Servizio personale Veglia rover



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A.G.E.S.C.I.

Zona di Ravenna-Faenza







Incontro di Branca RYS



9 Febbraio 2015



Servizio personale

Veglia rover

Elena Leotti, Inc. RS Zona di Ra-Fa

Vincenzo Pantieri,Inc. RS Zona di Ra-Fa

Don vincenzo Cetrangolo, AE- RS Zona di Ra-Fa

Servizio

“Troppo spesso quando si assiste una persona con un male incurabile non siamo pronti a capire cosa serve ma cerchiamo conferme alla nostra identità. Questo atteggiamento lo chiamo “la sindrome del soccorritore”, una patologia più diffusa dell’AIDS o del cancro. Mi riferisco alle varie strategie con cui cerchiamo di prendere le distanze dalla sofferenza dell’altro. Possiamo farlo con la pietà, con la paura, con il calore professionale, perfino con i nostri gesti caritatevoli. L’identificazione con il ruolo del soccorritore ha in molti casi radici antiche nella nostra storia personale. Se non facciamo attenzione, se non restiamo vigili, può diventare una prigione sia per noi sia per quelli che serviamo. A rigor di termini, un soccorritore prevede una persona inerme. Rachel Remen, autrice di Kitchen Table Wisdom (Ed. Penguin Putnam, New York 1996) dedica al tema alcune riflessioni che io considero tra le più belle definizioni del significato di servizio. Parafrasando le sue parole, servire non è la stessa cosa che aiutare. Aiutare implica una disuguaglianza, non prevede un rapporto alla pari. Quando si aiuta, si usa la propria forza a beneficio di qualcuno che ne ha meno. E’ un rapporto dove una delle parti è in una posizione svantaggiata, e dove la disuguaglianza è palpabile. Ponendoci nell’ottica dell’aiuto possiamo inavvertitamente sottrarre all’altro più di quanto gli diamo, indebolirne il senso di dignità e l’autostima. Quando aiuto, sono chiaramente cosciente della mia forza. Ma per servire dobbiamo mettere in gioco qualcosa di più della nostra forza. Dobbiamo mettere in gioco la totalità di noi stessi, attingere all’intera gamma delle nostre esperienze. Servono anche le nostre ferite, i nostri limiti, perfino i nostri lati oscuri. La nostra interezza serve l’interezza dell’altro e l’interezza della vita. Aiutare crea un debito. L’altro sente di doverci qualcosa. Il servizio, al contrario, è reciproco. Quando aiuto provo soddisfazione; quando servo provo gratitudine. Servire è inoltre diverso dal provvedere. Quando cerco di provvedere a qualcuno, vedo nell’altro qualcosa che non va. E’ un giudizio implicito, che mi separa dall’altro e crea una distanza. Direi quindi che, fondamentalmente, aiutare, provvedere e servire sono modi di vedere la vita. Quando aiutiamo, la vita ci appare debole. Quando cerchiamo di provvedere, ci sembra che abbia qualcosa che non va. Ma quando serviamo, la vita ci appare completa, e siamo consapevoli di fare da canale a qualcosa di più grande di noi.”

Frank Ostaseski, dal libro Saper accompagnare (Mondadori 2006, € 9.80, pag 37 segg).

Dal Vangelo secondo Matteo cap. 20:[25] Gesù disse: <>.

Dal Vangelo secondo Marco cap. 10 [42]Allora Gesù, chiamatili a sé, disse loro: <>.
DAL REGOLAMENTO METODOLOGICO

Per sevizio del prossimo si intende l’educazione all’amore per gli altri, al bene comune e alla solidarietà. Il servizio del prossimo porta a scoprire la ricchezza della diversità nelle persone, a vivere e lavorare insieme per costruire un mondo più giusto, a rendersi utili in qualunque momento ciò sia richiesto, mettendo a disposizione le proprie energie e capacità



art 6: Il rispetto di se stessi e del proprio corpo, vissuto come dono di Dio e strumento di servizio al prossimo, è alla base di ogni relazione

art7:… insieme si sperimenta la scelta della solidarietà anche attraverso l’esperienza concreta

del servizio. a promuovere i valori del rispetto, dell’uguaglianza, dell’accoglienza

degli stranieri, vivendo il proprio impegno di servizio specialmente con i più piccoli e i più deboli, in quelle realtà dove esistono situazioni di emarginazione e sfruttamento

art9 pronto al servizio, modo abituale di relazione con i fratelli, dono di sé ad imitazione di Cristo e accoglienza dell’altro, vissuto con gioia e impegno costante verso i più deboli, i più piccoli, gli emarginati

art13 Nel Noviziato le esperienze di servizio sono comunitarie e svolte insieme ai Capi

art 14 il clan\fuoco propone esperienza di servizio individuali in cui l’elemento della responsabilità diviene centrale.

L’annuncio di Gesù Cristo presente nella vita della Chiesa in cammino verso il Regno caratterizza l’itinerario di fede attraverso le esperienze dell’ascolto della Parola, della preghiera, della celebrazione dell'Eucarestia, della testimonianza e del servizio.

Il servizio diviene efficace e fecondo attraverso l’esemplarità delle scelte e dei comportamenti: ciò presuppone un atteggiamento interiore di crescita e specifici

momenti individuali e comunitari di formazione spirituale



art18 L’educazione morale, caratteristica di tutta la proposta scout, culmina in Branca R/S con lo sviluppo di competenze e acquisizioni di valori in vista del servizio come stile di vita, vocazione a vivere l’amore di Cristo per l’uomo, nella costruzione del Regno di Dio.

Art. 30


SERVIZIO

Il servizio è impegno gratuito e continuativo, con cui il rover e la scolta entrano in relazione con il mondo che li circonda e imparano a donare se stessi ad imitazione di Cristo.

Il servizio aiuta il rover e la scolta a maturare la consapevolezza che “il vero modo di raggiungere la felicità è procurarla agli altri” e che il cambiamento avviene mediante l’impegno personale e costante. E’ occasione preziosa per l’educazione alla politica e la formazione di una solida dimensione civica. Il servizio risponde a bisogni reali, contribuisce al cambiamento della realtà ed è mezzo di autoeducazione.

Affinché l’esperienza di servizio sia efficace, è importante che venga progettata e preparata insieme al rover ed alla scolta, che sia proposta con gradualità per permettere così di acquisire la consapevolezza della necessità di essere competenti nel servire.

Il servizio è inserito nella progressione personale ed è verificato dal rover e dalla scolta con i Capi Clan/Fuoco e la comunità. Il servizio può essere svolto in ambito associativo o extra associativo. È indispensabile che le scolte e i rover facciano esperienza di diversi tipi di servizio nel loro cammino, privilegiando strutture ed ambienti dove sia possibile un rapporto diretto con le persone.

Il servizio associativo permette di cogliere l’intenzionalità e la valenza educativa del metodo scout.

I Capi dei singoli staff sono chiamati al dialogo continuo con i Capi Clan/Fuoco e alla corresponsabilità educativa nei confronti dei rover e delle scolte che svolgono servizio nelle unità.

I servizi extrassociativi si definiscono in base ai bisogni del territorio e alle priorità educative indicate nel Progetto educativo.

La Comunità capi affida alla Comunità R/S la definizione delle modalità di intervento, e si fa garante verso l’ambiente esterno e verso il Gruppo scout, della qualità e continuità del servizio svolto dalla Comunità R/S. Sarà cura dei Capi Clan/Fuoco mantenere relazioni con le realtà in cui i ragazzi vivono l’esperienza di servizio.

In Noviziato il servizio viene vissuto in una dimensione comunitaria, fino a diventare nel Clan/Fuoco impegno individuale e costante.


Finalità della P.P. è dunque educare uomini e donne che scelgono di giocare la propria vita secondo i valori proposti dallo scautismo, che indirizzano la loro volontà e tutte le loro capacità verso quello che hanno compreso essere la verità, il bene e il bello, per annunciare e testimoniare il Vangelo, essere membri vivi della Chiesa, voler attuare un proprio impegno di servizio.

Art35 Vivere la scelta di servizio significa essere capaci di riconoscere in tutte le persone,

specialmente le più sofferenti, il volto di Cristo, di riconoscere le ingiustizie e le disuguaglianze sociali e adoperarsi per superarle, di mettere a disposizione i propri talenti e

la propria sensibilità in ogni situazione di bisogno.


Il primo tra voi sia il servo di tutti” Gesù Cristo

Luca 6, 27-35

27Ma a voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, 28benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. 29A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l'altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica. 30Da' a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo. 31Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. 32Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. 33E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. 34E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. 35Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell'Altissimo.

La capacità di servire gli altri è la miglior fonte di felicità”. B.P.



Baden Powell, Il servizio rende liberi

La repressione delle tendenze egoistiche e lo sviluppo dell'amore e dello spirito di servizio del prossimo aprono il cuore alla presenza di Dio e producono un cambiamento totale nella persona, dandole un'autentica gioia celeste, tento da farne un essere completamente diverso. Il problema per lui diventa ora non "cosa mi può dare la vita", ma "cosa posso dare io nella vita".

Il servizio non è solo per il tempo libero. Il servizio dev'essere un atteggiamento della vita che trova modi per esprimersi concretamente in ogni momento.
Non riceviamo una paga o una ricompensa per un servizio reso, ma proprio questo fa di noi, che lo rendiamo, uomini liberi. Non lavoriamo per un datore di lavoro, ma per Dio e per la nostra coscienza

IN BRANCA R/S



Atteggiamento personale

Essere disponibile, essere preparato e competente, essere consapevole di dover innanzitutto crescere:

R/S consapevole dei propri limiti
Impegni e conoscenze dovranno essere graduali Verificare in Clan il proprio operato

Scelta dell’ambito di Servizio

Stretto legame con il territorio offre notevoli spunti educativi; misurarsi con la realtà e l’attenzione agli ultimi, aiuterà gli R/S a trasformare il Servizio in scelta di Vita



Come scegliere?

Regolamento R/S art. 12 “Il Servizio è preceduto da una analisi si realizza attraverso la collaborazione con gli operatori nel territorio e con le istituzioni, è seguito da una verifica”



L’ambito
E’ scelto dal Clan assieme ai suoi Capi e coinvolge direttamente anche la Comunità Capi

Modalità

Attenzione pedagogiche: i Capi devono aiutare i Rover e le Scolte a crescere in età Noviziato / Clan il Servizio non deve essere vissuto in modo totalizzante e tale da escludere una più vasta gamma di occasioni di Servizio.
P.P.

I ragazzi vivano il Servizio la “pratica del Servizio”, infatti è un cammino una continua esplorazione dentro se stessi e al di fuori. E’ necessario che sia segnata da una certa gradualità:


  1. Noviziato: esperienze di gruppo differenziate

  2. Primi anni di Clan: rapportarsi in modo più personale al Servizio capire quali sono le proprie 
doti (es. partecipare ai caniteri ecc....)

  3. Ultimo anno di Clan: verificare la propria capacità di sentirsi responsabile verso le cose che 
ci stanno attorno, saper condividere le realtà degli ultimi. Voler vivere il servizio come 
atteggiamento di fondo nella propria vita e come cardine nel progettare il proprio futuro.
Nel cammino di Clan la pratica del servizio e non discutere sul Servizio, libera i giovani da visioni astratte del bene e dell’amore e porta alla loro incarnazione.
Il Servizio deve essere

Volontario: muoversi con motivazioni proprie

Azione gratuita: sfida una società che mercifica ogni cosa
Per potersi donare è necessario raggiungere una certa maturità: gli R/S giungeranno gradualmente a questo traguardo assumendo una sempre maggiore responsabilità perché diventi prassi quotidiana, in servizio deve penetrare nei ritmi della vita di ognuno.
Bisogna essere disposti al cambiamento della propria Vita (Famiglia, Amici, Lavoro, Fede...)

Risposta ai bisogni reali
Continuità e fedeltà
Competente ed efficace, deve lasciare una traccia dell’impegno.

Preparazione al Servizio e continuità nel Servio

Sono mete da raggiungere insieme perciò responsabili di un settore di intervento è tutta la Comunità del Clan.
Per i Rover e le Scolte è importante sperimentare che il cambiamento è una realtà che scaturisce dall’impegno concreto.



Importanza del dialogo

Sia nel Servizio associativo che extra associativo è importantissimo il dialogo tra il Capo Clan e il responsabile della struttura dove il Rover e le Scolte prestano il loro Servizio (anche Staff di branca).



Caratteristiche del Servizio: volontariato, condivisione, quotidianità di vita, disponibilità, continuità, preparazione, efficacia.

Atteggiamenti da consolidare: maturità, gratuità, cambiamento di mentalità, unità, responsabilità, qualificazione, cambiamento.

IL SERVIZIO È UN MODO DI ESSERE....



ESSERE CON è condivisione


ESSERE PER è servizio, è umiltà, è spirito di abnegazione;


ESSERE IN significa essere tanto in gamba e tanto rispettosi di essere nel loro cuore accanto ad altra gente che conta molto più di te.


Essere nel mondo ma non del mondo e farsi annunciatori di una speranza che non ha mai fine
Il servizio non è un generico mettersi a disposizione degli altri, ma un sentirsi in debito, un vincolarsi




Disponibilità a donarsi.


Disponibilità a cambiare


Disponibilità a crescere


Disponibilità ad essere portatori di gioia.


Disponibilità ad essere persona di speranza.

Disponibilità ad un impegno continuo.




Veglia Rover

Art. 29


VEGLIA R/S

La veglia R/S è uno strumento con cui la Comunità R/S incontra altre persone e comunica loro le proprie esperienze e riflessioni. Oltre ad essere un momento di espressione, è anche un gesto di valore politico attraverso cui la collettività viene sollecitata, arricchita, provocata dalle esperienze della Comunità R/S. Essa rappresenta un’occasione, fin dalla fase di preparazione, per rileggere le esperienze fatte insieme, così da narrarle ad altri.

Può essere realizzata come momento finale di un Capitolo o al termine di un’esperienza significativa.

Si realizza attraverso tecniche espressive, quali ad esempio la recitazione, il coro parlato, il mimo, il canto, la musica, e si arricchisce di un linguaggio simbolico che favorisce la comprensione dei significati e dei contenuti trasmessi.

Può prevedere l’interazione con il pubblico, il coinvolgimento e la partecipazione di tutti i presenti.

Nella veglia R/S ogni membro della comunità ha l’opportunità di trovare un suo spazio di espressione. Essa infatti è uno strumento che mette in gioco i molti linguaggi che ognuno

possiede per comunicare; è un modo per dare spazio ad ogni persona nella sua specificità e alla comunità nella sua complessità.
UNA VEGLIA... PERCHE’ ? (Laura Galimberti)

La veglia, già il nome sa un po’ di magia... evoca la notte e l’attenzione, sentinelle lontane e riti vicini. Una veglia ben fatta... sembra facile, quasi spontanea; chi l’ha organizzata sa invece che coinvolge una complessità di relazioni, persone, tecniche, idee.
Una veglia è uno strumento di espressione che sviluppa un’idea, un giudizio, un’indagine, un racconto, una gioia, un evento. Non è mai fine a se stessa, non è una recita, una scenetta, neppure un video o un cabaret. Ma nello stesso tempo è anche teatro, è anche musica, qualche volta è anche film o varietà

La veglia è diversa dal fuoco di bivacco, momento più libero ed informale di allegria, verifica e preghiera, che conclude una giornata di route o di campo. E’ diversa perché più costruita, più impegnativa, ma sopratutto perché si effettua in presenza di un pubblico che non è fatto però di semplici spettatori: chi assiste alla veglia deve infatti esserne coinvolto e scopo dell’azione drammatica è suscitare una risposta e costringere ad una reazione che può essere anche di protesta.

La veglia si conclude infatti con un dialogo tra «attori» e «spettatori», non solo sulla qualità dello spettacolo, ma sulle idee che sono state espresse e la validità di questa esperienza si misura proprio dall’intensità di questo dialogo.

Il Clan ha terminato un capitolo, per esempio sull’immigrazione nel proprio quartiere. Oppure ha vissuto un’esperienza di servizio con un carattere di eccezionalità, per esempio l’animazione dei bambini di strada in Brasile o in un campo rom a Milano. Oppure vuole celebrare con particolare enfasi una ricorrenza speciale, per esempio la Pentecoste, che in parrocchia quasi passa inosservata. Oppure si propone di offrire a tutto il gruppo una riflessione sul Natale. Oppure cerca di sensibilizzare i coetanei a stili di vita ecosostenibili. Insomma una veglia non è mai per caso. Richiede un perché, anche piccolo, ma sostenibile. Una tesi, una proposta, una riflessione, meglio... una provocazione.

Certo, si può concludere un’inchiesta con un bel file excel e dei grafici a torta, oppure un servizio all’estero con una raccolta di fondi, oppure il Natale di gruppo con una Messa. Ma le caratteristiche della veglia ne fanno uno strumento di grandissime potenzialità.



per pensare

Non solo la veglia nasce dalla riflessione, ma essa stessa la stimola. L’idea, per poter essere rappresentata, deve essere unitaria o per lo meno chiaramente articolata; se ci sono diversità di analisi o di giudizio, queste emergeranno senz’altro. L’approfondimento nasce quasi spontaneo quando dobbiamo rendere concreti , e quindi comprensibili a tutti, concetti astratti: cosa vuol dire “il verbo si fece carne” ? o “beati i poveri di spirito”? cos’è la “partecipazione” o la “libertà”?

La tecnica in questo processo è complice e non ostacola, ma aiuta il ragionamento (i contenuti) a svilupparsi. Quasi un “ribaltamento” dell’idea di creatività: una buona tecnica di comunicazione perfeziona l’idea originale e talvolta la fa nascere. Vale per tutte le tecniche: per le ombre cinesi, come sostiene Franco La Ferla, ma anche per l’audiovisivo, per il mimo, per tutte le tecniche del Teatro dell’Oppresso, che nasce proprio con questo scopo.

per fare insieme

In una comunità non tutti hanno il dono di saper cogliere con facilità il nodo dei problemi e poi esprimerlo in parole. Qualcuno ci mette più tempo, qualcuno ha meno facilità a trovare spazi nella discussione. La veglia permette di aver un tempo “supplementare” e utilizzare modalità espressive non verbali. Ognuno avrà il suo ruolo, magari scrivendo parole straniere con una bomboletta spray, oppure cantando il dolore dell’emigrante lontano dalla sua terra. O recitando. O muovendo burattini. Ci saranno anche ruoli tecnici : luci, suoni, regia, logistica, promozione. La veglia non esclude nessuno. Rafforza la comunità, nel rispetto e nella valorizzazione delle diverse individualità che la compongono.



per la comunità
La veglia non è (solo) un bello spettacolo, ma una modalità di relazione. Un’occasione per il Clan di mettersi in comunicazione con: il quartiere o la città, la parrocchia o il decanato, il gruppo o la zona, gli abitanti del paese incontrati in route o i bambini con cui rover e scolte hanno condiviso un pezzo di cammino, di servizio, di passione. Già da questo elenco si capisce che la veglia può coinvolgere solo il Clan o il gruppo scout, o essere aperta all’esterno, anche a un pubblico molto vasto. E quando si dice coinvolgere vuol dire che gli spettatori non sono soggetti passivi, ma diventano “parte attiva” della veglia. Sono interpellati, collaborano, commentano, o protestano. Con le parole, con il canto, con un gesto. Nel dialogo con gli altri anche il Clan potrà cogliere una sensibilità, un suggerimento, un’idea per continuare il cammino. La verifica del proprio lavoro.

per crescere individualmente

L’espressione offre occasione di riflessione su se stessi e sugli altri, può favorire la realizzazione di un equilibrio fisico, psichico, mentale. Costruire una veglia, con i mezzi del teatro, può stimolare la creatività, la ricerca di soluzioni nuove, anche la critica libera da condizionamenti. La scoperta di nuove potenzialità individuali. Da una semplice curiosità possono nascere abilità che cresceranno con il tempo. Nuove competenze o possibilità. Per non aver saputo gestire “dal vivo” i momenti musicali di una veglia sulla violenza e la pace, Giovanni si è poi iscritto a un corso di percussioni. Lucia invece ha imparato a montare un power point e forse nel suo futuro c’è un destino di grafica web.



DIRE, FARE, BACIARE: LA VEGLIA IN ROUTE MA NON SOLO (Edo Martinelli)

Ciclicamente c’è bisogno di definire la veglia, dato il suo carattere mutevole, che si adatta e disadatta ai tempi, dato il cambiamento di linguaggi, di sensibilità, di gusti di chi vi partecipa.
Ma questo lavoro è sempre impari rispetto al risultato. La definizione non vale mai la soddisfazione di un lavoro ben fatto, la chiarezza subentrata alla soluzione di tanti problemi, lo sgomento di fronte ad uno spazio-tempo da riempire con le proprie idee, legate strettamente alla storia dei partecipanti, della comunità.

Non mi attarderò a definire un bacio, vi invito a baciarvi. Dopo una decina di tentativi ognuno trarrà le conseguenze.

Veglia e teatro.

La veglia è teatro, nel senso pieno e antico del termine. E’ un rito che vuole cambiare il corso delle cose. Non è liturgia, è rito. Quando un gruppo si raduna per celebrare una veglia, lo fa nella consapevolezza della forza di quel suo ritrovarsi. Sa di mettere in gioco la sua storia, o pezzi di essa, i suoi rapporti, il suo futuro.

Occorre uscire da un concetto di teatro come il mercato ce lo ha imposto negli ultimi tempi. L’uscita dagli spazi convenzionali del teatro, il superamento della frattura pubblico-attori, l’abolizione dell’aura di mondanità delle nostre veglie fa sì che noi viviamo l’esperienza teatrale vera e propria, recuperando una tradizione che molti vorrebbero uccidere, ma che noi teniamo in vita. Quando facciamo una veglia facciamola con questa consapevolezza, e, direi, con questa fierezza.

La Waste Land.

Tocca sempre a qualcuno farsi carico della preparazione della veglia.
Credetemi, è un’esperienza da non evitare: lo sconforto che si deve superare per allestire qualcosa di degno è uno stato d’animo che migliora il nostro carattere. Di colpo ogni spazio ci sembra inadatto, ogni lettura scialba, ogni canto stagnante, ogni poesia vuote parole, ogni azione uno stupido balletto. Abbiamo iniziato il cammino nella Waste Land, la terra desolata che è il centro della scena. Lì tutto appare nella sua nudità, lì tutto si rivela per quello che è, nella sua essenza.
E di essenze noi abbiamo bisogno, non di orpelli, non di scenari, non di faretti, sfondi, cartoni.
Di pietra, fuoco, aria, acqua, legno. Di corpi, di voci.
La veglia ha bisogno di realtà concrete, assolute, non di falsificazioni.
Non si deve recitare, si deve agire.
Non si deve ricreare, si deve creare.
Non si deve imitare la vita, si deve vivere.
Preparare la veglia è un cammino per terreni aridi, miseri, sporchi, rifiutati da tutti.
Un vero cammino con grandi prospettive. Non “fare bella figura”, non “allietare la serata”, non ‘divertire’, ma “cambiare il corso delle cose, trasformare la realtà con il nostro rito”.



Quando si prepara.

Una veglia si prepara quando non c’è da prepararla. Lontani nel tempo e nello spazio da ogni impegno di veglia siamo in continua ricerca di una musica, di un verso, una maschera, un poeta, un angolo di piazza, di un gesto che abbiamo scoperto essere vero. Ho atteso anni perché arrivasse il momento in cui la mia veglia sarebbe finita tirando bucce di cocomero addosso ai partecipanti. L’avevo pensato anni e anni prima di realizzarlo, era un gesto vero, chiaro e semplice, un po’ brutale, ma con una sua comicità e benevolenza innata. I partecipanti infatti ce le hanno ributtate contro.
Così come ho atteso per anni di far torturare dal pubblico, a pagamento, un attore. Ma poi sono riuscito a dargli la collocazione giusta all’interno di una raccolta di firme per la reintroduzione della tortura e della pena di morte, ma solo per gli stranieri. Una provocazione per dimostrare che la tortura piace, ha successo. Tant’è vero che, dopo qualche titubanza, dal pubblico sono saliti alcuni che per qualche soldo hanno colpito, schiaffeggiato o tirato secchi d’acqua al nostro attore.

Poi, quando lo stesso abbiamo fatto noi con il pubblico, tutti sono rimasti un po’ perplessi e tutto è finito con l’arrivo del nostro furgone che ci ha portati via, mentre il complesso di percussionisti africani iniziava la sua performance.
Queste idee mi erano venute molto tempo dopo che avevo visto qualcosa del genere a Salisburgo. Qualcosa che non assomigliava, ma che mi aveva ispirato.

Un personaggio di una mia veglia l’avevo visto in stazione centrale che urlava la sua richiesta di elemosina e la sua follia.
La forza di quel pazzo è tale che ogni volta che lo rappresento sconcerta tutti.
Spesso si cerca, spesso si trova. Ogni tanto bisogna lasciarsi trovare dalle idee.

Ogni tanto occorre fermarsi a caso dire: se dovessi fare una veglia in questa piazza, (o in questo bosco, o in questo paesino) dove la collocherei?
Quando un verso di un poeta, un quadro, la scena di un film, un gesto, un movimento di gruppo, ci colpiscono dobbiamo registrali nel nostro quadernetto o scatola di appunti. Saranno loro a chiedere di uscire al momento opportuno.

Al momento ti sembra un lavoro inutile, ma con i mesi e gli anni avrai un tesoro di idee.



Il luogo, il momento, chi.

Non si può stabilire a tavolino quando si fa una veglia di clan in route, ci vuole una certa elasticità.
Gli incaricati stabiliranno dove e quando realizzarla.
La scelta del posto è fondamentale, si tratta di scegliere lo scenario, il contenitore, il messaggio di fondo della veglia. Occorre uscire dagli schemi, dal cerchio in mezzo al prato, dall’aula in cui siamo ospitati a dormire. Occorre uscire, in strada, in route appunto. Il tempo della veglia è in stretto rapporto con contenuti e luogo. Se un determinato posto dà luce e bellezza al tramonto, la veglia si farà al tramonto. Se ci serve la notte, sarà la notte. Ma non riempiamo la veglia dei disagi di non poter leggere, di non poter vedere. Pensiamoci prima.

E teniamo conto che dopo una giornata di cammino la curva di attenzione dei partecipanti tende al sonno in breve tempo. Non abusiamo delle ultime energie, e diamo i nostri messaggi quando tutti sono ancora in grado di capire e recepire tutto.
Ho commesso molti errori in questo ambito e troppo spesso mi si sono addormentati i rover e le scolte mentre io tiravo alto col monologo. Avevano sempre ragione loro. Ora ho imparato a leggere i volti e a rispettare i tempi di ognuno. Ma ugualmente qualcuno mi sbadiglia in faccia.

Non è il caso di offendersi.



Cosa mi metto?

Il ruolo di partecipante è il più importante, è quello che dà senso al lavoro di chi ha allestito tutto.
Partecipare ad una veglia è pertanto un gesto significativo. Ed ha alcune regole importanti, per fare sì che la veglia dia il suo contributo alla vita della comunità.

Si va alla veglia preparati, convinti di partecipare, oppure non si va. Non ha senso partecipare controvoglia. L’energia negativa della nostra presenza condizionerebbe la veglia. Siamo leali, manifestiamo la nostra refrattarietà e stiamo in tenda, o andiamo al bar. E’ meglio.
Si va alla veglia disponibili alle sollecitazioni. Non siamo sacchi di sabbia, siamo attori di un rito collettivo, lasciamoci coinvolgere.

Si va alla veglia con la consapevolezza che chi l’ha preparata sta facendo del suo meglio per noi. Mettiamolo quindi nelle migliori condizioni, cerchiamo di capirlo, di andare oltre gli inevitabili limiti tecnici, con spirito critico e disponibile, non come uno spettatore pagante che riserva un giudizio.

Si va alla veglia nell’atteggiamento che il tema richiede, o che ci viene richiesto dagli organizzatori.
Un nostro diverso atteggiamento potrebbe rendere non fruibile dagli altri lo sforzo di chi sta lavorando per la buona riuscita del tutto.

Si va alla veglia pretendendo il meglio, e non una cosa raffazzonata e buttata lì.
Ogni comprensione verso chi, dando il meglio di sé, non riesce a far volare la veglia. Per carità, nessuno è obbligato ad essere bravo. Meno comprensione per chi sta facendo tutto con sufficienza, per obbligo, senza convinzione. Un po’ di sopportazione va bene, ma ad un certo punto è bene alzarsi ed andare via. Educatamente, senza fare chiasso, ma è bene usare meglio il nostro tempo.



Purché succeda qualcosa.

Nel preparare una veglia raccogliamo materiale per farne tre, e poi scartiamo e scegliamo il più adatto. Non allunghiamo due misere idee, annacquandole con canti insulsi, per tirare ai 45 minuti.
Facciamo in modo che tra parole e canti, spazi di silenzio, poesie e musiche, accada qualcosa di vero. Al limite cuociamo un bel soffritto di cipolle, ma non lasciamo andare via la comunità senza avere vissuto un’azione vera reale, significativa e solida.

Agiamo sui cinque sensi, non solo sull’udito e sulla vista. Alla veglia partecipano anche i corpi, non solo i cervelli.
Eliminiamo gli imbarazzanti passaggi di chitarra, lo scambio di compiti all’ultimo momento, davanti a tutti, come quando nessuno vuole intonare un canto.

Le poche cose che facciamo devono avvenire, non essere eseguite come mansioni.
Se non sappiamo cantare, non fa niente, leggiamo i testi delle canzoni, portiamoci un registratore, un lettore cd.
Nessuna paura della tecnologia, ma se la usiamo mettiamoci al riparo dal non funzionamento.
In route succede di tutto, le batterie si bagnano, un apparecchio può rimanere acceso per ore senza che nessuno se ne accorga ed essere inservibile al momento della veglia. Dobbiamo essere pronti con alternative “manuali”.
Non temiamo di sovrapporre linguaggi diversi, messi diversi. Una volta ho utilizzato per una veglia di Natale per capi, un televisore con un po’ di videocassette, ognuna già preparata al punto che mi serviva, quattro registratori con letture sincronizzate che usavo ad intermittenza, una radiolina sintonizzata su radio radicale, faretti mobili, una scopa e tanta segatura. Ed ero solo in scena e nessuno mi aiutava. Il tutto era comandato da me. Leggevo pezzi di giornale, urlavo. Volevo rappresentare Giovanni Battista. Oggi aggiungerei una scena che a quei tempi non avevo in mente: mangerei una cavalletta e inviterei tutti a farlo. Impanata dicono sia buona.
Il mio scopo era far provare le sensazioni dei contemporanei che udivano Giovanni gridare nel deserto. Probabilmente molti erano sconcertati, altri affascinati, altri lo avranno considerato un simpatico pazzoide. Sconcerto, fascino, dubbio. Mandiamoli via così dalle nostre veglie.



IN SINTESI

1. La veglia è

  1. la traduzione in “tecnica scout” di una modalità specificamente umana di stabilire dei rapporti interpersonali importanti (rapporti con i riti, il teatro, le sacre rappresentazioni, ecc.);

  2. un’occasione per una comunità R/S per soffermarsi a pensare/comunicare il proprio punto di vista o la sua gioia/partecipazione rispetto a temi/occasioni ritenuti importanti in un particolare momento della comunità stessa;

  3. uno strumento che permette: di coagulare in un evento circoscritto il pensiero della comunità; di valorizzare le capacità espressive di ognuno (soprattutto di quelli poco propensi a parlare); di coltivare l’arte in svariati campi; insomma di educare. 


  4. 2. La veglia quando e per che cosa

  1. La costruzione della comunità in particolari occasioni, sia interne che esterne: Natale, Pasqua di Gruppo, veglia alle stelle in route, conclusione di (o introduzione a) un capitolo, incontri con i genitori, attività di gruppo, racconto di una speciale esperienza di clan, ecc.

  2. La presentazione della comunità all’esterno e la partecipazione con un pensiero proprio a eventi allargati. 
A volte dunque, “interpreti” della veglia e “spettatori” possono coincidere. Anche in questo caso, viene mantenuto il clima magico di una veglia, diverso da quello della abituale comunicazione interpersonale.

3. La veglia come


Le diverse finalità, occasioni, partecipanti impongono modalità differenziate per la veglia che la comunità costruisce.
In ogni caso, la veglia non è mai semplice spettacolo, ma prevede forme di partecipazione più o meno coinvolgente delle persone presenti anche solo come spettatori: infatti, anche se fatta su un palco con dovizia di mezzi tecnologici, la veglia è sempre una semplice sosta per strada, a stretto contatto con i passanti. 
Una veglia comunque, pur non disdegnando mezzi tecnologici quando servono, è sempre orientata da uno stile di semplicità, accettando anche la sfida di realizzarsi con strumenti minimali mantenendo però la magia di una rappresentazione partecipata.
Le tecniche e gli strumenti usati sono i più vari, capaci di suggestione efficace e di valorizzazione dei talenti dei diversi membri della comunità: 
dizione e recitazione, coro parlato, canto e strumenti musicali, mimo e danza, canto mimato, ombre cinesi, mezzi multimediali (diapositive, lavagna luminosa, videoproiettore, registrazioni), clownerie e giochi di prestigio, grafica, collages, murales, ecc.


LA VEGLIA ROVER

note tecniche su uno strumento fondamentale nella metodologia di branca R/S


-Cos'è la Veglia Rover?

La Veglia Rover è l'incontro di uomini e donne con ideali comuni (ossia i valori della comunità R/S espressi nella Carta di Clan).


E' il naturale sviluppo del Fuoco di Campo tipico della branca E/G, con una fondamentale differenza: se nel F.d.C al centro stanno le tecniche espressive e la loro sperimentazione, nella V.R., che è pur sempre un'attività eminentemente rappresentativa, le tecniche espressive apprese diventano lo strumento con cui approfondire le tematiche che il Clan ha affrontato e vuole condividere all'interno della comunità R/S e non, stimolando una riflessione che vada al di là del momento stesso della rappresentazione. Caratteristica della Veglia Rover è il coinvolgimento totale di tutti i partecipanti che, essendo al tempo stesso attori e spettatori, sono chiamati ad una comunicazione intima, spontanea e creativa, mediata dalle tecniche espressive (verbali o non verbali).
-Finalità della Veglia Rover

Finalità della V.R. non è quindi la realizzazione materiale di un grande spettacolo espressivo, bensì lo scambio di riflessioni ed esperienze, l'approfondimento e l'elaborazione di valori vissuti o scoperti in attività del Clan, che vengono comunicati e condivisi con la comunità R/S e con tutti gli eventuali partecipanti attraverso una comunicazione simbolica carica di emotività, condotta ad un livello più profondo di quanto si possa verificare in una rappresentazione teatrale in cui l'importanza dell'esecuzione tecnica travalica i contenuti.
N.B.: la Veglia Rover NON è la veglia di preghiera o la veglia alle stelle, e neanche uno spettacolo teatrale, un musical o un film.

-Quando e perchè proporre una Veglia Rover

La Veglia Rover si configura come naturale momento di chiusura di una attività-esperienza che ha svolto il Clan, dalla quale sono scaturite riflessioni e sintesi elaborate dal clan stesso. In pratica, la Veglia Rover può scaturire da un capitolo, da un'inchiesta, da un'eperienza forte (una route, un'uscita, un campo di servizio...) che abbia visto il Clan confrontarsi e giungere ad una sintesi. In funzione di ciò il Clan può decidere se e a chi aprire la partecipazione alla Veglia.


Per la buona riuscita di una Veglia Rover è indispensabile che ogni R/S ne ravvisi la necessità e ne comprenda lo scopo.
-Note tecniche sulla realizzazione della Veglia Rover

Tecnicamente, la Veglia è suddivisa in blocchi tematici (o "quadri") tra loro logicamente concatenati, e tenuti insieme da un comune filo conduttore, deciso da tutto il Clan; nello svolgimento della Veglia, ogni quadro sarà un decisivo tassello per formare e comprendere le varie sfaccettature dell'argomento trattato nella sua complessità. Perchè si realizzi questo non facile equilibrio, i lavori devono essere condotti da una pattuglia che si occupi della regia, che coordini i lavori delle altre pattuglie che svilupperanno i vari blocchi. La regia si occuperà anche di stendere una scaletta, di curare gli intermezzi tra un blocco e l'altro, di non far cadere l'attenzione, di fare in modo che i vari blocchi si susseguano senza ripetitività di tematiche e di tecniche espressive utilizzate. La regia ha quindi la funzione importantissima di fare da collante alla struttura della Veglia, facendo in modo che abbia un ritmo serrato, una coesione intrinseca e uno svolgimento logico, una fluidità e varietà nelle tecniche utilizzate che la rendano fruibile e non la appesantiscano. Per facilitarne il compito, è utile che le varie pattuglie individuino dei momenti intermedi "plenari" durante la progettazione e la preparazione della Veglia per pattuglie, nei quali confrontarsi ed eventualmente aggiustare il tiro.

E' necessario che la V.R. si configuri come una creazione artistica originale: questo però non significa che al suo interno non si possa attingere a testi od opere non originali. Possono quindi essere utilizzati nella Veglia testi originali come brani tratti da romanzi, opere teatrali, poesie, brani delle Sacre Scritture, canti scout, canti popolari , musica leggera, canti liturgici, brani di musica classica, spezzoni di film, ecc..

Non ci sono limiti alle tecniche utilizzabili durante la V.R.: canto, musica, recitazione, espressione visuale (disegno, fotografia, audiovisivo), teatro delle ombre, mimo, danza, cantastorie, burattini, racconto, bans, canto mimato, coro parlato, clownerie... e chi più ne ha più ne metta! Non vi sono nemmeno limiti di "genere": a seconda dell'argomento trattato, si può passare dal comico al drammatico, per poi sfociare sempre verso un momento conclusivo che porti alla riflessione e alla preghiera. Si può prevedere o meno un'ambientazione o addirittura una trama, facendo però sempre molta attenzione che queste non prendano il sopravvento, limitando il tema principale che si vuole affrontare nella V.R.



-Valenze educative della Veglia Rover

Alcune delle principali valenze educative della V.R. sono:



  • occasione di forte confronto comunitario

  • stimolo all'elaborazione e all'approfondimento critico di idee, concetti, esperienze

  • sviluppo dello spirito di ricerca, della fantasia e della creatività

  • educazione al lavoro di gruppo e alla progettazione

  • occasione di pieno coinvolgimento dei ragazzi più restii al confronto verbale

  • vincere la timidezza ed aprirsi agli altri

- valorizza e/o aiuta a scoprire le proprie doti e i propri limiti

NOTE

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