“Semel in anno licet insanire”…Purchè ad andarci di mezzo non siano i diritti della persona


Conclusioni. Ciò che ci si sarebbe atteso dalle Sezioni Unite



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Conclusioni. Ciò che ci si sarebbe atteso dalle Sezioni Unite.

Much ado about nothing” (“tanto rumore per nulla”) potrebbe dirsi, ricorrendo alle emblematiche parole di Shakespeare.

I giudici hanno continuato a liquidare il danno esistenziale (parlando però talvolta, come ha del resto fatto la stessa Corte di Cassazione, di pregiudizi di tipo esistenziale); il potere, riconosciuto dal Supremo Collegio alle autorità giudiziarie, di interpretare la “coscienza sociale” e desumere nuovi diritti inviolabili in via interpretativa dall’art. 2 della Cost., ha consentito alla giurisprudenza di merito di continuare a dare ampio spazio alla propria vis creativa; in taluni casi i filtri della gravità dell’offesa e della serietà del danno sono apparsi utili strumenti per realizzare proprio ciò che le Sezioni Unite maggiormente volevano evitare, ossia la liquidazione di danni in re ipsa39; e l’ampio ricorso, anch’esso legittimato dalla Corte di Cassazione, alla prova presuntiva40 ha reso molto più agevole la possibilità di continuare a fare ciò si è sempre fatto: i giudici propensi a riconoscere “risarcimenti non patrimoniali facili” hanno proseguito nella loro direzione (agevolati e non certo ostacolati dalle pronunce delle Sezioni Unite), i magistrati avvezzi ad essere più severi nella liquidazione dei danni ex art. 2059 hanno seguitato a mantenersi devoti alla propria impostazione.

In altre parole, parafrasando la famosa frase del romanzo “il Gattopardo”: tutto è cambiato perché tutto rimanesse invariato41.

Del resto, alcune recenti pronunce degli stessi giudici di legittimità (richiamate nella sentenza n. 26792 del 2008), hanno perfettamente dimostrato che, utilizzando correttamente il filtro dell’ingiustizia costituzionalmente qualificata, è di per sé possibile negare il risarcimento a soggetti che lamentano danni di fatto inesistenti42: si pensi al caso di <<una persona che si affermava “stressata” per effetto dell’istallazione di un lampione a ridosso del proprio appartamento (sent. n. 3284/2008)>>43, o a tutte quelle ipotesi in cui venga fatta valere in giudizio sic et simpliciter la lesione della “serenità personale” o del “diritto alla tranquillità”. In questi ultimi due casi, in particolare, secondo la Corte di Cassazione44, <<non sussiste un’ingiustizia costituzionalmente qualificata>>, trattandosi di una <<lesione…insuscettibile di essere monetizzata, siccome inquadrabile in quegli sconvolgimenti della quotidianità “consistenti in disagi, fastidi, disappunti, ansie ed in ogni altro di insoddisfazione”… ritenuti non meritevoli di tutela risarcitoria>>45.

In definitiva, le Sezioni Unite, anziché tentare di restringere arbitrariamente il raggio di azione dell’art. 2059 c.c. – da un lato, limitandone l’azionabilità ai solo ai casi in cui il risarcimento del danno non patrimoniale è previsto dalla legge o deriva dalla violazione di diritti inviolabili sanciti nella costituzione, e, dall’altro, introducendo filtri come quelli della “gravità dell’offesa” e “della serietà del pregiudizio” –, avrebbero dovuto semplicemente imporre, dunque, maggiore attenzione in sede di indagine degli elementi tipici dell’illecito aquiliano ed eventualmente suggerire ai giudici di merito l’utilizzo di formule analoghe a quelle or ora richiamate per negare protezione a pretese prive di copertura costituzionale.

Una volta accertata la sussistenza di un danno non patrimoniale meritevole di tutela, ma di modesta entità, non sarebbe forse irragionevole preferire, a pronunce di rigetto per insussistenza della serietà del pregiudizio subìto, sentenze che, sulla scia di quanto accade di frequente in sede giurisdizionale europea, pur riconoscendo l’illiceità del comportamento del danneggiante e l’esistenza di un danno meritevole di ristoro, sostituiscano la liquidazione di somme a titolo di risarcimento con altre forme di conforto, aventi <>46, come ad esempio la pubblicazione della sentenza di condanna47.

Su queste e altre tematiche si imporrà presto o tardi una più approfondita e serena analisi, anche di tipo comparatistico, tra gli studiosi e gli interpreti, considerando che, come scrisse Orazio, facendo propria la locuzione di Seneca (ma cambiandone, nella sostanza, forma e contenuto), “Dulce est desipere in loco” (Carm., IV, 13, 28). Probabilmente non lo è mai (viste l’autorevolezza e la delicatezza della funzione rivestita dall’organo in questione), ma certamente non era questo il momento più opportuno perché le Sezioni Unite si concedessero un infelice “insanire”.



* Il presente lavoro riproduce il testo della relazione tenuta nell’ambito dell’incontro di formazione ed aggiornamento professionale per i magistrati ordinari ed onorari del distretto giudiziario di Reggio Calabria su “Nuove prospettive di tutela del danno non patrimoniale un anno dopo la sentenza delle S. U. della Cassazione n. 26972/2008”, svoltosi il 15 dicembre 2009 presso il Dipartimento di Scienze Giuridiche Economiche e Sociali dell’Università “Mediterranea” di Reggio Calabria.

1 Ricercatore di Diritto Privato presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università “Mediterranea” di Reggio Calabria.

2 Per una più approfondita analisi critica delle pronunce n. 26972-26974/2008, sia consentito rinviare (anche a fini meramente bibliografici) ad A. Viglianisi Ferraro,


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