone prassi di semplice prossimità e vicinanza a chi soffre. E' forse anche spesso una questione di imbarazzo e senso di inadeguatezza, di mancanza di parole adatte: come mi avvicino a quella famiglia che vive il dramma di una crisi coniugale, o della perdita del lavoro, che vive il dolore della perdita di un figlio o di un coniuge, che vive la difficoltà di cura di una persona anziana non autosufficiente o di un figlio disabile, ... Ma non sono necessarie le parole, ma la semplice presenza, presenza che è capace di portare speranza se esprime condivisione e com-passione, riconoscendo che tutti si è fragili e tutti ci affidiamo all'amore del Signore che solo sa dare senso al dolore e che salva.



2. Possibili piste di proposta
Proviamo a chiederci:


  • In quale modo possiamo avvicinarci, singolarmente, come famiglia o come comunità, alle persone che sentiamo bisognose di conforto, vicinanza, ascolto? O alle situazioni di difficoltà che troviamo negli luoghi nei quali lavoriamo, o che frequentiamo abitualmente?

A volte basta una vicinanza silenziosa, una preghiera recitata con il cuore per aiutare chi è in difficoltà, materiale o spirituale. Si può suscitare questa attenzione e accompagnamento spirituale, ad esempio, istituendo un libro di intenzioni a disposizioni di tutti, sul quale, per chi ne ha il desiderio, si possono anche scrivere preghiere per aiutare chi è nel bisogno, per poi offrirle tutte alla misericordia del Signore durante la preghiera dei fedeli …


Le parrocchie e le diverse realtà ecclesiali possono inoltre promuovere nella comunità atteggiamenti di prossimità: riproporre nella predicazione e nella catechesi delle opere di misericordia, corporale e spirituale; promuovere gruppi di mutuo aiuto tra famiglie che vivono medesime condizioni di sofferenza per non sentirsi soli e per sostenersi a vicenda; suscitare buone prassi di reti di solidarietà tra famiglie aperte all'accoglienza; avere cura a che le iniziative comunitarie non siano escludenti, per come pensate e organizzate, ma tali da essere accoglienti per chi vive particolari difficoltà.
La stessa Caritas, per rifuggire situazioni di delega caritativa della comunità, devesempre più animare e suscitare una solidarietà diffusa, una responsabilità solidale condivisa da tutta la comunità, proponendo accanto a iniziative di aiuto economico, forme di accompagnamento e di reti di famiglie solidali, che si prendono cura delle situazioni familiari di fragilità.


  • Come le comunità e realtà ecclesiali educano al senso del limite, della fragilità, del peccato, a partire dai giovani, per saper riconoscere tali condizioni e affrontarle nella propria vita alla luce dell'amore di Cristo e per farsi prossimo, con com-passione, a chi tali condizioni le sta vivendo?

Diventa imprescindibile creare a tal fine possibilità di incontro con le diverse forme di fragilità, non solo come esercizio educativo di vicinanza ma anche come occasione immediata di annuncio del vangelo dell'Amore e della Speranza.




  • Come valorizziamo le tante forme di evangelizzazione della fragilità umana? Le conosciamo? le proponiamo? Le sosteniamo?

Occorrono momenti ecclesiali di incontro tre le Istituzioni socio-assistenziali, spesso promosse da consacrati e religiosi, le organizzazioni del volontariato e della cooperazione sociale, le associazioni di promozione sociale e di solidarietà familiare, per una reciproca conoscenza, per iniziative comuni per diffondere una cultura dell'accoglienza e della prossimità alla fragilità, per un reciproco richiamo a far sì che la richiesta efficienza dei servizi non sia a scapito della cura delle relazioni. In tal senso le consulte delle opere socio assistenziali e della sanità, presenti ora a livello di Regione ecclesiastica e diocesano, vanno consolidate e forme simili possono prevedersi a livello decanale o cittadino.


Si ritiene che occorra garantire meglio il rapporto tra le cappellanie presenti nei presidi ospedalieri o socio-sanitari o nelle carceri, con le comunità ecclesiali di riferimento, perchè si possa suscitare più presenze di testimonianza cristiana, nella vicinanza alla sofferenza, in tali ambiti.


  • Un'altra forma radicale di fragilità è il peccato, su cui si staglia l'amore redentivo di Cristo che si esprime nel sacramento della riconciliazione. Come superare la crisi di questo sacramento? Come attuare un’educazione alla compassione, alla misericordia e al perdono?

Si tratta di trovare linguaggi e atteggiamenti che, partendo dalla comune esperienza della fragilità umana, per parlare del peccato, evitino moralismi e condanne escludenti, parlando prima del peccato, anzitutto dell'Amore di Cristo che ci consente ogni volta di rialzarci e di ricominciare una nuova vita riconciliata.




  • Spesso si affidano alla Chiesa le soluzioni alle fragilità, ma Gesù ci ha testimoniato che la vera soluzione alla fragilità sta nel viverla fino in fondo, nel percorrere l’intera via del Calvario. In che modo vedere nella fragilità il luogo della grazia? Come educare ad una vita spirituale che ci renda capaci di abbandonarci fiduciosi nella mani di Dio?



Scheda per il Gruppo n. 5
LA TRADIZIONE-L'EDUCAZIONE
"Il cattolicesimo di popolo è chiamato a rinnovarsi. Il suo carattere popolare resta una condizione privilegiata per offrire la luce della fede ad ogni uomo. Nella vita del popolo ognuno, in qualunque situazione si trovi, può essere accolto e riconoscersi come parte singolare di una realtà più grande….

Tuttavia anche il cattolicesimo ambrosiano deve compiere il tragitto che porta dalla convenzione alla convinzione, curando la trasmissione del vitale patrimonio cristiano alle nuove generazioni. (Lettera pastorale, pag. 15)
"Come comunicare la fede che è un dono alla portata di tutti?

Come mostrare che non vi è opposizione tra fede e ragione, le due ali dell’umana, inesausta ricerca?

Come superare la diffidenza, in molti diffusa, verso la fede e la Chiesa?" (Lettera, pag. 25)
"Dalla convivenza con Gesù ebbe inizio una storia ininterrotta di rapporti umani, che ha raggiunto anche noi…. Il dono di questa inaudita novità si mostra nella capacità di comunicarsi lungo il tempo e lo spazio per raggiungere ogni uomo e donna, in una relazione vivente capace di trasformare l’esistenza di ogni giorno (traditio)" (Padre Pino Puglisi, Dio ci ama sempre tramite qualcuno)
1) Quali linguaggi
Una vita interiore si elabora a poco a poco. Ci addentriamo nella fede oggi un po’ più di ieri, avanzando per tappe. All’intimo della condizione umana rimane l’attesa di una presenza, il silenzioso desiderio di una comunione. Non lo dimentichiamo mai, questo semplice desiderio di Dio è già il principio della fede.

E poi, nessuno riesce a comprendere tutto il vangelo da solo. Ciascuno può dirsi: in questa comunione unica che è la Chiesa, ciò che non comprendo della fede, altri lo comprendono e lo vivono. Non mi appoggio solamente sulla mia fede ma sulla fede dei cristiani di tutti i tempi, quelli che ci hanno preceduti, a partire dalla Vergine Maria e dagli apostoli fino a quelli di oggi. E giorno dopo giorno mi dispongo internamente ad aver fiducia nel Mistero della Fede.

Allora è chiaro che la fede, la fiducia in Dio, è una realtà semplicissima, così semplice che tutti la possono accogliere. È come un sussulto ripreso mille volte lungo tutta l’esistenza e fino all’ultimo soffio (così si esprimeva frère Roger Schuts, di Taizé)

La premessa è recuperare la dimensione della vita interiore, prima che quella di trasmettere contenuti. Gli uomini e le donne di oggi, così come i giovani devono reimparare a stare in silenzio e in solitudine se vogliono cogliere i desideri profondi che li abitano. Bisogna recuperare o iniziare un’educazione al riguardo:



  • chiedersi quali sono gli aspetti essenziali da comunicare dentro però una relazione vitale che passa dall’incontro tra le persone

  • non eludere le domande scomode sulla Chiesa.

  • non eludere il tema della ragionevolezza della fede


2) Quali atteggiamenti
a) Lo stile del rinnovamento
Credo che si tratti di essere capaci di decidere cosa, del mondo vecchio, vogliamo portare fino al mondo nuovo. Cosa vogliamo che si mantenga intatto pur nell'incertezza di un viaggio oscuro. I legami che non vogliamo spezzare, le radici che non vogliamo perdere, le parole che vorremmo ancora sempre pronunciate, e le idee che non vogliamo smettere di pensare. È un lavoro raffinato. Una cura. Nella grande corrente, mettere in salvo ciò che ci è caro. È un gesto difficile perché non significa, mai, metterlo in salvo dalla mutazione, ma, sempre, nella mutazione. Perché ciò che si salverà non sarà mai quel che abbiamo tenuto al riparo dai tempi, ma ciò che abbiamo lasciato mutare, perché ridiventasse se stesso in un tempo nuovo”. (da "I Barbari" di A. Baricco, 2006)
Andare incontro all’umano nel campo che è il mondo presuppone un rinnovamento, non tanto di facciata o addirittura ammiccante verso l’esterno, ma che riscopra la grandezza del messaggio cristiano, al di là delle forme tradizionali, una traditio che è sinonimo di rilancio. Rinnovamento che richiede costante conversione, docilità allo Spirito, cambio di mentalità personale e comunitaria, come ci ricorda l'Arcivescovo (Lettera, pag. 52)

Come porre le nostre comunità, associazioni e movimenti in quest’atteggiamento?


b) Lo stile della testimonianza
Rivalutiamo i testimoni del nostro tempo: in quali termini e modalità?
Il testimone è colui che è saldamente formato, una casa sulla roccia.

Oltre alla formazione spirituale, occorre una formazione capace di far compiere scelte concrete di vita ai cristiani. Approfondiamo quest’aspetto, rileggendo anche le parole di Papa Francesco:

Il credente non è arrogante; al contrario, la verità lo fa umile, sapendo che, più che possederla noi, è essa che ci abbraccia e ci possiede. Lungi dall’irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti“ (Lumen Fidei n. 34).
3) Piste di riflessione per discernere qualche proposta
Quale forme di accompagnamento possono educare fin dall’adolescenza ad intendere la vita come vocazione e l’amore come decisione per sempre? Invito gli educatori, i genitori, gli insegnanti a porsi queste domande, a lasciarsi provocare a verificare la propria testimonianza, a confrontarsi con le diverse sensibilità presenti nell’ambiente in cui operano.” (Lettera, pagg. 47-48)

Si tratta di una verifica non più rinviabile.


Il primo passo è quello di mettere al centro il tema dell’educazione, non con una serie di iniziative, ma rilanciando un atteggiamento di attenzione e cura verso le giovani generazioni, verso i genitori.

In quali ambiti concreti ci può essere un confronto aperto con le diverse sensibilità in tema educativo?

Quali strumenti, opportunità, sussidi può offrire la Chiesa ambrosiana come segno di coinvolgimento e attenzione al mondo educativo?
Occorre riprendere anche il tema della SCUOLA: come i cristiani possono seminare l'evangelo nel campo della scuola? Quale presenza? Che alleanze educative si possono realizzare tra scuola, famiglia, parrocchia-oratorio-catechisti?

Le scuola paritarie cattoliche e di ispirazione cristiana devono ritrovare, recuperando i legami con le comunità ecclesiali locali, le ragioni e le motivazioni originarie, come offerta educativa che pone al centro la fede, intesa non in modo confessionale ed escludente, ma come forza critica e profetica, che illumina l'attività educativa orientandola, nella libertà, a una visione autentica dell'uomo e del suo destino, lasciandosi interpellare dalle sfide culturali del nostro tempo


Scheda per il Gruppo n. 6
LA CITTADINANZA
L’ambito della cittadinanza, o, in senso più lato, quello della vita sociale dell’uomo è uno dei campi del mondo nel quale maggiormente spesso si può avvertire una separazione tra fede e vita: la prima sempre più vissuta intimisticamente e la seconda abbandonata alle autonome dinamiche delle relazioni economiche, sociali e politiche.
1. Quali linguaggi e atteggiamenti?
I linguaggi utilizzati dai credenti in questo campo spesso denotano un’inadeguatezza comunicativa, che si trova a balbettare di fronte alle argomentazioni strutturate di gruppi organizzati che fondano il proprio agire sociale su parametri diversi da quelli generati dalla fede e dall’incontro con Cristo.

Qui, come ricorda l’Arcivescovo nella lettera pastorale, non si tratta di recuperare una nuova egemonia, ma certamente occorre saper dare le ragioni e motivare le conseguenze della propria fede anche nel momento sociale e di organizzazione politica.

In questo percorso può essere opportuno adottare uno stile dialogico che fondi la serenità del confronto sulla convinzione che la vita sociale che scaturisce da un cambiamento di vita ispirato al vangelo, è una buona notizia per tutti gli uomini, perché risponde all’essenza di ogni essere umano.

L’impegno nella società, nella costruzione della Polis, da questo punto di vista, richiederà un’intelligente opera di mediazione culturale, affinchè le intuizioni provenienti dall’esperienza della vita buona del vangelo possano acquistare un nome e cognome concreto e comprensibile dagli altri nella rete di relazioni umane.

Abbandonare pretese egemoniche vuol dire agire insieme agli altri, anche non credenti, riconoscendo ciò che di vero, in rapporto al vangelo, anche diverse posizioni hanno, e così costruirei un percorso comune.

Occorre però tener presenti le nuove sfide che la globalizzazione e la società plurale presentano, con la presenza di diverse “mondovisioni”. In questo contesto le stesse categorie di “laicità” e “bene comune” vanno ripensate, rimanendo in fedeltà all’insegnamento conciliare. Come ha ricordato il card. Angelo Scola nell’intervento Il significato del “bene comune”1, in una società plurale come l’attuale, non si danno aprioristicamente "etiche sostantive" su cui basare la convivenza: i diversi si ritrovano a progettare la convivenza senza poter contare sulle grandi narrazioni del passato, che suggerivano le coordinate del bene comune. Quest'ultimo non può che essere individuato oggi nella relazione e nella comunicazione, nel “bene dell’essere insieme”. La finalità dell'ambito politico è quindi convergere verso un «pensiero comune pratico»2, cioè uno «stesso insieme di convinzioni volte all’azione», accettando per il resto l'inevitabile divergenza delle mondovisioni. La laicità diviene allora lo spazio in cui tutti possono dire, in linguaggio accessibile a tutti, la propria visione, in vista del riconoscimento di quei valori specifici che la continua negoziazione identificherà man mano come tali. Ecco che, nella società plurale, la stessa “mediazione culturale” va ripensata, non più solo come traduzione dei principi cristiani nella società laica, ma come accoglimento di uno spazio culturale di incontro, nel dialogo, tra opzioni valoriali diverse in cui far traslucere, con umiltà e rispetto, lo splendore della verità del Vangelo e la sua testimonianza paradossale, come messaggio di libertà e come forza di liberazione.


2. Piste di riflessione per possibili proposte

a) L'agire politico concreto implica una imprescindibile competenza. Non basta essere buoni cristiani per essere buoni politici ma occorre essere buoni cristiani e buoni politici. Occorre cioè competenza insieme alla consapevolezza del limite della politica, che non è il luogo ove, fondamentalisticamente, far prevalere il tutto della propria visione. ma è il momento della ricerca paziente del bene comune possibile. Quando si tratta di individuare una regola, cioè una legge che debba valere per tutta la società, oppure quando si deve preparare il programma di un organismo politico si entra in uno scenario complesso e in relazione con soggetti che possono avere radici culturali diverse, che possono, secondo le regola della maggioranza democratica, far prevalere scelte non conformi ai punti di partenza espressi dal credente.

Per agire in questo campo occorre quindi più che mai una formazione.

b) La Chiesa non lascia sola i fedeli laici al riguardo, perché offre una serie di principi orientativi raccolti nella Dottrina Sociale della Chiesa. Per chi si accosti a questo materiale dottrinale è agevole cogliere che moltissimi principi espressi sono spesso dichiarati, magari con linguaggi o ordini logici differenti, anche da altre prospettive politico-culturali, e, anzi, sono spesso già divenuti patrimonio comune (si pensi ai principi personalistici e comunitari espressi nella nostra Costituzione repubblicana). Qui si gioca quindi per il credente una grande occasione anche missionaria: far emergere, in modo induttivo, come la fede illumini l'umano, fornisca il fondamento ultimo di una vita buona anche sociale.

Il cristiano ha quindi la grande possibilità di dialogare col mondo anche nell’ambito sociale e politico, offrendo ad esso le proprie ragioni e il fine ultimo del suo impegno, potendo trovare in questo percorso compagni di viaggio anche provenienti da altri ambiti culturali con cui individuare punti di incontro.


Occorre dunque che il cristiano, nell’ambito sociale e politico non si intimorisca, veda in tale campo un ambito che è indissolubilmente connesso con la propria fede, che trova nella dottrina sociale della Chiesa l’esplicitazione delle ragioni e obiettivi di fondo, sulla quale però poi ogni laico è chiamato ad effettuare un confronto, sul qui ed ora nel dialogo con la società nella quale vive.



Potrebbe servire pensare a momenti nei quali viene fatta conoscere, non solo agli addetti ai lavori, la dottrina sociale della chiesa, possibilmente con la partecipazione anche di non credenti. In quale modo?
c) Sarebbe auspicabile coinvolgere gli enti culturali che operano nella società, in modo da favorire un linguaggio comune e universale al riguardo. Così come sono utili momenti di confronto tra cristiani impegnati in politica.

Come garantire la chiarezza e adesione alla Verità da un lato e dall’altro la creazione di un terreno comune di confronto che non sia uno scontro per egemonie culturali? Come declinare le categorie di laicità e bene comune in una società plurale?
Come favorire un rete di relazioni tra coloro che, da cristiani, sono impegnati nella vita politica in partiti diversi in modo da garantire momenti di collegamento su temi cruciali?
L'impegno di costruzione delle polis non si esaurisce solo nel momento istituzionale, ma richiede una corresponsabilità di tutta la società. A tal fine occorre promuovere cittadinanza attiva e sussidiarietà.
d) Non mancano le iniziative le iniziative promotrici di cittadinanza attiva già in atto in diocesi, da potenziare, estendere ed aprire nella misura più conveniente a tutti coloro che abitano il campo-mondo:


  • Le iniziative di introduzione e formazione alla partecipazione in ambito sociale e politico

  • Le esperienze di volontariato sociale e servizio civile per i giovani e non solo

  • Le iniziative di tutela della giustizia e della legalità; di difesa dell’ambiente comune; di estensione delle pari opportunità a chi resta ai margini

Tutto ciò che riscatta i cittadini da una mentalità e da una condizione di sudditi e ne aumenta la consapevolezza critica, il superamento di una lamentazione generica e sterile, l’assunzione condivisa di responsabilità, il confronto e la cooperazione attiva per il raggiungimento di un obiettivo comune fa parte dell’azione condivisa e positiva in quel campo che è il mondo.


Per altro, la vita comunitaria e organizzata nelle parrocchie e nelle comunità pastorali costituisce di per sé una straordinaria occasione di partecipazione attiva e ordinata; una palestra continua in cui affinare le capacità tutt’altro che innate di dar voce e ruolo a ciascuno; una scuola di metodo, di auto-organizzazione inclusiva, e di sussidiarietà: il principio regolatore per cui se un soggetto che sta "più in basso" è capace di produrre da sé risposte utili alle proprie necessità, il soggetto che sta "più in alto" deve lasciargli questo compito, eventualmente sostenendone l'azione, e comunque vigilando e intervenendo in maniera coordinata affinché le necessità di tutti trovino risposta adeguata. Prassi corrente – e sempre da formare e affinare, in un cordiale rapporto tra pastori e fedeli laici - nelle parrocchie, negli oratori, nell’associazionismo.


1 Intervento al convegno “Più sociale nel social. Strategie e strumenti per diffondere il concetto di bene comune, Milano, 26 aprile 2012,. Sugli stessi temi, cfr. anche A. Scola, Buone ragioni per la vita in comune, Mondadori, Milano, 2010; A. Scola, Una nuova laicità. Temi per una società plurale, Marsilio, Venezia, 2007; A. Scola intervistato da A. Cazzullo, La vita buona, Ed. Messaggero, Padova, 2009.

2 J. Maritain, La voie de la paix, in Id., Œuvres complètes, vol. IX (1947-1951), Editions Universitaires Fribourg Suisse, Editions Saint Paul, Paris 1990, 143-164, citato da A. Scola, Il significato del bene comune. cit.





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