Schopenhauer Testi tratti da IL mondo come volontà e rappresentazione Par. IL mondo è una mia rappresentazione



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Schopenhauer

Testi tratti da Il mondo come volontà e rappresentazione


Par. 1. Il mondo è una mia rappresentazione.

“Il mondo è una mia rappresentazione”: ecco una verità che vale in rapporto a ciascun essere vivente e conoscente, anche se l’uomo soltanto è capace di accoglierla nella sua coscienza riflessa e astratta: e quando egli fa veramente questo, la meditazione filosofica è penetrata in lui. Diventa allora per lui chiaro e certo che egli non conosce né il sole né la terra, ma sempre soltanto un occhio, che vede un sole, una mano, che sente una terra; che il mondo, che lo circonda, non esiste se non come rappresentazione, vale a dire sempre soltanto in rapporto ad un altro, a colui che lo rappresenta, il quale è lui stesso. Se mai una verità può venire enunciata a priori, è proprio questa: perché essa è l’espressione di quella forma d’ogni possibile ed immaginabile esperienza, che è più universale di tutte le altre, più del tempo, dello spazio e della causalità; dato che tutte queste presuppongono appunto quella. E se ciascuna di queste forme, che noi abbiamo riconosciute tutte come altrettanti particolari modalità del principio di ragione, vale solo per una particolare classe di rappresentazioni, la divisione in oggetto e soggetto è invece forma comune di tutte quelle classi, è quell’unica forma sotto la quale qualsivoglia rappresentazione, di qualsiasi natura, astratta o intuitiva, pura o empirica, è possibile e pensabile. Nessuna verità è dunque più certa, più indipendente da ogni altra, meno bisognosa di una prova, di questa: che tutto ciò che esiste per la conoscenza, cioè questo mondo intero, è solamente oggetto in rapporto al soggetto, intuizione di chi intuisce, in una parola: rappresentazione. Naturalmente questo vale, come per il presente, così per ogni passato e per ogni futuro, per ciò che è più lontano come per ciò che è vicino: perché vale anche per il tempo e lo spazio, nei quali soltanto tutto viene distinto. Tutto quanto appartiene e può appartenere al mondo, ha inevitabilmente per condizione il soggetto ed esiste solo per il soggetto. Il mondo è rappresentazione. [...]

Solo dunque dal punto di vista indicato, ossia in quanto è rappresentazione, noi consideriamo il mondo in questo primo libro. Che, tuttavia, questa considerazione, nonostante la sua verità sia arbitraria, risulta evidente a ciascuno in virtù dell’intima riluttanza che egli prova a concepire il mondo soltanto come sua mera rappresentazione; anche se a questo concetto egli non può certo mai sottrarsi.
Par.17. L’uomo è un animale metafisico.

Nessun essere, eccetto l’uomo, si stupisce della propria esistenza; per tutti gli animali essa è una cosa che si intuisce per se stessa, nessuno vi fa caso. Nella pacatezza dello sguardo degli animali parla ancora la saggezza della natura; perché in essi la volontà e l’intelletto non si sono ancora distaccati abbastanza l’uno dall’altro per potersi, al loro rincontrarsi, stupirsi l’uno dell’altra. Così qui l’intero fenomeno aderisce ancora strettamente al tronco della natura, dal quale è germogliato, ed è partecipe dell’inconsapevole onniscienza della grande Madre. Solo dopo che l’intima essenza della natura (la volontà di vivere nella sua oggettivazione) s’è elevata attraverso i due regni degli esseri incoscienti e poi, dopo essere passata, vigorosa ed esultante, attraverso la serie lunga e vasta degli animali, è giunta infine, con la comparsa della ragione, cioè nell’uomo, per la prima volta alla riflessione: allora essa si stupisce delle sue proprie opere e si chiede che cosa essa sia. La sua meraviglia, però, è tanto più seria, in quanto essa si trova qui per la prima volta coscientemente di fronte alla morte, e, accanto alla caducità di ogni esistenza, le si rivela anche, con maggiore o minore consapevolezza, la vanità di ogni aspirazione. Con questa riflessione e con questo stupore nasce allora, unicamente nell’uomo, il bisogno di una metafisica: egli è dunque un animal metaphysicum. [...] Quanto più in basso si trova un uomo nella scala intellettuale, tanto meno misteriosa gli appare la stessa esistenza: gli sembra piuttosto che il tutto, così com’è, si comprenda da sé. [...] Al contrario l’ammirazione filosofica, che nasce in alcuni da questa contrapposizione dell’io al mondo, è condizionata da uno svolgimento superiore dell’intelligenza, ma non da questo soltanto: senza dubbio è anche la conoscenza della morte, e con essa la considerazione del dolore e della miseria della vita, ciò che dà il più forte impulso alla riflessione filosofica e alle spiegazioni metafisiche del mondo.


Par. 18. Fenomeno e noumeno.

“In verità, il senso tanto cercato di questo mondo, che mi sta davanti come mia rappresentazione — oppure il passaggio da esso, in quanto pura rappresentazione del soggetto conoscente, a quel che ancora può essere oltre di ciò — non si potrebbe assolutamente mai raggiungere, se l’indagatore medesimo non fosse nient’altro che il puro soggetto conoscente (alata testa d’angelo senza corpo).

Ma egli ha in quel mondo le proprie radici, vi si trova come individuo: ossia il suo conoscere, che è condizione dell’esistenza del mondo intero in quanto rappresentazione, avviene in tutto e per tutto mediante un corpo; le cui affezioni, come s’è mostrato, sono per l’intelletto il punto di partenza dell’intuizione di quel mondo. Codesto corpo è per il puro soggetto conoscente, in quanto tale, una rappresentazione come tutte le altre, un oggetto fra oggetti: i suoi movimenti, le sue azioni non sono da lui, sotto questo rispetto, conosciute altrimenti che le modificazioni di tutti gli altri oggetti intuitivi; e gli sarebbero egualmente estranee ed incomprensibili, se il loro senso non gli fosse per avventura svelato in qualche modo affatto diverso. In caso contrario, vedrebbe la propria condotta regolarsi con la costanza d’una legge naturale sui motivi che le si offrono, proprio come le modificazioni degli altri oggetti sono regolate da cause, stimoli, motivi. Ma non comprenderebbe l’influsso dei motivi meglio di quanto comprenda il nesso di ogni altro effetto, a lui visibile, con la causa rispettiva. All’intima, per lui incomprensibile essenza di quelle manifestazioni ed operazioni del suo corpo, egli seguiterebbe allora a dare i nomi di forza, qualità, carattere, a piacere: e non vedrebbe più addentro. Ma le cose non stanno così: al soggetto conoscente, che appare come individuo, è data la parola dell’enigma; e questa parola è volontà. Questa, e questa sola, gli da la chiave per spiegare il suo proprio fenomeno, gli manifesta il senso, gli mostra l’intimo congegno del suo essere, del suo agire, dei suoi movimenti. Al soggetto della conoscenza, il quale per la sua identità col proprio corpo ci si presenta come individuo, questo corpo è dato in due modi affatto diversi: è dato come rappresentazione nell’intuizione dell’intelletto, come oggetto fra oggetti, e sottomesso alle leggi di questi; ma è dato contemporaneamente anche in tutt’altro modo, ossia come quell’alcunché direttamente conosciuto da ciascuno, che la parola volontà esprime. Ogni vero atto della sua volontà è immediatamente e ineluttabilmente anche un moto del suo corpo: egli non può voler davvero l’atto, senz’accorgersi insieme ch’esso appare come movimento del corpo. L’atto volitivo e l’azione del corpo non sono due diversi stati conosciuti oggettivamente, che il vincolo della causalità collega; non stanno fra loro nella relazione di causa ed effetto: bensì sono un tutto unico, soltanto dati in due modi affatto diversi, nell’uno direttamente, e nell’altro mediante l’intuizione per l’intelletto. L’azione del corpo non è altro, che l’atto del volere oggettivato, ossia penetrato nell’intuizione.”
Par. 46. Homo homini diabolus.

“Inoltre la fonte principale del male più grave, che colpisce gli uomini, è l’uomo stesso: homo homini lupus. Chi considera bene quest’ultima cosa, scorge il mondo come un inferno, che supera quello di Dante in questo, che ognuno è diavolo per l’altro; a questo compito, poi, qualcuno è certamente più adatto di un altro, e più di tutti un arcidiavolo, che compare nella figura di un conquistatore e mette di fronte gli uni agli altri centinaia di migliaia di uomini e grida loro: “Soffrire e morire è il vostro destino: ora sparatevi contro con fucili e cannoni!”, ed essi lo fanno. Generalmente, però, l’ingiustizia, l’iniquità più grave, la durezza e la crudeltà rappresentano, di regola, il modo di agire degli uomini tra di loro: solo eccezionalmente si presenta un comportamento opposto. Da questo dipende la necessità dello stato e della legislazione, e non dalle vostre fandonie. In ogni caso, però, che non rientri nell’ambito delle leggi, si mostra subito la mancanza di scrupoli, propria dell’uomo, nei riguardi del suo simile, che deriva dal suo illimitato egoismo, e talvolta anche da malvagità. Come l’uomo si comporti con l’uomo, è mostrato, ad esempio, dalla schiavitù dei negri, il cui scopo ultimo è zucchero e caffè. Ma non v’è bisogno di andare così lontano: entrare nelle filande o in altre fabbriche all’età di cinque anni, e d’allora in poi sedervi prima per dieci, poi per dodici, infine per quattordici ore al giorno, ed eseguire lo stesso lavoro meccanico, significa pagar caro il piacere di respirare. Eppure questo è il destino di milioni, e molti altri milioni ne hanno uno analogo.”


Par. 54. Caratteristiche della volontà.

“Considerata in se stessa, la volontà è un impulso incosciente, cieco ed irresistibile. Tale si manifesta nella natura inorganica e vegetale, come pure nella parte vegetativa della nostra vita. Ma, grazie al mondo come rappresentazione, che le si offre sviluppandosi al suo servizio, la volontà diviene conscia di se stessa e del suo oggetto; sa che l’oggetto si riduce al mondo e alla vita che si realizza nel mondo. Perciò dicemmo che il mondo fenomenico è lo specchio e l’oggettività della volontà. Inoltre: siccome ciò che la volontà vuole è pur sempre la vita, perché la vita non è che la manifestazione della volontà per mezzo della rappresentazione, dire “volontà di vivere”, invece che semplicemente “volontà”, è tutt’uno.”


Par. 56. Volere è soffrire. Gradi di intelligenza, gradi di sofferenza.

“Già da tempo riconoscemmo che questo sforzo, costituente il nocciolo e l’in sé di ogni cosa, è tutt’uno con ciò che in noi, dove si manifesta con la massima chiarezza nella piena luce della coscienza, si dice volontà. Il suo impedimento per via di un ostacolo che ne impedisca il fine momentaneo, si dice sofferenza; mentre il conseguimento del suo fine si dice soddisfazione, benessere, felicità. Queste denominazioni si possono applicare anche ai fenomeni, più deboli di grado ma identici di natura, del mondo privo di cognizione. Anche questi, allora, ci si presentano affetti da un perpetuo soffrire, senza piacere durevole. Perché ogni tendere nasce da una privazione, da una scontentezza del proprio stato; è dunque, finché non soddisfatto, un soffrire; ma nessuna soddisfazione è durevole; anzi, non è che il punto di partenza di un nuovo tendere. Il tendere si vede sempre impedito, sempre in lotta, è dunque sempre un soffrire; non c’è nessun fine ultimo al tendere: dunque, nessuna misura e nessun fine al soffrire.

Ma ciò che nella natura incosciente possiamo scoprire soltanto con una riflessione acuta e faticosa, ci appare chiaramente nella natura consapevole, nella vita degli animali, di cui è facile dimostrare il soffrire continuo. Ma, senza indugiare su questo gradino intermedio, veniamo alla vita umana, dove tutto appare con la massima chiarezza, nella luce della conoscenza più distinta. Quanto più perfetto è il fenomeno della volontà, tanto più manifesto è il soffrire. Nella pianta non c’è ancora sensibilità, quindi non dolore; gli animali inferiori non hanno certo che un grado minimo di dolore; la facoltà di sentire e di soffrire è ancora limitata negli insetti, cresce col perfezionato sistema nervoso dei vertebrati, e sempre più cresce, quanto più si sviluppa l’intelligenza. Dunque: man mano che la conoscenza diviene più distinta, e che la coscienza si eleva, cresce anche il tormento, che raggiunge nell’uomo il grado più alto, e tanto più alto, quanto più l’uomo è intelligente; l’uomo di genio è quello che soffre di più.”
Par. 60. L’istinto sessuale non è altro che l’affermazione della volontà.

Ma la soddisfazione dell’istinto sessuale oltrepassa l’affermazione dell’esistenza particolare nei brevi limiti della propria vita, e afferma la vita oltre la morte dell’individuo, prolungandola nel tempo infinito. La natura, sempre conseguente, in questo caso è anche ingenua, svelando apertamente il significato dell’atto generativo. La coscienza stessa e la violenza dell’impulso ci rivelano, in questo atto, l’affermazione più decisa della volontà di vivere presa in tutta la sua purezza e senza elementi estranei (senza, ad esempio, la negazione degli altri individui); come risultato dell’atto, una vita nuova sorge nel tempo, nella serie causale, nella natura; diverso come fenomeno dal generante, il generato gli è identico in se stesso e nella sua idea. Perciò l’atto generativo collega generazioni successive in tutto ciò che si perpetua. Il generare, mentre per chi genera è l’espressione, il sintomo della sua energica affermazione di voler vivere, per il generato non è la ragione della volontà che si manifesta (la volontà in sé non ha né causa né effetto), ma una pura e semplice occasione per cui la volontà si manifesta nel tal tempo e nel tal luogo. Come cosa in sé, la volontà del generante non differisce da quella del generato: il fenomeno soltanto essendo soggetto al principio individuationis, non la cosa in sé. Quest’affermazione, che oltrepassa il proprio corpo, arrivando alla produzione di un organismo nuovo, implica insieme una riaffermazione del dolore e della morte come costitutivi essenziali della vita; e rende vana, per questa volta, la possibilità della redenzione per mezzo dell’intelligenza sollevatasi al più alto grado di perfezione; questo è il significato profondo che accompagna l’atto generativo.”


Par. 61. L’egoismo.

“Nella coscienza sollevatasi al più alto grado, nella coscienza dell’uomo, l’egoismo, al pari dell’intelligenza, del dolore e della gioia, deve raggiungere la sua massima intensità, e il conflitto provocatone fra gli individui deve scatenarsi nelle proporzioni più spaventose. Tale infatti è lo spettacolo che ci vediamo dappertutto dinanzi, nelle cose grandi e nelle piccole. Terrificante, nella vita dei tiranni e dei malfattori, nelle guerre che riempiono la terra di stragi; ridicolo, e tema da commedia, nella vanità presuntuosa […]; lo spettacolo ci appare nella storia del mondo, allo stesso modo con cui si manifesta nella nostra esperienza quotidiana. E raggiunge poi la massima evidenza quando una folla si scatena violando ogni legge e ogni principio d’ordine, mettendo in chiara luce il bellum omnium contra omnes di cui Hobbes tracciò un quadro così ammirevole […]. Ciascuno allora tenta di strappare all’altro ciò che desidera per sé; non solo, ma spesso, per accrescere di un nonnulla il proprio benessere, non ha il minimo scrupolo di distruggere l’intera felicità e la vita dei propri simili. E’ questa, dell’egoismo, la più energica espressione; oltrepassabile solamente dalla malvagità vera e propria, che cerca il danno e il dolore altrui per puro diletto, senza il pensiero di trarne vantaggio.”


Par.66. La compassione.

“Se poi ora ci capita, come rara eccezione, un uomo, il quale per avventura possegga una considerevole rendita, ma di questa poco prenda per sé, e tutto il rimanente dia ai miseri, mentre egli medesimo di molti godimenti e comodi si privi; e se noi cerchiamo di spiegarci la condotta di quest’uomo troveremo [...] essere questa la più semplice, generica espressione, e questo il carattere essenziale della sua condotta: che egli sente meno la differenza, di quanto solitamente si faccia, tra sé e gli altri. Se per l’appunto questa differenza, agli occhi di tanti altri, è così grande, che l’altrui dolore è per il malvagio fonte di gioia, per l’ingiusto è un gradito mezzo per conseguire il proprio benessere; e se quegli ch’è semplicemente giusto si limita a non causar quel dolore; e se in genere la maggior parte degli uomini vede vicino a sé innumerabili dolori altrui, ma non si risolve a mitigarli, perché dovrebbe a tal fine patire a sua volta qualche privazione; se dunque a ciascuno di questi uomini sembra che un forte divario passi tra il proprio io e l’altrui; a quel generoso invece, che noi immaginammo, non pare quel divario così considerevole. Il principium individuationis, la forma del fenomeno, non lo tiene più così stretto; invece il dolore, ch’egli vede in altri, lo tocca quasi come il suo proprio: egli cerca perciò di tener tra questo e quello l’equilibrio, si nega godimenti, si assume privazioni, per attenuare i mali altrui. Si persuade che la distinzione tra lui e gli altri, la quale è per il malvagio un sì grande abisso, è in realtà prodotta da un effimero, illusorio fenomeno; conosce, direttamente e senza bisogno di sillogismi, che l’in-sé del suo proprio fenomeno è pure quello degli altri, ossia è quella volontà di vivere, che costituisce l’essenza d’ogni cosa e in tutto vive; conosce, anzi, che quest’essenza si estende fino agli animali e alla natura intera: perciò non tormenterà mai un animale


Par.67. L’amore è compassione

Abbiamo veduto come dall’oltrepassamento del principii individuationis venisse, nel grado minore, la giustizia, e nel maggiore la bontà vera e propria dell’animo, la quale ci si mostrò come puro, ossia disinteressato amore per gli altri. Dove quest’amore si fa perfetto, rende l’individuo estraneo e il suo destino affatto pari al nostro: più in là non si può andare, non essendovi ragione di preferire l’altrui individuo al nostro. Può nondimeno la massa degli individui estranei, il cui benessere o la cui vita siano in pericolo, prevalere sui riguardi del bene individuale. In tal caso il carattere asceso all’altissima bontà e alla perfetta generosità sacrifica in tutto il suo bene al bene dei più: così periva Codro, così Leonida, così Regolo, così Decio Mure, così Arnoldo di Winkeried, così ciascuno, che volontariamente e consapevolmente per i suoi, per la patria va a morte sicura. Alla medesima altezza sta chiunque di buon animo affronti dolore e morte per l’affermazione di ciò che all’umanità intera giova ed a buon diritto spetta, ossia per verità generali e importanti, e per l’estirpazione di grossi errori. Così periva Socrate, così Giordano Bruno. così trovarono tanti eroi della verità la morte sul rogo, tra le mani dei preti. [...]



Quel che perciò bontà, amore e nobiltà possono fare per altri, è sempre nient’altro che lenimento dei loro mali; e quel che per conseguenza può muoverle alle buone azioni e opere dell’amore, è sempre soltanto la conoscenza dell’altrui dolore, fatto comprensibile attraverso il dolore proprio, e messo a pari di questo. Ma da ciò risulta che il puro amore (agape, caritas) è, per sua natura, compassione.
Par.68. Negare la volontà.

Conosce il tutto, ne comprende l’essenza, e la trova sempre involta in un continuo perire, in un vano aspirare, in intimo contrasto e in perenne dolore; vede, dovunque guardi, la sofferente umanità e la sofferente animalità, e un mondo evanescente. E tutto è a lui così vicino, com’è vicina all’egoista la sua propria persona. Ora, come potrebbe egli mai, con tal conoscenza del mondo, questa vita affermare con continui atti di volontà, e in siffatto modo sé ognora più strettamente alla vita avvincere, sempre più forte a sé stringerla? Se dunque colui il quale ancor prigioniero nel principio individuationis, nell’egoismo, soltanto singole cose conosce, e il rapporto di esse con la sua persona; e quelle diventano poi motivi sempre rinnovati del suo volere; viceversa quella cognizione del tutto, dell’essenza delle cose in sé, diventa un quietivo della volontà in genere e in particolare. La volontà si distoglie oramai dalla vita: ha orrore dei suoi piaceri, nei quali riconosce l’affermazione di quella. L’uomo perviene allo stato della volontaria rinunzia, della rassegnazione, della vera calma e della completa soppressione del volere. A noi, che ancora avvolge il velo di Maya, traluce a momenti, in mezzo a dolori nostri pesantemente sofferti o a dolori altrui vivacemente percepiti, la conoscenza della vanità e amarezza della vita, e allora con piena, definitivamente risoluta rinuncia vorremmo strappare al desiderio il suo pungolo, a ogni dolore sbarrare il cammino, purificarci e santificarci; ma tosto ci riafferra nelle sue maglie l’illusione del fenomeno, e di nuovo i suoi motivi mettono in moto la volontà: né perveniamo a districarcene. Gli adescamenti della speranza, la lusinga del presente, la dolcezza dei piaceri, il benessere, ond’è partecipe la nostra persona in mezzo al travaglio d’un mondo doloroso, in balìa del caso e dell’errore, ci traggono novellamente a sé e stringono di nuovo i legami. Perciò dice Gesù: «È più facile a una gomena passare attraverso una cruna d’ago, che a un ricco venire nel regno di Dio». Paragoniamo la vita a un’orbita fatta di carboni ardenti, con pochi spazi freddi, orbita che noi dobbiamo senza posa percorrere: a chi in quell’orbita è preso da conforto il piccolo spazio freddo, sul quale per il momento egli si trova, o che vicino innanzi a sé vede, e continua a percorrere l’orbita. Ma quegli che, guardando oltre il principium individuationis, conosce l’essenza delle cose in sé, e quindi il tutto, non è più sensibile a quel conforto: vede se stesso contemporaneamente su tutta l’orbita, e ne viene fuori. La sua volontà muta indirizzo, non afferma più la sua propria essenza, rispecchiantesi nel fenomeno, bensì la rinnega. Il processo, con cui ciò si manifesta, è il passaggio dalla virtù all’ascesi. Non basta più a quell’uomo amare altri come se stesso, e far per essi quanto fa per sé; ma sorge in lui un orrore per l’essere, di cui è espressione il suo proprio fenomeno, per la volontà di vivere, per il nocciolo e l’essenza di quel mondo riconosciuto pieno di dolore.
Par.69. Il suicidio non è negazione della volontà.

Da questa negazione della volontà di vivere, [...] nulla si discosta tanto come l’effettiva soppressione del proprio singolo fenomeno: il suicidio. Lungi dall’esser negazione della volontà, esso è invece un atto di forte affermazione della volontà stessa. Il suicida vuole la vita, ed è solo malcontento delle condizioni che gli sono toccate. Egli non rigetta perciò in nulla la volontà di vivere, ma soltanto la vita, distruggendone il singolo fenomeno. Vuole la vita, vuole la libera esistenza ed affermazione del corpo; ma ciò non gli è consentito dall’intreccio delle circostanze, e

gliene viene un grande dolore. La volontà di vivere viene a trovarsi in questo singolo fenomeno tanto compromessa, da non poter più svolgere la propria tendenza. Allora essa prende una risoluzione conforme alla propria essenza in sé; la quale sta fuor delle forme del principio di ragione, e tiene quindi per indifferente ogni isolato fenomeno, essendo ella medesima intangibile da nascita e da morte, e costituendo l’intimo della vita di tutte le cose. Quella medesima salda, profonda certezza, la quale fa sì che noi tutti viviamo senza il continuo terror della morte, ossia la certezza che alla volontà non verrà mai meno il suo fenomeno, sorregge anche il gesto del suicida.

La volontà di vivere si palesa dunque altrettanto nel suicidio (Shiva), quanto nel benessere della propria conservazione (Visnù) e nella voluttà della generazione (Brahma). Questo è il significato profondo dell’unità della Trimurti, la quale è tutta in ciascun uomo sebbene ella nel tempo alzi ora l’una, ora l’altra delle sue tre teste. Come l’oggetto singolo sta all’idea, così sta il suicidio alla negazione della volontà: il suicida nega soltanto l’individuo, non la specie. Già vedemmo che, essendo alla volontà di vivere sicura sempre la vita, ed essenziale alla vita il dolore, il suicidio o



arbitraria distruzione di un fenomeno isolato è azione in tutto vana e stolta: che sopprimendo il fenomeno rimane intatta la cosa in sé, come sussiste l’arcobaleno, per veloci che si succedano le gocce le quali nell’attimo lo sostengono.
Par. 71. Nirvana.

In tal modo, dunque, considerando la vita e la condotta dei santi, che invero raramente ci è dato di incontrare nella nostra esperienza, ma che ci vengono posti sotto gli occhi dalle loro storie e, col suggello dell’intima verità, dall’arte, dobbiamo discacciare la tetra impressione di quel nulla, che ondeggia come ultimo termine in fondo ad ogni virtù e santità e che noi temiamo, come i bambini le tenebre, e non già, come fanno gli indiani, eluderlo con miti e parole prive di senso, come il riassorbimento in Brahma o il Nirvana dei buddisti. Noi vogliamo piuttosto dichiararlo liberamente: ciò che rimane dopo la totale soppressione della volontà è certo, per tutti coloro che della volontà sono ancora pieni, il nulla. Ma al contrario per coloro nei quali la volontà si è spontaneamente rovesciata e rinnegata, questo nostro universo tanto reale, con tutti i suoi soli e le sue vie lattee, questo, propriamente questo, è il nulla.



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