Sentimenti meridionalisti



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‘SENTIMENTI MERIDIANI’

Gramsci, Scotellaro e il ruolo dell’intellettuale meridionalista



La modernizzazione rivoluzionaria, che pur per strade parallele Gramsci e Scotellaro vogliono costruire, mira alla distruzione dei rapporti sociali di servitù per rimodellare i tracciati culturali antichi in funzione di una nuova società, di una nuova etica, di un “uomo nuovo”. In questo, interpretano una diversa funzione dell’intellettuale che oggi parla ai Sud del mondo
----- Ferdinando Dubla -----
nel 50° della morte di Rocco Scotellaro



  • Pensiero meridiano’ e meridionalismo di tipo nuovo

Anche la guerra è sempre a Sud.

Nel senso che il dominio imperialista ha sempre bisogno di un Sud, ha sempre bisogno di dividere i popoli, e il popolo meridionale è oggi quello incarnato dai tre quarti di quell’umanità che si vuole «globalizzata» e che si vorrebbe passiva e subalterna ad accettare il proprio destino: un destino disegnato a suon di bombe, e di fame o di miseria o di marginalizzazione sulla grande giostra dello spettacolo mediatico, perché uno sfruttato che non ha voce è uno sfruttato, anche nella stessa cittadella imperialista, che non esiste.

Il ruolo degli intellettuali nella grande periferia a Sud della cittadella è quella di acconsentire al disegno o di sparire, essere annientato come ruolo sociale. La fine dell’intellettuale è l’orizzonte al quale mira la strategia neo-imperialista dominante: via gli intellettuali «coscienza critica» della sempre più stretta democrazia del capitale, azzeramento della “organicità” a un blocco storico-sociale: l’unica possibilità per riappropriarsi del ruolo è essere cantori delle decisioni prese dalle oligarchie economiche e politiche.

La guerra acuisce la questione meridionale, le questioni meridionali. Aggrava le condizioni della propria parte proletaria, che sono Sud in quanto classe. E il pensiero meridiano, espressione sociologica fortunata,1 si invera solo in un nuovo meridionalismo. I comunisti, i rivoluzionari, rivendicano quel pensiero come proprio e fanno il nome del suo massimo esponente: Antonio Gramsci.

Le nuove elaborazioni antagoniste «di movimento» rischiano di espropriarci di Gramsci (le sue categorie analitiche, egemonia, blocco storico, riforma intellettuale e morale) proprio nel momento in cui ne avremmo più bisogno. Proprio quando l’analisi meridionalista gramsciana ritrova la sua attualità nel crudo andamento della temperie della guerra criminale scatenata all’alba del XXI secolo. Che non è l’alba, ma il tramonto di quell’imperialismo sfruttatore dei popoli del Sud.



L’alba è nuova, è nuova, gridava in una sua bellissima poesia Rocco Scotellaro, (Tricarico,1923/Portici, 1953), poeta della liberazione contadina, sindaco socialista giovanissimo, morto ragazzo a trent’anni, cinquant’anni fa.2

L’alba è nuova e dev’essere nostra.

C’è oggi ancora più bisogno di ieri di un meridionalismo di nuovo tipo, ma i cui fondamenti possono essere rintracciati in una filosofia meridionalistica che proprio da Gramsci e Scotellaro può trovare alimento. La stessa categoria di meridionalismo non abbraccia più il solo Sud dell’Italia, ma tutta quell’immensa periferia, come s’è scritto, entro e fuori le mura della cittadella imperialista. Rifletterci sopra, e ragionare della necessità della riappropriazione del ruolo di intellettuali “organici” ad un nuovo blocco storico-sociale alternativo, in qualità di comunisti e rivoluzionari che sentono ancor prima di comprendere, non appaia operazione peregrina.

Rifondare un nuovo pensiero meridionalista elaborato con ‘sentimenti meridiani’ piuttosto che porre un ‘pensiero meridiano’, costituisce oggi una rigenerazione del ruolo dell’intellettuale non funzionale al dominio delle classi dominanti e all’imperialismo, politico, culturale e militare.

Ecco perché Gramsci e Scotellaro: la razionalità dello scienziato politico, marxista creativo, e le corde emotive di uno scrittore-poeta, impegnato nel politico e nel sociale nella sua terra: a rileggerli con profondità oggi, il filo che si dipana fino a noi è la ricerca appassionata di una emancipazione collettiva e definitiva delle classi subalterne di tutti i Sud del mondo. E il modo di come gli intellettuali di nuovo tipo interpretano il loro ruolo in questa emancipazione.


  • L’analisi di Gramsci, la scrittura di Scotellaro : l’alba sempre nuova ha una notte antica

In una sua forma “separata”, la questione meridionale non esiste in quanto tale: questo è il tema dominate della riflessione di Gramsci dall’ Ordine Nuovo ai Quaderni, passando per il manoscritto elaborato nel 1926 e ritrovato subito dopo l’arresto, pubblicato per la prima volta nel 1930, Alcuni temi della questione meridionale, sulla rivista Stato Operaio.3 La questione meridionale è parte di una questione più vasta, il carattere specifico del capitalismo italiano e il suo blocco sociale dominate di riferimento: padronato del Nord e agrari del Sud. Un carattere specifico che viene dalle modalità stesse dell’unificazione nazionale, durante e dopo il Risorgimento, con l’egemonia dei moderati e che chiama in causa anche la formazione e la funzione degli intellettuali, rielaboratori in chiave culturale del dominio della borghesia capitalista e del blocco sociale di potere delle classi dirigenti. Le masse subalterne non possono attendersi da questa configurazione che il riprodursi “intenzionale” del folclore e del senso comune, intesi come assenza di autonomia e incapacità di egemonia. Folclore e senso comune, in questo significato storico, hanno un segno di classe.

Tenendo presente questa struttura e la sovrastruttura relativa, Gramsci tende a rovesciare i rapporti in una prospettiva di liberazione sociale: a quel blocco dominante, causa dello sfruttamento operaio e nel contempo non di una generica “arretratezza”, ma della subalternità storicamente determinata del mondo contadino del Sud, bisogna opporre l’unità fra proletariato produttivo del Nord e contadini del Mezzogiorno. Quest’alleanza sarà il cemento di una trasformazione rivoluzionaria che il Risorgimento non aveva compiuto e non poteva compiere: e il nuovo intellettuale sarà organico, organico cioè al progetto di riscatto sociale delle masse subalterne, che ritroveranno anche nel campo culturale la loro indipendenza e autonomia elaborando folclore e senso comune a un livello più alto, funzioni di liberazione e coscienza di classe diffusa. Il compito della “riforma intellettuale e morale” sarà degli intellettuali organici, non cristallizzati, che la determineranno e organizzeranno, adeguando la cultura anche alle sue funzioni pratiche, addivenendo a una nuova organizzazione della cultura. Il partito è sintesi attiva di questo processo: intellettuale collettivo di avanguardia, la direzione politica di classe lotterà per l’egemonia. E la direzione politica di classe ha il suo fulcro nel proletariato industriale, ma, appunto, in una alleanza strategicamente operante operai-contadini.

Gramsci ha in uggia il tradizionale meridionalismo (di cui Giustino Fortunato e Gaetano Salvemini sono gli emblemi più significativi), proprio perché retaggio dello stesso processo risorgimentale di direzione politico-sociale della borghesia moderata: e l’universo meridionale appare lì delineato come immerso in caratteristiche secolari e non storicamente connotate, un’altra faccia della medaglia del positivismo razzista di Lombroso che imputava al carattere meridionale l’indolenza tipica per la quale si giungeva alla tesi del Sud come una «palla al piede» dello sviluppo economico, e non solo economico. Una caratteriologia che aveva preso piede anche nel riformista Partito Socialista. Una caratteriologia che ancora oggi viene spacciata come concezione addirittura moderna.


L’analisi di Gramsci esalta la necessità di una reale autonomia e indipendenza delle masse subalterne e, tra esse, dei contadini del Mezzogiorno: ma una reale autonomia e indipendenza che si conquistano nel processo storico di emancipazione e non nei retaggi funzionali al potere delle classi dominanti: altrimenti la strada sarà sempre quella di un ribellismo spontaneistico e inconsulto, destinato direttamente o indirettamente a perpetuare la subordinazione. Una subordinazione sociale che si trasforma, strutturalmente, in soggezione culturale.

Qui la scrittura di Scotellaro incontra l’analisi gramsciana in modo netto. Come la incontra nel ruolo dell’intellettuale e della sua nuova funzione rivoluzionaria. In Scotellaro la descrizione fenomenica è già una ricerca continua di riscatto: nella descrizione tipologica del mondo contadino delle terre del Sud, interpreta la volontà di una trasformazione che sia liberazione ma non cancellazione delle radici. Perché quelle radici costituiscono lo stesso humus di un’identità finalmente liberata dalla soggezione. E il suo stesso ruolo di intellettuale impegnato è un ruolo «organico» ad un progetto di definitiva emancipazione sociale che può conservare i connotati salienti della propria cultura proprio perché liberati dal servaggio e inseriti in una non malintesa modernizzazione: l’alba sempre nuova ha una notte antica e il dolore non è il dolore sempiterno tracciato dal secolare destino, ma sofferenza di travaglio per un nuovo mondo.

Hinterhauser tradusse in tedesco le poesie di Scotellaro nel 1967 (cfr. Eine stende vor tag-Un’ora prima del giorno); ma non solo. Egli colse, soprattutto, questo ruolo nuovo di intellettuale gramsciano: “Un vero e integrale intellettuale, impegnato in una interiore riflessione su sé e sul mondo, un intellettuale però che ha scelto di vivere e di agire in mezzo ai contadini per renderli autocoscienti. (..) Alla fine della guerra, quando il paese, liberato, è percorso da fremiti di attesa e di speranza, il giovane studente prende la decisione più determinante della sua vita: quella di non rimanere nella città dove ha studiato, a farci la carriera del borghese colto,ma di tornare nel suo mondo contadino per servirlo e per portarlo alla coscienza di sé.”4

L’ «Ein echter und integraller intellektueller», l’intellettuale vero ed integrale, è l’intellettuale organico gramsciano di tipo nuovo.

Scotellaro, più che il manoscritto del 1926, conosce e prende a riferimento le note di Gramsci dal carcere sugli intellettuali e l’organizzazione della cultura: li legge nel 1949, come testimoniato da Tommaso Pedio, nello stesso anno in cui si reca a Torino per tentare il lavoro presso la casa editrice Einaudi e conosce Pavese e Vittorini.5

Scotellaro è interno al mondo dei contadini del Sud: la sua giovane passione per l’inchiesta è il punto di contatto tra scrittura e impegno civile e politico, non tra sociologia e antropologia. Ecco il motivo per cui è affascinato da Gramsci e dalla sua comprensione che l’amore che può portarsi per il proprio popolo o è inserito in un progetto di liberazione sociale che salvaguardi i tratti culturali resi funzionali a un nuovo mondo e non al mondo dell’antico servaggio, oppure quei tratti dilegueranno progressivamente in un ambito di rapporti sociali che tenderanno a rimodellare le forme dell’antico servaggio. E’ una serrata dialettica tra antico e moderno: la modernizzazione capitalista tende a far scomparire i tracciati culturali antichi per rinnovare, dell’antico, il lavoro servile. La modernizzazione rivoluzionaria, che pur per strade parallele Gramsci e Scotellaro vogliono costruire, mira alla distruzione dei rapporti sociali di servitù per rimodellare i tracciati culturali antichi in funzione di una nuova società, di una nuova etica, di un “uomo nuovo”. In questo, interpretando una diversa funzione dell’intellettuale meridionale capace di un’analisi storico-politica del problema contadino, della questione agraria, dei popoli dell’intero Mezzogiorno non più nei canoni della tradizione idealistica crociana.

Nel 1949 Alicata era partito dalla considerazione di Gramsci, dell’inesistenza, nel Mezzogiorno, di un’organizzazione della cultura media a causa della mediazione ideologica del crocianesimo. Ma nel secondo dopoguerra, si affaccia un nuovo meridionalismo proprio per la “rottura” di quella mediazione:

il punto d’avvio a questa sistematica opera di democratizzazione della cultura meridionale, di sostegno efficace alla costruzione di un’attrezzatura culturale media, c’è ed è solido, ed è evidente; in quanto va ricercato in quel movimento meridionalista ‘nuovo’ che in questi anni ha cominciato a legare larghi strati di piccola e media borghesia intellettuale, sul terreno dell’azione sindacale e politica, alle masse fondamentali delle popolazioni meridionali e alle masse popolari delle altre regioni d’Italia, correggendo in questo modo, mercè l’insegnamento di Antonio Gramsci, il difetto e la debolezza fondamentali del primo ‘meridionalismo’. 6

Nel suo saggio del ’26, in Gramsci si avverte la difficoltà per le classi oppresse del Mezzogiorno di costituire un proprio strato di intellettuali che si opponga e sconfigga l’egemonia dei grandi intellettuali e dei quadri amministrativi che fanno da “tramite” e risultano funzionali al blocco moderato e agli interessi capitalistici.

Scotellaro allora, è figlio della propria terra: ma non della terra atavica e immobile, che si chiude in sé ed esprime anche oscurantismo (e in cui c’è posto solo per un ribellismo magari da “manovrare” dall’alto), ma della terra che sta per esprimere con il movimento e l’organizzazione di questo movimento, una coscienza emancipativa e liberatrice, senza mai rinunciare ai propri connotati culturali. Scotellaro lo esprime con la sua vita e la sua scrittura: e di questo diventa cosciente all’inizio della sua maturità esistenziale (o della sua giovinezza matura, se si preferisce), con il periodo che inizia con la lettura dei Quaderni e del suo lavoro a Portici, che Pedio (e con lui molti altri) invece legge come “allontanamento” dal suo mondo primitivo7 e Levi nella prefazione a E’ fatto giorno come “liberazione insieme ed esilio”.




  • Un nuovo intellettuale per un nuovo meridionalismo

Gramsci, dal carcere, cerca di spiegare l’origine e lo sviluppo di questo nuovo tipo di intellettuale e avverte dell’importanza addirittura di iniziare da lì il lavoro politico:

Si può dire,”- scrive già nel Quaderno 1 – “data la dispersione e l’isolamento della popolazione rurale e la difficoltà quindi di concentrarli in forti organizzazioni, che conviene iniziare il lavoro politico dagli intellettuali, ma in generale è il rapporto dialettico tra le due azioni che occorre tener presente.” 8

Ed è proprio in rapporto alla questione contadina (che è una parte, seppur preminente, della questione meridionale, che è anche questione agraria, del peso della religione e del folclore, dei “grandi intellettuali”, ecc..) che Gramsci definisce compiutamente il significato e il ruolo degli intellettuali nel Mezzogiorno; la prima guerra mondiale, aveva “disciplinato” un popolo disperso e lo aveva collegato alle altre esperienze collettive, aveva contribuito a rompere relativamente “il blocco rurale meridionale” e favorito la sua presa di coscienza autonoma, formando, alla sua guida, uno “strato di intellettuali” organici a sé e non funzionali alla classe dominante. Ma, appunto, cosa deve intendersi per “intellettuali”?:

Per intellettuali occorre intendere non solo quei ceti comunemente intesi con questa denominazione, ma in generale tutto lo strato sociale che esercita funzioni organizzative in senso lato, sia nel campo della produzione, sia in quello della cultura, e in quello politico-amministrativo (..)”. Quali atteggiamenti psicologici essi hanno nei confronti delle classi fondamentali?: “hanno un atteggiamento paternalistico verso le classi strumentali? O credono di esserne una espressione organica?” 9

Scotellaro rappresenta questo nuovo tipo di intellettuale, nato storicamente dalla disgregazione parziale del blocco rurale dominante nel Mezzogiorno e destinato ad essere espressione organica di un mondo contadino che anela alla liberazione sociale tramite la lotta e l’impegno per un nuovo mondo che non porti via le specifiche caratterizzazioni culturali che ne costituiscono la vera anima, ma si liberi del dominio dei signori della terra e del pensiero egemone. Un nuovo intellettuale per un nuovo meridionalismo, un intellettuale meridionale per il mondo nuovo che ha superato alcune antinomie storiche, che Gramsci aveva annotato nella stesura delle note dal carcere: i contadini hanno difficoltà a elaborare propri intellettuali organici, nonostante “una funzione essenziale nel mondo della produzione” (Q.12); nonostante debbano superare una diffidenza antiintellettualistica, proveniente da un giusto atteggiamento di sospetto verso gli oratori comizianti tronfi solo di parole, “i contadini, che rimuginano a lungo le affermazioni che hanno sentito declamare e dal cui luccicore sono stati momentaneamente colpiti, finiscono, col buon senso che ha ripreso il sopravvento dopo l’emozione suscitata dalle parole trascinanti, col trovarne le deficienze e la superficialità e quindi diventano diffidenti per sistema” (Q.16); nonostante un atteggiamento psicologico subalterno verso gli intellettuali che provengono dal loro stesso mondo, in quanto mediatori professionali e politici, la cui posizione sociale pure ammirano e disprezzano al contempo in un atteggiamento contraddittorio, ma senza il quale “non si comprende nulla della vita collettiva dei contadini e dei germi e fermenti di sviluppo che vi esistono se non si prende in considerazione, non si studia in concreto e non si approfondisce, questa subordinazione effettiva agli intellettuali: ogni sviluppo organico delle masse contadine, fino a un certo punto, è legato ai movimenti degli intellettuali e ne dipende.” (Q.12); e, infine, per la necessità di superare la loro rappresentazione letteraria classica: “La vita dei contadini occupa un maggior spazio nella letteratura, ma anche qui non come lavoro e fatica, ma dei contadini come ‘folclore’, come pittoreschi rappresentanti di costumi e sentimenti curiosi e bizzarri(..)” (Q.23).

La tradizione, l’antico, dunque, segue le forme sovrastrutturali delle classi dominanti, ma all’interno di quella tradizione, resa non più funzionale alla sovrastruttura ideologica complessiva e liberata dalle incrostazioni sedimentate del senso comune, c’è comunque una sostanza che ne salvaguarda l’originalità identitaria, non in senso etnico, ma di quella identità degli esclusi che si propongono come classe liberatrice dell’intero assetto sociale.

Per riprendere la connessione con la questione meridionale, il ruolo dell’intellettuale del Mezzogiorno, espressione della rottura storica del vecchio blocco rurale, non è solo ideologico o puramente culturale, ma politico e organico, funzionalmente, a una nuova egemonia. Mentre il meridionalismo idealistico o comunque di impronta liberale, può esprimere una rottura nel cielo delle elaborazioni astratte, qui la rottura avviene nel fuoco delle contraddizioni materiali. E, nel campo sovrastrutturale, libera gli elementi culturali specifici da una funzionalità diretta alla cultura dominante.




  • In un unico Sud, tutti i Sud del mondo

Le elaborazioni di Gramsci, il ruolo e la scrittura di Scotellaro, parlano un linguaggio nuovo. Rintracciarne i fondamenti oggi, non è affatto mera scolastica accademica. E’ l’unico linguaggio che oggi può comprendere in un unico Sud, tutti i Sud del mondo. L’attualità loro sta qui: Gramsci nel fuoco della lotta politica e poi dal buio del carcere, Scotellaro dal ventre della propria terra, riescono a universalizzare i contenuti meridionalistici e pongono la rigenerazione dell’intellettuale come necessità di definitiva liberazione ed emancipazione. Cinquant’anni dopo, il fenomeno della «globalizzazione» tende allo sradicamento e rende periferia un numero sempre più esteso di territori e collettività: ma la linea di confine è sempre più tenue. Il confine è labile, non regge: e il Sud si estende, si allarga e cinge d’assedio la cittadella fortificata. La contaminazione tra culture di popoli rimescola continuamente la cultura, le culture dominanti. Ma l’imperialismo, culturale in questo caso, tende ad escludere, non a integrare: e lo sradicamento diventa estraniamento. Ecco perché alla globalizzazione ci si contrappone rivitalizzando le radici culturali dei popoli: perché l’altra risposta, l’omogeneizzazione sotto il dominio dell’imperialismo, è regressiva e fuori tempo storico. Il meridionalismo non può che ritrovare insieme, sia il legame con i popoli e le proprie radici, sia la massima apertura all’universo-mondo. L’uno senza alcuna contrapposizione all’altra, anzi, in stretta connessione dialettica. La connessione dialettica è anche coscienza di una lotta permanente per l’emancipazione senza la perdita del senso comunitario. Il segno della scrittura (e dell’impegno) scotellariana è esplicito in questa direzione, è il segno distintivo della sua esperienza di vita: “perché per la prima volta in vita sua sentiva dire che si deve stare da una parte sola, a lottare o a morir di fame (..) Dovevo fare la mia parte, gridare nelle strade, come allora gridavano i galli, l’indomani, nella polvere rimescolata.” (Uva Puttanella, pag.43 e 45, ed. 1977).


La rivolta sociale è corale, impegna non un personaggio-eroe individuale, ma domanda un protagonismo all’intera collettività subalterna, chiamata, oltre che a contrastare l’ egemonia della strutturazione capitalista, a proporre una nuova egemonia costruita sull’arresto del processo di deculturizzazione e affermazione in sé di nuovi valori costituenti, proprio perché non eterodiretti, ma interni alla propria identità culturale.

I toni del diniego non sono quelli del “pessimismo classico: “oggi e ancora e duemila anni/porteremo gli stessi panni./Noi siamo la turba/la turba dei pezzenti/” (da Pozzanghera nera il 18 aprile), ma è il grido di dolore che traduce un pessimismo della ragione e un ottimismo della volontà tipicamente gramsciani, cioè l’urlo che deve spronare alla lotta “quelli che strappano ai padroni/le maschere coi denti/) come è nella strofa successiva e nell’intero impegno di Scotellaro. Ma è dalle espressioni del comportamento sociale, dalle ansie, dai bisogni, dalle rinunzie che segnano l’esistenza delle classi popolari che bisogna partire, in una sorta di ‘realismo dialettico’ che è la vera impronta di alterità irriducibile della prospettiva di liberazione collettiva.



Scotellaro, così come Gramsci, può essere letto oggi da un meridionale di ogni latitudine e da tutte le coscienze avvertite delle cittadelle del Nord del mondo. Il poeta di Tricarico e lo scienziato politico sardo, diventano oggi, com’era nel loro spirito più profondo, viandanti del mondo e compagni dei popoli che anelano alla loro liberazione e a diventare padroni del proprio destino.
Pozzanghera nera il 18 aprile

Carte abbaglianti e pozzanghere nere…/hanno pittato la luna

sui nostri muri scalcinati!

I padroni hanno dato da mangiare/ quel giorno, si era tutti fratelli,

come nelle feste dei santi

abbiamo avuto il fuoco e la banda.

Ma è finita, è finita, è finita/ quest’altra torrida festa

siamo qui soli a gridarci la vita

siamo noi soli nella tempesta.

E se ci affoga la morte/ nessuno sarà con noi,

e col morbo e la cattiva sorte

nessuno sarà con noi.

I portoni ce li hanno sbarrati/ si sono spalancati i burroni.

Oggi ancora e duemila anni

porteremo gli stessi panni.

Noi siamo rimasti la turba/ la turba dei pezzenti,

quelli che strappano ai padroni

le maschere coi denti.

[Rocco Scotellaro, 1948]



1 Il libro è quello del sociologo Franco Cassano, cfr. Il pensiero meridiano, Laterza, 1996, che nella controcopertina recita: “Occorre restituire al sud l’antica dignità di soggetto del pensiero, interrompere una lunga sequenza in cui esso è stato pensato da altri.“


2 Non gridatemi più dentro/non soffiatemi in cuore/i vostri fiati caldi, contadini./Beviamoci insieme una tazza colma di vino!/che all’ilare tempo della sera/s’acquieti il nostro vento disperato./Spuntano ai pali ancora/le teste dei briganti, e la caverna/l’oasi verde della triste speranza/lindo conserva un guanciale di pietra../Ma nei sentieri non si torna indietro./Altre ali fuggiranno/dalle paglie della cova/perché lungo il perire dei tempi/l’alba è nuova, è nuova./, in R.Scotellaro, E’ fatto giorno, (a cura di F.Vitelli), ed. Mondadori, 1982. La poesia, senza data certa, presumibilmente è del 1948.


3 Nella nota di presentazione della rivista teorico-politica del PCd’I che veniva pubblicata a Parigi si legge: “Lo scritto non è completo e probabilmente sarebbe stato ancora ritoccato dall’autore, qua e là. “, riportato in A.Gramsci: La questione meridionale, a cura di Franco De Felice e Valentino Parlato, Editori Riuniti, 1966 (ed.1974, pag. 131)

4 Riportato da R.Salina Borello, Linguaggio e ideologia in Scotellaro, in AA.VV., Il sindaco poeta di Tricarico, Basilicata ed., 1974, pag. 64, che nella prima parte raccoglie le relazioni svolte al convegno tenuto a Torino il 23 febbraio 1974.


5 Cfr. R.Scotellaro: Lettere a Tommaso Pedio, Venosa, 1986, pag.77.

6 Cfr. M. Alicata, La cultura meridionale, in Rinascita, a.VI, nr.10, ottobre 1949. Per comprendere meglio, dunque, c’era stato un meridionalismo tradizionale di impronta crociana, un primo nuovo meridionalismo di carattere progressivo ma con limiti e insufficienze di stampo idealista e un nuovo meridionalismo di impronta gramsciana. E l’importanza del secondo, per il duplice compito di rottura storica con la funzione dei ‘grandi intellettuali’ e di genesi del meridionalismo di tipo nuovo legato alle masse popolari, era stato apprezzato dallo stesso Gramsci. La rivista di Gobetti Rivoluzione liberale aveva stabilito, dall’autunno 1924, un forte legame con i gruppi meridionali, con quegli intellettuali, come Giuseppe Stolfi, Mario Grieco, Edoardo Persico, Guido Dorso, Tommaso Fiore, E.Azimonti, Camillo Puglionisi, che firmeranno nel dicembre 1924 un ‘appello ai meridionali’ che Gramsci considerò di rilevante e indubbio valore politico e culturale, cfr. P.Spriano, Gramsci e Gobetti, Einaudi, 1977, in part. pag.130.

7 La testimonianza di Pedio: “Non aveva più gli interessi di un tempo. L’autore dell’Uva Puttanella apparteneva ad un mondo che a me sembrava lontanissimo, un nuovo mondo borghese. (..) Non capisco se c’era rimpianto o distacco dal mondo del passato.”, cfr. R.Scotellaro, Lettere a Tommaso Pedio, cit., pp.34/35

8 Cfr. A.Gramsci, Quaderni dal carcere, Q.1(XVI), ed. Einaudi, a cura di Valentino Gerratana, 1975, vol..I, pag.48. Nello stendere queste note, che sono del 1929, Gramsci ha presente la prima edizione del libro di Guido Dorso La rivoluzione meridionale, P.Gobetti ed., Torino, 1925. Giovanni Ansaldo, ne Il Lavoro di Genova del 1 ottobre 1925, aveva polemizzato con gli assunti di Dorso che apprezzavano l’impostazione gramsciana espressa fino a quel momento (cfr. anche Q.19(X), ivi, vol.III, pag.2022/23). Dorso aveva scritto che “la rivoluzione italiana sarà meridionale o non sarà”, cit., pag. 221. Per l’intellettuale irpino “l’opposizione tra il Mezzogiorno e lo Stato ha obiettivamente un contenuto rivoluzionario. L’autonomismo coincide per Dorso con questa opposizione intransigente, la quale può raggiungere il suo obiettivo nazionale se riuscirà a spezzare il sostegno che gli agrari assicurano nel Mezzogiorno allo Stato, ‘guardiano delle loro terre’. Egli concentra la sua attenzione su un punto, debole e vitale insieme, del sistema nazionale, il blocco agrario meridionale, e cerca nella sua rottura l’avvio decisivo alla ‘rivoluzione liberale’.”, cfr. Il Sud nella storia d’Italia-antologia della questione meridionale, a cura di R.Villari, Bari (1961), ed. 1977, pag. 519.

9 Ivi, Q.19(X), 1934/35, pag.2041




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