Seminario «Culture di pace»



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05.12.2017
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Seminari Interfacoltà :

« Culture per la pace »
Claude Cazalé Bérard (Université Paris X-Nanterre, ACRIMED)

Pierre Bourdieu critico dei media in guerra
Or quiconque domine est toujours héritier de tous les vainqueurs. Entrer en empathie avec le vainqueur bénéficie toujours, par conséquent, à quiconque domine. [...] Tous ceux qui jusqu’ici ont remporté la victoire participent à ce cortège triomphal où les maîtres d’aujourd’hui marchent sur les corps des vaincus d’aujourd’hui. A ce cortège triomphal, comme ce fut toujours l’usage, appartient aussi le butin. Ce qu’on définit comme bien culturels. [...] Il n’est aucun document de culture qui ne soit aussi un document de barbarie. Et la même barbarie qui les affecte, affecte tout aussi bien le processus de leur transmission de main en main. C’est pourquoi, autant qu’il le peut, le théoricien du matérialisme historique se détourne d’eux. Sa tâche, croit-il, est de brosser l’histoire à rebrousse-poil.
Walter Benjamin, Thèses « Sur le concept d’histoire », VII

1. Pierre Bourdieu e l’impegno politico


  1. « Le choc de l’Algérie » : la vocazione del sociologo e la logica militante.




  1. L’intellettuale arrabbiato.




  1. La critica dei media : le parole della politica e la politica dei media.



  1. Rappresentazioni della guerra come soluzione dei conflitti




  1. Per una critica della dominazione.




  1. Imperialismo, mondializzazione e propaganda.




  1. Il trattamento mediatico della guerra.



  1. Attualità dell’utopia




  1. L’internazionalizzazione del conflitto sociale: il Movimento Sociale Europeo.




  1. Un’altra Europa è possibile.




  1. Per un’utopia socialmente fondata


  1. Pierre Bourdieu e l’impegno politico

Les concepts viennent des luttes et doivent retourner aux luttes

Michel Foucault
Nell’omaggio reso a Michel Foucault, il 21 giugno 2000, Pierre Bourdieu ebbe modo di tornare sul tema centrale dell’impegno politico dell’intellettuale incarnato per lui dal collega e sullo scomparire - da lui denunciato - della fedeltà a quell’atteggiamento critico che fu degli Illuministi e si protrasse nella tradizione francese da Voltaire à Zola, da Gide a Sartre : « portiamo il lutto dell’intellettuale critico », disse allora. Portiamo il lutto di Pierre Bourdieu, diremo noi oggi. Infatti, vorremmo che si alzasse ancora la sua voce seria e accorata capace di provocare e di scandalizzare quell’establishment nazionale e internazionale concorde nel soffocare, con la complicità dei media e di conniventi « intellettuali mediatici » mercenari, qualsiasi dissenso nei confronti del nuovo ordine mondiale. Per fermare la catastrofe in corso (come già nell’allarme lanciato da Benjamin) l’intellettuale « specifico » - come lo chiamava Foucault - deve tornare ad impegnarsi. Ma, chiedeva Bourdieu : « E’ possibile conciliare ricerca teorica e azione politica ? C’è spazio ancora per degli intellettuali che siano autonomi (dai poteri) e impegnati (eventualmente contro i poteri) ? ». La scelta - o meglio la fuga - nella neutralità cosiddetta « scientifica » è senza dubbio socialmente più facile e vantaggiosa: l’intellettuale impegnato tradisce le regole della pacifica ed interessata convivenza, del consociativismo istituzionale. Il commitment secondo la formula anglosassone va definitivamente separata dalla scholarship, per evitare quella rischiosa e destabilizzante commistione di scholarship with commitment rivendicata con forza da Bourdieu, in uno dei suoi ultimi interventi pubblici ad Atene, nel maggio 2001, in occasione di un incontro tra sindacati e ricercatori universitari. Spingendosi al di là della posizione stessa di Foucault, Bourdieu intendeva promuovere la figura dell’« intellettuale collettivo », nazionale e internazionale, quello - per dire - della coraggiosa e non convenzionale indagine su « La misère du monde », del « Movimento Sociale Europeo », impegnato con gli strumenti del proprio sapere specialistico, della propria competenza scientifica, con i valori inerenti alla ricerca disinteressata della verità, a forgiare strumenti di difesa contro la dominazione simbolica1 che oggigiorno, tramite i valori tecnicistici ed economicistici, si nasconde sotto gli orpelli della scienza. Vale a dire un intellettuale capace di inventare un modo di organizzare un lavoro collettivo di produzione di « utopie realistiche », capace di inventare nuove forme di azione simbolica contro le offensive dei think tanks neoliberali, in primo luogo nella contestazione radicale della collusione antidemocratica tra potere politico, economico e mezzi di informazione.

Appunto, la critica dei media in quanto critica del linguaggio quale forma e strumento di dominazione (Ce que parler veut dire) è al centro delle battaglie politiche più recenti di Pierre Bourdieu: senza dubbio, tra le sue azioni sulla scena politica, quella che suscitò contro di lui le reazioni più violenti, addirittura vere e proprie campagne denigratorie alimentate dalla stampa e dai media radio-televisivi francesi messi a nudo nelle loro strategie di potere e nelle loro tattiche manipolatrici : « le pouvoir des mots, les mots du pouvoir ». Ma non solo, si sentì coinvolta nella sacrilega ed impietosa analisi sociologica quella arrogante classe dominante - la cosiddetta « nobiltà di stato » (personale politico, alti funzionari, dirigenti dell’alta finanza e dell’industria) e quegli intellettuali mediatici, i « doxosophes » frequentatori degli studi televisivi - a cui Pierre Bourdieu non aveva risparmiato le critiche fin dal suo esordio nel campo della sociologia francese. Se « le parole hanno potere soltanto su coloro che sono disposti a sentirle, ad ascoltarle e quindi a crederle », andava evidenziato con più forza ancora quel vero e proprio « razzismo dell’intelligenza » che concentra il capitale culturale tra le mani di una élite cupidamente interessata a riprodursi a scapito dell’intera nazione: una intellighenzia consenziente e complice della restaurazione conservatrice volta a ridurre gli spazi di libertà, di parola e di pensiero controllati da un giornalismo sempre più servile ed asservito.





  1. « Le choc de l’Algérie » : la vocazione del sociologo e la logica militante.

Fu proprio l’esperienza dell’Algeria - e della guerra - a portare Bourdieu dalla filosofia all’etnologia e alla sociologia o meglio a quella che definirà socioetnologia economica: ma si badi, al di là del cambiamento di disciplina c’era un radicale cambiamento d’impostazione intellettuale e di metodo. Bourdieu intendeva, infatti, mettere in pratica tramite l’inchiesta sociologica una « logica militante », capace di scardinare preconcetti e automatismi - compresi quelli degli stessi intellettuali algerini formati in Francia - procedendo sistematicamente ad un’analisi storica e pragmatica non solo della realtà a lungo travisata dall’applicazione acritica di modelli interpretativi astratti e deformanti (ad esempio quelli della visione maschile del mondo), ma contemporaneamente della posizione dell’osservatore e dei suoi principi metodologici. Ne la Sociologie de l’Algérie, pubblicato nel 1958, egli non esitava a parlare della guerra coloniale come esito (evitabile) del conflitto tra le due comunità, ma egli evidenziava soprattutto il fatto che la rivoluzione algerina, oltre a rivelare la violenza instaurata dal sistema coloniale, rappresentasse la ribellione dei « dominati » contro quella specifica « struttura di dominazione ». Sarebbe tornato, nel ’97, su quella esperienza precisando che il socioetnologo era un « intellettuale organico dell’umanità » il quale avrebbe potuto contribuire, in quanto agente collettivo, à « denaturalizzare » e « defatalizzare » l’esistenza umana, mettendo la propria competenza scientifica al servizio di un universalismo radicato nella sua comprensione dei particolarismi. L’Algeria continuò a rimanere uno dei punti focali dell’azione di Bourdieu a favore della pace: la creazione, nel ’93, del CISIA (Comité International de Soutien aux Intellectuels Algeriens), collegato con il Parlamento Europeo degli scrittori, e l’invito che ne seguì a fondare « un partito della pace civile » (1994), dimostrarono, al di là dell’intento forse utopico di avviare una « rivoluzione » nella mentalità politica, la volontà programmatica di fare emergere il rimosso (solo da poco si osa parlare in Francia delle torture compiute dall’esercito francese) continuando a fare luce sulla storia passata e presente di un paese ancora dilaniato dalla violenza e privo della libertà di espressione, e di lottare nel contempo contro l’esclusione in Francia (peggioramento della situazione con le leggi Pasqua) e in Algeria2.




  1. L’intellettuale arrabbiato.

« Karl Kraus fait une chose assez héroïque qui consiste à mettre en question le monde intellectuel lui-même ». Indubbiamente Pierre Bourdieu si situava sullo stesso terreno, rivendicando il diritto (e il dovere) di indignarsi, di arrabbiarsi, di manifestare la propria insofferenza, il proprio dissenso mettendo in gioco la propria posizione, mettendo « in atto e in azione » il proprio pensiero, col rischio di subire attacchi « ad hominem »... basta scorrere i titoli dei giornali che riportarono i suoi interventi durante il lungo sciopero generale del ’95, o le sue iniziative contro la guerra (guerra del Golfo, Kosovo) per misurare la violenza delle reazioni da parte di giornalisti che pretendono di avere « il monopolio della diffamazione legittima ». Eppure, le sue operazioni - alla stregua di quelle intraprese dall’intellettuale austriaco - non erano altro che una mera «oggettivazione » di fenomeni, comportamenti, discorsi sottoposti ad una disamina distaccata; ma sottoporre la vita intellettuale alla lente dell’entomologo voleva dire rompere quella rete di connivenze, complicità, indulgenze, reciproci servizi, omertà sui quali poggiano gli abusi di potere della costruzione e della costituzione dell’opinione da parte della stampa quotidiana a larga tiratura, della divulgazione di massa: era decisamente insopportabile per i detentori ufficiali del « monopolio dell’oggettivazione pubblica » (i giornalisti, gli intellettuali), per i nuovi farisei, che venissero portati alla ribalta da uno di loro i meccanismi di un gioco opportunistico, per lo più mistificante ed autogratificante. Kraus che, da provocatore, inventava « happenings sociologici » parlava appunto del « paradosso dell’oggettivazione ». L’attualità di Kraus per Bourdieu sta nel suo proporre un efficace « manuale del perfetto combattente della dominazione simbolica» 3.




  1. La critica dei media : le parole della politica e la politica dei media.


Dopo Chomsky, e con altrettanta forza polemica e persuasiva, Bourdieu lanciò, nel 96, un libello per denunciare il potere dei media e in particolare della televisione4. La sua critica, centrata sul mondo francese dell’informazione e della comunicazione (ma la sua analisi è comunque valida per altri paesi), era rivolta contro i fenomeni di banalizzazione consumistica degli eventi, di omogeneizzazione riduttiva dei valori della realtà, e quindi contro l’azzeramento culturale che ne risultava, fondato sulla passività di un pubblico privo di strumenti critici, di mezzi di confronto o di verifica, e di conseguenza facilmente manipolabile. Ma la denuncia colpiva soprattutto la televisione non soltanto in quanto luogo e occasione di spettacolo ma in quanto organo d’informazione pretendente sostituire alla figura tradizionale del giornalista della stampa scritta (già largamente condizionato per gli effetti della concorrenza tra testate e delle leggi del mercato), una figura di « presentatore » d’informazioni prefabbricate e svuotate di una qualsiasi funzione di critica ma dotate tuttavia di un potere di rafforzamento dei conformismi di pensiero. Infatti, come poté verificarlo a sue spese in un incontro-intervista trasformatosi in un agguato (« Arrêt sur image », gennaio 1996) gli intellettuali critici disturbavano, e andavano rimessi al loro posto. Invece i think tanks assoggettati ai gruppi di pressione economica, gli specialisti del fast thinking, gli esperti stipendiati divulgatori di pseudosaperi, potevano indisturbatamente frequentare quei talk-shows in cui è messo in scena, spettacolarizzato un dibattito destinato a fabbricare consenso. Il compito della televisione sarebbe appunto quello di attirare l’attenzione su fatti omnibus, adatti a tutti, tali da ottenere il più largo consenso e da assicurare un alto indice di ascolto (il solo criterio dei responsabili della programmazione televisiva); oppure di trovare lo « scoop », ad ogni costo (compreso il dare notizie false: le smentite non hanno lo stesso potere mediatico) per averla vinta a livello della concorrenza tra i canali. I « colpi mediatici » sono dei colpi di forza simbolici. Tuttavia il messaggio trasmesso non deve destabilizzare i preconcetti, rischiare di modificare le strutture mentali, semmai deve rafforzarli. Per Bourdieu la comunicazione televisiva non è soltanto una parodia di comunicazione che assorbe l’altro e lo neutralizza, che annienta le differenze, le distanze, producendo un’illusione di assimilazione culturale e d’integrazione sociale, ma è anche uno strumento efficacissimo di censura. Bourdieu ricorda come durante la guerra del Golfo perfino la stampa detta « progressista » rifiutasse i suoi testi contro la guerra, oppure come li accompagnasse con commenti o prese di posizione favorevoli alla guerra. Basti pensare, oggi, alla retrocessione degli eventi man mano che non sono più di una bruciante attualità: chi parla più dell’Afghanistan, mentre il conflitto s’inasprisce in Israele, eppure anche là si continua a morire, di armi, di stenti, di fame ? Ma la televisone è anche, per Bourdieu, uno straordinario mezzo di « depoliticizzazione » in quanto sede privilegiata dei sondaggi, chiamati - almeno psicologicamente - a sostituirsi al voto relegato a sempre meno frequentate ritualità considerate come arcaiche, sicuramente meno popolari, « moderne » ed efficienti per misurare il polso di una opinione fatta di una serie di numeri, non certo accomunati da una coscienza collettiva. Per cui l’azione politica si confonde con qualsiasi azione commerciale destinata con la pubblicità-propaganda ad acquistare il cliente-fan. Dal lavoro di Bourdieu sui media sarebbe nata l’ACRIMED (Action Critique Media) un’associazione creatasi all’indomani degli scioperi del ’95, per analizzare il trattamento del movimento attraverso la stampa. Da allora l’associazione che riunisce giornalisti, docenti universitari, ricercatori applica la sua lente d’ingrandimento sugli eventi più « mediatizzati » dell’attualità nazionale o internazionale, sul trattamento dei conflitti sociali o militari (dalla Bosnia, al Kosovo, all’Afghanistan), su quello delle crisi politiche ed economiche, con la consapevolezza critica di essere giudici e parte del campo di osservazione e di studio: ma, appunto Bourdieu insegna, la conoscenza dei propri strumenti e la previa delucidazione dei fenomeni di deformazione dell’informazione, permettono di controllare il margine di errore e di analizzare efficacemente le modalità di manipolazione dei dati e dei fatti da comunicare.
2. Rappresentazioni della guerra come soluzione dei conflitti


  1. Per una critica della dominazione.


Anche se è impossibile sintetizzare senza tradirla un’opera così complessa e coerentemente articolata come quella di Pierre Bourdieu si può dire che essa verta fondamentalmente intorno alla questione della dominazione: come e perché la dominazione si riproduca, e soprattutto perché nella maggior parte dei casi essa venga considerata come naturale e legittima dagli stessi dominati? Nella serie di inchieste svolte sul sistema scolastico ed universitario (Les héritiers, La reproduction, La Noblesse d’Etat, Homo academicus) Bourdieu analizzava i meccanismi - per lo più ignoti agli stessi agenti del campo considerato - grazie ai quali sono accettate, o addirittura approvate le norme che assicurano il perdurare dell’ordine dominante. Accusato di restaurare un determinismo positivistico di stampo arcaico e di origine veteromarxista, Bourdieu si è sempre difeso dal voler imporre un sistema fondato su un insieme delimitato, definito, e definitivo di concetti: egli intendeva invece stimolare l’« invenzione » sociologica: il suo insegnamento prendeva sempre le mosse dalla sperimentazione concreta, dall’osservazione pragmatica della realtà, per poi procedere all’enucleazione di regole e di principi, in conformità con una « filosofia » anti-intellettualistica della prassi. Un metodo di approccio, il suo, inscindibilmente teorico e pratico che si può definire a rigor di termini « generativo », inteso ad evitare sia una « fisica » delle strutture materiali che una « fenomenologia » delle forme conoscitive. Bourdieu era decisamente avverso al dogmatismo che conduce inevitabilmente ad «ortodossie» intellettuali: infatti, per lui, una scienza totale della società deve liberarsi sia dallo strutturalismo meccanico, che mette gli agenti « fra parentesi », sia dall’individualismo teleologico, che fa dell’individuo la forma reincarnata dell’homo oeconomicus. Oggettivismo e soggettivismo, meccanicismo e finalismo, necessità strutturale e azione individuale non sarebbero altro che false antinomie: per superare la rigidità schematica di questi paradigmi Bourdieu propose di considerarli come fasi momentanee di un processo analitico che tende invece a ricomporre la realtà inevitabilmente dialettica del mondo sociale. Secondo Bourdieu, esiste una corrispondenza tra struttura sociale e strutture mentali, tra le divisioni oggettive del mondo sociale (in particolare tra dominanti e dominati nei vari campi) e i principi di visione e di divisione che gli agenti vi applicano: una corrispondenza che viene prodotta, nelle società sviluppate, dal sistema scolastico. Per Bourdieu le divisioni sociali e gli schemi mentali sono strutturalmente omologhi in quanto sono geneticamente legati dal fatto che i secondi assimilano le prime, che le strutture oggettive si prolungano attraverso il processo d’interiorizzazione. Questo fenomeno assume una funzione politica in quanto i sistemi simbolici non sono soltanto strumenti di conoscenza, sono anche strumento di dominazione, permettono l’integrazione sociale di un ordine arbitrario. Infatti, i sistemi di classificazione grazie ai quali costruiamo attivamente la società tendono a rappresentare le strutture che li attuano, come dati naturali e necessari, piuttosto che come prodotti storicamente contingenti di un determinato rapporto di forze tra gruppi (classi, etnie, sessi). Se si ammette che i « sistemi simbolici » sono prodotti sociali che producono il mondo, che non si limitano a riprodurre i rapporti sociali ma che contribuiscono a costruirli , bisogna ammettere che si può entro certo limiti trasformare il mondo trasformandone la rappresentazione. Per cui i sistemi di classificazione diventano la posta in gioco che contrappone individui e gruppi, altrettanto decisiva quanto le lotte individuali e collettive nelle quali si affrontano nel campo politico e della produzione culturale: questa sua analisi dei sistemi di classificazione è un aspetto di quella sociologia genetica e politica della formazione, della selezione, e dell’imposizione dei sistemi di classificazione. Quindi la filosofia dell’azione per Bourdieu non distingue fra interno ed esterno, fra conscio e inconscio, corporeo e discorsivo, tra cognizione e sensibilità, soggetto e oggetto, in sé e per sé. Il rapporto tra agente (sociale) e mondo non è una relazione tra soggetto (o coscienza) e oggetto, ma una relazione di « complicità ontologica » o di « possesso reciproco », tra habitus come principio socialmente costituito di percezione e valutazione e il mondo che lo determina. Gli strumenti di analisi rimandano comunque ad un « politeismo metodologico »: ogni atto, ogni iniziativa di ricerca, è nel contempo pratica e teorica; la minima operazione pratica (scelta di un criterio di calcolo, di un metodo di codifica, di un sistema di classificazione, della composizione di un questionario) presuppone una scelta teorica consapevole. Correlativamente una difficoltà concettuale può essere risolta soltanto tramite il confronto con la realtà empirica. Bourdieu voleva rimettere sistematicamente in discussione l’inconscio scientifico collettivo presente nelle teorie, nei problemi, nelle categorie: una tale operazione riflessiva permetteva, infatti, di costruire diversamente l’oggetto scientifico, ma anche di sottoporre sistematicamente l’osservatore e i suoi strumenti di analisi ad una verifica razionale. Questa « riflessività epistemologica » intendeva superare il relativismo nichilista della decostruzione postmoderna alla Derrida, in quanto consentiva di « storicizzare » la ragione senza dissolverla, di fondare un razionalismo storicistico che conciliasse decostruzione e universalità, ragione e relatività. Anche se come Derrida e Foucault, Bourdieu credeva che il sapere dovesse essere decostruito, che le categorie fossero derivazioni sociali contingenti e strumenti di potere (simbolico), che le strutture del discorso fossero precostruzioni sociali dalla forte potenzialità politica, tuttavia egli confidava con Habermas nella possibilità e nella necessità della verità scientifica, nel dovere di proteggere le basi del pensiero razionale. Per Bourdieu, comunque, il post-strutturalismo e il decostruzionismo erano fenomeni storici da smontare e decostruire come gli altri. Il compito della sociologia è, infatti, di distruggere i miti che ricoprono e celano l’esercizio del potere e ne perpetuano la dominazione sui corpi (spesso connotata come biologica) prima ancora che sui comportamenti sotto la forma di una costruzione sociale naturalizzata (cioè interpretata come fatto di natura universale e atemporale). Le pratiche artistiche (Un art moyen, L’amour de l’art, Les règles de l’art) e culturali (compresi i rapporti fra i sessi: La domination masculine) appartengono a campi privilegiati della lotta per l’egemonia dove vige la violenza simbolica.


  1. Imperialismo, mondializzazione e propaganda.

Smontare i meccanismi della dominazione voleva dire per Bourdieu denunciare il pensiero unico e rivelare l’essenza del neoliberalismo, lo sfruttamento illimitato : « Il mondo economico è veramente, come vuole il discorso dominante, un ordine puro e perfetto, che implacabilemente dipana la logica delle sue prevedibili conseguenze, pronto a reprimere ogni errore con le sue sanzioni ? Sanzioni che infligge automaticamente o anche, in via più eccezionale, tramite un suo braccio armato l’FMI o l’OCSE con l’imposizione di politiche di basso costo della manodopera, riduzione della spesa pubblica, flessibilizzazione del lavoro. [...] Oggi più che mai questa ‘teoria’, desocializzata e destoricizzata dalle origini, possiede i mezzi per rendersi vera, empiricamente verificabile».

Ma è sul piano dell’imposizione del pensiero unico attraverso il linguaggio ed i concetti-immagini da esso veicolato - la vulgata planetaria impostasi con la lingua inglese tuttofare, quell’anglo-americano atlantico (come l’Alleanza) o quel « wall street english » di cui si vanta l’efficacia e il sicuro successo sulle pareti dei vagoni del metro parigino - è proprio su questo piano che l’analisi di Bourdieu si fa particolarmente corrosiva. « In effetti - dice Bourdieu - il discorso neoliberale non è un discorso come gli altri. [...] è un ‘discorso forte’ ; che però è tanto forte, e difficile da controbattere, soltanto perché ha dalla sua tutte le forze di quel mondo di rapporti di forze che esso stesso contribuisce a far diventare ciò che è, orientando in particolare le scelte economiche di chi domina i rapporti economici, e aggiungendo così a questi rapporti di forze la propria forza, propriamente simbolica. [...] La mondializzazione dei mercati finanziari, coniugata con il progresso delle tecniche dell’informazione, assicura ai capitali una modalità senza precedenti »... mentre i lavoratori in una condizione di regressione a condizioni di lavoro del primo capitalismo selvaggio devono subire « l’istituzione pratica di un mondo darwiniano della lotta di tutti contro tutti, a tutti i livelli della gerarchia, in cui si fa leva sull’insicurezza e sullo stress per ottenere il massimo d’impegno sul lavoro e al servizio dell’impresa », una vera e propria violenza strutturale. « Il fondamento ultimo di tutto quest’ordine economico, che pure si pone sotto il segno della libertà, è in effetti la violenza strutturale della disoccupazione, della precarietà e dell’implicita minaccia del licenziamento ».

Vale a dire che si sta facendo tabula rasa delle conquiste sociali ed economiche di cento anni di lotte, presentate dal discorso imperante come relitti arcaici e obsoleti, anzi come ostacoli sulla strada di una modernizzazione che dovrebbe regalare a tutti un futuro luminoso di consumatore felice. Questo fenomeno è il frutto di un imperialismo simbolico : « Come il dominio di genere e quello di etnia, l’imperialismo culturale è una violenza simbolica, che si fonda su un rapporto di comunicazione coercitivo per estorcere la sottomissione ; e si distingue, nel caso specifico, per il fatto di universalizzare i particolarismi legati a una singola esperienza storica, facendo sì che essi non vengano più percepiti come tali, ma riconosciuti come universali » 5


Pierre Bourdieu e Loïc Wacquant illustrando « la nuova vulgata planetaria » evidenziano come dall’economia alla politica, dalla scienza alla ricerca, dall’arte al cinema... il modello unico e imperante, acriticamente imitato e adottato dalle nostre classi dominanti sia quello degli USA, ormai sola potenza mondiale: « Imponendo al resto del mondo categorie di percezione omologhe delle sue strutture sociali, l’America riplasma il mondo alla sua immagine : la colonizzazione mentale che si opera attraverso la diffusione di questi concetti simil-veri non può che condurre a una sorta di « Washington » consensus generalizzato e perfino spontaneo », mentre l’internazionale conservatrice riduce progressivamente tutti gli spazi lasciati all’espressione libera.

Vale a dire che, in questo contesto, perfino la strategia militare statunitense a livello mondiale verrà giustificata e adottata come difesa e garanzia del nuovo ordine mondiale.




  1. Il trattamento mediatico della guerra.

A più riprese Pierre Bourdieu è tornato sul trattamento mediatico della guerra: dalla guerra di Algeria interpretata, contrariamente alla doxa, come una « rivoluzione nella rivoluzione », ossia come un fattore dei trasformazione sociale e culturale, con la rottura delle solidarietà e ritualità tradizionali, e come un « linguaggio », cioè la voce prestata ad un popolo senza voce ma che implica una risemantizzazione radicale dei segni, tempi, spazi; alla guerra del Golfo; ma è soprattutto con le guerre nei Balcani, della Bosnia e del Kosovo che egli si impegnò in prima persona, lanciando appelli per la pace nei Balcani e promuovendo nel ’99, un gruppo di riflessione del quale illustrerò il programma, poiché ancora attuale.

In realtà, le premesse teoriche e metodologiche di una socioanalisi, ossia di un’analisi sistematica e scientifica dei fenomeni di propaganda e di censura le troviamo poste fin dalle prime ricerche di Pierre Bourdieu, nei suoi interventi nella stampa nazionale ed internazionale, nei suoi contributi alla rivista fondata da lui « Actes de la Recherche en Sciences Sociales », in particolare per quanto riguarda: l’individuazione attraverso un approccio riflessivo delle strutture di dominazione nel funzionamento del linguaggio sempre carico di una ontologia politica; la riflessione sull’inconscio della comunicazione e sulle categorie terminologiche e concettuali che abbiamo introiettate tanto da riprodurre spontaneamente classificazioni e gerarchie (come se fossero un fatto di natura), serie precostituite di opposizioni contraddistinte dal marchio della positività o della negatività (piccolo/grande; passato/futuro; arcaico/moderno; chiuso/ aperto; stabilità/mobilità; stagnazione/crescita; rigidità/flessibilità; ‘summit’/base ; globalità/particolarismi, etc....); sulla produzione da parte del potere politico di rappresentazioni (statistiche, sondaggi, inchieste sponsorizzate) annunciatrici di tendenze di fatto premeditate e preordinate, e quindi creatrici di bisogni e di necessità (« il fatalismo del probabile »); sulla definizione da parte del pensiero dominante di gerarchie nella legittimità e liceità degli oggetti di studio: l’investimento intellettuale (e finanziario) riguarda naturalmente gli oggetti valorizzati o valorizzanti a livello di profitto materiale e simbolico, a livello di riconoscimento professionale o sociale. Bourdieu scriveva nel 1982 6:

« Si le travail politique est, pour l’essentiel, un travail sur les mots, c’est que les mots contribuent à faire le monde social. Il suffit de penser aux innombrables circonlocutions, periphrases ou euphémismes qui ont été inventés, tout au long de la guerre d’Algérie, dans le souci d’éviter la reconnaissance qui est impliquée dans le fait d’appeler le choses par leur nom au lieu de les dénier par l’euphemisme. En politique rien n’est plus réaliste que les querelles de mots. Mettre un mot pour l’autre, c’est changer la vision du monde social, et par là, contribuer à le transformer ».

Sarebbe tornato sulla questione cruciale del linguaggio manipolato e coatto a proposito della guerra di Yugoslavia, in un articolo pubblicato nel 1993, sulla rivista « Liber » 7:

«  Lorsque, comme ici, il y a des siècles d’histoire derrière chaque mot, on s’expose à être manipulé par les mots qu’on manipule, à prendre parti sans le savoir sur les questions que les mots dissimulent [...] Or, les questions de mots sont souvent des questions de vie ou de mort. Les luttes symboliques ont pour enjeu des mots, et des mots qui tuent parce que, convertis en mots d’ordre, en slogans mobilisateurs, en ordres de mobilisation, ils constituent en essences déhistoricisées, naturalisées, les populations qu’ils désignent et leurs particularités : noms de langues, noms de religions, noms d’ethnies, noms de régions, etc. ; auatant de créations historiques, auxquelles les intellectuels ont contribué, et dont les mêmes intellectuels, ou d’autres, font des armes dans leurs luttes pour l’hégémonie, pour la domination dans l’Etat ou pour la construction des Etats qu’ils espèrent dominer »


. Les intellectuels et la guerre

« Si je dois choisir le moindre de deux maux, je n’en choisis aucun »

Karl Kraus
Vorrei tornare, ora, sul programma di lavoro sugli « Intellettuali e la guerra » avviato da Pierre Bourdieu nella primavera del 1999, con la collaborazione di Catherine Samary (autrice tra l’altro di uno studio sul ruolo del FMI in Bosnia) e di Patrick Simon (attuale Vice-Direttore dell’Institut de Documentation et Recherche sur la paix) : l’intento era di promuovere a partire dell’appello pubblicato su « Le Monde » (Arrêt des bombardements, autodétermination) un lavoro collettivo, durevole e permanente, non solo sulla guerra, ma su un insieme di questioni ad essa legate, come una sorta di impresa intellettuale al servizio delle vittime.

Il principio ispiratore era il rifiuto della trappola delle false alternative fabbricate da un giornalismo riduzionistico e caricaturale :

« Je pense que nous devons revendiquer le droit de ne pas choisir, le droit de refuser aussi bien d’innocenter les crimes serbes que d’innocenter les crimes de l’OTAN. Nous devons même refuser que les problèmes soient posés dans ces termes. Que peuvent faire les intellectuels ici rassemblés ? Eh bien, ils peuvent travailler intellectuellement. Et fonctionner comme une sorte de think-tank8 (litt. «réservoir de pensée»). C’est un mot qui est généralement employé dans un autre contexte et qui est associé à la domination des puissants, mais pourquoi ne pas faire un think-tank sans financements, sans capitaux, sans adresse, sur la base de la bonne volonté des uns et des autres, pour nous rencontrer dans une sorte de groupe interdisciplinaire et international, chacun mettant au service du collectif les armes intellectuelles dont il dispose ? »
Questa importante iniziativa di un Seminario sulle « Culture per la pace » e gli argomenti trattati rispondono pienamente all’impostazione di quel progetto pionieristico in Europa (preceduto soltanto dalle analisi dissacranti di Noam Chomsky sulla propaganda, la fabbrica del consenso e le guerre americane da Pearl-Harbour, al Vietnam, alla guerra del Golfo): se le guerre sono altre, le questioni rimangono le stesse, ipocritamente dissimulate e tragicamente irrisolte.
Il programma prevedeva sei settori principali d’intervento:


  1. inchieste e ricerca d’informazione via Internet, contatti diretti, testimonianze per costituire una specie di AFP della storia immediata;

  2. un lavoro di osservazione critica dei media sulla guerra : come già praticato dall’ACRIMED e da Henri Maler (« catastrofe umanitaria »; « ingerenza umanitaria », « effetti collaterali », « bombe intelligenti », « stati canaglia », etc. ...)

  3. un lavoro di analisi critica dei legami fra neoliberismo generalizzato e guerre locali, fra concentrazione capitalistica e frammentazione etnica, affidato a specialisti di storia, diritto, economia ;

  4. una ricerca sulle responsabilità europee passate e presenti nella storia del Balcani: in modo da studiare la genesi dei nazionalismi, dei razzismi e la loro matrice intellettuale;

  5. un lavoro di ricerca sul diritto universale. Con una serie di interrogativi: possono gli USA continuare a pretendere di essere i « gendarmi » del pianeta ? Quali sono i limiti dell’ingerenza, della sovranità ? I diritti umani e il « droit-de-l’hommisme » derisi dalla stampa conservatrice ? Un approccio che corrisponde invece a quello del « Monde Diplomatique » e al lavoro dei suoi giornalisti come Ignatio Ramonet e Serge Halimi, anche lui dell’ACRIMED.

  6. un lavoro di prospettiva e di previsione per il futuro di quelle regioni e dell’Europa.

Una delle iniziative fu, al seguito della riunione internazionale tenutasi a Parigi il 15 maggio 1999, l’Appello Europeo di Parigi « Per una pace giusta e durevole nei Balcani », rivolto ai candidati alle elezioni europee e firmato da molte personalità anche italiane (il testo è a disposizione di chi fosse interessato) : un appello che è un atto di accusa senza attenuanti delle responsabilità dei governi coalizzati nella Nato, una condanna dell’intervento al di fuori della legalità internazionale e la denuncia della falsificazioni sistematica delle informazioni.

In realtà, per Bourdieu, l’impegno doveva allargarsi dalle problematiche legate alla guerra, e ad ogni forma di conflitto regionale o internazionale, alla elaborazione collettiva di un’altra Europa, non più tecnocratica, economica e militare, ma sociale e solidale. L’invito pressante a tutti gli intellettuali di buona volontà era quello di fondare collettivamente (è il compito privilegiato dell’intellettuale collettivo) un « utopismo razionale ».



  1. Attualità dell’utopia




  1. L’internazionalizzazione del conflitto sociale: il Movimento Sociale Europeo.

Pierre Bourdieu credeva molto nella capacità degli Europei sconvolti dal trauma delle guerre passate e recenti di fare rinascere quella che chiamava (con Günter Grass) una nuova Aufklärung: ma non più in chiave di un assolutismo razionalistico, bensì nella convinzione radicata e condivisa che la ragione sia fondamentalmente storica, e che quindi si possa instaurare una « Realpolitik della ragione ». Rivolgendosi a colleghi e amici dell’Associazione Liber, a Berlino nel 1992, Bourdieu affermava con forza 9:


« Combattre pour la raison, pour la communication non distordue qui rend possible l’échange rationnel d’arguments, etc., c’est combattre, très concrètement, contre toutes les formes de violence, et d’abord la violence symbolique. Nous devons travailler résolument, collectivement, à porter au jour les mécanismes de cette violence insidieuse, qui s’exerce à travers la concurrence pour des postes, des honneurs, des titres [...]Je pense que l’arme par excellence de la réflexivité critique est l’analyse historique [...] Popper parlait, bien imprudemment, de misère de l’historicisme; je suis de plus en plus convaincu qu’il faut perler de misère de l’anhistorisme ».
Nello stesso anno 1992, «Politis» aveva pubblicato una conferenza data da Pierre Bourdieu a Torino nel 1989, Pour une internationale des intellectuels, nella quale, tracciando un profilo storico dell’intellettuale impegnato, egli aveva individuato la dinamica che al di là delle differenze di contingenza storica o geografica, poteva e doveva anzi accomunare l’azione degli intellettuali: la stessa esigenza di autonomia:
«Pour comprendre et maîtriser les oppositions qui risquent de les diviser, les intellectuels des différents pays européens doivent toujours avoir à l’esprit la structure et l’histoire des pouvoirs contre lesquels ils doivent s’affirmer pour exister en tant qu’intellectuels »
Per Bourdieu era urgente una mobilitazione degli intellettuali e la creazione di una « Internazionale degli intellettuali » per difendere quel principio di autonomia senza il quale non vi può essere un autentico esercizio dell’intelligenza critica, ma anche per combattere la tecnocrazia della comunicazione e alla riduzione della politica a gestione esclusiva di gruppi di potere e di pressione economici nazionali e transnazionali, in primo luogo nella stessa costruzione europea 10:

« Cette lutte ne peut être que collective parce qu’une partie des pouvoirs auxquels les intellectuels sont soumis doivent leur efficacité au fait que les intellectuels les affrontent en ordre dispersé, et dans la concurrence. Et aussi parce que les tentatives de mobilitation seront toujours suspectes, et vouées à l’échec, aussi longtemps qu’elles seront soupçonnées d’être mises au service de luttes pour le leadership d’un intellectuel ou d’un groupe d’intellectuels. Elle n’est possible que si, sacrifiant une fois pour toutes le mythe de l’ « intellectuel organique », les producteurs culturels acceptent de travailler collectivement à la défense de leurs intérêts propres : ce qui peut les conduire, dans le cadre de l’Europe naissante , à s’affirmer comme un pouvoir de critique et de surveillance, voire de proposition, face au technocrates ou, par une ambition à la fois plus haute et plus réaliste, à s’engager dans une une action rationnelle de défense des conditions économiques et sociales de l’autonomie de ces univers sociaux privilégiés où se produisent et se reproduisent les instruments matériels et intellectuels de ce que nous appelons le Raison ».


La difesa dell’ « autonomia » degli intellettuali, nel pensiero, di Bourdieu non ha nulla a che fare con una qualsivoglia «torre d’avorio», più volte egli insiste sul fatto che l’autonomia è la condizione sine qua non di un impegno responsabile, totale, a tutto tondo, e di un impegno collettivo, precisamente in quanto esso non dipendente da forme di potere partitiche o istituzionali. Difatti la lotta collettiva e internazionale degli intellettuali par una Europa rinnovata, rifondata vuole essere una lotta sociale, ispirata ad un corporativismo dell’universale, organizzata con nuove forme di militanza coordinata con i sindacati (« Donner une force sociale à la critique intellectuelle, et une force intellectuelle à la critique sociale ») come ne da prova la fondazione del Movimento Sociale Europeo 11:
« Il marque le début d’un vaste travail collectif, interdisciplinaire te international, visant à définir les principes d’une véritable alternative politique à la politique néolibérale qui tend à s’imposer dans tous les pays, parfois sous l’égide de la social-démocratie, et à inventer les moyens organisationnels et institutionnels nécessaires pour en imposer la mise en œuvre. »

Quali erano gli obbiettivi ?



  1. restaurare la politica (cioè il pensiero e l’azione politica) contro la « depolitizzazione » e la « smobilitazione » messe in opera dai governi neoliberali o sociodemocratici a loro volta spossessati del potere decisionale in materia di economia a favore degli organismi sovranazionali (FMI, WTO, AMI) e delle multinazionali;

  2. costruire un movimento sociale capace di coordinare sotto forma di una rete i vari movimenti sociali a livello europeo, ma senza uniformarli;

  3. rinnovare il sindacalismo (burocrazie e gerarchie superate) e le modalità di rivendicazione e di lotta su scala internazionale con lo sviluppo di un largo e articolato confronto democratico;

  4. stimolare una stretta collaborazione tra militanti e ricercatori.

Recentemente, nel maggio del 2001, Pierre Bourdieu aveva ribadito, nel discorso pronunciato ad Atene, in presenza di ricercatori e sindacalisti, l’impegno a sostenere il programma di un movimento sociale unificato, delineando le responsabilità e le prospettive di un « sapere militante », senza sottovalutarne le difficoltà e gli ostacoli 12:

« Ritengo che oggi lo scienziato non abbia scelta : se è convinto che vi sia una correlazione tra politiche neoliberiste e tasso di delinquenza, tra politiche neoliberiste e tasso di criminalità, tra politiche neoliberiste e tutti i segni di quello che Durkheim avrebbe definito anomia, come può tacere? [...] Come prima cosa si guarderà bene dal salire in cattedra - come usavano fare alcuni intellettuali organici che, non potendo imporre i frutti del loro lavoro sul mercato della scienza dove la concorrenza è più aspra, si atteggiavano ad intellettuali rivolgendosi a non intellettuali, negando al tempo stesso l’esistenza della figura dell’intellettuale. Il ricercatore in realtà non è né profeta né maître à penser, deve inventarsi un ruolo nuovo, compito estremamente difficile : deve ascoltare, ricercare e inventare; deve cercare di aiutare gli organismi che si prefiggono con maggiore o minore impegno - e sfortunatamente ciò vale anche per i sindacati - di resistere alla politica neoliberista; deve impegnarsi ad assistere questi organismi fornendo loro degli strumenti utili, in particolare strumenti per contrastare il potere « simbolico » degli esperti che lavorano presso le grandi multinazionali. »




  1. Un’altra Europa è possibile.

Dopo l’elezione del nuovo parlamento europeo, il 13 giugno 1999, Bourdieu affidava al «Monde Diplomatique» (poi ripresa in traduzione italiana, « Il manifesto ») a sua visione e attesa di un’altra Europa:

« Quando si parla di Europa, non è facile essere sempre ascoltati. Il giornalismo, che filtra, intercetta, interpreta ogni discorso pubblico secondo la sua logica più tipica, quella del « favorevole » o « contrario », del « tutto o niente », tenta di imporre a tutti la stessa scelta fatua che gli viene imposta: essere « favorevoli » all’Europa, cioè progressisti, aperti, modreni, liberali; o non esserlo, condannandosi così all’aracaismo, al passatismo, al qualunquismo, al lepenismo, se non addirittura all’antisemitismo. Come se non potesse esistere un’altra opzione legittima fuori dall’adesione incondizionata all’Europa così com’è, e come si prepara ad essere ; ridotta a una banca e a una moneta unica, e dominata dalla concorrenza senza limiti. Ma non bisogna credere che per sfuggire a quest’alternativa sia sufficiente invocare un’ «Europa sociale». Chi ricorre, come i socialisti francesi, a questo miraggio retorico, non fa altro che trasferire a un grado ancora più alto di ambiguità le strategie del social-liberalismo all’inglese, protese a rendere la politica sempre più ambigua: un thatcherismo a malapena represso, che per vendersi punta esclusivamente sull’uso opportunistico del simbolismo socialista, riciclato sul piano mediatico. I social-democratici oggi al potere in Europa contribuiscono così, in nome della stabilità monetaria e del rigore di bilancio, alla liquidazione delle più ammirevoli conquiste delle lotte sociali di questi ultimi due secoli: universalismo, egualitarismo (con i distinguo gesuitici tra eguaglianza ed equità) e internazionalismo; e alla distruzione dell’essenza stessa dell’idea o dell’ideale socialista, cioè, in estrema sintesi, l’ambizione di salvaguardare, grazie a un’azione collettiva organizzata, le solidarietà minacciate dalle forze economiche. »



  1. Per un’utopia socialmente fondata

Per Bourdieu, dunque, non si può costruire l’Europa - una Europa realmente europea - né si può costruire durevolmente la pace tra i popoli senza liberarsi da tutti gli imperialismi (politico, economico, militare) e senza soprattutto elaborare un « utopia razionale ».

Vorrei finire, appunto, con questo suo riallacciarsi alla figura ammirata di Ernst Bloch, al quale rese un vibrante omaggio nell’occasione del premio ricevuto dalla Fondazione intitolata al filosofo tedesco.

La difesa dell’utopia - alla stregua del grande predecessore - gli sembra infatti il compito necessario ed impellente dell’intelletuale collettivo europeo : una « utopia » discreditata, ridicolizzata, beffeggiata in nome del realismo economico dall’arrogante trionfalismo neoliberistico. La « rivoluzione conservatrice » in corso si ammanta dei pregi del progresso, della modernità, dell’efficienza attribuiti al potere assoluto della ragione scientifica, mentre respinge nell’arcaismo il pensiero e l’azione progressista. In realtà si tratta di una scandalosa falsificazione interessata a nascondere la reale regressione delle condizioni di vita e di lavoro della maggior parte degli uomini, compresi i paesi sviluppati mediante l’applicazione di un capitalismo radicale e feroce, privo di regole (deregulation) e di limiti, poggiante su nuovi strumenti di dominazione: i mezzi di comunicazione (e di controllo) del villaggio globale, le tecniche di management e di marketing, la pubblicità. Quella mondalizzazione propaganda « la fine delle utopie critiche » che non è altro che un « fatalismo economico » basato su di un nuovo feticismo delle forze produttive. In realtà il sistema imperante non ha altro fine che l’arricchimento senza limiti di una minoranza sempre più ridotta mediante lo sfruttamento e la distruzione dell’intero pianeta, posto sotto controllo e pressione tramite una rete di conflitti e guerre organizzati. Come arginare una tale catastrofe ? Bourdieu cerca una risposta e una soluzione appunto nel pensiero E. Bloch 13:

« Comment redonner vie, et force sociale, à l’ « utopisme réfléchi » dont parlait Ernst Bloch à props de Bacon ? Et d’abord, que faut-il entendre par là ? [...] Ernst Bolch décrit «l’utopisme réfléchi» comme celui qui agit «en vertu de son pressentiment parfaitement conscient de la tendance objective», c’est-à-dire de la possibilité objective et réelle, de son «époque», qui, en d’autres termes, «anticipe psychologiquement un possible réel». L’utopisme rationnel se définit à la fois contre «le wishful thinking pur [qui] a toujours discrédité l’utopie» et contre «la platitude philistine essentiellement occupée du Donné»; il s’oppose à la fois à l’ «hérésie, en fin de compte défaitiste, d’un automatisme objectiviste, d’après lequel les contradictions objectives suffiraient à elles seules à révolutionner le monde qu’elles parcourent », et à l’ « activisme en soi », pur volontarisme, fondé sur excès d’optimisme. Ainsi contre le fatalisme des banquiers, qui veulent nous faire croire que le monde ne peut pas être autrement qu’il est, c’est-à-dire pleinement conforme à leurs intérêts et à leurs volontés, les intellectuels et tous ceux qui se soucient vraiment du bonheur de l’humanité, doivent restaurer une pensée utopiste lestée scientifiquement, et dans ses fins, compatibles avec les tendances objectives, et dans se moyens, eux aussi scientifiquement éprouvés. Ils doivent travailler collectivement à des anlyses capables de fonder des projets et des actions réalistes, étroitement ajustées aux processus objectifs de l’ordre qu’elles visent à transformer. L’utopisme raisonné tel que je viens de le définir est sans doute ce qui manque le plus à l’Europe d’aujourd’hui ».

Bibliografia di Pierre Bourdieu
Titoli principali
1958 Sociologie de l'Algerie, Paris, P.U.F.

1964 Le déracinement, la crise de l’agriculture traditionnelle en Algérie, Paris, Ed. de Minuit (avec A. Sayad).

1964 Les héritiers, les étudiants et la culture, Paris, Ed. de Minuit (avec J.-C. Passeron)

1965 Un moyen, essai sur art les usages sociaux de la photographie, Paris, Ed. de Minuit (avec L. Boltanski, R. Castel, J-L. Chamboredon)

1966 L'amour de l'art, les musées d’art européen et leur public, Paris, Ed. de Minuit (avec A. Darbel)

1968 Le métier de sociologue. Préalables épistémologiques, Paris, Mouton-Bordas (avec J.-C. Chamboredon, J.-C. Passeron).

1971 La reproduction. Eléments pour une théorie du système d’enseignement, Paris, Ed. de Minuit (avec J.-C. Passeron)

1972 Esquisse d'une théorie de la pratique, précédé de trois études d’ethnologie kabyle, Genève, Droz. (trad.annunciata presso Raffaello Cortina Editore : La teoria della pratica)

1979 La distinction. Critique sociale du jugement, Paris, Ed. de Minuit ( La distinzione, Il Mulino, 1984)

1980 Le sens pratique, Paris, Ed. de Minuit.

1982 Ce que parler veut dire. L’économie des échanges linguistiques, Paris, Fayard.

1982 Leçon sur la leçon, Paris, Ed. de Minuit.

1984 Homo academicus, Paris, Ed. de Minuit.

1987 Choses dites, Paris, Ed. de Minuit.

1989 L'ontologie politique de Martin Heidegger, Paris, Ed. de Minuit (Führer della filosofia? L’ontologia politica di Martin Heidegger, Il Mulino, 1989)

1989 La Noblesse d’Etat. Grandes écoles et esprit de corps, Ed. de Minuit.

1992 Réponses. Pour une anthropologie réflexive, Paris, Seuil (Risposte. Per una antropologia riflessiva, Torino, Bollati Boringhieri, 1992)

1992 Les règles de l’art, Paris, Seuil.

1993 La misère du monde, Paris, Seuil (a cura di).

1994 Raisons pratiques. Sur la théorie de l’action, Paris, Seuil (Ragioni pratiche, Il Mulino, 1995)

1996 Sur la télévision, suivi de l’Emprise du Journalisme, Paris, Liber éditions (Sulla televisione, Feltrinelli, 1997)

1997 Méditations pascaliennes, Paris, Seuil (Meditazioni pascaliane, Feltrinelli,1998)

1998 La domination masculine, Paris, Seuil (Il dominio maschile, Feltrinelli, 1999)

1998 Contre-feux. Propos pour servir à la résistance contre l’invasion néo-libérale Paris, Ed. Liber Raisons d’agir.

2000 Les structures sociales de l’économie, Paris, Seuil.

2000 Propos sur le champ politique, Lyon, Presses Universitaires de Lyon.

2001 Contre-feux 2, Paris, Ed. Liber Raisons d’agir (Controfuochi 2 Per un nuovo movimento europeo, Roma, manifestolibri, 2001).

2001 Langage et pouvoir symbolique, Paris, Seuil (Language and Symbolic Power, Polity Press, 1991).

2002 Interventions. 1961-2001. Science sociale et action politique (Textes choisis et présentés par F. Poupeau et T. Discepolo), Marseille, Agone.

Bibliografia in francese
« Guerra e Pace »

Alcuni titoli:
Jean Baudrillard, La guerre du Golfe n’a pas eu lieu, Paris, Editions Galilée, 1991.

Serge Halimi, Dominique Vidal, L’opinion ça se travaille...Les médias, l’Otan et la guerre du Kosovo, Marseille, Agone, 2000.

Ignacio Ramonet, Géopolitique du chaos, Paris, Gallimard, 1997-1999 (con aggiunta del capitolo : « Du Kosovo au nouvel ordre mondial »).

Id. Guerres du XXIe siècle, Paris, Editions Galilée, 2002.



Siti Internet :

Actes de la Recherche en Sciences Sociales : http://www.ehess.fr/centres/cse/acterech.html


Etats Généraux du Mouvement Social Européen : http://www.samizdat.net/mse/
ACRIMED : http://www.samizdat.net/acrimed/
Institut de Documentation et Recherches pour la Paix : http://www.idrp.citeglobe.com/
sui Balcani : http://paixbalkans.org/resaueuropeen.htm



1 Il potere simbolico è un potere (economico, politico, culturale, o altro) che riesce a farsi riconoscere: ma nella misconoscenza della sua verità in quanto potere, in quanto violenza arbitraria. La violenza (o dominazione) simbolica è la violenza compiuta nella e mediante la misconoscenza, (l’ignoranza), tanto più efficace se colui che la usa non sa di usarla, e se colui che la subisce non sa di subirla.

2 Vedere il capitolo Guerre coloniale & conscience révolutionnaire (1961-1963) in Interventions, pp.17-42.

3 Cfr. Actualité de Karl Kraus, in Interventions, pp.374-381.

4 Cfr. Sulla televisione, Milano, Feltrinelli, 1997.

5 Pierre Bourdieu, Loic Wacquant, La nuova vulgata planetaria, «Monde Diplomatique », trad. « Il manifesto », maggio 2000.

6 Cfr. Dévoiler les ressorts du pouvoir(« Libération », 19 octobre, 1982), ora in Interventions, pp.173-176

7 « Libe »r, rivista internazionale dei libri, ottobre 1989-dic.’90, poi supplemento a « Actes de la Recherche » fino al ’99. Cit. da Responsabilités intellectuelles. Les mots de la guerre en Yougoslavie, n°14 (1993), p.2.

8 Un think-tank è una struttura di riflessone e di elaborazione di strategie in qualsiasi campo.

9 Les murs mentaux, « Liber », n° spécial, janvier 1993, p. 2-4.

10 Pour une internationale des intellectuels, « Politis », n°1, 1992, p. 9-15.

11 Manifeste pour des états généraux d’un mouvement social européen, « Le Monde », 1 mai 2000. Si veda anche Per un movimento sociale europeo, in Controfuochi 2, Roma, manifestolibri, 2001, pp. 15-28.

12 Les chercheurs et le mouvement social, « Monde Diplomatique », ottobre 2002 ; « Il manifesto » (ottobre 2002)

13 Discorso per la cerimonia di attribuzione del premio E. Bloch: Le néolibéralisme comme révolution conservatrice (1997), in Interventions, pp. 349-355.





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