Senato della repubblica



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29.03.2019
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A) Misure fiscalI

La principale funzione economica svolta dalle banche è quella dell’intermediazione, che si sostanzia nel trasferimento di risorse finanziarie da chi ne dispone a chi ne necessita. Il loro ruolo si esprime con la raccolta di fondi dai risparmiatori e la concessione di prestiti a imprese e famiglie.

Le banche operano all’interno del quadro internazionale di regole definito dal Comitato di Basilea e, in Europa, nell’ambito dell’Unione Bancaria in relazione a ciò occorre che tutto il contesto normativo, anche fiscale, sia omogeneo nei diversi Paesi per evitare svantaggi e penalizzazioni.

In questo contesto la pressione fiscale sulle banche non può in alcun modo essere considerata, più di quanto non accada per altri comparti, una variabile indipendente, ma rappresenta un fattore che incide su tutta la catena produttiva delle imprese di ogni genere e delle famiglie.

Ogni aumento delle imposte sulle banche si è riflesso e si riflette dunque sulla ripresa, con effetti amplificati in una economia aperta, dove gli equilibri concorrenziali possono risultare altamente compromessi da livelli di fiscalità non allineati a quello dei Paesi con i quali ci confrontiamo.

Assumono una connotazione settoriale le previsioni di cui agli articoli 83, 85 e 87, aventi ad oggetto rispettivamente, il differimento della deduzione delle svalutazioni e perdite su crediti (Rimodulazione DTA), la deducibilità delle perdite su crediti in sede di prima applicazione dell’IFRS 9 e la deducibilità delle quote di ammortamento del valore dell’avviamento e di altri beni immateriali.

Nonostante nella loro formulazione astratta esse possano apparire come disposizioni di portata del tutto generale, dai richiami normativi contenuti come pure dalla stessa relazione tecnica, dove le stime di gettito sono fatte prendendo a riferimenti i dati delle banche, appare di tutta evidenza come si tratti di previsioni con un focus ben individuato. Le tre norme condividono inoltre un elemento che le caratterizza, essendo accomunate dalla previsione di meccanismi di rinvio nel tempo del recupero fiscale di poste negative che hanno già maturato i requisiti per le deducibilità secondo criteri di competenza. In pratica, si impone alle banche di finanziare, attraverso la fiscalità, le esigenze erariali. L’onere per le banche si sostanzia in questi casi in un onere di natura finanziaria pari al costo della raccolta di fondi a fronte di impieghi infruttiferi.

La prima misura (art. 83) incide sul meccanismo di deducibilità frazionata introdotto dal Decreto-legge n. 83 del 2015, ai fini Ires e Irap, dello stock di DTA relative alle rettifiche su crediti esistenti al 31/12/2015 nel periodo 2016-2025 in base a determinate quote. Si tratta di una disciplina che già prevedeva una diluizione nel tempo della deducibilità, diluizione che viene ora amplificata. Si prevede infatti il differimento al periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2026 della deducibilità della quota pregressa di rettifiche su crediti, pari al 10 per cento prevista per il 2018.

La previsione (art. 85) relativa alla deducibilità delle rettifiche di valore si connette all’adozione del principio contabile IFRS 9. L’attuale regime Ires e Irap consente l’integrale e immediata deducibilità delle maggiori rettifiche di valore su crediti nell’esercizio di rilevazione, sia in sede di First Time Adoption dell’IFRS 9 (a partire dai bilanci degli esercizi che hanno inizio dal 1° gennaio 2018 o da data successiva), sia a regime. In prospettiva, secondo la previsione del disegno di legge di Bilancio 2019, la deducibilità, sempre ai fini Ires e Irap, delle maggiori rettifiche rilevate in sede di FTA sarà limitata al 10 per cento del relativo ammontare nel periodo di imposta di prima adozione del principio contabile con rinvio, per quote costanti, della deducibilità del residuo 90 per cento nei nove periodi di imposta successivi.

L’ulteriore misura “dedicata” alle banche (art. 87) interviene sulla deducibilità delle quote di ammortamento dell’avviamento e delle altre attività immateriali che hanno dato luogo all’iscrizione di attività per imposte anticipate. La relazione tecnica evidenzia che gli operatori bancari e finanziari “rappresentano la quasi totalità in termini di valore delle poste oggetto d’intervento”. Le quote di ammortamento in questione, che risultano non dedotte ai fini IRES e IRAP nel periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2018 saranno deducibili, per il loro importo complessivo, in modo scaglionato lungo un arco temporale di 11 anni dal periodo d’imposta 2019 al 2029, con differenti percentuali. Per il periodo d’imposta 2018 non viene concessa alcuna deducibilità. Tale ripartizione produrrà significativi immediati effetti positivi sul gettito per il primo triennio, con un meccanismo di recupero finanziario assai diluito nel tempo.

Un altro complesso di disposizioni che assumono rilievo per le banche, anche se prive di connotazioni settoriali specifiche, è quello rappresentato dalla tassazione agevolata degli utili reinvestiti di cui all’art. 8 e dalla contemporanea abrogazione dell’ACE - aiuto alla crescita economica – prevista dall’art. 88.

La nuova agevolazione per gli utili reinvestiti è mirata, come si legge nella relazione tecnica, a stimolare gli investimenti in beni materiali strumentali nuovi e in occupazione, nell’intento di favorire gli investimenti incrementali e, quindi, la crescita aziendale “determinata nei suoi parametri fondamentali quali: utili reinvestiti, incrementi della base occupazionale, incrementi degli investimenti materiali strumentali”. A tal fine, si dispone una riduzione della tassazione di nove punti percentuali (con abbattimento al 15 per cento dell’aliquota ordinaria del 24 per cento, per le imprese diverse dalle banche), quando gli utili siano accantonati nel rispetto di precisi criteri e condizioni. La struttura della misura appare riconducibile al meccanismo tipico delle imposte cosiddette duali (dual income tax) variamente sperimentate anche in passato in Italia (d.lgs. 466/1997).

Ad essa si contrappone, come anticipato, la rimozione della disciplina relativa all’aiuto alla crescita economica (ACE), che premia la capitalizzazione attraverso la deduzione, dal reddito imponibile netto, di un importo pari al rendimento figurativo degli incrementi di capitale, calcolato secondo coefficienti prestabiliti.

Nel contesto industriale italiano, le PMI hanno dato prova di grande capacità adattiva al mercato e flessibilità organizzativa, ciò che loro difetta è spesso una adeguata patrimonializzazione che determina la loro solidità e quindi resilienza nelle fasi avverse del ciclo. L’imprenditore dovrebbe essere lasciato libero di operare secondo le dimensioni che lui stesso riconosce come ottimali. Resta invece pressante l’esigenza di sostenere fiscalmente le scelte che conducano ad una corretta struttura finanziaria dell’impresa. In questa logica ha ben operato l’ACE, che tipicamente mitiga il c.d. “debt bias” (asimmetrico trattamento fiscale del finanziamento dell’impresa tramite capitale proprio vs capitale di terzi), ammettendo in deduzione il costo “nozionale” del finanziamento effettuato con capitale proprio. Una corretta - e quindi ben bilanciata - struttura finanziaria dell’impresa è il miglior prodromo alla crescita dimensionale anche attraverso il ricorso al credito, atteso che la maggiore capitalizzazione consente di accrescere il merito creditizio. Infine, si sottolinea che per la sua natura di agevolazione che opera su base incrementale, l’ACE si è dimostra particolarmente efficace nel lungo periodo e proprio consentendole di operare su orizzonti più ampi si potrebbe giungere a un tessuto industriale più solido.



Il mantenimento dell’ACE appare pertanto una soluzione meritevole di attenzione da parte del legislatore, che potrebbe consentirne la prosecuzione almeno da parte di quelle imprese che non siano interessate ad attivare la nuova agevolazione per gli utili reinvestiti prevista dall’art. 8 del disegno di legge: chiediamo, quindi, al Parlamento e al Governo di svolgere un’ulteriore e approfondita valutazione sull’opportunità di ripristino dell’ACE.

Sempre in tema di tassazione societaria un breve commento appare opportuno anche per quanto concerne le misure di stimolo agli investimenti in tecnologia e ricerca.






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