“Scienza, analogia, astrazione



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25.03.2019
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“Scienza, analogia, astrazione. Tommaso d’Aquino e le scienze della complessità”

di Alberto Strumia, Alessandro Salucci, Antonio Olmi, Franco Bertelè. (ed. Il Poligrafo)


Presentazione del libro
Lunedì 23, ore 18,30.
Relatore 1: Alessandro Salucci
Relatore 2: Alberto Strumia, professore ordinario di meccanica razionale all’università di Bari
Moderatore: C. Grotti
C.Grotti:.. questa presentazione del libro intitolato “Scienza, analogia, astrazione: Tommaso d’Aquino e le scienze della complessità”: il libro è stampato dalle edizioni Poligrafo di Padova ed è un libro scritto a più mani: gli autori sono, rispettivamente, Alberto Strumia, Alessandro Salucci, Antonio Olmi e Franco Bertelè: due di essi sono presenti qui stasera e poi ve li andrò a presentare.

E’ un libro che si inserisce perfettamente in quello che è il tema del Meeting di quest’anno: a tema è la scienza, la scienza nei suoi fondamenti, e come saprete, spesso la scienza è stata vista ed interpretata in rapporto all’ignoto: certo oggi l’ignoto che è appunto a tema anche del Meeting - l’ignoto ed il mistero – non è più concepito come in epoca positivista come il non ancora conosciuto, ma sostanzialmente ed essenzialmente conoscibile: l’ignoto genera paura, in clima di cultura nichilista l’ignoto è una presenza minacciosa che rende nemica la realtà: in questo clima, in questo clima culturale la scienza è spesso ridotta ad un linguaggio come altri, ad un gioco linguistico di cui bisogna prendere le regole ma senza porre a tema la domanda sui fondamenti delle scienze stesse: ebbene questo libro invece si propone una riconcettualizzazione, in qualche modo, del metodo scientifico: è cosciente che le più recenti scoperte scientifiche richiedono una riconsiderazione di quello che è il metodo scientifico, una sua dilazione (?) in senso qualitativo: questo anche perché gli scienziati, proprio a partire dalle ultime scoperte scientifiche sono giunti a porre, a riproporre quelle che erano le grandi tematiche metafisiche, gnoseologiche del pensiero classico: ecco allora perché gli autori del libro hanno ripreso due momenti concettuali profondi della filosofia di san Tommaso d’Aquino, come appunto l’analogia e l’astrazione ed hanno cercato di vedere la valenza che questi concetti hanno all’interno delle scienze della complessità; con noi questa sera sono Alberto Strumia che è professore ordinario di meccanica razionale presso l’università di Bari, che ha pubblicato numerosi saggi di filosofia della scienza e di fisica matematica, tra cui ricordiamo “L’uomo e la scienza nel magistero di Giovanni Paolo II” e un’introduzione alla filosofia delle scienze: con noi è anche Alessandro Salucci che dopo un itinerario di studi scientifici si è dato a studi teologici e filosofici: la parola ad Alberto Strumia.


Alberto Strumia: Desidero ringraziare il professor Grotti per la presentazione e confesso che pensavo che forse questa presentazione non si sarebbe tenuta, perché non credevo che, leggendo il titolo del libro, molti avrebbero avuto il coraggio di venire a cimentarsi con un tema del genere, mentre invece la vostra presenza, per la quale vi ringrazio, segnala che, al di là di quello che può esserci scritto in un libro o al di là di chi parla, conosciuto o non conosciuto – a parte amici e parenti - rivela un qualcosa che è interessante per sé stesso: un qualcosa anzi, che è attuale per la sua antica permanenza: la verità è sempre attuale.

Analogia ed astrazione: due parole che sono gradualmente scomparse dal pensiero filosofico e non sono sostanzialmente presenti nel pensiero scientifico moderno e contemporaneo.

Due parole che io ho riscoperto prendendo in mano testi di filosofia aristotelica e testi di filosofia tomistica e mi sono accorto che sono due parole chiave: spesso la chiave delle porte più importanti viene sotterrata o nascosta o smarrita: il pensiero filosofico si è volto alla dialettica in luogo dell’analogia.

Cosa voleva dire - in due parole – analogia: voleva dire che ci sono delle parole fondamentali come “ente”, come “essere”, come “bene”, come “vero”, come “uno” - ciò che esprime l’unità - che si possono dire con una molteplicità di ricchezza di significati: la realtà non si esaurisce in una formula: la realtà è più ricca: tuttavia questa differenza di significati vede qualcosa che accomuna tutte le realtà descrivibili con quella parola: quando si dice “essere”, quando si dice “ente” si può dire l’ultima particella elementare così come l’uomo, il vivente, il, vivente che pensa, così come al massimo grado, Dio.

Sostituire questa parola con lo schema dialettico della contraddizione a due poli, uno schema binario, un’affermazione ed una negazione, poi una riaffermazione di qualcos’altro, è una semplificazione troppo drastica.

Lascio la parola “astrazione” a Salucci perché è il suo compito parlarne: due parole chiave che stranamente si ritrovano, cominciano a riaprirsi uno spazio oggi non nel pensiero filosofico e teologico per sé, anche se non si esclude uno spazio anche in queste, ma stranamente nell’ambito della ricerca scientifica, e questa è la grande sorpresa, credo, di questi ultimi decenni.

In fondo, analogia ed astrazione hanno sempre accompagnato la ricerca scientifica, però le hanno accompagnate come viaggiatrici esterne, rispetto al cammino della ricerca: non c’è, nella matematica, nella logica matematica, nella fisica, nella chimica o in quello che volete, nelle scienze nel senso moderno del termine, non ci sono teorie dell’analogia, non ci sono definizioni o teoremi sull’analogia in matematica: invece, recentemente, ci si è accorti che, per poter proseguire nella ricerca scientifica, occorre dilatare lo schema riduzionistico che è proprio della scienza moderna, occorre ampliare lo stesso schema logico-matematico: non basta più uno schema uno schema, come si dice, univoco, ma occorre potere creare una logica, se vogliamo anche una matematica, in cui “analogia” abbia uno spazio, abbia una sua formulazione come interna: io spesso faccio un paragone – è interessante questo, che siano le scienze ad accorgersi della molteplicità dell’essere, e questo può ridar fiato anche al pensiero filosofico e forse anche al pensiero teologico.

Io spesso faccio un paragone molto semplice, molto elementare, ma credo, suggestivo: come si fa ad accorgersi della rotondità della superficie terrestre: in parallelo come si fa ad accorgersi che l’ente, l’essere è analogo, si dice in molti modi e non è riducibile solo allo schema strettamente fisico-matematico: ci sono due modi: un modo è quello di prendere un razzo, si va in orbita e si vede direttamente, dall’esterno, la rotondità della terra; questo, se vogliamo, è il modo con cui poteva lavorare anticamente, potrebbe lavorare anche oggi, la filosofia e la teologia: dall’esterno della disciplina scientifica, tu la osservi e vedi, così come dall’esterno della terra vedi la rotondità della terra: questo però non può essere il modo in cui procede uno scienziato ed un ricercatore, che deve lavorare dall’interno del proprio metodo, non può andar fuori.

Allora, l’altro modo qual è: è quello che si è adottato fino a che non si poteva disporre di mezzi per andare in orbita: io faccio delle misurazioni dall’interno, camminando sulla superficie terrestre, costruisco dei triangoli e mi accorgo che la geometria a cui obbediscono non è quella del piano, ma è quella della sfera: trovo dei triangoli in cui la somma degli angoli interni è più grande di 180 gradi, come succede su tutte le sfere: provate a costruire un triangolo partendo dall’equatore, avete due angoli retti, coi meridiani, ed arrivate al polo, ci aggiungete un altro angolo, avete più di 180 gradi: qualcosa di simile sembra compiere il pensiero scientifico oggi: si sta accorgendo dall’interno che affinché la razionalità scientifica, affinché la scienza stessa possa proseguire nella sua ricerca, i metodi usati fino ad adesso non bastano più: questo non significa che si butta via tutto, non significa che ciò che si è fatto non è valido: significa che è impossibile proseguire ad affrontare l’oggetto stesso della scienza, l’oggetto nella sua complessità, nella sua totalità, se non si fa un passo in più, se non si fa un passo di apertura: questo significa certamente che il momento che stiamo vivendo adesso è un momento interessante: è un momento interessante perché, come hanno osservato degli scienziati siamo in una fase di possibile riconcettualizzazione del pensiero scientifico.

“Quali che siano le nostre preoccupazioni professionali” – dice Prigogin (?) in un suo scritto - “La complessità: esplorazioni nei nuovi campi della scienza” che è uscito da Einaudi diversi anni fa – “quali che siano le nostre preoccupazioni professionali non possiamo non avere la sensazione di vivere in un’era di transizione” – sono scienziati che parlano, non sono preti, filosofi o teologi che fanno la morale sulla scienza perché la bomba atomica è cattiva: sono scienziati che per fare della fisica, della termodinamica, si accorgono che bisogna ripensare la razionalità scientifica.

Questo significa la possibilità di una credibilità all’interno del mondo scientifico di questo tipo di discorso: non era mai successo prima, in una maniera così significativa. Continua: “non è possibile anticipare che cosa nascerà da questo periodo di transizione, ma è chiaro che la scienza è obbligata – obbligata - a giocare un ruolo sempre più importante nello sforzo di affrontare la sfida di capire, di dare nuova forma all’ambiente che ci circonda e colpisce il fatto che in questo momento cruciale la scienza stessa stia attraversando un periodo di riconcettualizzazione” – cioè deve ripensare i modi in cui lavorare - “è interessante indagare su come un simile cambiamento sia potuto avvenire in così breve tempo” - perché queste tematiche si sono diffuse nella letteratura scientifica, anche divulgativa, a partire dagli anni sessanta, non prima, non molto prima; certe cose Poincarré le aveva già capite a cavallo fra la fine dell’ottocento ed il novecento, altri avevano fatto altre osservazioni, però quella che viene chiamata la complessità è diventata oggetto di indagine negli ultimi decenni, per tante ragioni, di carattere storico, di tutto quello che vogliamo.. seconda osservazione che colpisce è il sincronismo dell’esplodere di questo tipo di interrogativi e di problematiche contemporaneamente nell’ambito di tutte le scienze; lasciamo pur stare le scienze umane, ma guardiamo anche solo alle scienze fisico-matematiche naturali: fisica, chimica, biologia, informatica, ricerche sull’ambito del rapporto mente-cervello e scienze cognitive, cosiddetta intelligenza artificiale, problemi di informatica… oggi, parlando con gli ingegneri vengono fuori problemi di metafisica: per far funzionare il computer, per riuscire a capire in che modo la macchina possa apprendere o meno, o possa elaborare nozioni universali, devi ritirar fuori tematiche come l’analogia e l’astrazione.

Naturalmente, io devo contenermi nei tempi, quindi dò solo alcuni accenni forti – bisognerà pure che qualcuno che è interessato compri il libro, altrimenti l’editore mi punisce – chi vuole approfondimenti li può trovare nel testo: dò solo una serie di flash che indicano, come è stato detto nell’introduzione, che oggi si esige, non solo un accumulo quantitativo di ulteriori cognizioni, per aumentare il patrimonio delle conoscenze scientifiche, ma si esige un mutamento qualitativo, un mutamento nella natura stessa del modo di concepire la conoscenza scientifica, ripeto, non per eliminare il passato, ma per potere ampliare e proseguire in qualche cosa che in un certo senso supera la scienza stessa nella sua formulazione tradizionale: la ragione umana, la razionalità è più ampia di quanto non sia stato inteso finora nell’ambito della razionalità scientifica.

Come procedere, faccio un passo ulteriore, in questo tipo di ricerche? Si potrebbe pensare di partire da zero: “vabbé, abbiamo fatto tutta la scienza fino ad adesso eccetera, adesso ripartiamo”: molto ingenua questa modalità; non si può tutte le volte ripartire dalla clava, ovviamente: è insensato, non porta a risultati e rischia di perdere anche il positivo precedentemente ottenuto; seconda possibilità: – ne elenco alcune, chissà quante ce ne sono – quella di cercare di costruire in maniera spontanea questo ampliamento, la cosiddetta filosofia spontanea degli scienziati; gli scienziati oggi hanno certamente una grande specializzazione nel loro campo, ma molto spesso non hanno una formazione filosofico-metafisica adeguata: pensare di elaborare una razionalità filosofico-metafisica spontaneamente, ingenuamente, è altrettanto pericoloso e infantile e insufficiente: non basta che un premio Nobel, per il fatto che è premio Nobel nel suo settore disciplinare esprima concezioni metafisiche e filosofiche per dire delle cose giuste: tante volte si sentono premi Nobel che dicono delle ingenuità dal punto di vista filosofico e teologico che non si reggono: è comprensibile, non hanno lavorato in quel settore: però attenzione a non farsi ingannare.

Sembrerebbe molto più saggia la soluzione di un confronto con il pensiero antico: nell’ambito del pensiero soprattutto greco e medievale – manteniamoci nell’ambito di una tradizione europea da cui è nata la scienza – troviamo affrontate delle problematiche, da un punto di vista sistematico e filosofico, con una profondità, anche se con un linguaggio e con formulazioni diverse da quelle a cui siamo abituati, che corrispondono molto bene alle domande logiche e metafisiche che nascono dalle scienze di oggi: certe questioni, appunto sull’analogia e sull’astrazione, trovano questo tipo di corrispondenza: allora la prima cosa da fare, realisticamente, è confrontarsi con queste riflessioni antiche che avevano una sistematica razionale non indifferente, ed erano arrivati a livelli di comprensione dal punto di vista logico, metafisico, ed anche gnoseologico, psicologico, tutt’altro che di scarso rilievo, ma di grande profondità.

Certamente oggi assistiamo a molti modi di reagire a questi problemi: non manca neppure un modo di reagire di chiusura, non manca neppure un modo di reagire di rifiuto della novità: mi è capitato più di una volta di parlare con illustri fisici, anche dibattendo in conferenza, e di sentirmi dire che di questi problemi non si deve parlare perché la scienza sta andando avanti benissimo ugualmente e quindi c’è tutta una letteratura che pone questo tipo di domande che è nociva, è negativa.

Con tutto il rispetto, però più di una volta mi sono permesso di dire che questa cosa era già successa quando qualcuno si era rifiutato di guardare dentro al cannocchiale di Galileo, ed era molto pericoloso ripetere l’operazione, oggi; che bisognava avere il coraggio di guardare le cose in faccia.

Io adesso, nel poco tempo che vorrei ancora impegnare, perché credo di avere già preso una buona fetta, se non oltrepassato il mio limite, accennerò solamente a qualcosa – ho portato diversa roba per potere estrarre qua e là – oggi vediamo emergere il problema – che ho intitolato con la parola “analogia” in diversi ambiti delle scienze: ma fino a che certi problemi emergevano a livello delle scienze umane, o anche delle scienze biologiche, ma non della fisica, della matematica, delle scienze “dure”, considerate il modello di tutte le altre, la cosa pareva poco convincente: far notare che un vivente è qualcosa di più del mucchio di atomi che lo compongono poteva sembrare vitalismo, poteva sembrare ancora il pretendere di inserire qualcosa di estraneo o addirittura di spirituale, considerato abusivo dal materialismo scientifico: ma quando i fisici ed i matematici si sono accorti che lo schema riduzionistico – cosa vuol dire lo schema riduzionistico, significa semplicemente scoprire che il tutto è più della collezione delle parti, o come si dice in maniera gergale ma significativa “il tutto non coincide con la somma delle parti”: quando di questo se ne sono accorti i fisici? Facendo della matematica.

Allora la cosa è diventata inevitabile: in termini un po’ più tecnici, senza appesantire, ma per farmi intendere da chi conosce un po’ queste cose, è la scoperta della non-linearità, del non-lineare: in matematica si è sempre lavorato con equazioni lineari: cosa sono le equazioni lineari? sono delle equazioni in cui io prendo due soluzioni del problema, vado a sommarle, la somma di due soluzioni è ancora una soluzione; questo, detto in termini matematici, può piacere ad alcuni e meno ad altri; se andiamo al mare lo capiamo tutti: quando vediamo le onde del mare, due onde che si incontrano, possono sommarsi dando un risultato più ampio: due onde coincidono, vengono a sovrapporsi e si sommano: la somma è ancora un’onda, è ancora qualche cosa che risponde allo stesso problema, almeno in prima approssimazione: finora la fisica si è fatta sempre così; oggi ci si è accorti che in realtà questa è un’approssimazione, che la maggioranza delle equazioni che descrivono il mondo fisico, pur non essendo la realtà, ma solo una descrizione della realtà, non sono lineari: questo comporta tanti problemi dal punto di vista tecnico, ma soprattutto comporta il fatto che la somma di due soluzioni normalmente non è una soluzione in una equazione lineare, e quindi che sommando delle parti non ottengo un tutto, o viceversa, prendendo un tutto non lo posso decomporre in parti da cui dedurre tutte le informazioni sul tutto: il tutto ha qualcosa in più; Aristotele questo qualcosa in più lo chiamava “forma”, se vogliamo fare un salto un po’ metafisico: ovviamente nel libro le cose sono descritte senza questi salti così bruschi dal punto di vista logico: ecco che il confronto diventa interessante: ma di questo se ne sono accorti i chimici: la molecola è qualcosa che ha delle proprietà che non si deducono tutte dalle sole proprietà dei singoli atomi separati, e così via: e questo, lo si è visto perfino in logica, lo si vede nella geometria, la geometria dei frattali, - ci sarebbero cose anche simpatiche, anche gradevoli, anche belle da dire che ovviamente qui non vengono dette.

Ecco che, se immaginiamo di esaminare un po’ una descrizione nell’ambito di tutte le scienze, ci accorgiamo che è inevitabile superare il riduzionismo, la possibilità di ridurre il tutto alla somma di parti: ma questo ci apre all’analogia perché vuol dire che allora esistono livelli differenziati perfino nell’oggetto dell’indagine scientifica: l’oggetto ha molti modi, molti livelli di organizzazione e ciascuno ha delle proprietà che lo identificano come un tutto e quindi quell’oggetto stesso può essere detto, descritto come un ente secondo modalità diverse che sono irriducibili l’una all’altra, perché sono differenti qualitativamente, sono differenti per natura, non si possono semplicemente sommare.

Fino ad adesso noi abbiamo cercato di descrivere la materia, invece, tramite i mattoni: in fondo, cosa sono le particelle: sono cose della stessa materia di questo tavolo, e noi pensiamo, combinandole diversamente, di ottenere sostanze e materiali diversi: la descrizione antica invece si basava su principi: i principi non erano cose, ma erano delle realtà, chiamiamole così, che rendevano possibili le cose, e come tali quindi non erano osservabili o misurabili: tuttavia coesistendo, e formando un “unicum”, un qualche cosa di uno, caratterizzavano le varie cose.

E’ chiaro che quando si descrive il vivente o si descrive l’uomo questo modo di lavorare è significativo e necessario: ma oggi si comincia a capire che anche per comprendere il mondo complesso della realtà fisica e della realtà chimica questo tipo di approccio, che ancora gli scienziati faticano a vedere, ma è in qualche modo alle porte, può rendersi necessario.

E’ possibile allargare alla razionalità senza rinunciare allo schema dimostrativo, perché scienza in fondo vuol dire qualcosa che dimostra, oltre che descrivere: è possibile riorganizzare la razionalità in questo modo? Anticamente ci si era riusciti: oggi abbiamo gli strumenti scientifici che chiedono questo tipo di allargamento che è una grande possibilità che si offre al pensiero contemporaneo: concludo – non sto a parlare dell’intelligenza artificiale, eventualmente dirà Salucci – osservando qualcosa di estremamente pratico: in questi giorni, ieri, oggi, ascoltavo qui al Meeting diverse testimonianze di diverse persone e mi accorgevo sempre di più che non è semplicemente una riorganizzazione strutturale, un riassestamento, uno spostamento di cose o di leggi, di norme, ciò che può dare respiro al mondo di oggi, alla società di oggi: occorre una nuova cultura, occorre non semplicemente rimescolare le cose in modo che la somma delle parti risulti meglio ordinata: questa in fondo è una filosofia univoca, è una filosofia che affida tutto alle strutture ed alle leggi, e sappiamo quanto questo tipo di ideologia abbia mostrato la sua insufficienza e la sua negatività.

Oggi non ci possiamo preoccupare solo di economia , di politica e di ristrutturazione: abbiamo bisogno di cultura, abbiamo bisogno di rieducare la mente, e quindi di rieducare l’intelligenza e la libertà, di rieducare l’uomo: là dove esiste questa riscoperta della razionalità, della verità e dei fondamenti che dirigono, che rendono possibile l’esistenza delle cose, rendono possibile la comprensione e la verità delle cose, facciamo certamente un servizio alla società che diversamente senza un punto di riferimento obiettivo perde se stessa.

Forse le scienze, oggi, per prime, cominciano ad accorgersi il loro stesso schema dimostrativo, pensiamo ai teoremi di Ghedel (?), per esempio, si blocca se non compie questo passo di approfondimento dei princìpi: questa possibilità di ritrovare il rapporto con la verità dovrebbe poter ridare fiato alla filosofia, alla teologia, alla letteratura, a tutti i campi del sapere umano e del vivere umano, della socialità umana . Tutte le conseguenze si possono immaginare liberamente. E’ chiaro che il libro non pretende di arrivare a queste conseguenze, ma semplicemente di aprire una finestra sulle problematiche ad alcune delle quali ho fatto accenno in questa esposizione. In questo senso è una provocazione .Molte soluzioni oggi si affacciano: soluzioni di tipo panteistico, di tipo gnostico, di tipo pseudo religioso ,di tipo ultrariduzionistico, di tipo irrazionalistico, a ogni parola sappiamo dare un qualche significato. Io ho riconosciuto in un approccio di tipo aristotelico tomista , attraverso un lavoro che abbiamo fatto insieme in quattro, pur provenendo da formazioni culturali diverse , una possibilità o forse la possibilità per oggi. È’ una strada da percorrere , non so quanti la percorreranno, perché nessuno ci finanzia . Sicuramente le massonerie e le mafie non gradiscono questo tipo di operazione culturale. Però il coraggio dell’amore alla verità, sostenuto dal coraggio della fede , perché se non c’è quello difficilmente si ama la verità , può succedere ma è una grazia di Dio comunque ,può dare la possibilità di fare dei passi in questa direzione. Grazie.



GROTTI: La parola adesso ad Alessandro Salucci .

SALUCCI: Professor Strumia ha affrontato una delle due interfaccia con cui questo libro , che nasce anche da un lavoro di ricerca che abbiamo fatto insieme per alcuni anni , è la parte più scientifica . Io adesso proverò ad esporre l’altra interfaccia che è la parte filosofica . Il tentativo, oltre, all’analogia è stato anche di affrontare il problema dell’astrazione. L’astrazione è una parola che rischia di essere fraintesa se la leggiamo con le accezioni che le vengono date oggi nel linguaggio. In realtà astrazione potremmo chiamarla , se dovremo attualizzarla estrazione forse. Astrazione è un termine molto tecnico che San Tommaso d’Aquino usa nella Summa Teologie per indicare il modo della conoscenza umana . Non stiamo ad entrare nei dettagli precisi e tecnici, perché di fatto la parte del libro che ho curato ha proprio questo compito di rievidenziare questo processo gnosiologico che Tommaso evidenzia. Di fatto possiamo dire che Tommaso pensa il conoscere come un ‘unità, di cui c’è bisogno della sensibilità del’ uomo e al tempo stesso c’è bisogno dell’intervento illuminante di Dio , che raccolga questa possibilità dell’uomo di conoscere . Prima Alberto parlava della necessità della scienza di una riconcetualizzazione del sapere . Vediamo come chi di noi si interessa un po’ di filosofia, come oggi la fine del millenio trova di fronte un pensiero filosofico ormai sterile ,arido ,chiuso in un serie di discussioni che rischiano di essere delle disquisizioni sulla parola, che poi abbiamo voluto rendere elegante chiamandola ermeneutica o filosofia del linguaggio . Ma vediamo come il pensiero filosofico si è un po’ scisso da quella che era la sua fondamentale identità, la ricerca di un vero , la ricerca della verità . Già Platone ci metteva in guardia di come il filosofo è colui che continua a meravigliarsi . Chi non si meraviglia non potrà mai essere un filosofo, perché l’infinità del mondo ci presenta sempre degli stupori nuovi . Lo vediamo nel campo della scienza , per esempio , quando si è creduto di trovare la barriera ultima, le ricerche ci portano sempre nell’oltre. Credevamo che con il neutrone o il protone l’atomo fosse definito , poi abbiamo visto che c’è quasi un sistema periodico all’interno di queste particelle elementari che sono i protoni e i neutroni , fino adesso, fino ai quark ma non sappiamo se questa sia la frontiera ultima . Questa meraviglia continua che deve un po’ indagare dentro il cuore di ognuno di noi, alla ricerca di questo vero e l’astrazione in Tommaso diventa l’espressione in cui lui sintetizza quella che potrebbe essere la modalità del conoscere . Il problema della conoscenza è un problema effettivamente centrale anche oggi, perché è un problema a cui troppo spesso deleghiamo soluzioni che rischiano anche queste di essere soluzioni riduzioniste . Abbiamo avuto un periodo filosofico in cui c’è stato detto, è stato teorizzato che l’uomo da solo riesce a conoscere il tutto. Abbiamo adesso delle nuove potenzialità di certe religiosità che ci portano a dire che l’uomo non può conoscere niente , l’uomo deve affidarsi soltanto ad una possibile , eventuale illuminazione . C’è anche una letteratura ormai romanzata molto ampia, pensiamo a tutto l’influsso della new age in questo senso. Ecco allora l’urgenza per cui ciascuno di noi in quanto uomini ,e quindi in quanto uomini chiamati a meravigliarci e quindi chiamati in qualche modo ad essere filosofi. Il filosofo non è colui che fa la professione del filosofo, filosofo in qualche modo è ciascuno di noi che si pone delle domande e che cerca di vedere una soluzione vera a queste domande . Noi oggi viviamo come figli del nostro tempo. Ecco perché è stato interessante andare a riscoprire il pensiero di San Tommaso a cui sono molto affezionato , anche perché Tommaso è una persona di famiglia, faccio parte del suo stesso ordine, è stare in casa , è parlare con uno di famiglia . Anche se non è sempre facile parlare con lui ,anche perché ha un linguaggio ormai di settecento anni fa. Molte volte la sua intelligenza va talmente in profondità e è difficile essere dei Maiorca che scendono alle sue profondità. Quel poco che siamo riusciti a mettere fuori ,chi di voi avrà la possibilità di leggerlo vedrà quanto sia ricco . Il mondo moderno nasce su una frattura fondamentale. Cartesio ha di fatto rappresentato l’apice di un pensiero, di una ricerca della verità che si è staccato oramai radicalmente dal pensiero di San Tommaso d’Aquino .San Tommaso d’Aquino è sicuramente colui che è stato veramente l’uomo della Summa ,cioè l’uomo che ha raccolto in unità l’antropologia , colui che ha saputo far dialogare l’uomo e Dio in un sistema che è veramente armonico e perfetto. Con Cartesio e non gliene facciamo una colpa ,perché Cartesio non ha letto San Tommaso .Tutta la filosofia moderna non legge San Tommaso . Legge i commentatori di San Tommaso quando siamo fortunati , ma soprattutto è la seconda scolastica che viene presa come pensiero di San Tommaso. Il numero uno in questo senso è Suarez , Fraçisco Suarez che insegna al collegio romano alla fine del cinquecento all’inizio del seicento. Ma se la filosofia moderna fosse veramente andata a riscoprire quello che quello che veramente il pensiero di Tommaso, sicuramente questa scissione che Cartesio fa dell’uomo, di fatto Cartesio divide l’uomo , lo smembra . La grande conquista che il cristianesimo fa con Agostino ,in particolare ,di ridare unità all’uomo tra anima e corpo, quest’uomo non più scisso, questo corpo non più fonte manichea di male e quest’anima non più solo unico luogo che accede a Dio. Agostino riesce a portare a sintesi quest’unità antropologica . Dice Agostino all’interno di me stesso abita la Trinità, conoscendo me stesso conosco la Trinità, conoscendo la Trinità riesco a conoscere me stesso .Ecco in Cartesio tutto questo si scinde . Da Cartesio in poi la forbice si allarga sempre di più. E questa separazione fra corpo e spirito ha avuto delle conseguenze molto pericolose , quanto il pensiero di filosofia cattolica, quanto poi il magistero della chiesa cattolica ha dovuto lavorare, anche per la breccia aperta poi da Lutero che è sulla linea di scissione della dimensione umana.

Ecco allora ritornare al pensiero di Tommaso è stato veramente importante perché è stato un ri-immergersi in questo tentativo di ritrovare questa unità, questa unità di cui l’uomo è fatto. Quando leggiamo s. Tommaso, è difficile dire se si sta leggendo il teologo, si sta leggendo il filosofo, se si sta leggendo il mistico, se si sta leggendo il domenicano, è difficile coglierlo, perché Tommaso rappresenta questa unità. Io immagino, cioè mi piace pensare i suoi scritti come, veramente, un diamante perfettamente tagliato, da qualsiasi parte, in qualsiasi sfaccettatura si guardi il pensiero di Tommaso, anche nell’astrazione in modo particolare, si vede come riflette tutto l’insieme. E il pensiero dell’astrazione forse ci dà l’idea massima di questa organizzazione del suo pensiero, perché pensare il pensiero astrattivo di Tommaso credo abbia due funzioni fondamentali, che possono essere utili, e a nostro giudizio fondamentali, per ri-iniziare un nuovo cammino di percorso filosofico che ridia all’uomo quell’unità in questo medioevo che sentiamo un po’ come nostalgia in certi momenti. L’abbiamo riletto nella storiografia come periodo oscuro, adesso lo stiamo riscoprendo come periodo ricco. Dante Alighieri, che di Tommaso era un grande conoscitore, la Divina Commedia è un’esposizione del pensiero di S. Tommaso e anche della sua modalità di conoscenza, ci riporta in questo senso. Il primo merito della teoria dell’astrazione di Tommaso credo sia questo: l’equilibrio tra la parte empirica, tra la mia sensibilità, tra la mia capacità di conoscere, tra la mia intelligenza, dice Tommaso: io tramite i sensi, tramite ciò che tocco, tramite ciò che vedo, tramite ciò che ascolto, riesco a farmi una prima idea del mondo. I miei occhi – che per Tommaso sono il senso più importante nella gerarchia dei sensi - mi permettono di vedere il modo. Tutto questo mio raccogliere, questo spigolare con i sensi la realtà che è esterna – la realtà, per Tommaso l’esistenza del reale è data di fatto. Oggi abbiamo sempre più avuto un tentativo di negazione del reale, l’esterno non esiste, l’esterno è soggettivo, l’esterno esiste in me, sono io, pensiamo a tutta la psicoanalisi quanto in questo senso abbia indotto in ciascuno di noi a credere che il modo è soltanto ciò che io riesco a rappresentare nella mia coscienza. Tommaso ci dice: esiste una realtà esterna, per leggere questa realtà esterna ho bisogno di me stesso, ho bisogno dell’uomo, in fondo sono imago dei, e la devo collegare con l’illuminazione che Dio stesso mi darà, con alcuni termini, con alcune categorie, con alcune intuizioni che non sono mie ma che hanno bisogno di Dio. Nel principio dell’astrazione di Tommaso si crea questo ponte, c’è questa riunione finalmente all’interno del conoscere in questo cammino della verità, ci dice Tommaso, non siamo soli, abbiamo con noi Dio che ci guida. Se volessimo essere, appunto, metaforici , capite bene come sarebbe interessante vedere come Tommaso riesce a farlo, ma Tommaso ha una trama in cui ci dice come questo accade. Dice: noi siamo inseriti all’interno di un ordine, di una struttura gerarchica, l’universo, e comprendere l’astrazione di S. Tommaso non si può fare se non si comprende questo mondo gerarchizzato, un mondo analogico, se vogliamo, in cui al vertice di tutto, è chiaro, ci sta il sommo bene, ci sta l’Essere, ci sta Dio. Poi ci sono gli angeli, che anche loro hanno le loro gerarchie. Poi c’è l’uomo, poi ci sono gli animali, poi c’è il mondo creato e il mondo senz’anima, il mondo minerale, eccetera. E all’interno di questa gerarchia si trova il punto di incontro tra ciò che è inanimato e ciò che è animato per eccellenza, che è Dio, colui che non solo ha la vita, ma colui che dà la vita, quindi è l’animato per eccellenza, colui non solo che pensa, ma che è pensiero di pensiero, ci sta l’uomo. L’uomo si mette quasi con le braccia che collegano e che ridanno unità a tutto questo mondo. Il pensiero filosofico di s. Tommaso, nella dottrina che lui fa della conoscenza dell’astrazione, ci fa capire tutto questo. Questo mondo scisso, in certi momenti anche un modo che non ha più bussola di orientamento. Molto bella questa riflessione sul Mistero, perché il Mistero continua ad affascinare e deve affascinare, il giorno in cui noi, lo dicevo all’inizio, non saremo più affascinati dal Mistero cesseremo di essere persone, ci ridurremo a dei passivi recettori, a dei robot che ricevono lo stimolo dall’esterno, ma non lo interrogano più, non si fanno coinvolgere. Però questo Mistero non può essere un Mistero che rimane fermo in se stesso, ci dice Tommaso, dobbiamo farlo diventare conoscenza, perché è nel conoscere che mi avvicino a Dio, che rendo dignità alla mia imago dei, al mio essere immagine di Dio. Il processo con cui Tommaso lo fa è molto bello, anche se molto difficile. Abbiamo cercato nel libro di sbriciolarlo, per quanto possibile, di far comprendere come lui si muove con una finezza e con una libertà interiore che davvero è arricchente. Chi si interessa un po’ di filosofia, ha letto Locke, ha letto Cartesio, ha letto Hume, ma anche il massimo Kant, trovarsi poi nel modo in cui Tommaso ci dice che avviene la conoscenza ci sembra di essere finalmente arrivati all’aria aperta, di essere finalmente usciti da un cunicolo stretto, in cui ad ogni passo abbiamo paura di mettere il piede in fallo, con Tommaso ci troviamo veramente in mare aperto, abbiamo finalmente l’orizzonte qui presente. Al cuore dell’astrazione c’è innanzitutto questa domanda antropologica, questo bisogno di verità che non può essere trovata da soli, ma che deve essere trovata insieme a Dio, e c’è quindi questa riunione dell’uomo. L’astrazione comprende questa gerarchia fondamentale. E capite bene, in una realtà contemporanea in cui ormai si identifica l’uomo ad un computer, in cui le ultime scienze cognitive, adesso un po’ meno ma fino a sei anni fa la linea hard delle scienze cognitive diceva: ma se io so come pensa un computer, automaticamente so come pensa l’uomo; se so come pensa l’uomo, so come pensa un computer. Questa identità oramai stretta che è stata teorizzata da questa nuova disciplina che ha preso campo, che sono le scienze cognitive, questa identità tra l’uomo e la macchina che è impressionante, vi deve necessariamente far riflettere, panche perché oggi chi lavora nell’intelligenza artificiale, un’altra parola molto equivoca. S. Tommaso nell’astrazione ne parla, l’intelligenza è saper leggere dentro, leggere nella profondità. Quindi chiamare un computer colui che è intelligente, che sa leggere dentro, che sa interrogare, che sa porre domande, vedete bene quanto è fuorviante. Rischiamo una banalizzazione della nostra identità di persone, anche perché poi oggi chi lavora nell’intelligenza artificiale si trova di fronte a un grosso problema, una grossa bestia nera, quello che s. Tommaso nell’astrazione chiama il senso comune. Com’è che il computer riesce a recepire gli stimoli dall’esterno, riesce a creativizzarli, riesce a selezionarli, riesce a creativizzarli, perché, dice S. Tommaso, l’uomo lo fa perché a un certo punto è illuminato dall’intelligenza di Dio, il computer, vediamo che non riuscirà mai a farlo, il computer riuscirà ad elaborare ciò che io gli faccio elaborare, riuscirà a riconoscere un oggetto, ma non riuscirà a “poetizzare”, passate la parola, questo oggetto, non riuscirà mai a creativizzarlo, perché il computer non ha un’apertura all’infinito, non è mai in questo oceano a cui dicevamo ci porta il pensiero di Tommaso. Il tentativo, allora, è stato questo: di allargare la razionalità, anche in questo campo filosofico. Noi abbiamo cominciato a pensare a questo lavoro prima che il Papa scrivesse la Fides et Ratio, anche se era già in gestione, era già in pectore, sicuramente. Sappiamo che questa è un’enciclica che da molto tempo Sua Santità sta meditando e macerando e riflettendo. Sono quasi tredici anni, su questa enciclica. E’ stato bello anche trovarsi in concordanza su questo fatto. Dobbiamo ridare all’intelligenza, al pensare, alla ricerca del vero, una dignità che non sia una dignità robotizzata, che non sia una dignità ridotta in degni schemi meccanici, meccanicizzati, ma che abbia bisogno di aprirsi a questa apertura all’infinito. Per farlo, diceva prima Strumia, è necessario avere dei mattoni su cui partire. Credo che questo libro abbia offerto dei mattoni, abbia richiarito un linguaggio, abbia ridefinito un pensiero che è quello di s. Tommaso d’Aquino di cui ci riempiamo molto la bocca ma che mai molti di noi sono andati a rileggere in viva voce, quasi, a riprenderlo per quello che è, non interpretato. Abbiamo in mano quasi l’originale, troviamo poi tutta la creatività. La domanda che il Papa ci fa di ripensare s. Tommaso, di rileggere s. Tommaso, di ristare sul pensiero di s. Tommaso, è fondamentale in questo senso, ma su s. Tommaso, non su alcune suoi deviazioni e commentatori. Noi speriamo di aver messo alcuni mattoni. E’ chiaro che ciascuno di noi può prendere in mano questo materiale, lo adatta ai suoi bisogni, alle sue ricerche, alle sue competenze, in modo tale da riuscire a smuovere finalmente qualcosa, a dare vita a qualcosa di nuovo che finalmente apra un millennio in cui l’uomo sia veramente rimesso a centro e sia un centro che veramente apre, ha davanti mille anni, una larghezza che va al di là della mia possibilità. Se arrivo a cent’anni sono fortunatissimo, mille anni è uno spazio infinito. Cogliamo un po’ anche questa dimensione che ci è offerta anche cronologicamente dal momento storico in cui viviamo per rientrare in questa dinamica. Abbiamo provato ad offrire alcune possibili chiavi su cui possiamo cominciare ad aprire delle piste nuove di lavoro. Per adesso grazie di averci ascoltato.
GROTTI: Adesso c’è spazio per non più di due domande. Chi vuole però intervenire c’è bisogno che intervenga al microfono, perché altrimenti non riescono a registrare.
DOMANDA: Leggendo la Fides et Ratio mi ha colpito un cosa: il fatto che il Papa ha cambiato l’ordine di frequenza dei trascendentali, i quali in genere sono vero, buono e bello. Invece il Papa usa bello, buono e vero. Non ci sarà qualche segnale sottostante, qualche piccola provocazione, nel senso buono del termine?
STRUMIA: Perché no?! La cosa migliore sarebbe saperlo direttamente da lui. Certamente è vero che noi oggi abbiamo una sensibilità meno oggettiva e meno metafisica degli antichi. Il nostro approccio non è tendenzialmente quello cosmologico, dell’osservazione del cosmo nei suoi principi, nella sua natura, nelle condizioni di esistenza eccetera, come poteva essere per i grandi metafisici. Noi siamo oggi, anche in senso buono, più legati alla percezione e alla sensazione immediata e a ciò che ci colpisce. Ovviamente ciò che ci colpisce è la bellezza. Probabilmente una sorta di via inventionis, di via di risalita dall’esperienza verso i principi, attraverso una riflessione e un’analisi, può essere forse intravista in un suggerimento di questo genere, ma dicendo questo non voglio abusare, mi colloco a livello di una domanda che vuole tentare di suggerire una provocazione a cui non mi sento autorizzato a rispondere, però la mia reazione alla domanda può essere in questa direzione. Comunque ci arriviamo, però è importante che ci arriviamo. Ci sono delle condizioni che sono necessarie ormai, sia che si segua la via cosmologica, sia che si segua la via antropologica, a un certo punto si arriva a un nodo, quali sono le condizioni per potere pensare non contraddittoriamente, descrivere non contraddittoriamente, afferrare non contraddittoriamente ciò che osserviamo. Questa è la vera radice sia delle scienze sia della metafisica: le scienze moderne sono andate alla ricerca dei costitutivi materiali e di ciò che è descrivibile mediante relazioni tra quantità, la metafisica andava direttamente sui principi senza escludere le relazioni delle quantità ma vedendole come aspetti particolari di una organizzazione più profonda e più complessa che oggi pure le scienze cominciano ad avvertire di non potere ignorare per potere procedere nel loro stesso cammino. Attualmente questa è la prospettiva migliore, non sappiamo quale sarà seguita effettivamente. La scelta della barbarie, o dell’ottusità, o dell’accanimento nell’errore è sempre possibile, ma bisogna anche che qualcuno guardi alla via corretta della verità, alla prospettiva ideale, alla prospettiva rispettosa della natura e dell’uomo. Credo che coloro che ahnno avuto la grazia di conoscere il Signore abbiamo questo compito prima di tutto: l’amore alla verità è cioò che Cristo ci insegna, oltre alla ragione, è il Signore guida anche la ragione in maniera che tutti ritroviamo la strada. E questo è bello.
SALUCCI: Interessante poi notare come in S. Tommaso il bello non esiste come trascendentale, come il Papa invece lo accoglie come trascendentale. Qui ringraziamo anche tutto il lavoro di von Baldassar , la grande trilogia di von Balassar, soprattutto la prima parte, la gloria indubbiamente ci ha fatto scoprire la bellezza trascendentale del bello. Quando si dice trascendentale si vuol dire qualcosa che vale in tutto l’universo, che è talmente universale e generale che non lo possiamo mettere in discussione, è una via di conoscenza. Ed è interessante notare come oggi il bello si sta riscoprendo nelle scienze: l’ordine, l’armonia. Che cos’è il bello se non ciò che è armonico. E’ interessante vedere come nella fisica contemporanea sempre più, soprattutto anche in America, in parte in Inghilterra, si sta vedendo come questi scienziati stanno riscoprendo l’idea dell’armonia, dell’universo che è armonico. Si sta vedendo che in America chi si laurea in fisica deve seguire corsi di poesia, deve seguire corsi di letteratura, questa è un’idea del trascendentale. Dio si inserisce in un universo, che è un universo ordinato. Il mio modo di conoscere non può essere un conoscere disordinato. La disordinazione, il “dia-ballo”, cioè la separazione di ciò che ordina è di satana, non di Dio. Dio è colui che unisce, Satana è colui che separa. Dio è “sin-ballo”, non è colui che separa, è colui che unisce. Allora è interessante vedere come il Papa abbia creativizato molto questo fatto qui, una via nuova in cui si riscopre un pensiero vecchio, e questo pensiero vecchio si creativizza. C’era un grande poeta, che era Eliot , che diceva: “I poeti mediocri imitano, i grandi poeti rubano” a chi li ha preceduti. Ma questo rubare è un rubare che creativizza, che viene ritrasformato, riforgiato, con la stessa lega si forma nuovo materiale. E’ bello, molto bello, che il Papa in questo senso ci invita, tutta l’enciclica è un invito a ripensare questo. Ecco, ritornare a questi pensieri crediamo sia l’astrazione sia l’analogia siano punti di partenza fondamentali, dobbiamo rifarli nostri per ricreativizzarli e la mente sarà bella!
DOMANDA: Studiando mi avevano colpito due cose. La prima: come i fisici dicano reale ciò che è misurabile e nessuno obietta nulla su una nuova impostazione ontologica, a questo punto, della realtà. La seconda: come studiando la legge della complessità che è aperta a l’imprevisto, a un’enorme flessibilità, si trovano grandi corrispondenze con il pensiero taoista, meno buddista e più taoista, a dire la verità, comunque dell’oriente, e invece sembrava completamente aliena la visione cristiana, insomma. Perché s. Tommaso, per chi non lo conosce, è sempre stato visto come qualcosa di granitico, o tutto o niente, o è bianco o è nero. Perciò mi piace moltissimo questa idea di dare un aggancio cristiano, cioè dimostrare che anche il cristianesimo è in grado di accogliere la legge della complessità, che sta guidando la scienza, perché vuol dire riportare la fisica in campo cristiano dalla parte orientale. Mi affascina moltissimo l’idea.
STRUMIA: Grazie di questa osservazione. D’altra parte bisogna anche tenere conto che la verità è una, e quindi se c’è un riflesso di verità questo è riscontrabile che anche in altri approcci. Ma certamente la pienezza della verità come può risaltare nella pienezza della tradizione medievale cristiana non ha degli uguali nella storia del pensiero. E’ inutile essere falsamente umili, è un dato storico. Questo se ci limitiamo ad una valutazione che dichiarerei onesta delle cose. Se poi teniamo conto che esiste anche la tendenziosità e l’ideologia, dobbiamo anche ritenere che ci sono interessi a percuotere il pensiero cristiano mettendogli contro anche contributi che vengono da filosofie e religioni che di per sé non sono nate per combattere la verità, ma possono essere strumentalizzate per evadere dalla verità. E questa è un’operazione che oggi come oggi facilmente trova dei poteri disposti a finanziarla. Questo modestissimo libro ce lo siamo pagati noi. Noi ci ha finanziato la massoneria come alcuni editori sappiamo invece sono finanziati, eccetera. Quindi è una cosa anche da conquistarsi. Certamente direi che il luogo naturale, soprattutto in uno sguardo di chi vive in una cultura europea, in una cultura latina e greca, non può essere extraeuropeo. Lasciamolo fare ad altri, che dalla loro cultura possono guardare anche a questi aspetti del problema. Ma se lo facciamo noi mi sembra che intanto lo facciamo male perché non ci siamo cresciuti dentro. Secondo: andiamo contro la nostra storia, la nostra identità. Io sinceramente mi sentirei un po’ fuor d’acqua nel fare un’operazione del genere. Non so se altri avranno voglia di fare la stessa cosa, ma almeno una scintilla bisogna accenderla.
GROTTI: Io voglio ringraziare Alberto Strumia e Alessandro Salucci, soprattutto perché hanno messo in evidenza una cosa, secondo me, importante: che a partire dalla scienza, come del resto forse era già successo, ma nel Seicento, durante la grande crisi del Seicento, una ripresa del pensiero che non abbia paura di riproporsi i grandi problemi della metafisica e che non abbia paura di mettersi in rapporto col Mistero. Grazie a loro e grazie a tutti voi.






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