Secondo McQuail l’importanza crescente dei media è legata al fatto che essi costituiscono



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13.11.2018
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Secondo McQuail l’importanza crescente dei media è legata al fatto che essi costituiscono:

“ a) una fonte di potere; uno strumento di influenza, controllo e innovazione nella società; il mezzo primario di trasmissione e la fonte di informazioni indispensabili di quasi tutte le istituzioni sociali;

b) la sede (o l’arena) dove si svolgono molti fatti della vita pubblica nazionale e internazionale;

c) una fonte importante di definizioni e immagini della realtà sociale, e quindi anche il luogo dove si costruiscono, si conservano e si manifestano i cambiamenti culturali e i valori della società dei gruppi;

d) la chiave decisiva per raggiungere fama e celebrità, e in generale una visibilità pubblica;

e) l a fonte di un sistema di significati per la sfera pubblica, che fornisce criteri di definizione di ciò che è normale, sotto il profilo empirico e valoriale; in base a questo criterio si fanno i confronti e si segnalano le devianze.

Inoltre i media sono il maggiore mezzo di intrattenimento e di svago, e servono a organizzare e interrelare il resto del tempo libero. Sono, quindi, una grande industria in continua espansione, che crea occupazione e un’ampia gamma di benefici economici” [ McQuail, 1996, 2ª: 19 ].

Per McQuail il discorso sul contenuto dei media si può far risalire all’opera di Shannon e Weaver [ Shannon, C., Weaver, W. 1971 ] e al loro modello trasmissivo per il quale la comunicazione è trasferimento intenzionale di informazioni da emittente a ricevente attraverso canali fisici che sono soggetti a rumori e interferenze.

“Secondo questo modello, la comunicazione si giudica in base all’efficienza (volume e costo) e all’efficacia nell’ottenere il “trasferimento”. Il concetto di informazione si è rivelato difficile da definire perché può essere visto in vari modi, ma l’elemento centrale è probabilmente la capacità di “ridurre l’incertezza, l’informazione, cioè, è definitas dal suo contrario (casualità o caos)” [ McQuail, 1996, 2ª: 233 ]. E’ stato Frick [Frick, 1959 ] a mettere in evidenza che la teoria dell’informazione si è sviluppata sulla base della scoperta per la quale tutti i meccanismi che dovrebbero veicolare informazione sono meccanismi di selezione.

“La base dell’oggettività (quantificazione) è il sistema di codifica binario (sì/no) dell’elaborazione digitale. Tutti i problemi di incertezza possono in ultima istanza essere ridotti a una serie di domande o/o e il numero delle domande necessarie a risolvere un problema di significato equivale al numero delle singole informazioni ed è una misura della quantità di informazioni” [ McQuail, 1996, 2ª: 234 ]. Su questa base è possibile analizzare il contenuto informativo dei testi e individuare diverse prospettive di ricerca anche alla luce del fatto che “tutti i testi mediali codificati in “linguaggi” conosciuti si prestano in linea di massima a essere analizzati in termini di informazione e di riduzione dell’incertezza [ McQuail, 1996, 2ª: ibidem ].

Secondo McQuail, nell’analisi del contenuto dei media, gli assunti fondamentali della teoria dell’informazione possono essere utilizzati misurando la informatività, la leggibilità e la diversità di un testo. Da questo punto di vista il “valore informativo” di un testo mediale consiste nella sua capacità di ridurre incertezza.

Asp [Asp. 1981] ha misurato l’"informatività" o il “valore informativo” della notizia ricorrendo a tre differenti indicatori del contenuto della notizia.

Il primo indicatore è la densità, ossia la proporzione di tutti i punti rilevanti in una cronaca, il secondo è l’ampiezza, cioè il numero di differenti punti in proporzione al totale, il terzo è la profondità, cioè il numero di fatti e moventi riportati per spiegare i punti fondamentali anche con una certa soggettività di giudizio. Un altro indice di valore informativo può essere ottenuto moltiplicando il punteggio della densità per quello dell’ampiezza.

Per quanto riguarda in particolare i testi giornalistici altra misura è rappresentata dalla leggibilità: una testo è tanto più leggibile quanto più è ridondante, cioè meno denso ( notizie troppo piene di informazione può risultare di non facile lettura) e che lascia più spazio all’interpretazione.

E’ possibile pure misurare la diversità interna dei testi. In questo caso ci si chiede, ad esempio, in che grado i giornali riservano pari o congrua attenzione alle posizioni dei diversi partiti o candidati.

Utilizzando la misura di entropia di Schramm [Schramm, 1955], consistente nel calcolo del numero delle categorie di informazione e opinione e la parità di distribuzione dello spazio/tempo dei testi mediali tra le categorie, Chaffee [Chaffee,1981 ] sostiene che è possibile individuare più diversità quando troviamo più categorie e, quindi, un ampio spettro di opinioni, e meno quando c’è attenzione sbilanciata alle differenti categorie col prevalere di un’opinione sulla notizia.

Per quanto attiene alla utilizzazione della content analysis nell’analisi dei testi mediali si rinvia all’ampia nota metodologica contenuta nel volume che illustra i risultati della prima ricerca [Costantino, Marrone Trobia (a cura di) 1999] e al testo di Philip Weber[Weber ]

Per quanto riguarda l’utilizzazione della content analysis nell’analisi dei testi mediali, si rinvia a Costantino, Marrone, Trobia (a cura di), 1999 e a Carzo (a cura di) 2001.

Qui val la pena soffermarsi ancora sul concetto di informazione.

Nonostante i tentativi di restringerne l’impiego, nel linguaggio comune il termine “informazione è utilizzato in senso molto più ampio, che porta spesso a notevole confusione. A questa vaghezza e genericità, secondo Turner e Pidgeon [ Turner e Pidgeon, 2001] contribuisce un fattore di grande importanza:

“Si tratta della tendenza propria degli esseri umani a ritenere che il mondo sia pieno di messaggi indirizzati a loro, e di comportarsi come se si trovassero all’estremità ricevente di moltissimi canali di comunicazione che partono tanto dal mondo materiale, quanto dal mondo sociale” Turner e Pidgeon Turner e Pidgeon riprendono la distinzione introdotta dal teorico dell’informazione Cherry [Cherry, 1957] tra canali di comunicazione e canali di osservazione sostenendo che il problema di avere informazioni dalla natura e di utilizzarle per modificare le nostre teorie sul mondo deve essere tenuto distinto dal problema che riguarda la teoria della comunicazione:

“Madre Natura non comunica con noi attraverso segni o servendosi di un linguaggio. Un canale di comunicazione deve essere distinto da un canale di osservazione” [Cherry, 1957: 216].

Turner e Pidgeon da ciò ricavano interessanti indicazioni:

“La natura dell’informazione è, evidentemente, molto più complessa di quanto lascerebbe supporre la definizione fornita dalla teoria dell’informazione. Le informazioni su qualsiasi tipo di evento sono sempre disponibili da qualche parte nell’universo, ma sono totalmente inutili a meno che non rechino un messaggio a un’entità neghentropica, tendente all’ordine. Una delle proprietà di queste entità è che cercano costantemente di assorbire neghentropia decodificando e raccogliendo sempre più informazioni. D’altra parte, macchine casuali non possono essere “informate”, perché l’informazione può essere assorbita solo da entità sufficientemente ordinate da aver “fissato” in qualche maniera altre informazioni.

Ne consegue che l’informazione non si trova tutta a un solo livello, e bisogna invece pensare a una gerarchia si livelli di informazione” [Turner e Pidgeon, 2001:177].

Viene meno, pertanto, la visione riduzionistica ottocentesca incentrata sulla “filosofia dell’ordine e della pulizia” per la quale ogni cosa era etichettata e collocata al proprio posto e si prende in considerazione la possibilità che, come sostiene Bakan [Bakan, 1974], l’informazione sia organizzata su più livelli, e che a qualunque livello possa esserci un’intrinseca assenza di informazione.

Il processo di riduzione dell’incertezza è per sua natura discontinuo.

Nel passaggio da un livello di accumulazione dell’informazione ad un altro viene meno il presupposto secondo il quale, dato un insieme di categorie, tutte le informazioni sono destinate a ridurre l’incertezza. E’ proprio a questo punto che si verifica la discontinuità.

“Quando viene acquisito un elemento di informazione che non può essere ignorato, non può essere classificato come un errore, e non può essere inserito nell’insieme di categorie assunto, non è più possibile approssimare il canale di osservazione in questione con un canale di comunicazione; per proseguire l’osservazione in modo fedele, diventa perciò necessario approntare un nuovo insieme di categorie all’interno del quale collocare tanto le informazioni vecchie quanto le nuove. Superato questo punto di discontinuità e stabilito un nuovo sistema di riferimento, il processo di riduzione dell’incertezza può essere riavviato” [Turner e Pidgeon, 2001:178].

Turner e Pidgeon parlano di due tipi di discontinuità nel processo di riduzione dell’incertezza.

Supponiamo di raccogliere informazioni su un particolare argomento, ipotizzando che tutte le informazioni rilevanti possano essere classificate in dieci categorie. Mentre raccogliamo le informazioni, l’incertezza sui messaggi che verrano ricevuti in queste categorie diminuirà, di una quantità che può essere valutata attraverso un’opportuna misurazione dell’informazione, ad esempio quella di Shannon. Nel momento in cui, mentre controlliamo le modalità di acquisizione delle informazioni, ci accorgiamo che le categorie rilevanti sono in realtà trenta, la nostra in certezza risale bruscamente, per riprendere a ridursi con l’acquisizione di altre informazioni.

Fonte: Turner, e Pidgeon, 2001: 179



Fonte: Turner, e Pidgeon, 2001: 179


Fonte: Turner, e Pidgeon, 2001: 180

“L’informazione, prima di tutto e soprattutto ha forma; è generata da un particolare sistema di codificazione, mediante l’impiego di materiali che rendono tangibili i nostri simboli e danno loro vita. Lo stesso discorso è sicuramente la più importante di tutte le forme d’informazione, e c’è appena da dire che senza discorso si può creare ben poca informazione. Per mezzo del discorso siamo diventati, noi della specie umana, creatori e raccoglitori, e distributori d’informazione nel grado più elevato. E’ degno di nota, comunque, che le lingue stesse differiscono ampiamente fra loro e di conseguenza producono nel mondo generi e categorie d’informazione diverse. La lingua degli indiani Hopi è strutturata in modo così diverso dalla nostra, da dover supporre che gli Hopi non vedano il mondo così come lo vediamo noi. La loro lingua, per esempio, non concepisce il tempo secondo le stesse categorie della nostra, e gli aspetti della realtà che la loro lingua fa nominare e classificare non corrispondono affatto al nostro schema di codificazione. La lingua, come hanno dimostrato molti antropologi, non è soltanto un mezzo di comunicazione, ma anche un organo di percezione. Essa crea il mondo tanto quanto lo riflette, richiamando la nostra attenzione su talune parti di esso e distogliendoci da altre” [Postman, 1991: 36].

Le tecnologie, dalle macchine per la stampa al computer alla televisione non sono, per Postman, mere macchine trasmettitrici dell’informazione ma di metafore attraverso le quali compiamo operazioni di concettualizzazione della realtà, di classificazione, di allargamento e restringimento del mondo.

“Attraverso tali mezzi – metafore non vediamo il mondo così com’è, ma secondo i nostri mezzi di codificazione. Tale è la potenza della forma dell’informazione” [Postman, 1991: 37. Corsivo nostro].
Postman individua le caratteristiche di necessarietà e dipendenza dai media : “dipendiamo da una fornitura costante d’informazione per concludere senza guai una giornata della nostra vita”. E si moltiplicano le istituzioni che hanno il compito di produrre e distribuire informazioni.

“Da questo punto di vista, possiamo permetterci di dire che non sono le nostre istituzioni sociali a creare informazioni, è l’informazione che crea le nostre istituzioni sociali. Inoltre, i problemi d’una società con informazione insufficiente sono del tutto differenti da quelli d’una società con informazione eccessiva. Tuttavia, entrambe le società possono giungere al collasso, una per deperimento, l’altra per saturazione”1 .


L’informazione non è una realtà, ma un’astrazione. Il grado di astrazione (basso o elevato, duraturo o transitorio, preciso o generico, sistematico o indifferenziato, facilmente reperibile o unico) dipende dal codice e dal materiale ad esso collegato (macchine da stampa, computer, televisione) .

E’ importante, per Postman considerare la velocità e la direzione dell’informazione. Da queste caratteristiche dipendono i tratti delle società. Avremo sistemi sociali diversi a seconda di come si muove l’informazione. Le culture orali sono caratterizzate da movimenti lenti, quelle elettroniche fanno muovere l’informazione alla velocità della luce. I mezzi – metafore non solo orientano la nostra attenzione su aspetti selezionati della realtà, ma lo fanno con rapidità e lentezza influendo ulteriormente sui processi di costruzione della realtà e sulla società nel suo complesso.

“Una società in cui la conoscenza sacra è codificata in pittografie complesse alle quali pochi hanno accesso , sviluppa sentimenti e istituzioni religiose differenti da quelli di una società la cui conoscenza sacra è codificata in un alfabeto accessibile a molti. E naturalmente, una società in cui si usa la televisione non ha affatto una conoscenza sacra. Questa infatti indica una conoscenza monopolitstica, esosterica, mistica, gerarchica. La televisione, per sua natura, si oppone implacabilmente ad una concezione del genere. In un ambiente culturale con la televisione al centro, non possono esserci che pochi segreti di stato e nessuna cabala” [Postman, 1991: 39].

Non solo è importante il controllo della segretezza e del movimento dell’informazione ma anche la sua velocità o lentezza.

“[...] In una cultura in cui l’informazione è distribuita in contesti contrapposti, si muove lentamente e viene disseminata pigramente, non ci sarà un’esplosione di conoscenza. [...] Là dove l’informazione viene codificata in impulsi elettronici per farla muovere alla velocità della luce, dev’esserci proprio tale esplosione. C’è da meravigliarsi che Socrate credesse che ogni conoscenza utile debba provenire dal nostro interno,, perché è di qui che proviene il discorso? E che noi crediamo che debba provenire dall’esterno, perché i nostri mezzi di comunicazione non sono parte di noi, anzi sono esterni a noi? “Una vita non verificata non è degna di essere vissuta”, diceva Socrate. In un mondo non investigato non vale la pena di vivere”, replichiamo noi. La stessa definizione di conoscenza, in ogni epoca è una funzione della forma, ampiezza, velocità, direzione e accessibilità dell’informazione” [Postman, 1991: ibidem].

La Tv è dominata da ciò che efficacemente Derrick de Kerckhove definisce “tirannia dello sguardo”2.

Animata dall’ambizione panottica di immortalare l’interezza ambientale dell’evento, finisce col vedere ingigantite le miopie o le ipermetropie del proprio occhio. Il segmento di evento che sfugga alla telecamera mutila la rappresentazione televisiva. Quello che si produce è un buco nella trama dell’avvenimento, per il quale non esiste rammendo sufficiente. E’ l’impossibilità di nascondere questo tipo di defaillances a rendere la tv particolarmente vulnerabile nel confronto con gli altri due media3 .La risposta a tutti i gap analizzati, è quella della diretta. Una risposta dispendiosa, impegnativa, via via più sofisticata in termini di impiego di tecniche e mezzi. Trasmettendo le immagini dell’avvenimento nel momento in cui esso avviene, la televisione sottrae alla radio l’esclusiva della rappresentazione dell’evento come arena drammatica ed emotiva.

Naturalmente, il taglio drammatico che la televisione dà alla gara è ben distinto da quello assicurato dalla radio. Quest’ultima, infatti, lega una forte quota di tensione alla circostanza del non visto. L’ascoltatore ha scarsissimi riferimenti sull’evoluzione della gara, legati alla descrizione del radiocronista che è inevitabilmente parziale. Questo alone di mistero carica di ulteriore drammaticità l’avvenimento. La televisione cancella questo canale drammatico, sostituendolo con quella che Dayan e Katz definiscono l’illusione di essere lì 4. Nel caso della concorrenza dei giornali, la scelta della diretta da parte della tv segna la rinuncia al racconto dell’avvenimento. Il mezzo televisivo sceglie di “afferrare l’evento”, di offrirne la fruizione diretta, hic et nunc, mentre si sta svolgendo e di stabilire istantaneamente un contatto diretto tra evento e spettatore5.


L’aspetto fondamentale della spettacolarizzazione è quello di dar forma, di rendere visibile in modo efficace, riconoscibile e riproducibile un’interazione comunicativa. Il rafforzamento della visibilità viene a dipendere dall’attribuzione sistematica alla drammatizzazione di caratteristiche straordinarie ed emotive. Questa attribuzione, che che trasforma l’ordinario in straordinario caricando gli eventi di un surplus di motivazioni e di richiami emotivi. La cifra dei processi di spettacolarizzazione è quella della riproduzione allargata e della sincronica produzione e riproduzione di massa di platee disponibili alla ricettività emotiva. Anche in questo modo è possibile trovare qualche spiegazione al continuo allargamento di masse giovanili accomunate dalla fruizione di grandi eventi-cerimonia in cui si fruiscono - consumano emozioni estetiche, musicali e sportive. L’evento spettacolarizzato è sottoposto a processi di accelerazione che cercano di polarizzare l’attenzione sull’ hic et nunc rappresentato: non ci sono più passato e presente. La spettacolarizzazione non solo deve rompere la routine, rimuovere il banale, gli eventi a basso contenuto emotivo, non solo deve affascinare, ma deve mirarare, più ambiziosamente a produrre estasi. Come nel caso della fiction, in cui, spesso, non si pongono limiti alla crudezza della narrazione, o alla ferocia delle immagini, non c’è presupposto di valore che possa guidare il genere-spettacolo. Nel caso della stampa il genere-spettacolo si impone attraverso processi di ridondanza-narrativo-resocontiva e attraverso il tradizionale sensazionalismo. Il “sensazionalismo”, che si è tentato di analizzare sistematicamente, è all’opposto della presentazione neutrale tendente all’obiettività la quale vuole che la cronaca sia imparziale, scrupolosa, sobria e distaccata e distante egualmente da coloro che eventualmente possono beneficiarne o, al contrario, esserne colpiti. La scrittura sensazionalista costruisce lo spettacolo attraverso il ricorso a parole eccessivamente “cariche”, lontane dalla neutralità e dall’obiettività, indulge a troppo colore espositivo ,ricorre ad un alto grado di drammatizzazione e personalizzazione del contenuto, costruisce gli articoli con forme particolari di prentazione che mirano ad attirare l’attenzione del pubblico: titoli gridati, fotografie, appunto, spettacolari etc.

Nel momento in cui McQuail analizza il rapporto tra notizia e interesse umano, chiarisce:

“La notizia è comunque un racconto su persone ed eventi, con elementi teatrali, mitologici e di personalizzazione oltre che fattuali. Questi elementi fanno parte della storia e della pratica attuale dell’informazione e tendono ad influenzare come e perché, innanzitutto, la notizia venga “letta” dal suo pubblico. Senza l’attrattiva del racconto e senza l’interesse umano è improbabile che la notizia possa diffondersi su larga scala o avere un valore commerciale. Questo aspetto dell’informazione contrasta con la neutralità, l’impersonalità e l’aderenza ai fatti, così importanti per il concetto di obiettività”6

Per Cavallari il linguaggio giornalistico è la somma di tre linguaggi: quello strutturale, quello funzionale e quello autonomo. Ogni giornale ha, evidentemente un rapporto specifico con questi tre linguaggi, il che significa che, in rapporto ad essi e al suo pubblico definisce la propria identità, il proprio stile, il proprio genere che lega la produzione efficiente e coerente alle aspettative dei consumatori.

“E’ indubbio che comunica informazioni. Ma è pure indubbio che trasforma la realtà percepita, e sulla quale voleva informare, in un’altra realtà: creando con i suoi simboli e i suoi codici, le sue selezioni e le sue metamorfosi dei simboli e dei miti collettivi, quindi una moderna "mitologia" ”7.
Giornali e televisione

Il direttore del settimanale francese "Le Nouvel Observateur", Jean Daniel, conversando con Umberto Eco, arriva ad affermare che la televisione ha mutato fino a tal punto le nostre democrazie da determinare una sorta di mutamento antropologico: "ormai - afferma non ci sono più cittadini ma telespettatori"8. Per Eco, nel complesso, la televisione riesce ad avere molta più influenza sulle élite che sulle masse. La carta stampata, che dovrebbe agire per evitare l'effetto deleterio della morsa televisiva sulle masse, sembra invece funzionare da cassa di risonanza, vive di televisione attraverso la televisione.

L'analisi di Eco è un vero e proprio atto d'accusa contro l'influenza della televisione sulla stampa:

"In questo periodo la stampa italiana sta dando prova di assoluta mancanza di dignità. Se voglio ritrovarmi in prima pagina, ho un modo molto semplice. Vado in televisione e mi levo i pantaloni. L'indomani tuttta la stampa nazionale parla di me a caratteri cubitali, con foto, opinioni di esperti...Ormai è la televisione che fa l'avvenimento. La stampa scritta lo commenta. Si accoda. E' il dramma dei giornali: i quotidiani si trasformano in settimanali, i settimanali in mensili. I quotidiani sono troppo densi, hanno troppe pagine e devono riempirle a qualunque prezzo. Per questo si lasciano abbindolare da quello che fa la televisione. Cadono in ogni trappola”9.


Le giustificazioni dei giornalisti non sembrano intaccare la sostanza della critica di Eco che imputa ai direttori dei giornali la responsabilità di inseguire a tutti i costi gli avvenimenti televisivi ignorando ogni questione etica e politica. Una delle caratteristiche dei mass media è, secondo Eco, proprio quella chiusura autoreferenziale:

“Non solo la tv parla continuamente della trasmissione in corso (e le telefonate del pubblico parlano di quel che sta avvenendo sullo schermo), ma le trasmissioni continuano a citarsi a vicenda. Come si diceva malignamente negli anni Cinquanta, la tv diventa così una finestra aperta su di un mondo chiuso. Quando si ripete che i giornali sono sempre più succubi della tv, si denuncia una sorta di autoreferenzialità allargata all'interno del mondo chiuso dei mass media”10. Nell'autoreferenzialità, nel reciproco sostegno, anche se confliggente, viene annegata ogni possibilità di autoanalisi.

Anche a proposito della carta stampata viene opportunamente ricordato l’antico gusto italico per il melodramma, per la sceneggiata, per la commedia dell'arte, generi teatrali che spesso assurgono a cornici interpretative delle vicende italiane. Anche in Italia si è molto diffuso il termine infotainment per designare pratiche mediali che si propongono di mettere assieme informazione e spettacolo. Si tratta spesso di ibridi che non coastituiscono né spettacolo,né informazione. Molto opportunamente Rheingold, prendendo le distanze da questi processi d’ibridazione, propone il termine disinfotainment, come miscuglio di disinformation e di entertainment11

L’ evento ordinario viene elaborato in modo tale che esso si trasformi, in modo riconoscibile, in fatto straordinario. Direbbero Dayan e Katz12 che non si dà spettacolarizzazione senza “interruzioni della routine” come gli eventi mediali lo spettacolo si intromette “nel normale flusso della programmazione e delle nostre vite”13. Queste interruzioni ,per la loro specialità e straordinarietà, si avvalgono della potenza delle immagini che- come spiega Maffessoli- pur essendo diverse e multiple, “entrano in corrispondenza, in risonanza le une con le altre, creano una unicità, una coesione che impregna la vita, le rappresentazioni di ognuno”14. Da questo si può parlare di un carpe diem legato al ruolo di sorpresa giocato dall’immagine. Si tratta di una sorpresa che affascina, che cattura, che avvince. E così che avviene l’incantamento, il desiderio di fermare il tempo,un tempo in qualche modo mitizzato , un tempo che non si finalizza ma che si vive al presente: “Un eterno presente, ecco a cosa ci esorta l’immagine”15. Per quanto riguarda la stampa si passa da una mediazione- espositivo rappresentativa ad una mediazione incentrata sulla emotività , con forte coinvolgimento, e immedesimazione nei modi e nei tempi dell’evento.

Il “sensazionalismo” si avvale anche di stereotipi per caricare, colorire ed enfatizzare il resoconto.

L’uso degli stereotipi è stato messo in rapporto al pregiudizio,alla cristallizzazione di uno schema mentale, spesso parziale, che non tiene conto non vuol tenere conto del movimento, del dinamismo, delle mutazioni della realtà osservata.

“Gli individui, i gruppi o le nazioni sono spesso trattati nella notizia secondo caratterizzazioni semplificatee ricorrenti, che possono avere connotazioni positive o negative, ma non sono neutrali, né in genere rispettano una effettiva realtà. Lo stereotipo può venire usato per facilitare o sveltire la comunicazione, ma il suo uso comporta sempre il rischio di smarrire la neutralità e può avere un effetto distorcente”16

Grazie all'azione di spettacolarizzazione, lo spettacolo agisce sulla realtà, la trasforma.

E sembra tornare d’attualità il “carattere duplice della merce” di marxiana memoria, il feticismo delle merci e il fatidico esordio del primo volume de Il Capitale. E quell’“immane raccolta di merci”17, che caratterizza la società capitalistica analizzata da Marx, sembra aver conquistato definitiva autonomia e muoversi secondo dinamiche imprevedibili.

Parafrasando proprio l'incipit de Il Capitale, il leader della corrente situazionista Guy Debord così apre La società dello spettacolo: “Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un'immensa accumulazione di spettacoli“18. L'era della globalizzazione sembra coincidere con lo sviluppo i quella che Guy Debord caratterizza come unbroken continuity, come ininterrotta continuità dello spettacolo che ha penetrato profondamente le strutture della quotidianità.

Secondo Abruzzese la spettacolarizzazione è: L'atto di rendere spettacolare un evento comunicativo. Processo espressivo di rafforzamento, enfatizzazione, passionalizzazione di qualsiasi oggetto o testo al fine di conferirgli più visibilità e potenza”19.

A questa logica aderisce anche il giornale come “sistema di segni, di parole, d’immagini, di contenuti e di forme”20. Strutturalmente lo scopo del giornale è quello di produrre informazione pubblica secondo determinati, programmi, progetti e strategie. In questo senso si può parlare dell’esistenza di un “linguaggio strutturale21, di un “linguaggio sociale che riflette l’informazione industrializzata e filtrata dalla struttura tecnico-economica del giornale”22.

Il giornale come “sistema di notizie”23 sviluppa un insieme di funzioni tendenti a ristrutturare l’evento e quindi un’insieme di procedure che connotano un linguaggio funzionale sistematico24 come risultante della interelazione metodica tra diversi sottosistemi. La comunicazione degli eventi ristrutturati al lettore-destinatario avviene sulla base i di alcune funzioni fondamentali che disegnano e ,di volta in volta definiscono, grammatica e sintassi del prodotto comunicativo finale i codici, i sottocodici, le tecniche espositive, gli stili di rapporto col pubblico e quindi i quattro fattori dell’ultima fase della comunicazione giornalistica(articoli, titoli, impaginazione, connotazione).

Tradizionalmente il termine “pubblico” indica i lettori, gli spettatori o gli ascoltatori di un canale mediale o di uno spettacolo. In verità, soprattutto negli ultimi decenni, il termine “pubblico” sempre più difficilmente ad una realtà dsempre, più differenziata e complessa. In poche parole “conserviamo il termine, ormai familiare, ma l’oggetto in sé sta scomparendo” [McQuail, 2001:11].

E’ sempre più difficile studiare, in modo scientificamente adeguato, il pubblico della maggior parte degli strumenti di comunicazione di massa.

In verità non si può fare riferimento ad una nozione destoricizata e decontestualizzata di pubblico.

“I pubblici sono il prodotto del contesto sociale (che porta a interpretazioni, necesità informative e interessi culturali comuni) e la risposta a un particolare modello di offerta mediale. Spesso sono entrambe le cose contemporaneamente, come nel caso in cui un mezzo si rivolga esplicitamente ai membri di una determinata categoria sociale o ai residenti di un certo luogo. L’uso dei media, inoltre, riflette modelli più ampi di uso del tempo, disponibilità, stili di vita e routine quotidiane.

In questo modo, un pubblico può essere definito in maniere diverse e in sovrapposizione tra loro: in base al luogo ( come nel caso dei media locali ); in base alle persone (


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1 Neil Postman, Ecologia dei media, ibidem.

2 D. De Kerckhove, Brainframes. Mente, tecnologia, mercato, Baskerville, Bologna, 1993, p. 62.

3 La radio, non essendo sottoposta alla vigilanza visiva dell'utente, può ben occultare un difetto di copertura dell'evento, o un errore di valutazione.

4 D. Dayan-E. Katz, Le grandi cerimonie dei media, op. cit.

5 Cfr. D. Baudini, Lo sport e la sua rappresentazione televisiva, in in G. Bettetini -A. Grasso (a cura di), Lo specchio sporco della televisione. Divulgazione scientifica e sport nella cultura televisiva, Fondazione Giovanni Agnelli, Torino, 1988, pp. 293-350.


6 Denis McQuail, I media in democrazia.Comunicazioni di massa e interesse pubblico: conflitti, regole, libertà d’informazione, nuove tecnologie, il Mulino, Bologna, 1995, p.222.

7 Ibid.p.275.

8 Jean Daniel, Non scrivo se non video, colloquio con Umberto Eco, “l’Espresso” n. 37, 19 settembre 1993

9 Ibidem.

10 Umberto Eco, Libertà di stampa è anche il giornale che si autocritica, “La bustina di Minerva, in “L’Espresso”,n.42, 24 ottobre 1993.

11 Howard Rheingold, Disinformocrazia, in "Virtual", n.2, ottobre 1993, p.14.

12 Cfr. Daniel Dayan, Elihu Katz, Le grandi cerimonie dei media. La storia in diretta, Baskerville, Bologna, 1993.

13 Daniel Dayan, Elihu Katz, Le grandi cerimonie dei media, cit., p.7. Scrivono Dayan e Katz: “Come i giorni festivi che interrompono le routines quotidiane, gli eventi televisivi propongono cose eccezionali sulle quali riflettere, di cui essere testimoni e da fare. La programmazione regolare è sospesa e gli eventi televisivi se ne appropriano, mentre noi siamo coinvolti da una serie di annunci speciali, quasi dei preludi, che trasformano la vita di ogni giorno in qualcosa di speciale...” (pp.7-8).

14 Michel Maffessoli, La contemplazione del mondo. Figure dello stile comunitario, Costa & Nolan, Genova, 1996, p.95.

15 Michel Maffessoli, La contemplazione del mondo, cit, ibid.

16 Denis McQuail, I media in democrazia, cit., p. 265.

17 E' la famosa apertura del primo libro de Il capitale, Roma, Editori Riuniti, 1970 (VII edizione),p. 45.

18 Guy. Debord, Commentari sulla società dello spettacolo e La società dello spettacolo, Milano, Sugarco, 1990, pag. 85. Scrive Debord:"Lo spettacolo è il discorso ininterrotto che l'ordine presente tiene su se stesso, il suo monologo elogiativo"(p.92).

19 Alberto Abruzzese, voce "spettacolarizzazione" in Alberto Abruzzese e Fausto.Colombo, Dizionario della pubblicità, Bologna, Zanichelli, 1994, pp.415-416.

20 Alberto Cavallari, La fabbrica del presente, cit., p. 257.

21 Alberto Cavallari, La fabbrica del presente, cit., p. 256.

22 Ibidem.

23 Alberto Cavallari, La fabbrica del presente, cit., p. 254.

24 Alberto Cavallari, La fabbrica del presente, cit., p.257.



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