Scènes de la vie



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SCÈNES DE LA VIE.

Il post romanticismo estetico e visuale di Antonio Lettieri.



- Rino CARDONE

(…) Canto le ebbrezze dei bagni d'azzurro,



e l'Ideale che annega nel fango...

Non irrider, fratello, al mio sussurro,

se qualche volta piango. (…)”.
(Emilio Praga, “Preludio”)

Un’attività artistica eclettica, poliedrica, versatile, pluriennale e feconda, quella svolta, nel corso della sua vita - densa di emozioni - da Antonio Lettieri: artista scomparso, in maniera prematura, il 26 maggio del 2004, all'età di sessantotto anni, a seguito di un’implacabile malattia che ha avuto ragione delle sue forze fisiche, ma non della vigoria e della forza espressiva della sua pittura perché, come sostiene il grande direttore d’orchestra Daniel Barenboim, “ogni opera d'arte ha due facce, una per il proprio tempo e una per il futuro, per l'eternità”. Di lui ci restano, adesso, i suoi dipinti, i suoi paesaggi, le sue nature morte e i suoi soggetti figurativi, dai quali traspare una vena alquanto intimista, che è l’atteggiamento tipico di ogni artista romantico che intende esprimere con la sua pittura (attraverso le delicate e sottili gradazioni del colore, dove l’ombra prevale sulla luce) i moti più profondi dell'animo.

E il discorso si allarga, nel caso specifico dei dipinti di Antonio Lettieri, sia alla rappresentazione ornata dei panorami (fermati, sulla tela e sulla carta, con intensità luminose differenti) e sia alla raffigurazione degli oggetti inanimati (fiori e vasi) con i quali egli è riuscito a esprimere, attraverso i suoi dipinti - dalle alterne “dominanze cromatiche” - quella che potremmo definire la “metonimia estetico/visiva” dell’arte, la quale attribuisce a ogni forma e a ogni figura, un preciso valore simbolico. Nel caso particolare della rappresentazione sia dei boccioli e delle corolle, e sia, anche, dei contenitori di vetro e di coccio che raccolgono questi fiori, appare evidente non solo la progettualità artistica, in prevalenza elegiaca, di Antonio Lettieri, ma anche la volontà immaginifica di quest’artista di voler coniugare, associare e connettere a ogni manufatto, da lui dipinto: o un sentimento, o un’emozione o, un’espressione passionale.

Arrivando, in questa maniera, a individuare (con questa sua scelta di tipo estetico e formale, con precise ricadute sul piano della proposta semantica) il nesso sottile (di natura a tratti metempirica) che lega la realtà fisica delle cose, alla dimensione dell’anima.

Nella fattispecie la figura del vaso esprime, a livello di mera “tensione simbolica”: l’essenza primigenia del “femmineo materno” (corrispondente con il “grembo della vita”) e la dimensione evolutiva del “mondo della matrice” (equivalente alla “realtà primigenia” della natura, in perenne mutazione). In tal senso l’elemento metaforico (il vaso) funge come una ierofania, ovverosia come un’espressione magica ed essoterica al tempo stesso, dell’originario impulso alla vita. Essa (questa ierofania visiva) rivela, inoltre (attraverso le forme eleganti del vaso) i cardini - fantastici e razionali - del pensiero individuale e dello spirito collettivo, che affondano, l’uno e l’altro, le loro radici - fantastiche e mitopoietiche - nell’Archetipo primitivo del vaso di Pandora: che è “scrigno semantico” dei nostri desideri, delle nostre curiosità, delle nostre fatiche, dei nostri mali, delle nostre preoccupazioni interiori e del nostro inconscio individuale. Anche i fiori sono un simbolo di femminilità (come nel caso precedente del vaso) cui si aggiunge però - per un effetto di “contiguità semantica” - la tensione amorosa e la passione, che l’artista nutre, in generale, nei confronti della Bellezza, dell’Armonia e della Simmetria, protese verso la conquista dell’Assoluto.

Riguardo ai paesaggi dipinti da Antonio Lettieri (sviluppati cromaticamente, sulla tela, come nella realizzazione di un grande mosaico di tinte, concordanti tra loro) possiamo affermare che essi appartengono a una “dimensione introspettiva” capace di sollevare il velo delle apparenze, che separa l’emotività dalle consapevolezze. In ogni caso, prima di ogni altra, possibile, valutazione estetica a questo riguardo, resta il dato di fatto, incontrovertibile, che la pittura di quest’artista parla un linguaggio fruibile da parte di tutti. Esprime, cioè, bisogni profondi di “consonanza lirica” tra le abilità inconsce e inconsapevoli dell’individuo (emozioni, sensazioni, suggestioni e aspettative) e il bisogno di conoscenza, che è al tempo stesso di tipo fisico, umano e spirituale.

Una ricerca pittorica, dunque, che l’artista svolgeva in maniera spontanea, inconscia, quasi istintiva, senza porsi molte domande sui perché estetici della scelta di una figura, al posto di un’altra, ma con qualche consapevolezza di tipo stilistico, da parte sua, come quella, ad esempio, di avere sperimentato che le “pulsioni interiori/creative” di un artista sono in grado di muoversi dalla condizione concreta del tangibile e del particolare (tipici dell’uso quotidiano del tempo) alla posizione astratta dell’universale e dell’immateriale: passando da una dimensione temporale (dove la storia e collegata in maniera stretta allo sviluppo degli eventi) a una realtà duratura, non più contingente, proiettata verso la dimensione dell’Eterno. E quindi - come sosteneva il filosofo tedesco Johann Gottlieb Fichte - verso una realtà che è, innanzitutto, spirituale e che poi - in aggiunta a tutto ciò - pensiero, sorgente di contegno e attività creativa, da cui si originano tutte le cose. La vita di tutti i giorni di Antonio Lettieri è stata scandita da un impegno quotidiano a pitturare, pitturare e ancora pitturare, in maniera infaticabile e senza sosta, come non si può fare a meno dell’aria, dell’acqua e dell’alimentare il proprio corpo e il proprio spirito. Silvia, la figlia di Antonio Lettieri, ricorda che: "Non passava giorno che non dipingesse". E a guardare i suoi tanti quadri sfuma ogni incertezza, del contrario, a questo riguardo. Con le sue tele dipinte a olio e ad acrilico, con le sue carte acquerellate, con le sue tavole di masonite pitturate a tempera, sono coperti ben quattro decenni, di una fruttuosa attività artistica, svolta tra gli anni '60, '70, '80, '90 e in solo quattro anni del Duemila.

Dobbiamo dire che c'è in questi lavori, in queste opere di quest’artista potentino, una palpabile testimonianza pittorica di quella che è stata la sua feconda immaginazione artistica evolutasi, man mano, nel tempo, dagli anni della sua adolescenza. E non basta. C’è, anche, in questi dipinti, a disposizione della famiglia, una peculiarità di stili pittorici e una singolarità di prospettive estetiche - assai eterogenee e differenti tra loro - che si sommano, peraltro, a una vivace esuberanza iconica, che non ha nulla da invidiare ad altri artisti, ben più affermati di lui, in campo nazionale.

Sul piano umano, Antonio Lettieri era un pittore dal carattere in apparenza chiuso, riservato, introverso, solo a tratti espansivo, che amava, a ogni buon conto, la frequentazione con i giovani artisti (e tra questi - negli anni '70 - Gerardo Cosenza, Salvatore Comminiello, Felice Lovisco, Arcangelo Moles, Marco Santoro e Gianvito Vaccaro). Dobbiamo dire che questo suo colloquio con le giovani generazioni artistiche, fu favorito, per molti aspetti, dalla sua attività professionale, svolta sulla discesa di San Giovanni, a Potenza. In tre distinti locali - posti uno accanto all'altro - lui gestiva, in maniera congiunta, tre diversi impieghi lavorativi, collaterali l’uno all’altro: la conduzione di una corniceria artigiana, la direzione e l’amministrazione della "Galleria Eleonora" e l’esercizio commerciale di una rivendita di colori e di materiali d'artista. Antonio Lettieri non era soltanto un pittore attento alle nuove genesi artistiche cittadine, amava, infatti, anche, il dialogo e lo stare insieme, molto più semplicemente, con giovani appassionati d'arte (e tra questi Giuseppe Taddonio – per anni, suo collaboratore professionale - e Angelo Bencivenga, Pasquale Brancati, Pasquale Colella, Giovanni Labriola e Vito Romano). E non basta. Era anche un artista che si confrontava, alla pari e senza incertezze reverenziali, con i suoi colleghi, quelli della sua stessa età e quelli più anziani di lui, con i quali intratteneva, in certi casi, dei fitti e, quando necessario, dei decisi scambi dialettici: oltre che sull’estetica, anche sul senso, sullo sviluppo e sulle dinamiche della storia dell’arte.

E tra questi pittori, alcuni affermati in campo regionale e altri in ambito nazionale, c'era Ninì Ranaldi: artista raffinato e primo direttore del Museo Provinciale di Potenza, con il quale egli condivise, insieme con altri artisti della Basilicata (e anche di fuori regione) l'apertura, a Potenza, del Collettivo di Scultori, Pittori, Incisori e Musicisti (chiamato Co.S.P.I.M) da cui ne uscì, però, in fretta, assecondando - crediamo a buon ragione - la sua naturale indole a non accettare, da parte di chiunque, influenze e subordinazioni di nessun genere.

Intorno, invece, al suo spazio - atelier, situato sulla discesa di San Giovanni, gravitarono sin dalla sua inaugurazione - avvenuta nel 1969 - artisti come: Antonino Castaldo e Michele Giocoli, con i quali egli possedeva in comune la stessa visione del paesaggio, della campagna e della natura. Era un modo di rapportarsi alla pittura, il loro, che oggi è possibile ricondurre a un somigliante (se non, addirittura, assimilabile) unico stile pittorico, di doppia marca creativa: talvolta Impressionista (sviluppato, in questi casi, en plein air) e talaltra, invece, Espressionista (e frutto, dunque, di un appassionato modo d’intendere l’arte, in generale, e di trattare, nello stesso tempo, i colori vividi della pittura).

Il loro stile pittorico ha avuto, di fatto, la sua feconda "forgia creativa" (ci piace usare questo termine dal sentore elegiaco, scapigliato e crepuscolare, in senso poetico) in un locale situato in un vecchio edificio (allora alla periferia della città di Potenza, all’epoca quasi del tutto in campagna) dai canoni architettonici riconducibili allo stile littorio del ventennio fascista, lungo via Angilla Vecchia (fabbricato che ora non c'è più e che corrispondeva, all'incirca, con l'attuale numero civico 48) dove, negli anni '60, si ritrovavano insieme, tra gli altri: Antonino Castaldo, Michele Giocoli, Antonio Lettieri e Ninì Ranaldi (che anni addietro, poco prima della sua morte, ci ha consegnato, a voce, nel corso di un’intervista televisiva, questo ricordo e questa precisa testimonianza storica).

Ai giorni nostri, passando alla lente d'ingrandimento la vita di Antonio Lettieri, qualcuno ha avuto la risolutezza (che non va confusa con un’arditezza di pensiero, ma semmai con una plausibile supposizione storica) d’individuare nello spazio - atelier, della discesa di san Giovanni, a Potenza, una sorta di cenacolo artistico. Eccessivo parlare di tanto? O forse non lo è affatto? Sta di fatto, in ogni caso, che numerosi artisti frequentarono la "Galleria Eleonora" fino alla sua chiusura, avvenuta negli anni '80. Basti pensare, tra questi pittori potentini, o trapiantati nella città capoluogo di regione, a Michele Cancro e ad Alessandro Calabrese, i quali divennero artisti di galleria, nel periodo di poco precedente allo spostamento dell'attività commerciale di Antonio Lettieri, al rione Mancusi.

Per quanto ci riguarda più che di un cenacolo artistico vero e proprio (che implica una gestione accademica e, per certi aspetti, collegiale dello spazio) o di una galleria in quanto tale (che starebbe a significare l'esistenza, non tanto di un mercato dell'arte, che pure, già, esisteva in città, quanto, invece, di un’attività di merchandiser da parte di Antonio Lettieri, il quale si muoveva, invece, in maniera più disinvolta) ci piace individuare, al contrario, in quello spazio situato nella discesa di san Giovanni, una sorta di "wunderkammer". Insomma, una sorta di "camera delle meraviglie" (intesa nella sua accezione ottocentesca, che è stata anche dei primi del Novecento) di luogo creato, a bella posta, per raccogliere, e per mostrare, opere e manufatti artistici di un certo interesse e valore (a concreta dimostrazione del trionfo della creatività umana, sulla società dei consumi) e, nello stesso tempo, per presentare e per rendere del tutto visibili al pubblico, i segni dell’assoluta presa di possesso della storia, da parte dell'individuo, attraverso la mediazione dell'arte, tanto sul profilo critico quanto, anche, sul profilo estetico.

Senza timore, per il critico militante, di essere smentito da parte di alcuno, è possibile affermare che Antonio Lettieri è stato un artista che si è fatto da solo: attraverso studi pittorici svolti senza una precisa formazione accademica e, quindi, da autodidatta, giacché la sua educazione scolastica era di tipo umanistico, avendo lui frequentato il Liceo Classico. Difficile è, invece, per lo storico dell'arte tracciare un dettagliato profilo bio/bibliografico - che sia contestuale al suo tempo - perché di lui è rimasta ben poca traccia scritta, stampata, documentata; né, insomma, una presentazione critica né, tantomeno, un ritaglio di giornale. Distratto lui nel conservare queste pubblicazioni? O forse, solo, disordinato, tanto da non consentire, ai suoi eredi, di poter disporre di un piccolo patrimonio pubblicistico - editoriale? O

forse - in aggiunta a tutto questo - non attento a conservare un atto, un documento, un certificato, del suo percorso artistico? O forse - cosa più probabile tra tutte - propenso, invece, dal punto di vista caratteriale, ad avere un rapporto distaccato con quel mondo dell'arte, che rappresentava, sì, la sua stessa ragion di vita, ma del quale nutriva, in maniera presumibile, conoscendo la sua personalità e il suo temperamento, qualche resistenza mentale, qualche riluttanza emotiva e, perché no, anche, qualche tentennamento di tipo intellettuale?

Che dire? Nulla può essere certo ormai, specie di fronte all'attuale assenza, quasi assoluta, di fonti storiche documentate. Parlando con chi lo conobbe e con chi lo frequentò, si possono solo fare delle supposizioni, delle ipotesi, delle congetture: alcune delle quali valide, altre certamente meno. E tutto questo non fa altro che creare, intorno alla figura di Antonio Lettieri, un alone di mistero, di fascino, di segreto e - perché no - anche, di charme, da antica Scapigliatura pittorica, facendo di lui un protagonista per certi aspetti enigmatico e coinvolgente della scena artistica potentina.

E tutto questo, sì, in virtù della sua personalità e del suo modo di rapportarsi con gli altri, ma più in particolare in virtù della sua stessa pittura, così intima, così riflessiva, tanto da costituire una sorta di proprio "diario intimo", molto profondo, assai emozionante, consegnato al pubblico per essere fruito come ognuno vuole, ma che nessuno, in ogni caso, potrà mai violare, nemmeno lontanamente, con delle complicate e inappropriate letture accademiche o psicologiche. Insomma, la pittura di Antonio Lettieri si presta meglio a una lettura istintiva, immediata e poco arzigogolata e complessa sul piano cognitivo, ovverosia si presta a un genere di osservazione di tipo quasi “epidermico” effettuata, vale a dire, in maniera "emozionale" e affidata, per questa precisa ragione, alle suggestioni che lo sguardo cattura in maniera fulminea e profonda, senza lasciarsi sopraffare, al contrario, dai cavilli del pensiero logico e razionale, e dalle astruse pedanterie di una mente poco creativa.

Dell’attività artistica di Antonio Lettieri sono rimasti, oggi, a dire di se, ripetiamo, molti suoi quadri: che vanno a costituire, una parte, l'eredità di famiglia e quindi la proprietà personale della figlia Silvia e un'altra parte, ancora, di patrimonio, invece, dei suoi collezionisti e amatori.

Si tratta di dipinti venduti ai suoi appassionati fruitori artistici, o da lui stesso (in maniera diretta, senza alcun intermediario commerciale) o per il tramite (ma questo è accaduto rare volte) di galleristi, come nel caso di Lillino Memoli (con il quale Antonio Lettieri aveva un rapporto professionale, e amicale, molto intenso, stabile e duraturo nel tempo) e di Grazia Lo Re che tenne, nel suo primo spazio galleristico di Via Lisbona, una delle ultime mostre di quest’artista.

Riguardo al rapporto di Antonio Lettieri con la società potentina, possiamo immaginare che in quanto, egli, artista e in quanto, egli, individuo creativo - libero da regole e da condizionamenti -questo rapporto fu, in qualche modo, complesso e per certi aspetti, anche, problematico negli anni '60, in una città del sud Italia, come Potenza, più che mai conformista e puritana, non adusa ad accettare scelte personali, capaci d’infrangere forme stereotipe correnti e atteggiamenti convenzionali.

Questo periodo coincide, in realtà, con gli anni della più generale contestazione giovanile del '68, che reclamava il diritto dell'immaginazione al potere. Un periodo, questo, che corrisponde con i trent'anni dell'artista, occupati tra l'impegno nel sociale e la sua naturale propensione verso l'attività artistica. Si tratta di anni che lui cavalcò con grande audacia e con risoluta determinazione caratteriale, la stessa che si legge, sia nella scelta di alcuni suoi soggetti pittorici di quell'epoca (a sfondo epistemologico ed esistenziale) e sia negli accostamenti tinto/tonali di svariati suoi dipinti, che appartengono proprio a quel periodo.

Dal punto di vista artistico, ribadiamo, Antonio Lettieri è stato quel che si dice - con un termine anglosassone - una sorta di made self man: un artista, cioè, che si è fatto da solo, guardando con attenzione e con interesse i pittori impressionisti e macchiaioli prima, ed espressionisti e fauves poi. Accorto alle tecniche di pittura (effettuata a veli e a masse di colore, oltre che a spatola) quest’artista ha privilegiato, tra i suoi contenuti pittorici: il paesaggio, le nature morte e i soggetti a sfondo religioso, infondendo, in questi ultimi, una velata, intima, mestizia, tipica del grande misticismo di ognitempo, quello della "notte oscura dell'anima" mirabilmente vissuta e raccontata, in lettere e documenti di vario genere, da Madre Teresa di Calcutta, da Giovanni della Croce, da Teresa d'Avila e da Teresina di Lisieux. Grande misticismo, pertanto, quello di quest’artista, che oltre allo slancio contemplativo (che traspare dalle alcune crocifissioni e da talune figure di religiosi cattolici) ha mostrato, talvolta, nei suoi dipinti, un’attenzione particolare verso un "pessimismo cosmico leopardiano" espresso con la rappresentazione, sulla tela, della violenza degli elementi della natura: la pioggia, il vento e la neve, che – nella raffigurazione da lui svolta nel quadro – sembrano avere, del tutto, il sopravvento umano.

Aggiungiamo, inoltre, che nei soggetti a tema religioso, di Antonio Lettieri, viene fuori una vastità di sentimenti e di emozioni, che travalica, addirittura, la naturale “potenza espressiva” del soggetto raffigurato: specie quando è trattato il sacrificio di Gesù sulla croce: nell’atto di chiedere acqua, perché ha sete; un attimo prima di sprofondare nel dubbio esistenziale di essere stato abbandonato da Dio e comunque già nell’atto di maturare dentro di Sé l’idea di rimettere la Sua anima a Dio.

E questa “potenza espressiva” la rintracciamo anche nel resto dei suoi dipinti, laddove emerge una “tensione estetica” scarna, riguardo al tratteggio ornato e molto energica e vigorosa, sul piano della rappresentazione pittorica. E con uguale intensità stilistica, appare una “tensione estetica” molto intensa, a livello d'interpretazione semantica. Il risultato complessivo della pittura di Antonio Lettieri, è il frutto, comunque, di una sua personalissima scelta cromatica, giocata o su forti contrasti (tutto chiaro, tutto scuro e senza mezzi toni) o su delicati equilibri di colore, con una scelta oculata di rapporti cromatici effettuata, tanto sulle tinte e tanto sui toni, in maniera tale da far apprezzare il digradamento di luminosità che esiste tra una fonte di luce piena e una figura in ombra: poste, tutte due, sullo stesso piano prospettico dell'opera.

Interessanti troviamo, inoltre, le soluzioni di metapittura (connesse a originali forme di metalinguaggio estetico) che Antonio Lettieri ha adottato in alcuni dipinti, non come frazione espressiva – intendiamoci bene - del grande enigma dechirichiano dell’Oltre Natura né, tantomeno, com’espressione del grande clima metafisico dello straniamento dalla realtà, ma come raffigurazione pittorica e/o come partitura ritmica (svolta in forma simbolica) della figura narrante. È il caso, questo, dell’immagine di una tela, dipinta dentro la tela che funge, a sua volta, da riquadro semantico di un pensiero immaginifico o di un concetto astratto. Rimarchiamo, si tratta di dipinti all’interno dei quali sono sviluppate delle icone, dentro di quella che è l’icona madre (che è il dipinto stesso inteso nella sua interezza plastica e formale) con un effetto matrioska, o di scatola cinese, sviluppato sull’onda estetica della metafora visiva, intesa come una delle possibili vie di estensione e di sviluppo dell’eloquenza immaginifica- visuale e della retorica narrativa.

Riguardo al modus operandi e, cioè, al modo concreto di operare, di Antonio Lettieri, ci piace ricordare quanto egli amasse il confronto con i suoi colleghi artisti, a tal punto da accettare di dipingere, come nel caso di Gerardo Cosenza, a quattro mani, sulla stessa tela. Le due opere che sono venute fuori da questa loro comune esperienza, possiedono una doppia valenza estetica. In un caso si avverte, in maggior misura, la tensione pensosa, taciturna e a tratti, irreprensibilmente, cogitabonda (in breve fortemente riflessiva) di Antonio Lettieri e nell’altro caso si percepisce, invece, la natura istintiva, ardente e passionale di Gerardo Cosenza. Nell’uno e nell’altro caso, fu di certo ’anelito romantico e appassionato, verso le forme estetiche della pittura, a fare da fil rouge, da filo conduttore, delle due differenti personalità artistiche: a segnare indiscutibilmente, in maniera perenne, sulla tela e nella storia dell’arte lucana, momenti indelebili del loro stare insieme.

I due erano mossi, dunque, da un’identica tensione interiore, molto forte, assai sentita e appassionata, nel senso dello scambio interrelazionale, come nel caso, del resto, dell’amicizia che legava Antonio Lettieri con un altro artista potentino: Marco Santoro. Tra questi due intercorreva un rapporto franco, schietto e privo di orpelli comunicativi. Marco Santoro si accostò, per la prima volta, alla pittura di Antonio Lettieri e alla sua galleria, quando aveva appena tredici anni. Memorabili sono state le loro esperienze di pittura eseguite in campagna, en plein air, di cui Marco Santoro conserva, in particolare, un ricordo dei suoi quindici anni: “Andammo in campagna. Ci portammo al seguito alcune tele. Lui tre: molto grandi. Io una: molto piccola. Iniziammo a dipingere. Intorno a mezzogiorno lui smise di dipingere. Io continuai ad affannarmi su quella tela, mentre lui consumava, di fronte a me, alcuni pezzi di pizza e del buon vino. E mentre mangiava, era prodigo di consigli.”.

Riguardo a quelli che avrebbero potuto essere gli sviluppi futuri della ricerca artistica di Antonio (se la morte non fosse sopraggiunta in maniera improvvisa, quanto inaspettata e accidentale) non possiamo avere nessuna certezza assoluta. Abbiamo, però, il fondato sospetto (a guardare le sue ultime opere, che chiudono diversi cicli, pluriennali, di attività pittorica) che l’artista si stesse interrogando, in quegli ultimi mesi, poco prima di morire (più di quanto lo avesse fatto in passato) sulle istanze dell’Espressionismo: questa volta, però, non di matrice, sostanzialmente, figurativa, ma astratta. Prova ne è un’opera (11 settembre 2011), abbastanza grande per formato, in cui lo sviluppo e la potenza cromatica del colore oltrepassano: sia la rappresentazione grafica dell’ornato e sia quella che è stata l’appassionata vocazione - da parte di Antonio Lettieri - all’imitazione naturalistica della realtà. E la sua ricerca si è spinta (in quest’opera alquanto insolita rispetto alla sua normale produzione) verso un genere di “composizione decorativa”, in cui la scelta cromatica risponde a una coerenza di tinte e di toni che sono funzionali all'armonia stessa della composizione, dando ampia forza creativa all’eleganza delle forme. In quest’opera la prospettiva è stata quasi del tutto ignorata - da parte di Antonio Lettieri - e il senso di profondità (che si sviluppa otticamente da un unico piano) è il prodotto di un accentuato contrasto cromatico; segno di un bisogno, avvertito da parte dell’artista, di voler offrire al suo pubblico (che ormai lo identificava con un certo genere di pittura figurativa) un nuovo messaggio pittorico, poco prestabilito e convenzionale basato, in questo caso, sulla ricerca e sulla ricchezza espressiva del “significante” (che corrisponde con tutto quello che non appare all'istante) e non, invece, com’era stato fino allora, sull’importanza e sul valore contenutistico della proposta (il “significato”). In questo nuovo genere di attenzione pittorica e di processo semantico - praticati da quest’artista nella sua ultima parentesi terrena - la intricatezza delle forme ha finito con il prevalere sull’eleganza del disegno, sull’immediatezza del colore, sulla tenuità del chiaroscuro e sulla prospettiva.

In quest’ultima esperienza pittorica, Antonio Lettieri ha dimostrato, insomma, ancora una volta, che il valore più importante, per lui, era la libertà espressiva seguita, subito dopo, dall’immaginazione e dalla creatività: senza le quali la realtà non ha gli strumenti necessari per essere letta e per essere interpretata, in maniera fantastica e di là di ogni pura soggettività. Che poi significa, insomma, per dirla con le parole del pittore francese Gustave Moreau: “Non credo alla realtà; né di quello che vedo né di quello che tocco, ma unicamente a quella del mio sentire interiore”.



E questa è una lezione estetica che Antonio Lettieri non ha mai smesso di seguire nel corso della sua avventura artistica.


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