Settima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti. ● Oggetto: Commento al 15°



Scaricare 59.89 Kb.
17.12.2017
Dimensione del file59.89 Kb.

Settima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti

.

●  Oggetto: Commento al 15° «commento» (autore/titolo Le graphomane) all’articolo «Comizio neonazista a Milano» di Stefano Gatti su Blog/News della CFR. Il 15° «commento» è stato tratto dal «Dizionario della Salute» del Corriere della Sera e postato in data 14 settembre 2012, 18:32.

 

Graforrea – Termine usato spesso quale sinonimo di grafomania, utilizzato soprattutto per indicare le manifestazioni più nettamente patologiche del bisogno irresistibile di scrivere, che si manifesta in modo torrentizio, in qualunque occasione o luogo e con qualunque materiale. È caratteristica anzitutto degli stati di ipomania e di mania: il tali casi la g. si esprime con lettere aperte, lunghissimi articoli su temi esaltanti ecc. Nelle fasi di eccitamento maniacale si collega a disturbi psichici a carico della formazione e struttura delle idee e ad una verbosità irrefrenabile. Negli schizofrenici si esprime spesso con diari, discorsi intimi, messaggi simbolici: lo scritto allora è pieno di distorsioni del linguaggio normale (parafasie, metafore, ellissi scurissime fino all’uso di una vera e propria lingua personale). I deliranti traggono ispirazioni dai temi del loro delirio. Anche il demente può manifestare g., in questo caso però si tratta solamente di un continuo scarabocchiare.

 

●    Voce tratta dal suddetto dizionario da Gianantonio Valli, a complemento della precedente:



 

Grafomania – Impulso irresistibile a scrivere e disegnare, ricorrendo a qualsiasi mezzo a disposizione. Il soggetto riempie in continuazione pagine intere di osservazioni, fantasie, proteste, appelli, disegni di vario genere (geometrici, paesaggi, figure di uomini o donne) scrive con calligrafia fitta e minuta, utilizzando ogni spazio disponibile dei fogli e sottolineando i punti salienti o le frasi di maggior effetto. Spesso il soggetto scrive o disegna perfino sui muri, sui tavoli, sui banchi, sulle lenzuola. Solitamente il soggetto cerca con tale attività di estrinsecare e rendere socialmente presente il proprio io. È una forma di esibizionismo temporanea e normale in adolescenti (tipico il riempire pagine della propria firma) che acquista caratteri patologici in età adulta divenendo sintomo di malattie mentali. La si osserva infatti in malati (per es. schizofrenici), ma più spesso in personalità psicopatiche o in soggetti nevrotici. La si considera espressione di personalità espansiva, poco critica, esibizionista, epitimica.

 

●   Gentile signor Gatti,



 

            «Tarde non furon mai grazie divine», scrisse il sublime Niccolò all’amico Vettori. Non posso quindi che ringraziare il cielo per avere finalmente portato a reagire, se non Lei direttamente, almeno l’anonimo diffusore del «commento» di cui sopra, chiaramente indirizzato a mio disdoro. Autore, presumo, un Suo congenere arguto e forse colto. Ma, al contempo, non corretto né perspicace.

 

            Corretto, lo sarebbe stato se, analizzando le mie lettere senza vena polemica, le avesse contestate nelle imprecisioni, cioè nella sostanza. Senza riportare battutine definitorie gradevoli ma del tutto generiche, non circostanziate al motivo del nostro contendere, e cioè l’uso da parte Sua, tuttora non chiarito, dell’aggettivo «famigerato». Perspicace, lo sarebbe stato se avesse centrato il motivo di tanta corrispondenza da parte mia, e cioè – a parte la curiosità, data la mia scarsa fama mondiale, di sapere su cosa Ella fondasse il giudizio – la volontà di parlare a nuora perché suocera intenda.



 

            E mi spiego. Fuor di metafora, sto usando Lei, signor Gatti – o meglio, sto usando un Suo grossolano scivolone semantico, una Sua caduta di gusto – per diffondere ad un più vasto pubblico di goyim qualche informazione sul mondo psichico e operativo dei Suoi congeneri. Artifizio rilevato dal professor Antonio Caracciolo quando acuto commenta: «Ma non indugiamo oltre a lasciare la parola al dottor Valli, per la sua Quarta lettera, augurandocene una Quinta ed una Sesta, che seguendo la finzione di un Interlocutore fantasma ci illumini su cose che molte persone ignorano».

 

            Il tutto con assoluta modestia. Io che non ho mai stuzzicato – personalmente – alcuno del Suo mondo. Io che persisto a rifiutare di farmi una casella di posta elettronica. Io che per l’occasione ho dovuto rivolgermi ad amici per comunicare via internet. Io che, al posto di scendere nel pantano del giudaismo, impiegherei il prezioso fuggire dei giorni in ben più grate letture. Sgombriamo quindi il campo da ogni illazione. Di interloquire con Lei, caro Gatti, e tanto più di intraprendere un qualunque scambio di idee con i Suoi, mi interessa tanto quanto mi può interessare un fico secco.



 

            Spero che, per quanto detto, non se ne abbia a male. E Le parlo con sincerità, senza ironia né sarcasmo. Chiunque mi ha conosciuto – amici, sodali e pazienti da medico di famiglia – non ha mai ravvisato nel mio comportamento fini meno che nobili. Non sono abituato a infierire, neppure su un nemico. Per quanto possibile, se non tirato per i capelli, si un nemico cerco di attaccare non la persona, ma le idee. È certo un difetto caratteriale, ma cosa vuole, non sempre si riesce ad essere coerenti con l’astio e con l’odio – preziosi sentimenti umani, da usare con parsimonia – coltivati a freddo. In ogni caso, non se ne abbia a male se continuerò ad usarLa come pretesto per illuminare i goyim. Nulla di personale nei Suoi confronti, lo faccio per dovere etico. E per non essere preso per i fondelli.

 

            E mi cito da «L’ambigua evidenza – L’identità ebraica tra razza e nazione»:



 

●            In secondo luogo, ben chiaro è un altro fatto, che dovrebbe costituire un monito imperituro per le genti europee, finora divise a tutto vantaggio di un nemico mortale.

      Lungi dal costituire il paradigma del self-made man, il mitico uomo-che-si-fa-da-sé, la carriera degli ebrei in ogni campo dell’umano agire è stata resa possibile, oltre che  1. da un’ovvia intelligenza e  2. da un innato senso dell’opportunità e della mediazione, vero genio di una nazione,  3. dalla diffusione ubiquitaria nel mondo,  4. dagli infiniti legami di parentela,  5. dal sostegno della religione e  6. da un plurimillenario senso di spiccata solidarietà razziale.

      Cose tutte che li hanno portati a creare e/o rafforzare  7. un ferreo sistema ideologico,  8. ben precisi ambienti operativi economico-finanziari (validissime ancora le riflessioni di Sombart) e  9. tutto un mondo politico-storico nel quale si sono trovati a proprio agio come quanti altri popoli mai, pesci particolari in un’acqua particolare, a loro più congeniale – in quanto da essi stessi creata – che ad ogni altro possibile pesce (e non parliamo degli esseri viventi in terra o nell’aria).

      La spinta all’autorealizzazione e al successo – il «piccolo sporco segreto» dell’americanismo – diviene realtà per gli ebrei già ai primi del Novecento. Diversi motivi sono stati avanzati per spiegare tale aspetto e la propensione tutta ebraica per il mobile mondo della finanza e degli affari:

      1.  l’«istinto levantino» di Sombart e Patai, vale a dire una certa conformazione dell’anima, riconosciuta sia dagli «antisemiti» che dai più onesti tra gli Arruolati, la cui espressività è stata rafforzata e modulata da aspetti storici, quali

      2.  l’essere stati spinti per secoli in settori sociali marginali, costretti a sviluppare una forma mentis libera da quei «pregiudizi» che, illustra Freud il 6 maggio 1926 al B’nai B’rith viennese, «limitavano gli altri nell’uso del loro intelletto, [mentre io] come ebreo ero anche preparato a far parte dell’opposizione e a rinunciare a qualsiasi intesa con la compatta maggioranza» (vedi anche Leo Baeck II, per il quale «gli ebrei sono sempre stati minoranza, e una minoranza è costantemente portata a pensare; in questo è la benedizione del loro destino», i motti ispanici «Ni judìo necio, ni liebre perezosa, non c’è ebreo stupido, non c’è lepre pigra» e «Un vero ebreo sa trarre oro dalla paglia» – e magari anche il più neutro proverbio «el vivo vive del sonso y el sonso del su trabajo, il furbo vive dello sciocco e lo sciocco del proprio lavoro» – l’antica sapienza del ghetto: «Meglio l’ingiustizia che l’idiozia» e «Ein Narr ist ein Gezar, uno stupido è una disgrazia», l’antica avvertenza polacca «Dio ti protegga dal mojech [cervello] dell’ebreo e dal kojech [forza] del goy», e il proverbio romeno «Tre cose sono impossibili: un greco gentile, un ebreo imbecille, uno zingaro onesto». A contrariis, chiudiamo con la scena di Nobody’s Fool «La vita a modo suo» di Robert Benton, 1994, nella quale il protagonista proletario ribatte all’avvocato: «È ebreo! Non sapevo che fosse ebreo [...] E perché mai non ha l’aria sveglia?»),

      3.  la cultura religiosa giudaica, fonte di eccezionale dinamismo non solo collettivo («sul lungo periodo l’idea è più forte del fatto. Si fa fatto. Si fa carne. Solo con la forza di un’idea abbiamo potuto salvarci nei secoli; solo in virtù di un’idea abbiamo rigenerato il nostro popolo e contribuito a rigenerare tutti gli uomini [...] La salvezza di Israele e la salvezza dell’umanità sono un tutt’uno», scrive nel 1926 Ludwig Lewisohn;

«nel momento in cui un popolo comincia a credere di agire sotto il comando di Dio, l’illusione diviene realtà e la storia si incanala su vie che non avrebbe altrimenti mai preso»,

aggiunge nel 1971 Max Dimont; «verosimilmente la forza e persistenza del popolo ebraico in tutti questi secoli di sofferenza e martirio sta nel fatto che le peculiarità nazionali e religiose erano inscindibilmente intrecciate fra loro [...] Gli ebrei sono stati e ancora sono il Vecchio Patto trasfuso nella carne e nel sangue», riconosce ancor prima, nel 1894, l’autore di The Jewish Question) ma anche, attribuendo un valore centrale all’iniziativa dei singoli, individuale,

      4.  la priorità data all’educazione, allo studio e alla riflessione, la quale, se da un lato può condurre a perdersi nei labirinti dei più intollerabili sofismi e della più oscena utopia, comporta sempre, dall’altro, un alto livello di discernimento, astrazione e decodificazione: «Da quei giorni [quelli, cioè, dell'infinita esegesi talmudica], gli ebrei furono condannati (o si dedicarono) alla vita della mente. Nella vita della mente dobbiamo rinvenire i loro trionfi e, solo là, nessun fallimento», commenta Gerald Abrahams e concorda Rabbi Abraham Rabinowitz, vantando che gli ebrei hanno contribuito «grandemente a foggiare la mente ed il mondo moderni»,

      5.  l’«antisemitismo», cioè la reazione di ogni popolo sano, che ricompatta gli individui avversi facendo loro riscoprire una comune ascendenza biologico-culturale e inducendoli a rendersi quanto più autonomi dal «resto del mondo»: «la minaccia esterna è sempre stata un fattore-chiave per la coesività dei gruppi ebraici», scrive Diller; «marginaux de l’interieur», li dice Attali (II), «et les marginaux, c’est vrai, ont tendence à se regrouper, à s’entraider, à communiquer entre eux, e i marginali, invero, tendono a unirsi in gruppo, ad aiutarsi, a comunicare tra loro»,

      6.  l’alto livello di interrelazione e affinità biologica sia tra le famiglie all’interno delle diverse comunità sia tra le stesse comunità dell’ebraismo, per cui ogni gruppo ebraico è legato a tutti gli altri più strettamente di quanto non si dia per un qualsiasi gruppo non-ebraico, «forza potente nel facilitare l’altruismo e la sottomissione degli interessi individuali a quelli dell’intero gruppo» (MacDonald I): «La spiegazione più logica dell’egemonia ebraica negli Stati Uniti è la semplice verità che una intelligente minoranza organizzata può ottenere la supremazia su una maggioranza disorganizzata dotata di eguale intelligenza. Un gruppo di persone conscie del valore della razza è decisamente più efficiente e ottiene un maggiore successo nella più parte dei suoi sforzi di quanto non faccia un gruppo di persone inconsapevoli del valore della razza. Lo spirito razziale, come lo spirito di squadra, porta alla vittoria in ogni tipo di competizione, atletica o politica, intellettuale o sociale. Se la maggioranza bianca fosse conscia dell’importanza della razza come lo è la minoranza ebraica e avesse a disposizione la metà delle organizzazioni ebraiche, il predominio ebraico in America sparirebbe dall’oggi al domani» (Wilmot Robertson),

      7.   le linee di credito interne le quali, attraverso l’inestricabile intreccio di parentele para-endogamico, permettono di trasferire i capitali finanziari di generazione in generazione e da un gruppo all’altro mantenendoli all’interno della comunità (il che non contrasta affatto con le perplessità, con l’amarezza manifestate a fine Ottocento dal «russo» Yehuda Leb Gordon: «Mi si domanda cosa siamo. Non siamo una nazione, e neppure una congregazione religiosa: siamo un branco»).

      8.  la formazione di vere e proprie società parallele a quelle non-ebraiche ospitanti, società parallele semiautonome e teoricamente autosufficienti, dotate di proprie gerarchie, di proprie tassazioni, di proprie organizzazioni culturali e, per quanto possibile, di proprie scuole, di propri ordini di difesa e giudizio, di proprie strutture di mutuo soccorso (si pensi alle 5000 associazioni esistenti nell’anno 1900 in Germania! o si sfogli uno qualsiasi degli annuari dell’ebraismo americano… centinaia di pagine riportanti, a caratteri piccoli e fitti, decine di migliaia di indirizzi!),

      9.  l’unitarietà internazionale, concorda Jacob Katz, di azione politica/sociale in presenza di un qualsiasi ostacolo/avversario/nemico: «Scrivendo nel 1793, il filosofo Johann Gottlieb Fichte accusò gli ebrei d’Europa di agire come un’unica entità anche in mancanza di una qualsivoglia autorità ebraica. Per Fichte, i mutui e spontanei legami tra i diversi segmenti dell’ebraismo europeo equivalevano a una specie di governo, sicché si poteva sostenere che uno Stato ebraico de facto si estendesse per l’intera Europa, uno Stato ostile agli interessi di molte potenze europee»;

      similmente l’«antisemita» self-hate Jew Osman Bey: «L’asserzione che i membri sparsi qua e là della razza ebraica, costituissero – e costituiscono ancora – una massa compatta e formidabile, non è una frase vuota di senso, si bene una verità che si potrebbe provare matematicamente, come due e due fan quattro. La prima prova che io reco in appoggio di tal fatto è, che persino in mezzo alla civiltà occidentale, il legame d’affinità che unisce un ebreo a un altro ebreo è più forte, ha più consistenza che il legame che unisce un ebreo ad un cristiano. La seconda prova si è, che le stesse tradizioni storiche e religiose, e la medesima affinità, esistono fra tutti gli ebrei, da un capo all’altro del mondo, dal Kamtchatka a San Francisco, in mezzo all’Europa incivilita ed al centro dell’Asia. Questa massa divisa ma unita, è animata da una sola idea, da una sola credenza: ch’essa è il popolo eletto e che le ricchezze del mondo costituiscono la sua eredità [...] La solidarietà ebraica è tale, che se voi toccate un ebreo, gli ebrei delle cinque parti del mondo si levano ritti come un sol uomo. Dappertutto ove vi sono degli ebrei, un ebreo è sicuro d’aver un piede in istaffa, dei soccorsi ed un sostegno, nello stesso tempo che la lingua ed i suoi caratteri particolari gli servono come mezzo per istabilire un accordo fra gli ebrei di tutti i paesi, ed a riunire le differenti comunità giudaiche sparse sulla superficie della terra. La vera frammassoneria è la frammassoneria israelitica. La nostra rispetto a questa non è che uno scherzo [...] La loro trasformazione in tedeschi, francesi, polacchi, ecc. non è che superficiale, perché in fondo essi restano prima di tutto ebrei. Le differenti nazionalità non serviron loro che di maschera per introdursi di nascosto in mezzo ai gentili»;

      similmente Bernard Lazare: «Ma in questa lotta quotidiana l’ebreo, che già individualmente è meglio dotato, come abbiamo visto, unisce le virtù simili, aumenta le forze formandone dei fasci, ed è inevitabile che arrivi alla meta prima dei rivali [...] In tutte le città l’ebreo era aiutato dalla comunità; quando arrivava come immigrante o colono era accolto fraternamente, lo si aiutava, lo si soccorreva. Gli si dava la possibilità di stabilirsi, e traeva vantaggi dall’opera della comunità, che metteva a disposizione tutte le proprie risorse; non arrivava come uno straniero che deve affrontare una difficile conquista, ma come un uomo bene armato, che ha al suo fianco dei protettori, degli amici e dei fratelli [...] Ogni ebreo, quando la chiederà, troverà l’assistenza dei correligionari, a condizione che lo sentano completamente fedele alla collettività ebraica, perché se lascia trasparire dell’ostilità, raccoglierà solo ostilità. Anche dopo aver abbandonato la sinagoga l’ebreo continua a far parte della massoneria ebraica o, se si preferisce, della consorteria ebraica».

      Alla base di questo complesso di ragioni – dello Jewish Enigma che titola il libro di David Englander, ma anche della rivendicata Uniqueness of the Holocaust – sta infatti una coscienza precisa del proprio Sé carnale e razziale, potentissima molla all’azione che lascia nella stragrande maggioranza dei membri del Popolo Santo, anche in quelli che se ne pretendono i più lontani, il convincimento non solo che esistono perenni un Noi ed un Loro, ma soprattutto che le norme che reggono il Noi ed il Loro non sono – non possono né devono essere – le medesime. Cosa, questa, ribadita dal big boss  Nahum Goldmann: «Che questo Dio universale abbia scelto tra tutti i popoli quello ebraico, affidandogli la missione di conformare il mondo secondo i Suoi comandamenti, questo caratterizza l’unicità del popolo ebraico ed è il particolare fondamento della sua esistenza. La fede irremovibile di costituire il popolo eletto di questo Dio spiega sia la sopravvivenza del popolo ebraico sia il carattere tragico della sua storia. Inevitabilmente, la convinzione ebraica di essere scelti dall’universale Dio quale strumento per la realizzazione della promessa messianica dovette essere sentita dagli altri popoli, coscientemente o meno, come abbandono [da parte di Dio] e considerata arroganza e provocazione» (Mein Leben, 1981).

      Cosa, questa, rilevata da MacDonald (II), che sottolinea 1. la «unreality of the Jewish self-conception as an outsider, irrealtà dell’autorappresentazione dell’ebreo come outsider»,  2. l’importanza di «un continuo effetto eugenetico sul pool genico ebraico» e  3. che la gerarchia all’interno della comunità ebraica, lo status sociale e il successo economico sono strettamente correlati all’endogamia, concordando col socialdarwinista Houston Stewart Chamberlain che centrale nell’evoluzione umana è la competizione tra gruppi razziali, più che tra individui: «In confronto con le strategie individuali, in una società le strategie di gruppo sono molto più potenti ed efficaci, e ciò in particolare nel caso del giudaismo. Il potere della strategia di gruppo ebraica discende da:  1. pratiche culturali ed eugenetiche che producono una élite altamente dotata, intelligente e colta, capace di migliorare le fortune dell’intero gruppo;  2. l’universale educazione ebraica che produce una capacità media di acquisire le risorse da parte dell’intero gruppo maggiore di quella che caratterizza il resto della società;  3. alti livelli di cooperazione e di altruismo intragruppali, tipicamente rinforzati dal controllo sociale interno alla comunità ebraica».

      Cosa, questa, folgorata dal quanto più antigiudaico Nietzsche (altro che il recupero pietosamente tentato, prima dei Massimo Cacciari e degli Antimo Negri, dall’ebreo Guido Luzzatto, fustigante «l’ignobile ignoranza che ha trionfato con le dittature demagogiche del fascismo e del nazismo» portando a falsificare il filosofo in senso antiebraico!… per una corretta analisi vedi Gillian Rose, Jacob Golomb, Alfred Baeumler, Adriano Romualdi e Giuseppe Penzo): «E gli ebrei sono senza dubbio la razza più forte, più tenace e più pura che viva oggi in Europa; anche nelle condizioni più difficili essi sanno raggiungere il proprio intento (meglio forse che in condizioni favorevoli), in forza di talune virtù che si preferirebbe marchiare come vizi – grazie soprattutto ad una fede risoluta che non ha bisogno di vergognarsi dinnanzi alle “idee moderne”; essi si trasformano, quando si trasformano, sempre soltanto allo stesso modo con cui l’impero russo fa le sue conquiste – come un impero cioè che ha del tempo davanti a sé e non è di ieri – sulla base, cioè, del principio “più lentamente possibile!”». Conseguente è allora il rimprovero, l’ansia, l’incitamento sprezzante e disperato ad opporsi all’ipertrofia della ragione, sostanza della Modernità: «Si è raggiunto molto, se si arriva infine ad instillare nella grande moltitudine (nei bambinelli superficiali e lesti di ogni specie) il senso che non le è lecito toccare tutto: che esistono esperienze sacre dinanzi alle quali deve togliersi le scarpe e tener lontano la sua sudicia mano – è questa quasi la sua suprema elevazione all’umanità. All’opposto, nei cosiddetti dotti, nei credenti delle “idee moderne”, non v’è forse nulla che abbia un effetto così nauseante come la loro mancanza di pudore, la loro comoda improntitudine di sguardo e di mano, con la quale ogni cosa viene da loro toccata, leccata, brancicata» (Al di là del bene e del male, VIII 251 e 263).

      In terzo luogo il self-made man – si «faccia» realmente da sé o venga sorretto nell’ascesa da forze esterne – non può presentarsi che in momenti di crisi societaria e di sviluppo rivoluzionario, quando si aprono ai popoli campi d’azione inesplorati, siano essi concreti spazi continentali, siano i campi d’azione dell’intelletto umano. Una di queste società è stata quella americana nel mezzo secolo a cavallo della Guerra di Secessione. Uno di questi campi è stato la cinematografia all’aprirsi del secolo. Quando i posti siano stati occupati, nessun outsider viene più ammesso. Della particolarità tutta ebraica dell’ebraico «serrare le fila» ha già folgorato l’essenza, oltre un secolo fa, il mite Eugenio Righini: «È poi notevole la gelosia con la quale gli israeliti intendono conservati i posti occupati dai loro correligionarii. Se in un ufficio dove se ne contavano tre ne ponete quattro, la cosa è naturale: “ma che ebrei? ma che cristiani? che cosa sono queste odiose distinzioni? non siamo tutti italiani del pari?” Provatevi invece a porne tre dove erano quattro, e ciò unicamente perché non avete sotto mano la persona più adatta, senza nessun preconcetto o, tutt’al più, col semplice preconcetto di non voler riconoscere una specie di trasmissione di privilegio ingiustificato: allora vedrete il rovescio della medaglia; sembrerà che abbiate violato un diritto acquisito, che abbiate commesso una menomazione ostile. Il non ebreo che succeda in una carica ad un ebreo passa per solito agli occhi degli ebrei per un usurpatore».

      Ed ancora, nota Heinz Riecke, ecco altre considerazioni, redazionalmente stilate da un trionfante Der Jude, anno 1918-19, p.197: «Il nostro potere e la nostra importanza riposano quasi esclusivamente su attitudini e qualità di natura morale e imponderabile. La nostra influenza è però ancora incomparabilmente più forte, profonda e produttiva di quella di ogni altro popolo a noi paragonabile per forza demografica. Abbiamo un’eccezionale influsso sulla stampa internazionale, sulla finanza internazionale, sulla vita economica; influenziamo l’opinione pubblica, siamo un elemento centrale nel formare ogni sensibilità internazionale e, cosa più importante, siamo rappresentati dovunque, l’unico popolo internazionale nel senso vero e più proprio [wir beeinflussen die öffentliche Meinung, wir sind ein sehr wichtiges Element in der Bildung aller internationaler Stimmungen und, ein wichtigstes, wir sind überall vertreten, das wahrhaft und in unmittelbarstem Sinne enzige internationale Volk], sparso in ogni paese, attivo in ogni sfera politica e, sotto questo aspetto, di inestimabile valore per chiunque ricerchi la nostra collaborazione».

      Nulla quindi di strano che centodieci anni dopo Righini e novanta dopo Der Jude la situazione ci si presenti in primo luogo come il risultato di una forma di superiorità intellettuale (a prescindere dal giudizio etico-ideologico su tale superiorità) che lascia attonito l’osservatore di fronte alle scarse o nulle risposte degli altri gruppi etnici.

      In realtà, com’è sempre accaduto, la situazione nel campo delle «eccellenze ebraiche» (finanza, cinematografia, politica, etc.) e di società immature o in rapido divenire come quella americana non è che il distillato di un più generale processo che ha investito – mediante il formarsi di legami, esclusioni, rancori e riconoscenze nell’arco di secoli – storia, scienza, politica ed ogni altro settore dell’agire umano.

      Tutto ciò ci significa come sia sterile limitarsi, nell’analizzare un fenomeno, a considerazioni di istantaneità tecnica, politica, sociologica o ideologica. Il fluire del tempo, vale a dire non solo l’evoluzione ma la sostanza stessa di un fenomeno, può essere compreso unicamente in una dinamica storica. La storia non è scienza, non arte basata su dati di laboratorio che si possano ricreare sperimentalmente. La storia parla solo se la si sa interrogare e, prima ancora, se è materialmente possibile interrogarla, accedere alle fonti, dibattere liberamente tesi, controtesi, ipotesi, fantasie e fantasticherie. La storia non è un cumulo informe di fatti o ricordi, né la ricerca storica, concorda Ulrich Schlie, «conosce divieti di domanda o corre su vie a senso unico. Nulla accade con una tale consequenzialità da escludere opzioni alternative».

      Inoltre, se talora può venire indagata per il piacere di una pura speculazione intellettuale, di una ricerca del Vero fine a se stessa, la storia è un terreno fruttuoso di conoscenze e interpretazioni al fine di usare, con rispetto e senso del Sacro, il passato come materiale da costruzione per tentare di costruire un più giusto – leggi non-utopico, leggi morale – futuro. L’indagine storica è, da una parte, uno scavo incessante all’interno del proprio spirito personale; dall’altra, un’incessante apposizione di documenti, una cangiante sistematizzazione di dati, un coerente aggiustamento di prospettive con l’obiettivo di avvicinarsi al Vero quanto possibile.

      Il fermarsi su un piano sincronico preclude la possibilità di una più alta visione. L’unica possibilità di capire, di afferrare qualche frammento del viaggio dell’uomo nell’unico mondo a lui dato – il mondo fenomenico, Questo Mondo – è la ricerca diacronica, lo studio della genealogia delle cose: vere scire est per causas scire. Si conosce veramente una cosa, un fatto, un evento, solo quando se ne conoscano le dinamiche, e ancor prima le cause.

      Gli ebrei, riconobbe Nietzsche, «sono il popolo più notevole della storia mondiale, poiché, posti dinanzi al problema dell’essere o non essere, hanno preferito, con una consapevolezza assolutamente inquietante, l’essere a qualsiasi prezzo: questo prezzo fu la radicale falsificazione di ogni natura, di ogni naturalità, di ogni realtà, dell’intero mondo interiore come di quello esteriore. Delimitarono se stessi contro tutti i condizionamenti secondo i quali, fino ad allora, a un popolo era possibile e permesso vivere: crearono, traendolo da se stessi, un concetto antitetico alle condizioni naturali. In maniera irrimediabile hanno successivamente rovesciato nella contraddizione coi loro valori naturali la religione, il culto, la morale, la storia, la psicologia» (L’Anticristo, 24).

      L’eccellenza ebraica ha però potuto e può essere tale solo attraverso la distruzione di ogni altro gruppo non ebraico e più esattamente attraverso la distruzione della coscienza del suo dovere di conservarsi biologicamente quanto più possibile autonomo, cosa che l’ebraismo, pur con le inevitabili discrasie, le contraddizioni e i naturali contrasti che porta in sé ogni divenire storico, ha per millenni predicato e praticato – e tuttora predica e pratica – al proprio interno.

      «Tutti i razzismi» – scrisse su Il Tevere l’11 maggio 1933 l’«estremista» fascista Telesio Interlandi, sottolineando come per loro stessa natura nomade gli ebrei abbiano coltivato il mito della razza «con raffinata ostinazione» per millenni – «non sono che una derivazione del razzismo semitico [recte: ebraico] o una difesa contro di esso […] Per individui che hanno attraversato millenni di storia, subendo le più imprevedibili peripezie, conservando quasi intatte qualità positive e negative di razza, è un po’ troppo temerario scagliarsi contro i cosiddetti pregiudizi del “razzismo”».

      «Tutto il cosmo»  – aveva notato il grande storico delle religioni Walter Friedrich Otto nel 1923 – «non è per loro altro che il prodotto di un Io divino sommamente caparbio e bisognoso di considerazione, tutta la storia del mondo solo l’esplicazione della sua gelosia verso l’Io recalcitrante e riluttante del popolo eletto. E ancor oggi ci si assicura che il mondo avrebbe imparato da questo popolo, pieno di pregiudizi disperati e del più malato risentimento, a intendere l’essenza divina in modo grande e puro e a comparire di fronte a lei nell’attitudine più dignitosa. Oh, la sua gloria è assai diversa, e gli resterà per tutti i tempi: e cioè quella di aver posto sul trono il meno spirituale e il più illiberale degli Dei, un piccolo Io giudaico accresciuto fino all’immensità. Così stanno le cose con quel famoso ed esemplare monoteismo, che in realtà è di gran lunga superato per libertà e nobiltà di sentimento anche dai primitivi popoli pigmei, con la loro fede nel celeste Dio universale».

 

            Un amico dotato di istintivo umorismo, malgrado qualche lato caratteriale alquanto acceso, ha inserito nella pubblicazione della Quinta lettera l’immagine dell’ex Shaul folgorato a Paolo. Gentile Gatti, per quanto all’inizio perplesso, mi dichiaro onorato dell’accostamento, ma solo in quanto in futuro mi si potrà ricordare anche per la nostra corrispondenza. Magari raccolta in un aureo libretto. Che so: «Dalla settima lettera di Gianantonio Valli…», e così via. Mi stia bene.



 

Cuveglio, 16 settembre 2012



 

P.S. Guardi la coincidenza! La trama del Cosmo esiste! Oggi ho letto il «commento» Le graphomane. L’altro ieri avevo iniziato la Sesta lettera, diffusa ieri, nella quale mi piccavo di grafomania. Ma guarda! In ogni caso, come adepto del nietzscheano «Tu, patria mia, solitudine!», non cerco – mi creda – di «rendere socialmente presente il mio io» attraverso la nostra corrispondenza. Né la mia calligrafia è «fitta e minuta», né ho mai scritto sui muri. Talora sulle lenzuola.



©astratto.info 2017
invia messaggio

    Pagina principale