“Semel in anno licet insanire”…Purchè ad andarci di mezzo non siano i diritti della persona



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28.03.2019
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Semel in anno licet insanire”…Purchè ad andarci di mezzo non siano i diritti della persona*.
di Angelo Viglianisi Ferraro1.


  1. Premessa.

A poco più di un anno dal deposito delle ormai note sentenze delle Sezioni Unite Civili in materia di danno non patrimoniale, non può che ritenersi felice ed appropriata la scelta di promuovere un incontro di studio, e dunque anche un momento di discussione collettiva, sull’argomento2.

È ancora presto per stilare bilanci sugli esiti prodotti dalle decisioni in commento, ma un’analisi “a mente fredda” degli aspetti problematici insiti nella presa di posizione dei giudici di legittimità potrà, almeno si spera, favorire un approccio più consapevole ad un tema che risulta essere oggi tra i più delicati e complessi, sia per la dottrina che per la giurisprudenza.

Semel in anno licet insanire”, scriveva Seneca, e alcuni autorevoli studiosi, nel riferirsi alle sentenze gemelle della Suprema Corte, vista la difficoltà a ricordare (o semplicemente riportare per intero) il numero esatto delle pronunce (nn. 26972-26975), hanno trovato più agevole battezzare le decisioni in questione come le sentenze di San Martino del 20083.

Ed effettivamente sarà stato il gioco ingrato del destino, il quale ha voluto che le sentenze venissero depositate proprio nel giorno (l’11 novembre) a tutti tradizionalmente noto per l’uso invalso nella prassi di procedere alla degustazione del vino nuovo, sarà stata l’ansia di demolire una figura di danno, quello esistenziale, che era stata impropriamente e smodatamente utilizzata dalla c.d. giustizia di prossimità, le sentenze in commento sono apparse a molti commentatori come l’espressione di una “momentary lapse of reason” dell’organo nomofilattico italiano.

L’icastico sintagma inglese (preso in prestito da un famoso brano dei Pink Floyd) è stato adoperato da uno dei magistrati mostratisi più critici nei confronti delle Sezioni Unite4, il quale non ha potuto, peraltro, nascondere l’imbarazzo nel doversi ormai attenere alle linee guida fornite dal Supremo Collegio nella sua più autorevole composizione.

La Sezione lavoro della stessa Corte di Cassazione, circa due mesi fa (precisamente il 5 ottobre 2009), con la sentenza n. 212235, occupandosi di danno (esistenziale) da demasionamento, non ha invece manifestato alcun impaccio nell’evitare ogni richiamo alle quattro sentenze del 2008, e nel preferire rinviare viceversa ad un’altra pronuncia delle Sezioni Unite: la n. 6572/20066.

Basterebbe, del resto, leggere le moltissime decisioni (di merito o di legittimità) di analogo tenore, o dare una rapida scorsa al corposo numero di contributi dottrinali pubblicati sul tema, per comprendere, da un lato, che la vexata quaestio relativa all’individuazione dei precisi contorni della fattispecie del danno non patrimoniale nel nostro ordinamento è tutt’altro che risolta, e, dall’altro, che il frutto del sofferto “parto giurisprudenziale” dei giudici di legittimità ha avuto il singolare, e raro, esito di lasciare insoddisfatti, sia pur ognuno per ragioni differenti, pressoché tutti gli studiosi (tanto i c.d. esistenzialisti, quanto i c.d. non esistenzialisti)7.

Venendo in medias res, avverto subito l’uditorio che il mio intervento si dividerà in tre parti e cercherà di non sforare i 30 minuti. Per non risultare fedifrago a questo – per la verità un po’ velleitario – proposito, mi manterrò il più possibile fedele al testo scritto, rinviando alla successiva fase del dibattito eventuali chiarimenti.

La prima parte della relazione illustrerà i passaggi più significativi ed i pregi, che pur vi sono e sono rilevanti, della recente presa di posizione delle Sezioni Unite; la seconda parte metterà in evidenza gli aspetti più critici delle sentenze in commento (soffermandosi soprattutto sui profili concernenti le problematiche ricadute applicative delle pronunce del Supremo Collegio); la terza parte tenterà di indicare ciò che ci si sarebbe atteso da un così qualificato e atteso intervento della Corte di Cassazione.







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