Seconda lezione "Credo in un solo: IL fondamento trinitario della fede cristiana"



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SECONDA LEZIONE

"Credo in un solo: il fondamento trinitario della fede cristiana"


  1. I Simboli della fede.

Il luogo adeguato di qualsiasi riflessione sul Credo è la vita della Chiesa. Nel senso che la professione di fede accade sempre nella Chiesa ed è fatta dalla Chiesa, che custodisce, nutre e trasmette la fede. Nello stesso tempo la fede è il vero motivo e il fondamento profondo della comunione nella Chiesa. La fede nasce nella Chiesa, si nutre nella Chiesa, cresce nella Chiesa, vive nella Chiesa, edifica la Chiesa, conduce alla Chiesa. Per permettere di professare la fede in forma comunitaria e di pregare insieme è sorta l’esigenza di concentrare in alcune formule sintetiche i principi essenziali della fede cristiana. “La comunione nella fede richiede un linguaggio comune della fede, normativo per tutti e che unisca nella medesima confessione di fede” (CCC, 185).Fin dalle origini, la Chiesa apostolica ha espresso e trasmesso la propria fede in formule brevi e normative per tutti. Ma molto presto la Chiesa ha anche voluto riunire l’essenziale della sua fede in compendi organici e articolati, destinati in particolare ai candidati al Battesimo” (CCC, 186). “Tali sintesi della fede vengono chiamate «professioni di fede», perché riassumono la fede professata dai cristiani. Vengono chiamate «Credo» a motivo di quella che normalmente ne è la prima parola: «Io credo». Sono anche dette «Simboli della fede» (CCC, 187).

Nella vita della Chiesa, lungo i secoli, sono stati composti numerosi simboli di fede, in risposta ai bisogni delle diverse epoche (fra questi il famoso «Credo del popolo di Dio» di Paolo VI proclamato il 30 giugno 1968 a conclusione dell’Anno della fede, da lui indetto). Questi Simboli di fede sono sempre validi e aiutano i cristiani a vivere e ad approfondire la fede di sempre attraverso i vari compendi che ne sono stati fatti. “Fra tutti i Simboli della fede, due occupano un posto specialissimo nella vita della Chiesa: Il Simbolo degli Apostoli, così chiamato perché a buon diritto è ritenuto il riassunto fedele della fede degli Apostoli. È l’antico Simbolo battesimale della Chiesa di Roma. La sua grande autorità gli deriva da questo fatto: «È il Simbolo accolto dalla Chiesa di Roma, dove ebbe la sua sede Pietro, il primo tra gli Apostoli, e dove egli portò l’espressione della fede comune». Il Simbolo detto niceno-costantinopolitano, il quale trae la sua grande autorità dal fatto di essere frutto dei primi due Concili Ecumenici (325 e 381). È tuttora comune a tutte le grandi Chiese dell’Oriente e dell’Occidente” (CCC, 193; 194; 195).

La composizione dei Simboli di fede, specialmente nei primi secoli dell’era cristiana, è legata soprattutto alla formazione di coloro i quali chiedevano di ricevere il sacramento del Battesimo. A chiederlo, in genere, erano persone adulte che si impegnavano a partecipare a un impegnativo cammino di preparazione chiamato “catecumenato”. Al termine di questo cammino, prima di essere battezzati durante la Veglia Pasquale, ai catecumeni veniva consegnato il testo scritto del Credo o Simbolo della fede perché lo imparassero a memoria e ne assimilassero il contenuto (rito della Traditio Symboli o consegna del Credo). Il Credo lo dovevano imparare a memoria, senza trascriverlo, poiché nei primi secoli della vita della Chiesa, a causa delle violente persecuzioni contro i cristiani, i fedeli erano obbligati a tenere segrete e riservate alcune formule proprie e distintive della fede cristiana. Questa proibizione aveva anche un interessante valore educativo, che Sant’Ambrogio descrive così in una omelia per la “Traditio Symboli”: “Desidero che voi siate chiaramente ammoniti che il Simbolo non deve essere scritto, perché lo dovete restituire. Ma nessuno lo scriva. Per quale motivo? Lo abbiamo ricevuto alla condizione che non debba essere scritto. Ma che si deve fare? Saperlo a memoria … Si può ricordare di più se non si scrive … Ciò che scrivi, infatti, non lo ripassi più meditandolo ogni giorno, perché non ti preoccupi, pensando di poterlo sempre rileggere. Al contrario, ciò che non scrivi, temi di dimenticarlo, e così cominci a ripassarlo ogni giorno” ( SANT’AMBROGIO, La spiegazione del Credo, 9).

Dopo averlo imparato a memoria, i catecumeni, prima di ricevere il Battesimo, lo dovevano restituire ( rito della “Redditio Symboli”).

Tutto questo insegna (anche a noi) che il Credo va custodito nella nostra mente, nel nostro cuore, nelle nostre opere quotidiane, per farlo diventare metodo di vita vissuta. Ogni domenica, in un certo qual modo, sempre nuovamente ci viene ri-consegnato perché, giorno dopo giorno, diventi, in modo sempre più convinto e maturo, la “regola”, cioè la norma concreta e precisa e il criterio chiaro e sicuro per ogni scelta e comportamento, di una vita vissuta da cristiani.

La fede ha bisogno di formulazioni con cui esprimersi, ma noi “non crediamo in alcune formule, ma nelle realtà che esse esprimono e che la fede ci permette di «toccare». «L’atto [di fede] del credente non si ferma all’enunciato, ma raggiunge la realtà [enunciata]». Tuttavia, noi accostiamo queste realtà con l’aiuto delle formulazioni della fede. Esse ci permettono di esprimere e di trasmettere la fede, di celebrarla in comunità, di assimilarla e di viverla sempre più intensamente” (CCC, 170).

Le parole del Credo rivelano anche a noi oggi la memoria di una lunga e sempre attuale storia di amore di Dio per gli uomini. Ripetere e proclamare il Credo è immergersi continuamente dentro questa storia della quale ognuno di noi fa parte a causa del Battesimo. Il Credo, perciò, non è la proclamazione di alcune verità astratte, bensì la gioiosa proclamazione dell’incontro con il Dio vivente.




  1. Dio è uno solo

“Io credo in un solo Dio. Con queste parole incomincia il Simbolo niceno-costantinopolitano. La confessione dell’unicità di Dio, che ha la sua radice nella rivelazione divina dell’Antica Alleanza, è inseparabile da quella dell’esistenza di Dio ed è altrettanto fondamentale. Dio è uno: non c’è che un solo Dio: «La fede cristiana crede e professa un solo Dio, uno per natura, per sostanza e per essenza»” (CCC, 200).

Noi cristiani crediamo in un solo Dio: “«Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo...» (Dt 6,4; Mc 12,29). Tertulliano osserva che Dio, in quanto essere supremo e onnipotente, eterno e incommensurabile, « deve necessariamente essere unico, cioè senza eguali. [...] Se Dio non è unico, non è Dio» (Adversus marcionem, 1,3).

Il nostro Dio, ineffabile e misterioso, nella teofania del roveto ardente fatta a Mosè ha rivelato il suo nome: “Io sono colui che sono” (Es 3,14). Questo è il suo nome che indica la sua essenza e la sua identità: “Dio solo È. (…) Dio è la pienezza dell’Essere e di ogni perfezione, senza origine e senza fine. Mentre tutte le creature hanno ricevuto da lui tutto ciò che sono e che hanno, egli solo è il suo stesso essere ed è da se stesso tutto ciò che è” (CCC,213). Dio, “Colui che è”, è “ricco di grazia e di fedeltà” (Es 34,6); è la Verità, poiché Egli “è Luce e in lui non ci sono tenebre” (1Gv 1,5); è Amore (cfr. 1Gv 4,8), perciò è “ricco di misericordia” (Ef 2,4).

Dio ha rivelato il suo nome, la sua natura e il suo volere nella storia di Israele e nella vita delle persone. Egli è il Dio dei padri, di Abramo, di Isacco, di Giacobbe (cfr. Es 3,6). In questa storia Dio ha manifestato e continua a manifestare il suo amore incondizionato e illimitato: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,6).Israele, nel corso della sua storia, ha potuto scoprire che uno solo era il motivo per cui Dio gli si era rivelato e lo aveva scelto fra tutti i popoli perché gli appartenesse: il suo amore gratuito. Ed Israele, per mezzo dei profeti, ha compreso che, ancora per amore, Dio non ha mai cessato di salvarlo e di perdonargli la sua infedeltà e i suoi peccati” (CCC,218).

La fede in un solo Dio ha delle chiare conseguenze nella vita dell’uomo. Se Dio è uno solo Egli “è il di cui ultimamente tutto è fatto, è il cui finalmente tutto tende e in cui tutto si compie. E’ insomma ciò per cui la vita , , ” (L. GIUSSANI, All’origine della pretesa cristiana, Jaka Book, Milano 1988, p.9), perciò merita di essere amato al di sopra di ogni altra cosa e di ogni altra persona, “con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Dt 6,5). L’unico Dio in cui crediamo è “l’infinitamente grande” di cui ci fidiamo perché “tutto ciò che siamo e tutto ciò che abbiamo viene sa Lui” (CCC,224). Dall’unicità di Dio derivano anche l’unità e la dignità di tutti gli uomini, poiché “il Signore nostro Dio è l’unico Signore” (Dt, 6,4) e tutti sono fatti “a immagine e somiglianza di Dio” (Gen 1,26).



  1. Dio è amore trinitario.

Nella storia del Popolo eletto e di coloro che lo hanno riconosciuto, che è storia di salvezza, Dio non solo manifesta il suo amore ma si manifesta come Amore (1 Gv 4,8.16): l’Essere stesso di Dio è Amore. “Mandando, nella pienezza dei tempi, il suo Figlio unigenito e lo Spirito d’amore, Dio rivela il suo segreto più intimo: è lui stesso eterno scambio d’amore: Padre, Figlio e Spirito Santo, e ci ha destinati ad esserne partecipi” (CCC,221).

Noi crediamo in un solo Dio che è Padre, Figlio e Spirito. Il Dio in cui crediamo è Uno (“per natura, per sostanza e per essenza”) e Trino (nelle Persone: Padre, Figlio e Spirito Santo). “Non vi è che un solo Dio, il Padre onnipotente e il Figlio suo unigenito e lo Spirito Santo: la Santissima Trinità. Il mistero della Santissima Trinità è il mistero centrale della fede e della vita cristiana. È il mistero di Dio in se stesso. È quindi la sorgente di tutti gli altri misteri della fede; è la luce che li illumina. È l’insegnamento fondamentale ed essenziale nella «gerarchia delle verità» di fede. «Tutta la storia della salvezza è la storia del rivelarsi del Dio vero e unico: Padre, Figlio e Spirito Santo, il quale riconcilia e unisce a sé coloro che sono separati dal peccato»” (CCC, 233; 234).

Mettendoci alla scuola dei Padri della Chiesa, possiamo parlare della Trinità santissima riflettendo direttamente sul mistero della vita intima di Dio-Trinità (Theologia – Trinità immanente) ma anche considerando le opere con le quali Dio si è rivelato e ha comunicato la sua vita (Oikonomia – Trinità economica). “Le opere di Dio rivelano chi egli è in se stesso; e, inversamente, il mistero del suo Essere intimo illumina l’intelligenza di tutte le opere. Avviene così, analogicamente, tra le persone umane. La persona si mostra attraverso le sue azioni, e, quanto più conosciamo una persona, tanto più comprendiamo le sue azioni” (CCC,236).




  1. Trinità economica.

Il modo più immediato e semplice di porsi di fronte a Dio è quello di osservare come Dio stesso è venuto incontro a noi e si è fatto vedere e incontrare. Per tentare di comprendere il mistero di Dio occorre scrutare con gli occhi, con il cuore e con l’intelligenza la modalità concreta con cui Egli si è rivelato e ha salvato noi. La Sacra Scrittura, infatti, non ci offre una definizione teorica di Dio ma ci racconta le azioni attraverso le quali Dio è intervenuto e interviene nella storia delle persone e dei popoli e salva. Per “scoprire” il mistero trinitario dobbiamo vedere come Dio ha operato.

Ebbene, il Dio protagonista della storia della Salvezza è Padre, Figlio e Spirito Santo.



Dio è Padre “degli dèi e degli uomini” perché è il Creatore (Dt 32,6). Dio è Padre di Israele con il quale ha fatto l’Alleanza perché è il “figlio primogenito” (Es 4,22). Dio è Padre dei poveri, dell’orfano e della vedova (cfr. Sal 68,6). In quanto Padre Dio è origine primaria di tutto ciò che esiste, autorità trascendente ma nello stesso tempo buona e misericordiosa verso tutti i suoi figli (in questo senso può essere applicata a Dio anche l’immagine di Madre – cfr. Is 66,13; Sal 131,2 –). Ma soprattutto “Gesù ha rivelato che Dio è «Padre» in un senso inaudito: non lo è soltanto in quanto Creatore; egli è eternamente Padre in relazione al Figlio suo unigenito, il quale non è eternamente Figlio se non in relazione al Padre suo: «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare» (Mt 11,27)” (CCC,240).

Per questo Dio è Figlio, vera “immagine del Dio invisibile” (Col 1,15), “irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza” (Eb 1,3). Dio Figlio è la persona di Gesù di Nazareth che è “consustanziale” al Padre (della stessa sostanza del Padre), cioè un solo Dio con il Padre. Gesù che è vero uomo è anche vero Dio, è il Figlio del Padre in senso proprio (Mt 11,25-27), è il Figlio prediletto (Mc 1,11), è strettamente unito al Padre (Gv 14,5-12), esercita poteri che sono solo di Dio (Mt 12,1; 25,31-46), si identifica con Dio (Gv 14, 9-12). In Gesù di Nazareth “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,10).



Dio è Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio. “Prima della sua pasqua, Gesù annunzia l’invio di un «altro Paraclito» (Difensore), lo Spirito Santo. Lo Spirito che opera fin dalla creazione, che già aveva «parlato per mezzo dei profeti», dimorerà presso i discepoli e sarà in loro, per insegnare loro ogni cosa e guidarli «alla verità tutta intera» (Gv 16,13). Lo Spirito Santo è in tal modo rivelato come un’altra Persona divina in rapporto a Gesù e al Padre” (CCC,243). Lo Spirito Santo attraverso la sua missione nel tempo rivela la sua origine eterna e la sua identità divina: plasma la storia del Popolo di Israele (cfr. 1Sam 16,13; Is 61,1-3), agisce nell’intimo dei cuori (Is 49,13), guida e sostiene i Re e i Profeti nella loro missione (“Lo Spirito del Signore è sopra di me” – Is 61,1; Nm 11,14-17; Ez 3,12; 8,3 –), Giovanni Battista “è pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre” (Lc 1,15.41), Maria è “piena di grazia” e “per opera dello Spirito Santo” concepisce il figlio Gesù, il quale ci ha mandato il “suo Spirito” (Gv 16,7-15).

L’apice della manifestazione dell’amore trinitario si ha nella Pasqua, dove Dio si rivela come il Padre del Figlio crocifisso e risorto che dona lo Spirito Santo per la salvezza degli uomini. La Pasqua è la manifestazione di Dio Padre come Amore totale, compimento dell’amore iniziato con il dono del Figlio Unigenito (Incarnazione). La Pasqua è anche la rivelazione dell’amore del Figlio per il Padre, come amore sacrificale e gratuito. Ma l’amore sacrificale espresso dal Figlio verso il Padre comporta un’intrinseca azione dello Spirito. Pasqua, perciò, è manifestazione dello Spirito Santo come amore che si effonde. Gesù sulla croce si può offrire in sacrificio di oblazione perché è unto di Spirito Santo, il quale, anche se nascosto, è intimamente presente nell’atto sacrificale di Cristo. Lo Spirito Santo, sempre presente nella vita di Gesù, nell’ora pasquale lo rende, per la sua unzione, sacerdote eterno che offre per tutta l’eternità, trascendendo i limiti del tempo e dello spazio.

Ma la prospettiva a partire dalla quale bisogna “investigare” su Dio-Trinità è quella dell’intera Economia della Salvezza, dalla creazione alla redenzione: “Tutta l’Economia divina è l’opera comune delle tre Persone divine. Infatti, la Trinità, come ha una sola e medesima natura, così ha una sola e medesima operazione. «Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo non sono tre principi della creazione, ma un solo principio». Tuttavia, ogni Persona divina compie l’operazione comune secondo la sua personale proprietà. Così la Chiesa rifacendosi al Nuovo Testamento professa: «Uno infatti è Dio Padre, dal quale sono tutte le cose; uno il Signore Gesù Cristo, mediante il quale sono tutte le cose; uno è lo Spirito Santo, nel quale sono tutte le cose». Le missioni divine dell’incarnazione del Figlio e del dono dello Spirito Santo sono quelle che particolarmente manifestano le proprietà delle Persone divine. Tutta l’economia divina, opera comune e insieme personale, fa conoscere tanto la proprietà delle Persone divine, quanto la loro unica natura” (CCC, 258. 259).


  1. Trinità immanente.

Il contenuto della Rivelazione divina, lungo i secoli, è stato ed è il fondamento sicuro della riflessione teologica e dei pronunciamenti del Magistero della Chiesa. Riflessione e pronunciamenti che si riferiscono all’intima natura di Dio (chi è Dio). “Nel corso dei primi secoli, la Chiesa ha cercato di formulare in maniera più esplicita la sua fede trinitaria, sia per approfondire la propria intelligenza della fede, sia per difenderla contro errori che la alteravano. Fu questa l’opera degli antichi Concili, aiutati dalla ricerca teologica dei Padri della Chiesa e sostenuti dal senso della fede del popolo cristiano” (CCC,250).

La teologia e il Magistero si sono trovati subito di fronte alla difficoltà di trovare un linguaggio adatto (anche solo nel senso analogico) per esprimere adeguatamente il Mistero Trinitario per quello che è, nella sua essenza e ineffabilità, che resta “infinitamente al di là di tutto ciò che possiamo concepire a misura d’uomo” (PAOLO VI, Credo del Popolo di Dio, 2). Per cui il primo sforzo è stato quello di coniare una terminologia propria riprendendo in parte termini di origine filosofica. Così “La Chiesa adopera il termine « sostanza » (reso talvolta anche con «essenza» o «natura») per designare l’Essere divino nella sua unità, il termine «persona» o «ipostasi» per designare il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo nella loro reale distinzione reciproca, il termine «relazione» per designare il fatto che la distinzione tra le Persone divine sta nel riferimento delle une alle altre” (CCC,152).

Il Magistero della Chiesa più volte ha affrontato il tema della Santissima Trinità e ne ha definito l’identità, così riassunta dal Catechismo della Chiesa Cattolica: “La Trinità è Una. Noi non confessiamo tre dèi, ma un Dio solo in tre Persone: «la Trinità consustanziale». Le Persone divine non si dividono l’unica divinità, ma ciascuna di esse è Dio tutto intero: «Il Padre è tutto ciò che è il Figlio, il Figlio tutto ciò che è il Padre, lo Spirito Santo tutto ciò che è il Padre e il Figlio, cioè un unico Dio quanto alla natura». «Ognuna delle tre Persone è quella realtà, cioè la sostanza, l’essenza o la natura divina». Le Persone divine sono realmente distinte tra loro. «Dio è unico ma non solitario». «Padre», «Figlio» e «Spirito Santo» non sono semplicemente nomi che indicano modalità dell’Essere divino; essi infatti sono realmente distinti tra loro: «Il Figlio non è il Padre, il Padre non è il Figlio, e lo Spirito Santo non è il Padre o il Figlio». Sono distinti tra loro per le loro relazioni di origine: «È il Padre che genera, il Figlio che è generato, lo Spirito Santo che procede». L’Unità divina è Trina. Le Persone divine sono relative le une alle altre. La distinzione reale delle Persone divine tra loro, poiché non divide l’unità divina, risiede esclusivamente nelle relazioni che le mettono in riferimento le une alle altre: «Nei nomi relativi delle Persone, il Padre è riferito al Figlio, il Figlio al Padre, lo Spirito Santo all’uno e all’altro; quando si parla di queste tre Persone considerandone le relazioni, si crede tuttavia in una sola natura o sostanza». Infatti «tutto è una cosa sola in loro, dove non si opponga la relazione». «Per questa unità il Padre è tutto nel Figlio, tutto nello Spirito Santo; il Figlio tutto nel Padre, tutto nello Spirito Santo; lo Spirito Santo è tutto nel Padre, tutto nel Figlio»” (CCC, 253 – 255).

Dunque: ogni singola persona della Santissima Trinità è Dio; le tre Persone divine sono unite in quanto alla natura, sono distinte in quanto alla persona; ogni singola persona è se stessa (Padre, Figlio e Spirito Santo) solo in relazione all’altra; le proprietà delle tre Persone divine (il Padre non è generato e non è mandato; il Figlio è generato (non creato) e inviato dal Padre; lo Spirito Santo procede – è mandato – dal Padre e dal Figlio) si manifestano particolarmente nelle missioni dell’incarnazione del Figlio e del dono dello Spirito Santo.





  1. Il Mistero si è fatto uomo: il fondamento della fede e della vita cristiana.

La Trinità è un mistero della fede in senso stretto, uno dei «misteri nascosti in Dio, che non possono essere conosciuti se non sono divinamente rivelati». Indubbiamente Dio ha lasciato tracce del suo essere trinitario nell’opera della creazione e nella sua rivelazione lungo il corso dell’Antico Testamento. Ma l’intimità del suo Essere come Trinità Santa costituisce un mistero inaccessibile alla sola ragione, come pure alla fede d’Israele, prima dell’incarnazione del Figlio di Dio e dell’invio dello Spirito Santo” (CCC, 237). L’Incarnazione, quindi, non solo è l’apice dell’intera rivelazione che Dio fa di se stesso, ma è anche la condizione per poter fare esperienza della vita che scaturisce dal Mistero trinitario. Il Mistero trinitario non lo capiremo mai a sufficienza, possiamo, però, godere del Sua presenza e del Suo amore misericordioso, lasciandoci possedere e plasmare da Lui. Gesù di Nazareth non solo ci ha parlato del Padre, di se stesso e dello Spirito, ma ci introduce nella vita delle tre Persone divine, inserendoci in quel circolo di amore trinitario che tutto trasfigura e tutto rinnova. Nell’esperienza cristiana il “mistero” non è una realtà oscura e inconoscibile, bensì il piano salvifico di Dio, prima nascosto, manifestato e realizzato nella persona di Gesù di Nazareth. Il mistero cristiano, dunque, è Gesù Cristo stesso (Cfr. Rm 16,25). La Chiesa quando parla di Dio non intende affermare una teoria ma riconoscere e confessare che in Gesù Cristo Dio stesso è entrato in comunione con l’uomo e questo continua ad avvenire dovunque e sempre mediante lo Spirito.


Quando parliamo della Santissima Trinità dobbiamo riconoscere l’insufficienza estrema del nostro linguaggio, ma nello stesso tempo dobbiamo essere convinti che è necessario parlarne perché questo decide della nostra salvezza. Il Cristianesimo non conosce un Dio generico di cui si sa che esiste come “altissima essenza”, ma solo un Dio che è Padre, Figlio e Spirito. Però, essendo Dio “Totalmente Altro” dall’uomo, l’uomo non può racchiuderlo in un suo schema mentale, così come non può ingabbiarlo nel tempo e nello spazio perché Dio è eterno e infinito. Bisogna, perciò, parlare di Dio con cautela e modestia. La Chiesa intende affermare il mistero come mistero, contro ogni presunzione umana e ogni tentativo di riduzione razionalistica. Il risultato conclusivo delle definizioni dogmatiche e della ricerca teologica è e rimane il riconoscimento dell’ineffabilità e della misteriosità di Dio, poiché “la fede non diventa mai scienza, e la scienza non può mai risolvere il mistero, neppure dopo che è stato rivelato da Dio, né riguardo al fatto (chi è) né riguardo al suo contenuto (come è), tuttavia con la riflessione sulla fede si manifesta la dignità dell’uomo e si evidenzia la sua dimensione religiosa” (J. AUER – J. RATZINGER, Il mistero di Dio, Cittadella Editrice, Assisi 1982, p. 307).

Un grande teologo francese degli inizi del secolo scorso diceva che “Nell’atto di rivelarsi, Dio non toglie il mistero che lo avvolge, non si disvela fino al punto che ora noi riusciremmo a capirlo. Rivelazione significa piuttosto che Dio manifesta il suo mistero nascosto, rivela il mistero della sua libertà e della sua persona. Rivelazione è quindi rivelazione della misteriosità di Dio” (R. GARRIGOU-LAGRANDE, Il senso del mistero, Parigi 1934, p, 134).

La conoscenza limitata del mistero di Dio da parte dell’uomo non afferma una sua deficienza, bensì il modo (il più originario!) di conoscere che permette di aprirsi a qualsiasi altra conoscenza. L’uomo non si realizza scandagliando a fondo il mistero, piuttosto accettando e accogliendo il mistero che gli viene incontro e gli si svela, aprendosi. La rivelazione del mistero di Dio è la risposta al mistero dell’uomo.

Colui che crede non confonde la certezza della presenza e dell’azione di Dio con le proprie rappresentazioni del divino. Anzi, proprio perché ha incontrato Dio, sa di non poterlo comprendere totalmente con la sua intelligenza. Dio rimane sempre un mistero ineffabile e insondabile. Se lo comprendessimo non sarebbe Dio! Ecco perché la fede non consiste nel “possedere” Dio, bensì nella piena disponibilità a lasciarsi possedere e visitare da Dio, nella lieta consapevolezza che “in lui viviamo, ci moviamo ed esistiamo” (At 17,28).

La riflessione teologica attesta che la Trinità Santissima resta mistero, che supera ogni capacità umana, ma è totalmente ragionevole per la vita dell’uomo e proprio per questo è il fondamento della fede dei cristiani: tutti vengono battezzati “nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28,19); tutta la vita cristiana è profonda comunione con le tre persone divine; il fine ultimo dell’intera Economia salvifica è che tutte le creature entrino nell’unità perfetta della Trinità (cfr. Gv 17,21-23), mentre fin d’ora sono chiamate a essere da Lei abitate (cfr. Gv 17,23).

A noi non resta che inchinarci dinanzi “all’Infinitamente Grande” per lodarLo e contemplarLo con adorante stupore per le meraviglie che ancora oggi compie in noi e per noi, in mezzo a noi e attraverso noi, continuando ad amarlo e a cercarlo: “Cerchiamolo per trovarlo, cerchiamolo dopo averlo trovato. Se lo si cerca per trovarlo significa che è nascosto; se lo si cerca dopo averlo trovato significa che è infinito” (S. AGOSTINO, Tract. In Joann. 63,1).



Anche per la comprensione di Dio vale la regola che per conoscerLo occorre mettersi in sintonia con Lui, condividendo la sua vita. Il Dio che cerchiamo di comprendere nel mistero della Trinità è il nostro Dio, è il Dio che è venuto incontro a noi in Gesù Cristo e che innanzitutto chiede di essere seguito e amato.. …E questo è possibile a tutti!

Riferimenti bibliografici
Catechismo della Chiesa Cattolica 185-267
Catechismo della Chiesa Cattolica, Compendio 33-49




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