Semantica 2007-08



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Semantica 2007-08

Lezione 11

1. Il legamento delle anafore (H&K 1998, 200-201)
Consideriamo il seguente enunciato:
(1) Maria1 ha criticato se stessa1.
L’anafora se stessa è un elemento sintattico che deve necessariamente stabilire una relazione di legamento con un antecedente sintattico (entro un certo dominio locale: principio A della Teoria del Legamento). Come viene interpretata questa relazione sintattica? Una prima ipotesi plausibile è che l’anafora “erediti” la denotazione dell’antecedente Maria; (1) sarebbe quindi semanticamente equivalente a (2):
(2) Maria ha criticato Maria.
Ci sono però due problemi: innanzitutto, secondo alcune visioni (2) viola il Principio C della Teoria del Legamento (= una espressione R non può essere legata, cioè coindicizzata sotto c-comando); in secondo luogo, l’eredità di denotazione predice erroneamente che (3) e (4) siano equivalenti:

Ma che cosa succede se l’antecedente è un quantificatore?


(3) Nessuno1 ha criticato se stesso1.

(4) Nessuno ha criticato nessuno.


Questo è palesemente sbagliato. Nell’interpretazione più plausibile, (4) dice che l’estensione della relazione denotata da [[ha criticato]] non contiene nessuna coppia di individui (con un meccanismo di Quantifier absorption, May 1989).1 Invece, (3) dice che nell’estensione del predicato [[ha criticato]] non c’è nessuna coppia in cui il primo e il secondo membro siano identici .
Otteniamo le condizioni di verità corrette se interpretiamo l’anafora come un’altra occorrenza della variabile vincolata dal quantificatore. Per ottenere questo, supponiamo che anche un quantificatore in posizione soggetto possa essere sottoposto a Quantifier raising (anche se questo non è strettamente richiesto per un problema di type mismatch). Inoltre, coindicizziamo l’anafora con la traccia del quantificatore. Otteniamo così la struttura di LF:
(5) S-3

QP S-2


nessuno 1 S-1

t1 VP

ha criticato se stesso1
Assumiamo che l’anafora se stesso ricada sotto la regola di interpretazione per le tracce e i pronomi indicizzati, e ricordiamo la regola di astrazione riformulata:
(6) Astrazione predicativa (riformulata):

Sia  un nodo ramificante con nodi figli  e , in cui  domina soltanto un indice numerico i (=assumendo che i pronomi relativi e tale che siano semanticamente vuoti).

Per qualsiasi assegnazione di valore alle variabili, [[]]a = xD.[[]] ax/i
[[S3]]a = [[QP]]a ([[S2]]a )

[[S2]]a = xD.[[S1]] ax/1

= xD.[[VP]] ax/1 ([[ t1]] ax/1)

= xD.[[V]] ax/1 ([[ se stesso1]] ax/1) ([[ t1]] ax/1)

= xD. [y. [z.z criticare y]] (x) (x)

= [xD. x criticare x]

[[S3]]a = [[nessuno]]a ([xD. x criticare x]) = 1 sse z: z persona  x: x criticare x = 


Naturalmente, la soluzione basata su vincolamento di una variabile nella posizione dell’anafora rende conto anche delle condizioni di verità di (1), se ammettiamo la possibilità di muovere il soggetto non-quantificazionale Maria. E’ chiaro che la funzione [xD. x criticare x]) denotato dal nodo S2 si applicherà all’individuo denotato dal sintagma nominale [NP Maria], dando luogo, per lambda-conversione, alle stesse condizioni di verità di (2).

2. Il vincolamento dei pronomi


Un meccanismo del tutto analogo si può applicare nel vincolamento di pronomi:
(7) [Ogni studente]1 inviterà la sua1 fidanzata
Si noti che perché il vincolamento sia possibile, il pronome deve essere nella portata del quantificatore. Tuttavia, la condizione sintattica di vincolamento pone un requisito più stringente: un pronome (o anafora) può essere vincolato sintatticamente da un quantificatore solo se è c-comandato dal quantificatore in struttura superficiale – ovvero solo se, in LF, è c-comandato dalla traccia del quantificatore lasciata nella posizione argomentale dall’operazione di QR (H&K, cap. 10). Questa condizione è soddisfatta in (7) (disegnare l’albero!), ma non in un caso come (8):
(8) * La sua1 fidanzata inviterà ogni studente1 (Weak Crossover)
S1

QP S2 (LF)

ogni studente

NP VP


La sua1 fidanzata

V t1

inviterà
Seppure il QP si aggiunge al nodo S, e quindi ha portata sul pronome sua contenuto nel NP soggetto, il vincolamento sintattico è impossibile perché il pronome non è c-comandato dalla traccia (condizione di c-comando, Reinhart 1983). Questo induce Heim & Kratzer (1998, 264) a formulare il Principio di Vincolamento :  vincola sintatticamente  in struttura S se e soltanto S  vincola semanticamente  (dove  è un DP fonologicamente pieno, cioè non una traccia).
*** Digressione (avanzata): una alternativa alla condizione di c-comando di Reinhart (1983) è la Leftness Condition (Chomsky 1976...Hornstein 1995), secondo cui un pronome non può essere vincolato da un quantificatore che lo segue linearmente. Trattandosi di una condizione puramente lineare, questa soluzione non ha goduto di molta fortuna nel qudro generativo, che attribuisce un ruolo esplicativo essenziale piuttosto alle configurazioni gerarchiche. Recentemente, tuttavia, la Leftness Condition è stata rivalutata nell’ottica di approcci all’interpretazione che procedono ‘da sinistra a destra’ (Schlenker 2005, Shan & Barker 2005, Bianchi & Chesi 2007): in quest’ottica, il pronome non può ‘avere accesso’ alla variabile vincolata dal quantificatore se viene interpretato semanticamente prima del quantificatore stesso. ****

3. Vincolamento vs. coreferenza


Osserviamo tuttavia che in una configurazione strutturalmente identica a (8), il pronome può essere “co-interpretato” (K. Safir: co-construal) con un sintagma nominale non quantificazionale che non lo c-comanda:
(9) La sua fidanzata inviterà Gianni (alla festa).
In base alle nostre assunzioni, sappiamo che la co-interpretazione in (9) non può risultare da vincolamento sintattico seguito da lambda-conversione di due occorrenze della stessa variabile (come avveniva in (1)): il motivo è, come sopra, che l’antecedente sintattico non c-comanda il pronome in struttura S. nel caso degli antecedenti non quantificazionali, deve quindi esserci un altro tipo di “collegamento interpretativo” tra il pronome ed un antecedente. Questo collegamento prende il nome di coreferenza.

Oltre al contrasto fra (8) e (9), c’è un altro motivo per supporre che ci siano, in linea di principio, due tipi di collegamento interpretativo: la cosiddetta ambiguità strict/sloppy. Questa viene normalmente illustrata con il fenomeno dell’ellissi del VP in inglese (10); ma posiamo costruire esempi italiani che sono equivalenti per il solo scopo di illustrare l’ambiguità (11) (in realtà ci sono differenze sintattiche rispetto all’ellissi del VP in inglese).


(10) a. John loves his wife, and Bill does, too.

b. John loves his wife, and Bill does , too.


(11) a. Gianni apprezza il suo nuovo ritratto, e Maria anche.

b. Gianni apprezza il suo nuovo ritratto, e Maria anche .


L’osservazione fondamentale è che la seconda frase in (11), quella ellittica, ammette due interpretazioni:

a) nella prima interpretazione (strict), Maria apprezza il nuovo ritratto di Gianni;

b) nella seconda interpretazione (sloppy), Maria apprezza il proprio ritratto – il ritratto di Maria stessa.

Come caratterizzare queste due interpretazioni?

L’ipotesi di partenza è che nel secondo congiunto la cancellazione fonologica (ellissi) del predicato è possibile in quanto esso ha la stessa interpretazione del predicato della prima frase (in termini molto rozzi; non ci addentreremo nei complessi dettagli tecnici di questa nozione). Intuitivamente, questo sembra plausibile nel caso dell’interpretazione strict: i due predicati denotano letteralmente la stessa funzione caratteristica. Ma come può esserci identità dei predicati nell’interpretazione sloppy?

Il problema può essere risolto se ammettiamo che nell’interpetazione sloppy, le due occorrenze del pronome nel VP antecedente e in quello ellittico sono vincolate dall’operatore lambda introdotto grazie al movimento invisibile dei due DP soggetto che vincolano sintatticamente i pronomi:


(11’) [S Gianni [1 [ t1 [ apprezza il suo1 nuovo ritratto]] e [S Maria [1 [ t1 [VP apprezza il suo1 nuovo ritratto]] anche.
(Si noti che tutte le occorrenze dell’indice 1 sono vincolate, dunque la struttura è ben formata rispetto al requisito che uno stesso indice non può avere occorrenze sia libere che vincolate entro la stessa struttura). Tramite astrazione predicativa al livello S nei due congiunti si ha (notazione informale):
(11’’) x. (x apprezza il nuovo ritratto di x)( [[Gianni]])  x. (x apprezza il nuovo ritratto di x) ([[Maria]])

4. Implementazione della coreferenza


Il vincolamento sintattico e semantico rende conto dell’interpretazione sloppy di (11). Dobbiamo però caratterizzare anche l’interpretazione strict, nella quale (i) il pronome nel primo congiunto riceve lo stesso referente del soggetto Gianni; (ii) questo referente del pronome viene preservato anche nel predicato ellittico. Si tratta dunque di stabilire un tipo di “co-interpretazione” diverso dal vincolamento.

La necessità di un tipo diverso di c-interpretazione emerge anche nell’anafora interfrasale:


(12) Gianni è felice. Maria lo ha baciato.
Qui, evidentemente, la relazione non può essere di vincolamento, in quanto il pronome nella seconda frase è al di fuori della portata dell’operatore lambda corrispondente al soggetto di predicazione Gianni della prima frase. (Ricordiamo che la portata è, tecnicamente, il dominio di c-comando dell’operatore.)

Questo tipo di relazione viene detta coreferenza (Reinhart 1983: coreferenza accidentale).In poche parole, il pronome nel primo congiunto non viene vincolato sintatticamente dal soggetto, ma rimane sintatticamente libero. Nell’interpretazione semantica, questo pronome equivale ad una variabile libera. Ricordiamo che le variabili libere dipendono crucialmente da una assegnazione di valore, perché in sé essere non denotano alcun individuo. L’assegnazione di valore è una funzione parziale da indici numerici (non vincolati) ad individui del dominio. Si assume dunque che i pronomi liberi vengano interpretati relativamente ad una assegnazione di valori non arbitraria, ma determinata dal contesto: questa funzione è il modo in cui rappresentiamo, nel nostro meta-linguaggio, le intenzioni referenziali del parlante (cioè il fatto che il parlante usa un certo pronome libero per riferirsi ad un certo individuo). La presenza di pronomi liberi e la loro dipendenza da una assegnazione di valore determinata dal contesto ha una conseguenza essenziale (H&K 1998, 243; cf. Kalplan 1977): un enunciato non è più vero o falso in assoluto (in un certo modello), ma bensì una enunciazione (=l’atto di proferire un certo enunciato) è vero o falso in un contesto c se e soltanto se è vero o falso relativamente alla assegnazione di valore determinata dal contesto c. Se il contesto c non determina una assegnazione di valore che abbia nel proprio dominio tutti gli indici dei pronomi che sono liberi nell’enunciato (più precisamente: nella LF dell’enunciato), il contesto risulta inappropriato, e l’enunciazione in quel contesto non può avere alcun valore di verità.

Si ha coreferenza (accidentale, “pragmatica”) quando l’individuo che l’assegnazione di valore assegna all’indice numerico di un pronome libero è lo stesso individuo che è denotato da un altro sintagma nominale (nome proprio o descrizione definita). Questo sintagma nominale può trovarsi in una frase distinta, come in (12). Nella lettura sloppy, il pronome ha un indice libero cui viene assegnato come valore l’individuo denotato dal soggetto Gianni; lo stesso valore viene assegnato anche all’occorrenza dell’indice libero sul pronome contenuto nel predicato ellittico:
(13) Gianni apprezza il suo1 nuovo ritratto, e Maria anche 1 nuovo ritratto>, dove il contesto determina (almeno) la funzione parziale [ 1  g].
Naturalmente un pronome, rispetto ad una semplice variabile libera, sembra contenere più informazioni: ad esempio, lei è un pronome [animato, femminile, singolare]. Se tutto ciò che la semantica vede è un indice numerico (libero), questi tratti risulterebbero essere non interpretabili. Abbiamo invece una chiara intuizione che i tratti grammaticali “guidano” la nostra interpretazione, ad esempio in (14):

(14) Gianni ha visto Maria, ma lei non lo ha salutato.



Si adotta un trattamento presupposizionale dei tratti grammaticali dei pronomi. Tecnicamente, questi tratti denotano funzioni parziali di identità che impongono restrizioni sui possibili valori assegnati al pronome: ad esempio, per i pronomi animati,


[[femminile]] = x.x è femmina.x
Se proviamo a coindicizzare un pronome e un DP antecedente che hanno tratti diversi (es. Gianni e lei) si avrà presupposition failure e la struttura risulterà non interpretabile.
*** Il tratto di persona (in particolare, prima e seconda persona) richiede un trattamento a parte, in quanto esso aggancia immediatamente il pronome a certi parametri del contesto: ad esempio, il pronome io denota il parlante del contesto. Si veda più avanti, lezione 17.***
***Un altro caso un po’ diverso di assegnazione di valore è la deissi, in cui il valore da assegnare al pronome è immediatamente presente nel contesto comunicativo e viene assegnato tramite una dimostrazione (come l’atto di indicare o rivolgere lo sguardo verso un certo individuo): cf. Kaplan (1977).***
A questo punto abbiamo due modi diversi per giungere alla “co-interpretazione”: il vincolamento sintattico (e semantico) e la coreferenza. In base al Principio B della teoria del legamento, i pronomi possono essere vincolati, ma non devono esserlo necessariamente: quindi ammettono entrambe le possibilità, come abbiamo visto in (11).

Le anafore come se stesso, in base al principio A della teoria del legamento, devono essere vincolate sintatticamente (entro un dominio sintattico locale); dunque esse possono essere interpretate solo come variabili vincolate semanticamente, e non come variabili libere (cf. § 1). Infatti in caso di ellissi le anafore danno luogo solo alla lettura sloppy:


(15) Gianni ha criticato se stesso, e Mario anche
(15) non può voler dire che anche Mario ha criticato Gianni. (Nota bene: se il secondo congiunto fosse ‘e Maria anche’, il predicato ellittico dovrebbe essere: ‘…ha criticato se stessa’, con tratti grammaticali diversi sull’anafora rispetto al predicato del primo congiunto. Questo riconduce al problema che i tratti grammaticali sembrano essere semanticamente irrilevanti sui pronomi o anafore vincolati; cf. von Stechow 2002 e Kratzer 2006).

Infine, le cosiddette ‘espressioni-R’ non possono essere vincolate sintatticamente né semanticamente:


(16) * Lei ha criticato Maria.
Anche ammettendo che il vincolamento sintattico sia impossibile (e di conseguenza, il vincolamento semantico, in base alla relazione biunivoca stipulata da Heim & Kratzer), resta il proble ma di spiegare perché in (16) il pronome e l’espressione-R non possono essere co-interpretati tramite coreferenza accidentale. Reinhart (1983) ha proposto un principio secondo cui, se un parlante può esprimere determinate condizioni di verità attraverso due LF minimalmente differenti in cui una utilizza il vincolamento sintattico e l’altra la coreferenza, allora il parlante sceglierà il vincolamento sintattico. In altri termini, in configurazioni in cui è possibile il vincolamento sintattico, il parlante non utilizzerà una coreferenza accidentale che produce lo stesso risultato del vincolamento sintattico. In (16), la co-interpretazione può essere espressa utilizzando una anafora riflessiva in posizione di complemento oggetto, e dunque, il parlante che non utilizza questa possibilità sta esprimendo condizioni di verità diverse, in cui il pronome e l’espressione-R non si riferiscono allo stesso individuo. Per un approccio pragmatico alla teoria del legamento, cf. Huang (2007).

5. Note sull’interpretazione dei pronomi liberi


L’assegnazione di valore è un meccanismo formale che ci permette di esprimere sul piano semantico come viene interpretato un pronome libero. Tuttavia, l’assunzione che l’assegnazione sia determinata dal contesto rimanda la soluzione ultima del problema – cioè, come viene determinata questa assegnazione di valori? – al piano pragmatico/discorsivo, che coinvolge necessariamente il contesto comunicativo (cf. lezione 1).

Il termine “coreferenza accidentale” o “pragmatica” veniva utilizzato da Reinhart per contrastare questa relazione con il vincolamento sintattico, che è soggetto a restrizioni sintattiche precise. Ma in realtà, non c’è molto di “accidentale” in questa relazione; anch’essa è soggetta a restrizione molto precise (cf. di Eugenio 1990, basato su Calabrese 1986):


(17) a. Gianni ha incontrato Mario, ma pro non lo ha salutato.

b. Gianni ha incontrato Mario, ma lui non lo ha salutato.


Il problema dei collegamenti anaforici è estremamente inportante negli approcci computazionali. Grosz et al. (1986 e lavori successivi) hanno elaborato la “centering theory”, secondo la quale

a) i referenti denotati da espressioni linguistiche vengono inseriti in una lista ordinata di “centri potenziali” del discorso (modellizzazione della coerenza discorsiva);

b) l’ordinamento parziale dei centri è determinato da una serie di fattori, tra cui la prominenza sintattica (il soggetto di una frase è il centro più prominente) e la salienza;

c) uno di questi referenti costituisce, per ciascuna frase, il “centro attuale”; questo può essere mantenuto nella frase successiva (center continuation), mantenuto nella frase successiva e poi abbandonato (center retention), o sostituito (center shifting)

d) i pronomi recuperano il proprio referente dalla lista ordinata dei “centri” disponibili: il referente deve essere, in ordine, il centro della frase precedente oppure il più prominente tra i centri alternativi (forward-looking) disponibili nella frase precedente; se un pronome recupera come referente uno dei centri alternativi cfn, devono essere realizzati come pronomi (anziché espressioni referenzialei piene) anche tutti i referenti che sono più prominenti nella lista dei centri alternativi (cfm , per ogni m

Tornando a (17a), nella prima frase coordinata [[ Gianni]] è il centro attuale e [[ Mario ]] è un centro alternativo; nella seconda frase coordinata il soggetto nullo codifica, tipicamente, il mantenimento del centro, e il centro alternativo può essere anch’esso espresso per via pronominale (lo). In (17b), il pronome tonico lui codifica uno spostamento (o un imminente abbandono) del centro.

Come nota Roberts (2003), queste idee sono compatibili con la concezione dei pronomi liberi come variabili cui deve essere assegnato un valore.

6. I pronomi come descrizioni definite nascoste


Una visione alternativa dei pronomi li concepisce non come variabili libere, ma come descrizioni definite ellittiche (Elbourne 2001), in cui viene cancellato fonologicamente il nome-testa (pronomy D-type”). La motivazione originaria per questo approccio viene dal fenomeno dell’anafora “E-type” (Evans 1980):
(18) Few congressmen admire Kennedy. They are very junior.
Qui l’antecedente del pronome they sembra essere un quantificatore (few congressmen ) che non ha portata sul pronome stesso. La soluzione proposta da Evans è che il pronome E-type equivalga ad una descrizione definita implicita:
(19) Few congressmen admire Kennedy. The (few congressmen who admire Kennedy) are very junior.
Un altro fenomeno che può essere spiegato con questa strategia è la cosiddetta donkey-anaphora:
(20) Every man who owns a donkey beats it. (Geach 1962)
Il pronome it sembra co-variare con a donkey, pur non essendo c-comandato da esso. Nell’approccio “D-type”, il pronome è una descrizione definita ellittica che contiene un pronome vincolato dal quantificatore universale (da cui l’effetto di co-variazione):
(20’) Every man1 who owns a donkey beats [the donkey he1 owns].
Heim (1990) propone che le descrizioni definite contengano variabili su situazioni. L’interpretazione di (20) sarebbe dunque (20’’):
(20’’) Per ogni coppia dove x è un individuo e s è una situazione minima in cui x è un uomo che possiede un asino, esiste una estensione s’ di s tale che in s’ x picchia l’unico asino in s.
Per una discussione del problema cfr. Elbourne (2001, Natural Language Semantics).
Reinhart, T. 1983. Anaphora and semantic interpretation. Croom Helm.


1 Oppure, con l’interpretazione standard del quantificatore negativo, dice che nessun individuo del dominio è tale da non aver espresso alcuna critica (in italiano questa interpretazione richiede però la marca negativa sul verbo: nessuno non ha criticato nessuno).




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