Sentenza decalogo



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Sentenza n. 5259 del 1984 sui limiti al diritto di cronaca (c.d.

sentenza decalogo”)



Corte di cassazione, I sez. civ., 18 ottobre 1984, n. 5259
[ESTRATTO]
(Omissis)

Ciò posto, va ricordato che - come ormai la giurisprudenza di questa Corte ha più volte

avuto occasione di precisare, sia in sede civile che penale - il diritto di stampa (cioè la libertà di

diffondere attraverso la stampa notizie e commenti) sancito in linea di principio nell’art. 21

Cost. e regolato fondamentalmente nella l. 8 febbraio 1948 n. 47, è legittimo quando

concorrano le seguenti tre condizioni: 1) utilità sociale dell’informazione; 2) verità (oggettiva o

anche soltanto putativa purché, in quest’ultimo caso, frutto di un serio e diligente lavoro di

ricerca) dei fatti esposti; 3) forma “civile” della esposizione dei fatti e della loro valutazione:

cioè non eccedente rispetto allo scopo informativo da conseguire, improntata a serena

obiettività almeno nel senso di escludere il preconcetto intento denigratorio e, comunque, in

ogni caso rispettosa di quel minimo di dignità cui ha sempre diritto anche la più riprovevole

delle persone, sì da non essere mai consentita l’offesa triviale o irridente i più umani

sentimenti.

I. - La verità dei fatti, cui il giornalista ha il preciso dovere di attenersi, non è rispettata

quando, pur essendo veri i singoli fatti riferiti, siano, dolosamente o anche soltanto

colposamente, taciuti altri fatti, tanto strettamente ricollegabili ai primi da mutarne

completamente il significato. La verità non è più tale se è “mezza verità” (o comunque, verità

incompleta): quest’ultima, anzi, è più pericolosa della esposizione di singoli fatti falsi per la più

chiara assunzione di responsabilità (e, correlativamente, per la più facile possibilità di difesa)

che comporta, rispettivamente, riferire o sentire riferito a sé un fatto preciso falso, piuttosto

che un fatto vero sì, ma incompleto. La verità incompleta (nel senso qui specificato) deve

essere, pertanto, in tutto equiparata alla notizia falsa.

II. - La forma della critica non è civile, non soltanto quando è eccedente rispetto allo scopo

informativo da conseguire o difetta di serenità e di obiettività o, comunque, calpesta quel

minimo di dignità cui ogni persona ha sempre diritto, ma anche quando non è improntata a

leale chiarezza. E ciò perché soltanto un fatto o un apprezzamento chiaramente esposto

favorisce, nella coscienza del giornalista, l’insorgere del senso di responsabilità che deve

sempre accompagnare la sua attività e, nel danneggiato, la possibilità di difendersi mediante

adeguate smentite nonché la previsione di ricorrere con successo all’autorità giudiziaria.

Proprio per questo il difetto intenzionale di leale chiarezza è più pericoloso, talvolta, di una

notizia falsa o di un commento triviale e non può rimanere privo di sanzione.

E lo sleale difetto di chiarezza sussiste quando il giornalista, al fine di sottrarsi alle

responsabilità che comporterebbero univoche informazioni o critiche senza, peraltro, rinunciare

a trasmetterle in qualche modo al lettore, ricorre - con particolare riferimento a quanto i giudici

di merito hanno nella specie accertato - ad uno dei seguenti subdoli espedienti (nei quali sono

da ravvisarsi, in sostanza, altrettante forme di offese indirette): a) al sottinteso sapiente: cioè

all’uso di determinate espressioni nella consapevolezza che il pubblico dei lettori, per ragioni

che possono essere le più varie a seconda dei tempi e dei luoghi ma che comunque sono

sempre ben precise, le intenderà o in maniera diversa o addirittura contraria al loro significato

letterale, ma, comunque, sempre in senso fortemente più sfavorevole - se non apertamente

offensivo - nei confronti della persona che si vuol mettere in cattiva luce. Il più sottile e

insidioso di tali espedienti è il racchiudere determinate parole tra virgolette, all’evidente scopo

di far intendere al lettore che esse non sono altro che eufemismi, e che, comunque, sono da

interpretarsi in ben altro (e ben noto) senso da quello che avrebbero senza virgolette; b) agli

accostamenti suggestionanti (conseguiti anche mediante la semplice sequenza in un testo di

proposizioni autonome, non legate cioè da alcun esplicito vincolo sintattico) di fatti che si

riferiscono alla persona che si vuol mettere in cattiva luce con altri fatti (presenti o passati, ma

comunque sempre in qualche modo negativi per la reputazione) concernenti altre persone

estranee ovvero con giudizi (anch’essi ovviamente sempre negativi) apparentemente espressi

in forma generale ed astratta e come tali ineccepibili (come ad esempio, l’affermazione il furto

è sempre da condannare) ma che, invece, per il contesto in cui sono inseriti, il lettore riferisce

inevitabilmente a persone ben determinate; c) al tono sproporzionatamente scandalizzato e

sdegnato specie nei titoli o comunque all’artificiosa e sistematica drammatizzazione con cui si

riferiscono notizie neutre perché insignificanti o, comunque, di scarsissimo valore sintomatico,

al solo scopo di indurre i lettori, specie i più superficiali, a lasciarsi suggestionare dal tono usato fino al punto di recepire ciò che corrisponde non tanto al contenuto letterale della notizia, ma quasi esclusivamente al modo della sua presentazione (classici a tal fine sono l’uso

del punto esclamativo - anche là ove di solito non viene messo - o la scelta di aggettivi

comuni, sempre in senso negativo, ma di significato non facilmente precisabile o comunque

sempre legato a valutazioni molto soggettive, come, ad esempio, “notevole”, “impressionante”,

“strano”, “non chiaro” d) alle vere e proprie insinuazioni anche se più o meno velate (la più

tipica delle quali è certamente quella secondo cui “non si può escludere che ... “ riferita a fatti

dei quali non si riferisce alcun serio indizio) che ricorrono quando pur senza esporre fatti o

esprimere giudizi apertamente, si articola il discorso in modo tale che il lettore li prenda



ugualmente in considerazione a tutto detrimento della reputazione di un determinato soggetto.

(Omissis)


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