Sentire nella Chiesa o sentire



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Le “Regole” ignaziane per “sentire con la Chiesa

Ketty Leopizzi

Ecclesia Mater n. 2/2014 pp. 87-94


Sentire nella Chiesa o sentire con la Chiesa: sentirci Chiesa
L’amore alla Chiesa è una caratteristica riconosciuta di Ignazio di Loyola, che lo ha trasmesso ai suoi figli spirituali con grande fervore. Infatti S. Ignazio è convinto che il cristiano che si impegna a fare gli esercizi spirituali non li fa a titolo personale, in quanto si vuole inserire più profondamente nel mistero della Chiesa e vuole impegnarsi per il Regno. Pertanto, a conclusione degli Esercizi, il Santo ha voluto dare una serie di «Regole»: per il discernimento degli spiriti, per chi deve fare elargizioni, per riconoscere gli scrupoli… Le ultime 18, contrassegnate nel testo dai numeri 352-3701 riguardano il “sentire con la Chiesa”; così specificato subito dopo l’enunciazione: “per il retto sentire che dobbiamo avere nella chiesa militante, si osservino le Regole seguenti”.

Il termine «Regole» sembra da intendere qui nel senso di «suggerimenti» e «direttive», più che di normative rigide; si tratta cioè di indicazioni rispetto ad un cammino che s’intende intraprendere, avendo chiara la meta da perseguire e i mezzi con cui raggiungerla.

Le parole «si osservino» e la qualificazione del sentire come «retto», cioè «autentico», si possono comprendere all’interno dell’esperienza pedagogica ignaziana, in un pellegrinaggio di guarigione degli occhi, del cuore e della mente, in un’educazione che coinvolge la totalità della persona, fatta di affettività e di effettività, vivendo nella familiarità con il bene e con Dio2.

La parola «sentire» è densa di significato ed è da capire anch’essa all’interno della spiritualità ignaziana; secondo la precisazione fatta da Joseph De Guibert, si tratterebbe di «percepire» quelle verità «non con un gusto necessariamente avvertito in maniera sensibile, ma con una convinzione, un’assimilazione e una padronanza di quei dogmi che le radichino nel più profondo dell’anima e ne costituiscano la linfa potente di tutta la vita»3.

Anche un altro studioso di Ignazio, Pietro Schiavone, riprendendo questi termini, specifica che «sentido» è «una specie di istinto… implica un atteggiamento di profonda simpatia… e di affetto filiale. Non si tratta di un semplice e astratto “pensare con”, ma anche, e contemporaneamente, di “pensare con quella che è la nostra santa madre”»4.

Fa eco a questa sensibilità l’interpretazione di José Magaña, per il quale si potrebbe parlare delle Regole come di «norme per vibrare all’unisono con la Chiesa o anche per amarla o, meglio ancora, per dimostrarle il nostro amore»5. Alla luce di quanto detto, sembra ragionevolmente motivata la proposta suggerita da O’Collins di tradurre «sentire» con il termine «atteggiamento»6, che comprende appunto più sfumature: dimensioni affettiva e razionale, che sono alla base di scelte concrete.

Anche per la seconda parte della definizione ci si può interrogare sulla traduzione più opportuna: «sentire con la Chiesa» o «sentire nella Chiesa»? Ad entrambe le possibilità fanno da sfondo due diverse sfumature che sappiamo approvate da sant’Ignazio. Parlare di «sentire nella Chiesa» significa focalizzare l’attenzione sulla condivisione e sulla comunione; si accentua l’aspetto dell’identificazione ecclesiale, che riafferma la nostra fondamentale identità, precisando chi siamo: nella Chiesa nostra Madre: siamo figli.

Lo studioso Luis González7 sottolinea come questa formula, di classico stile paolino e giovanneo, suggerisca l’unione che è propria delle membra nel Corpo e del tralcio nella vite, lasciando intravedere l’immagine del Corpo Mistico, che ritroviamo implicitamente nelle Regole8.

È altrettanto suggestivo però tradurre «sentire con la Chiesa», perché evidenzia l’atteggiamento di adesione e del voler essere insieme; richiama quindi la nostra appartenenza. Anche Paolo Dezza, l’autorevole Cardinale gesuita, predilige tale proposta di traduzione, perché verrebbe così «maggiormente sottolineata questa assimilazione dei propri sentimenti e affetti con quelli della Chiesa, che naturalmente ci portano a pensare e agire in perfetta conformità con la Chiesa»9.

Le due versioni pertanto si completano ed offrono le coordinate «spazio-temporali» di un cammino di amore filiale, dove al cuore del proprio sentire c’è la realtà di «partecipare sinceramente a tutte le gioie e a tutti i dolori della Chiesa come propri, sentendoci Chiesa e vivendo perciò intimamente della sua vita»10. L’avere quest’orizzonte esistenziale ci conduce non solo a sentire «dal profondo» la Chiesa, ma anche ad ascoltarci empaticamente gli uni gli altri, in quanto membra di quel Corpo.

La grazia di conversione che ha raggiunto sant’Ignazio gli ha permesso di entrare al cuore di questa sensibilità ecclesiale. La teologa Angela Tagliafico offre una bella sintesi per far capire il grado di comprensione che il Santo ha avuto della Chiesa: «Ignazio ama Cristo capo della Chiesa e ama la Chiesa in quanto corpo di Cristo; tale visione e proiezione di Cristo nella Chiesa opera in modo che, nella misura in cui Ignazio vive più intensamente il mistero di Cristo, contemporaneamente, comprende anche maggiormente il mistero della Chiesa»11. L’autrice non manca di sottolineare come la Chiesa rappresenti per Ignazio l’ambiente vitale in cui ogni cristiano riceve l’esistenza in Cristo, cercando di compiere ogni giorno il volere del Padre.

Anche lo studioso Ricardo García Villoslada12 mette in risalto quanto il sentire ecclesiale nel Fondatore della Compagnia di Gesù, essenzialmente spirituale e cristocentrico, sia rimarchevole ed originale. Infatti, se si considera che in quel momento storico la Chiesa era percepita primariamente quale potenza esteriore e politica, ci rendiamo conto della portata indubbiamente innovativa di Sant’Ignazio. Egli ha raggiunto il vertice della relazione Cristo-Chiesa: se Cristo è la Vita, la Chiesa, come prolungamento di Cristo, è essa stessa, di conseguenza, fonte di vita e di salute spirituale per tutti gli uomini.


Per una «lettura credente» delle Regole

Scritte tra il 1534 e il 1541, le Regole mettono in evidenza quale esperienza spirituale Ignazio inviti a compiere, in un cammino che potremmo definire di «trasfigurazione ecclesiale». La percezione della Chiesa come «Madre» è il filo rosso che guida il discorso, non solo conferendogli unità nelle sue varie articolazioni, ma anche rimarcandone i punti nodali.

Indubbiamente il contesto ecclesiale in cui S. Ignazio si trova a vivere non è dei più facili. L’analisi di Mario Fois13 permette di gettare uno sguardo sulla Chiesa gerarchica del tempo, mettendo in luce sia gli elementi negativi che mostrano quanto fosse urgente una riforma (secolarizzazione e mondanizzazione che interessavano il corpo gerarchico; intreccio del politico col religioso; nepotismo; accumulo di benefici e assenteismo) sia gli aspetti positivi che invece segnalano come si preparassero nuovi tempi (sensibilità e apertura verso i valori culturali ed artistici; crescente recupero dell’identità sacerdotale ed episcopale). Ignazio ha modo anche di confrontarsi con i movimenti antiecclesiali che stavano prendendo piede: erasmismo, illuminismo (gli alumbrados), protestantesimo14; nonostante le difficoltà, l’esperienza sorgiva del Santo è quella di non vedere opposizione tra Spirito e Chiesa, tra Vangelo e gerarchia: «Il pensiero centrale di Ignazio, che comanderà tutta la sua attività, è che dove c’è la Chiesa c’è il Cristo, e che servendo la Chiesa si serve Cristo»15.

Emerge spontaneamente l’idea della Chiesa come Corpo Mistico, evidenziata dall’immagine Chiesa-Sposa; una Chiesa storica, incarnata nelle circostanze concrete e mutabili del tempo; non è una società perfetta, ma vive al suo interno il paradosso della presenza del peccato e della santità16.

Bisogna anche ricordare che alcuni aspetti delle Regole ignaziane che stiamo esaminando sono “datate”; per esempio, risentono di un modello di Chiesa «rinascimentale», con alcune espressioni tipiche di pietà popolare o di preghiera; la preoccupazione per il tema della predestinazione17; e tuttavia «il testo delle Regole significherà di più di quanto l’autore intendesse dire nelle circostanze storiche in cui lo compose»18. Se il contenuto è chiaramente connesso al contesto storico, tuttavia la sostanza delle Regole, dal punto di vista dottrinale-teologico, ha un valore che trascende le contingenze storiche; infatti riscontriamo in esse l’esigenza di un’adesione interna a quanto venga stabilito dall’autorità della Chiesa, cosa assai più difficile di un’adesione/esecuzione esteriore.

Perciò soltanto a partire da una «lettura di fede» delle Regole è possibile appropriarsi del contributo che sant’Ignazio ha saputo dare, nel momento in cui ha assunto la propria responsabilità di figlio della Chiesa. Gli Esercizi tendono a trasformare la persona non solo in quanto individuo, ma anche in quanto membro della Chiesa, e di conseguenza, si cerca una trasformazione della stessa Chiesa, che si opera dal di dentro, poco a poco, in una adesione d’amore a Gesù19.

Il cristiano che fa gli Esercizi Spirituali sa qual è la sua funzione nella Chiesa, sente la responsabilità della sua trasfigurazione ecclesiale: «È la chiesa che incontra nel suo cammino, che ringiovanisce in ciascuno di noi, quando ci trasformiamo grazie al processo degli Esercizi»20. Ignazio non ha scritto le Regole come se fossero regole di un gioco o le condizioni minime di ortodossia in riferimento alla Chiesa; non sono un trattato di ecclesiologia, ma sono indubbiamente «una breve descrizione di quello che egli, nel suo tempo e nel suo ambiente, giudicò essere la migliore caratteristica dell’amore alla Chiesa. […] Sbocciarono dal suo grande amore per la Chiesa»21. Sono regole anch’esse regole di discernimento, in quanto «intendono discernere se uno permane nella retta comprensione del mistero della Chiesa, e se questa comprensione è operante in lui»22. Come le Regole per il discernimento degli spiriti insegnano a leggere le mozioni interiori e a decidere secondo la volontà di Dio, così queste Regole sono da interpretare come aiuto per discernere la verità e l’errore nelle diverse situazioni che si presentano nella Chiesa23.
Quali sollecitazioni raccogliere oggi dalle Regole
Che cosa rimane oggi delle Regole ignaziane per un nostro autentico sentire con la Chiesa? Il teologo Jesús Corella24 evidenzia alcune peculiarità:

- l’Ecclesiologia di comunione, sottostante ad esse in modo embrionale, che troverà ampio sviluppo a partire dal Concilio Vaticano II;

- l’invito a far vivere la Chiesa non come un contesto esterno di riferimento per la nostra vita e missione, ma nel suo Mistero di Madre e Sposa, di Corpo storico di Gesù, suo Capo, che «convoca» nella Chiesa, fisicamente, di generazione in generazione, per formare e partecipare a questo Corpo;

- il vero significato di obbedienza alla Chiesa, in ordine alla comunione e alla missione, animati dallo Spirito Santo;

- l’attitudine alla lode, come risonanza interiore della vita ecclesiale;

l’accoglienza positiva e rispettosa della diversità delle genti, dei carismi, dei ministeri e delle funzioni nella Chiesa: di fronte ai difetti, ai modi di agire o di essere delle persone particolari nella Chiesa, si fa appello ad un trattamento «discreto», una critica positiva e piena di comprensione;

- il serio invito a recuperare la vera immagine e la parola stessa di «Chiesa» per quello che essa è nella sua totalità, non identificandola con la sola gerarchia ecclesiastica, per cui ogni membro deve assumersi le proprie responsabilità all’interno di essa;

- la pedagogia catechetica e pastorale nella trasmissione della dottrina della fede;

- l’apertura al rinnovamento della Liturgia, perché sia sempre più canale d’inculturazione;

- le tradizioni nella loro funzione di alimentare e rinnovare la Tradizione viva della Chiesa.


Le Regole richiedono una formidabile libertà, che si raggiunge con un processo definito da Jesús Corella come «ecclesializzazione dell’individuo»25, condizione previa per comprenderle correttamente. «Sono Regole di maturità, che mai potranno comprendersi dall’esterno, o da una schiavizzante preoccupazione per se stesso. Tantomeno per una schiavizzante preoccupazione per l’ortodossia, che porta a difenderle ad oltranza»26.

Non è un caso che le Regole siano collocate nella parte finale degli Esercizi Spirituali, dopo la contemplazione per raggiungere l’amore, cioè «dopo che l’esercitante degli Esercizi si è messo nella disponibilità d’animo di “in tutto amare e servire la sua Divina Maestà”; e le “Regole per sentire con la Chiesa” gli indicano come attuare questo proposito nella pratica della vita cristiana»27.

Le Regole inoltre s’inquadrano nella dialettica «persona-comunità»; il soggetto che si confronta con esse è «membro» della Chiesa, cioè è soggetto ecclesiale, e l’orizzonte di comprensione è quello dell’ecclesiologia di comunione. Per sottolineare tale complementarietà essenziale tra persona e comunità, mi sembra importante riportare l’affermazione di Herber Alphonso, che mi pare si possa applicare per analogia al Corpus ecclesiale: «[Persona e comunità] sono così intimamente intrecciate che una persona diventa sempre più persona solo all’interno della comunità, e una comunità non è genuinamente una comunità se non è costituita da persone vive e responsabili, dove ciascuna di esse fa responsabilmente propri i compiti e gli scopi della comunità»28
In conclusione, le Regole ignaziane sicuramente costituiscono un invito, per chi fa gli Esercizi Spirituali, ad essere una presenza sempre più responsabile e corresponsabile nella Chiesa, capace in primo luogo di amare e, a partire da questo amore, di operare per la Chiesa e con la Chiesa, nella consapevolezza di formare, ciascuno per la sua parte, la Chiesa; e anche diventando «dei leader nel servizio... capaci di lavorare con gli altri, per il bene di tutti, al servizio del Regno di Dio»29. Viene chiesto cioè di prendere sul serio l’Incarnazione, che consente anche al pluralismo di esprimersi legittimamente all’interno dell’unità, vivendo la sfida del dialogo e dell’inculturazione; si è invitati a creare ponti di comunione, perché la Chiesa mostri il suo essere perenne processione di Dio fra gli uomini. Ma il principale appello che si può raccogliere con Ignazio è di saper resistere alla tentazione dell’isolamento e dell’individualismo, imparando ad essere «empatici» con la Chiesa, riconoscendo in Lei il volto di Gesù, vivendo in Lei il rapporto personale con Cristo, nella consapevolezza che «noi amiamo Cristo nella Chiesa, ma soltanto colui che rimane unito a tutte le membra del corpo, vive l’unione con Cristo»30.

Purtroppo oggi constatiamo non raramente, tra i cristiani, l’attitudine a guardare la Chiesa e le cose della Chiesa dal di fuori, pronti a giudicare, senza coinvolgersi ed impegnarsi.



Sant’Ignazio non ha accettato di rimanere solo ai margini; con il suo amore appassionato ha accettato la responsabilità di essere con la Chiesa, per la Chiesa e nella Chiesa, offrendo un contributo straordinario con il suo essere Chiesa. Il criterio che ha adottato è semplice ed eroico: «non pretende una rottura con il passato, ma piuttosto un rinnovamento dall’interno; collaborazione più che ostilità; accettazione della Chiesa così com’è»31. La sua scelta è un monito; è sprone; è esempio per tutti i tempi.


1 Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, 352-370: Gli scritti di Ignazio di Loyola, Roma, 321-331.

2 Ibid., 335: Scritti, 315.

3 J. De Guibert, La spiritualità della Compagnia di Gesù. Saggio storico, Roma 462.

4 P. Schiavone, Esercizi Spirituali. Ricerca sulle fonti, Cinisello Balsamo 1995, 435.

5 J. Magaña, «“Sentir” con la Iglesia hoy», Manresa 57 (1985) 183.

6 G. O’Collins, «Una lettura attuale delle “Regole per sentire con la Chiesa”», in Aa. Vv., «Sentire con la Chiesa». Sfida-storia-pedagogia, Roma 1980, 99.

7 L. González, «Quale Chiesa», in Aa. Vv., «Sentire con la Chiesa». Sfida-storia-pedagogia, Roma, 1980, 68.

8 Ignazio di Loyola, Esercizi Spirituali, 353: Scritti, 321-322.

9 P. Dezza, «Amare la Chiesa per sentire con la Chiesa», in Aa. Vv., «Sentire con la Chiesa». Sfida-storia-pedagogia, Roma 1980, 115.

10 Ibid., 119.

11 A. Tagliafico, Ignazio di Loyola e Teresa d’Avila: due itinerari spirituali a confronto. Cristocentrismo, preghiera e servizio ecclesiale, Roma 2009, 96-97.

12 G. Villoslada, S. Ignazio di Loyola, Milano 1990, 84-86.

13 M. Fois, «La Chiesa gerarchica al tempo di sant’Ignazio», in Aa. Vv., «Sentire con la Chiesa». Sfida-storia-pedagogia, Roma 1980, 9-47.

14 C. de Dalmases, «La Chiesa nell’esperienza personale di sant’Ignazio», in Aa. Vv., «Sentire con la Chiesa». Sfida-storia-pedagogia, Roma 1980, 49-64.

15 Ibid., 57.

16 Cfr. L. González, «Quale Chiesa?», 65-79.

17 J. Corella, Sentir la Iglesia. Comentario a las reglas ignacianas para el sentido verdadero de Iglesia, Bilbao 1996, 210-215.

18 G. O’Collins, «Una lettura attuale delle “Regole per sentire con la Chiesa”», 101.

19 Cfr. J. Corella, Sentir la Iglesia..., 68.

20 J. Corella, Sentir la Iglesia..., 68.

21 J. Magaña, «“Sentir” con la Iglesia hoy», 183.

22 J. Corella, «Ejercicios Espirituales para desarrollar sentido de Iglesia», Manresa 62 (1990) 24.

23 G. O’Collins, «Una lettura attuale delle “Regole per sentire con la Chiesa”», 97-112.

24 J. Corella, Sentir la Iglesia..., 210-215.

25 J. Corella, Sentir la Iglesia..., 77.

26 Ibid., 77-78.

27 P. Dezza, «Amare la Chiesa per sentire con la Chiesa», 114.

28 H. Alphonso, Il «rinnovamento appropriato» del carisma dei gesuiti ignaziano quale vissuto e proposto dal Padre Arrupe, Roma 2009,75-76.

29 P. Schiavone, Chi può vivere senza affetti? La pedagogia ignaziana del «sentire» e del «gustare», Cinisello Balsamo 2005, 71.

30 G. Taliercio, Sentire con la Chiesa, Roma 2001, 26.

31 C. de Dalmases, «La Chiesa nell’esperienza personale di sant’Ignazio», 57.





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