Settimana biblica 2014



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Settimana biblica 2014
Qoèlet
Relatore: Padre Cesare Geroldi s.j.


Per cortesia controllare gli asterischi


Nota 1: Ogni tanto il relatore sfuma il parlato o l’accelera per dare espressione, e alcune parole – pur intese chiaramente da voi presenti – sfuggono alla registrazione e non sono comprensibili per la trascrizione. Cerco comunque di mantenere chiaro e completo il pensiero esposto.

Nota 2: Lascio il testo di Vignolo in stile di poesia perché mi sembra più consono, però vedi poi tu se assemblare i versetti tipo prosa. Io naturalmente non ti metterò in conto questo ‘allungamento’ dello scritto.

Nota 3: Scrivo il termine ‘sapienza’ con l’iniziale minuscola perché non riesco a capire quando il relatore si riferisce al libro e quando parla della disposizione interiore. Vedi di sistemare la cosa con lui, che certo fa delle distinzioni.


Prima riflessione

Vorrei iniziare le mie riflessioni partendo dalle cose che forse sembrano più inutili. Voi avete tra le mani alcuni fogli, un fascicoletto su Qohelet che ho preparato pensando ai nostri incontri.

Stamattina ho visto la locandina della Scuola diocesana della Parola per quest’anno. Si ripercorreranno le Megillôt, cioè i cinque rotoli che stanno nella terza parte della Bibbia: dopo la Tôrāh (il Pentateuco), i Profeti (anteriori e posteriori, con i libri storici), vengono Ketubim (gli Scritti). Ebbene, cinque libri di questa terza parte sono chiamati appunto le Megillôt, e vengono letti durante le feste o nelle ricorrenze. Ad esempio, il libro delle Lamentazioni è letto nella ricorrenza di (tish'à beàv), cioè della distruzione del Tempio, avvenuta il 9 del mese di Av (più o meno luglio) del 586 a.C. e il popolo fa lutto. Non è una grande festa!

Altri Scritti vengono proclamati in circostanze festose. L’anno scorso, ad esempio, abbiamo letto una Megillàt, cioè il Cantico dei Cantici, che gli ebrei leggono a Pasqua. Quest’anno ne leggeremo un’altra, il Qohèlet, che viene letto durante la Festa delle Capanne (Sukkot). Il 25 settembre ricorre ancora oggi la Festa di Rosh Ha-Shanà, il Capodanno ebraico, e la luna nuova segna anche l’inizio del primo mese. Dopo dieci giorni c’è la Festa di Purim (Giorno delle espiazioni) e dopo cinque giorni – e quindi il 14 del mese, quando la luna è piena – c’è la appunto la Festa delle Capanne, durante la quale viene letto il libro di Qohèlet.

Tra l’altro questa è per noi un’indicazione quanto mai singolare. La Festa delle Capanne è in assoluto la festa più gioiosa, è ‘la’ festa, perché c’è il raccolto, si vive la conclusione di tutta l’estate. Si costruiscono delle ‘capanne’ in ricordo del tempo in cui si viveva nel deserto, in pellegrinaggio verso la terra promessa, e si abitava in dimore precarie come le tende. Oggi, nelle case d’Israele, sui balconi vengono sistemate delle frasche a modo di gazebo, e almeno un pasto deve essere consumato lì. Questo a dire: tu sei un viandante, sei uno che sta sotto il cielo, ospite di questo mondo, ma la tua casa è una realtà assolutamente transitoria; anche tu sei un residente temporaneo, non soltanto gli emigrati e i rifugiati.

È una festa di grande gioia, e bisogna fare attenzione a questo doppio registro (per la verità i sensi della festa delle Capanne sono molteplici). Il libro di Qohèlet – per quello che voi già conoscete – è un testo di gioia e di tristezza? È uno scritto ottimistico o pessimistico? Si piange o si ride? Si danza o si fa lutto? È certo un libro realistico, cioè presenta allegria e tristezza insieme, ma quella domanda ci accompagnerà sino alla fine. Vedremo che c’è una specie di ‘pendolo’. Qualsiasi commento a Qohèlet mostra che gli esegeti si muovono tutti in questa gamma. C’è chi lo considera un pessimista, uno scettico, un uomo che registra l’assurdo della nostra vita destinata alla morte; c’è invece chi rimarca le note di gioia che attraversano questo scritto, sostenendo che hai anche la possibilità di goderti la vita, di prenderti la tua parte di allegria, di bere il tuo vino e di mangiare il tuo pane con soddisfazione, forse con un certo egoismo.

Certo, in tutta questa gamma che va da un polo all’altro ci sono tante posizioni intermedie. Però se io mi dico ‘realista’ non significa che non morirò o non mi godrò la vita, ma solo che dovrò capire quale sia la misura, il dono di Dio. Tra l’altro, cos’è che credete?

Per Turoldo no, Qohèlet è un uomo che non crede in Dio, anche se il nome di Dio ricorre tantissime volte (perché per Turoldo forse il credere è un coinvolgimento personale, passionale, affettivo, è un dialogo). Oppure crede, ma non prega mai. Cercheremo di comprendere perché lui non tematizzi questo aspetto. Non è che se uno non parla di una cosa, essa non ci sia nella sua vita. Se non parlo di un argomento significa che rimando ad altri ambiti o ad altri tempi lo sviluppo di altre dimensioni della vita. Non si parla di tutto con tutti!

Però anche questa dimensione religiosa è calibrata secondo una certa prospettiva. Ci troviamo di fronte ad un tempo che un poco ci sfugge, ma insieme ci prende proprio là dove noi non riusciamo ad afferrarlo.

Come vi dicevo, ho preparato un opuscoletto perché quando prenderete in mano i commenti, vedrete che ognuno ha la sua introduzione che vi dà tutti i dati per orientarvi nella lettura, prima che andiate a leggere il testo. Noi non siamo qui per leggere i libri che sono stati scritti su Qohèlet, ma proprio il testo nella sua traduzione. Facciamo un esempio: Erri de Luca traduce quasi parola per parola, in un modo a volte anche sgrammaticato, che stride in italiano, però questo ci permette di vedere l’ordine in cui le parole sono in ebraico, o la ricorrenza degli stessi termini, anche se sappiamo che il medesimo ‘significante’, cioè la stessa parola, in contesti diversi ha un significato diverso. Lui ha voluto tradurre sempre lo stesso termine con la stessa parola. Nei fogli che avete in mano, vedete che ho messo il testo in ebraico in fianco alla sua traduzione ‘letterale’, con una precisa corrispondenza tra le parole ebraiche e quelle italiane.

Abbiamo poi la traduzione di Ceronetti, che è un poeta e ha tradotto non so quante volte il libro di Qohèlet, da quando era ragazzo fino ad ora, avanzato nell’età. Se la confrontiamo con quella di Erri de Luca ci domandiamo se stiamo leggendo lo stesso libro, perché c’è una notevole differenza. Nei fogli ho messo le traduzioni in forma di versi, ma dovrebbe essere una prosa, anche se nessuno lo sa. Si discute da duemila anni e sospetto che si andrà avanti ancora per qualche annetto…

Le traduzioni sono davvero diversissime l’una dall’altra, e per disorientavi ulteriormente ho messo in colonna il testo ebraico e cinque traduzioni italiane. Una è di Ravasi, il quale ha scritto anche un commento, pubblicato dall’Editrice S. Paolo: Qohelet. Il libro più originale e «scandaloso» dell’Antico Testamento. Ravasi è una garanzia, perché è un uomo dalla cultura sterminata che conosce benissimo tutta la letteratura accostata a Qohèlet. Appartiene alla corrente ‘pessimistica’ della critica della sapienza, con istanza di contestazione della sapienza stessa. Anche lui propone una traduzione del libro, e anche lui la propone come se fosse poesia.

Poi trovate la traduzione (non ancora stampata) di don Roberto Vignolo, docente di Antico Testamento alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano. A lui sono debitore e lo dico subito, secondo il consiglio dei Pirqê Aboth: «Di’ le cose a nome di chi le hai imparate». L’ho detto l’anno scorso a proposito di Borgonovo, al quale sono debitore per l’approccio al Cantico dei Cantici, e lo dico quest’anno rispetto a Vignolo per il nostro itinerario sul libro di Qohèlet.

Io vi suggerirò moltissime chiavi di lettura che ha proposto in questi anni, in diversi studi un po’ specialistici. Egli suggerisce un’organizzazione del testo e una traduzione secondo me molto bella, anche se un po’ libera in alcuni passaggi. Anche l’anno scorso dicevamo che una traduzione troppo letterale rischia di essere bruttina, e se cerca di rendere in italiano le immagini e le metafore può essere più libera.

A fianco della traduzione di don Roberto ho messo anche quella di Piero Stefani, che è forse il più profondo conoscitore di ebraismo che abbiamo in Italia, amico di Paolo De Benedetti, di cui ha preso il posto alla Facoltà Teologica di Milano. Ha pubblicato da pochi mesi il libro: Qohelet (Ed. Garzanti). Anche lui propone una traduzione un po’ libera e insieme intrigante perché cerca di rendere il valore delle parole in ebraico, sciogliendole in quattro termini. È l’ultimissima interpretazione, e la trovate appunto sui fogli che avete in mano.

Vi potreste dunque domandare se stiamo leggendo lo stesso libro o cinque libri diversi. Sì, è lo stesso, ma ci sono cinque occhiali diversi, cioè ci sono cinque modi di cogliere nel testo un certo colore, che può essere più caldo o più freddo, e rispetto al quale il testo italiano prende una certa curvatura, una certa interpretazione. Tradurre significa già interpretare, e questo mi sembra cosa buona, così non ci si lega a nessuna traduzione particolare, come ho messo a titolo della dispensa, “Ogni traduzione è come il rovescio di un arazzo”.

Vale anche per la Bibbia che avete in mano. Chi ha la vecchia traduzione CEI legge un certo testo e certi titoli; chi ha la traduzione nuova legge un altro testo e ha titoli diversi. Infatti la divisione del testo è differente. Questo non è per disorientare, ma soltanto per dire che la nostra comprensione si muoverà nell’avanzare, lasciando che questi compagni di strada ci facciano da guide. Poi ciascuno di noi scoprirà il proprio sguardo particolare e coglierà quello che appartiene alla realtà che sta vivendo. Inter-esse significa proprio ‘essere dentro’. Quindi risuonerà, del testo, quella nota, quella battuta, quella prospettiva che sentiamo più vicina. Magari altre cose si sentiranno in altri tempi e in altre circostanze.

Quando cominciamo a leggere un libro, la prima cosa che vediamo è la copertina, davanti e dietro. Nel nostro caso la copertina del libro di Stefani è stata predisposta dalla casa editrice Garzanti, la quale ha messo un bollino rosso per segnalare che questo libro deve essere conosciuto, accreditato e venduto. Il bollino rosso indica anche che il libro fa parte di un contesto, di una Collana, di un insieme di libri finalizzati a mettere a fuoco tutto un orizzonte di ricerca, di approfondimento, di commenti. Nella parte posteriore si dice brevemente il contenuto del Qohèlet e parla dell’autore, Piero Stefani, affermando che egli si è accostato a questo scritto e ha fatto in modo che sia ancora presentabile ancora a noi, qui a Bergamo, nel 2014. Questa si chiama ‘operazione editoriale’.

Però un libro come questo ha una caratteristica particolare: sembra costituito di foglietti, di appunti, articoli, schemi di riflessione, ecc., scritti dal protagonista e riposti in un cassetto. Poi, alla sua morte – come succede in queste occasioni – si fanno le pulizie, usando un certo riguardo per le cose che si pensano importanti, soprattutto se il defunto era un maestro nella vita religiosa, nella fede, nell’esistenza quotidiana. Qui c’è qualcuno, un discepolo di Qohèlet, che prende in mano questo materiale e, per farlo conoscere, lo mette secondo un ordine, che può essere cronologico o tematico.

Secondo voi, quale sarà l’attenzione posta da una persona che fa quest’opera redazionale? Parlerà di se stesso? No, anzi, vorrà far emergere quello che dicono i testi, nascondendo la propria operazione. Un po’ come capita per gli abiti, dove le cuciture sono nella parte interna, non visibile a chi guarda… Allora il redattore metterà insieme questo materiale cercando di non far vedere le suture del testo. Attenzione, quindi: le operazioni del redattore sono due. C’è un lavoro che consiste nel raccogliere il materiale e fare un lavoro di sistemazione per mettere in ordine quelle note – tanto brevi e stringate da sembrare appunti –, disponendole in una certa collocazione. La mano del redattore non si vedrà, perché cercherà di operare nel modo più discreto possibile. Anche se, certo, ci sarà un momento in cui vedremo anche il suo tratto, quella che deve risuonare è la voce del maestro.

Una volta fatto il duplice lavoro, ecco quello editoriale. L’editore predispone la confezione perché il libro, reso accoglibile, possa venir presentato al lettore, al destinatario; proporrà una presentazione in un contesto credente, un imprimatur, oppure avrà delle riserve per la comunità credente.

Se prendete in mano la vostra Bibbia e leggete alla fine del libro di Qoèlet, trovate scritto un titoletto: “Epilogo”, “Appendice”, “Conclusione”. Tra l’altro potreste trovare una nota che spiega che questo ‘epilogo’ è stato fatto da un ‘epiloghista’, cioè una persona che non è Qohèlet. C’è quindi un’altra penna, un altro inchiostro, che racconta: «Oltre a essere saggio, Qoèlet insegnò…» (Qo 12,9).

Ma facciamo attenzione: la parola ‘epilogo’ è adatta, è giusta? No, perché in un romanzo l’epilogo è il punto di arrivo di una trama narrativa che arriva all’ultima scena. Ma quello che qui leggiamo non è affatto il punto di arrivo di un racconto! Non sono affatto le ultime battute di quello che il libro di Qohèlet vuole dire, per cui il termine ‘epilogo’ è fuorviante, perché questa pagina non è stata scritta dal redattore, ma dall’editore. Il redattore infatti è ‘interno’ al libro e cerca di confezionare un discorso che si sviluppa da un punto di partenza ad un punto di arrivo, e che è appunto interno al libro. L’editore invece ha un certo distacco dal libro, che è già lì pronto; non deve fare nessun’opera di organizzazione interna, ma di destinazione ad extra: deve mandarlo ‘fuori’. C’è quindi uno sguardo che dall’esterno valuta il prodotto, l’opera letteraria e il suo autore.

Così questa pagina conclusiva del libro è una cornice editoriale. Sul retro del libro che ho in mano c’è infatti una presentazione che non è stata fatta da Piero Stefani che ha confezionato il libro, ma dall’editore Garzanti, il quale la farà anche per tutti gli altri libri della medesima Collana.

Nella dispensa – forse anche nella Bibbia di Gerusalemme, nella nota – viene rimarcato il fatto che di per sé non siamo in presenza di un solo editoriale, ma di due editoriali diversi. Ci sono, cioè, due presentazioni dello stesso libro, che sono state scritte da due comunità di riferimento, il che significa che ognuna delle due presentazioni ha dovuto essere elaborata perché il libro doveva entrare in un certo contesto. La cosa è interessantissima per noi, che ormai leggiamo il libro di Qohèlet nella Bibbia.

Come vi dicevo, un libro può essere confezionato non pensando necessariamente che sia destinato ad una Collana. Il libro di Qohèlet è stato inserito in una tradizione (che noi diremmo appunto ‘Collana’), e qui si fa riferimento a due operazioni. La prima operazione colloca Qohèlet dentro il ‘recinto’, il contesto, dei Libri Sapienziali. Non è un’operazione secondaria, perché se si pone un libro dentro una Collana, bene o male si leggerà sempre questo libro anche alla luce degli altri libri della medesima Collana; in questo caso alla luce degli altri sapienti. È perciò un’operazione importante perché ci si deve domandare se Qohèlet sia in sintonia o in opposizione con gli altri libri sapienziali, se sia una voce che si allinea oppure che si pone di fronte, in contestazione critica rispetto alle prese di posizione degli altri sapienziali. Questa è una domanda seria: lo si può accettare dentro il contesto sapienziale, o quando lo si legge si resta perplessi davanti a certe espressioni polemiche? Non si dicono queste cose! Al catechismo non ci è stato insegnato così!

La prima operazione è quindi quella di capire come Qohèlet stia dentro un contesto di libri tra loro ‘imparentati’, che noi definiamo ‘sapienziali’. Stiamo così attuando un’introduzione a partire dal testo stesso. Non sto adesso facendo un’introduzione astratta, ma sto leggendo il libro, il quale ci sta raccontando che ha dovuto affrontare questa soglia, cioè ha dovuto essere accreditato dentro il circolo dei sapienziali. E dobbiamo capire quale tipo di sapiente sia stato Qohèlet, quale la sua personalità, che cosa abbia detto lui e che cosa sia stato scritto.

E vi dicevo che il libro di Qohèlet non è solo nella Collana dei Sapienziali, ma anche nella Bibbia, e la Bibbia comprende anche la Tôrāh e i Profeti. Ad un certo punto si è riconosciuto che il libro poteva stare nella Bibbia, anzi, questo libro è integrabile con quello che noi leggiamo nella Tôrāh.

Ed ecco allora la seconda operazione, quella ‘canonica’, che lo ha accreditato come un testo normativo, come un testo che può essere messo a fianco della Genesi, dell’Esodo, del Levitico, di Numeri e del Deuteronomio, nella tradizione storica e profetica d’Israele. C’è stato quindi bisogno di fare un secondo editoriale: quando si è riconfezionata la Bibbia come un tutto, si è trovato un posto anche per Qohèlet. Nei commenti troverete che l’epilogo è in contestazione rispetto al libro, in quanto cerca di stemperare la provocazione del testo, come se volesse prendere le distanze da quanto detto. Quindi nella fascetta editoriale sembra che si cerchi di dare l’imprimatur quasi togliendo vigore a quello che sta nel libro. Ma non è così! Se io non ti voglio riconoscere qualcosa, non te la pubblico ma te la censuro! Invece il fatto che ci sia questo editoriale, che coglie la visione integrabile con il tutto, significa che si riconosce la legittimità della parola di questo autore. Anzi, la si riconosce come parola di Dio.

Quest’ultima operazione del secondo editoriale viene presentata nella sua valenza più profonda: non è soltanto parola di Qohèlet, ma qui c’è ancora la rivelazione di Dio che si affaccia. Voi sapete che la sapienza, anche in Israele, è stata quella componente di ritorno sull’esperienza che ha due facce. Sostanzialmente sono state due le tappe anche della coscienza d’Israele per capire che cosa sia la sapienza. Innanzitutto è una qualità umana. La posizione dell’uomo di fronte al mistero della vita è quella di capire quale sia il suo senso, non semplicemente in modo astratto, ma operativo: imparare a stare al mondo non significa conoscere le cose, ma imparare a muoversi dentro le faccende della vita con prospettiva positiva. Questa è la prima tappa: la sapienza è una qualità umana che coglie il segreto del mistero della vita.

Nella seconda tappa la sapienza diventa invece una qualità di Dio, cioè è Dio che si affaccia su questo mondo, si rivela, presenta Lui il senso dell’esistenza, aiutando l’uomo con la forza della sua Parola. E qui ci sarebbero altre due categorie della sapienza: la Sapienza come Parola e la Sapienza come Spirito. È qualcosa del mistero di Dio che si affaccia sulla nostra coscienza, sulla nostra storia, sulla nostra realtà di Chiesa.

Ebbene, questi due editoriali mettono insieme le due caratteristiche. La sapienza come qualità umana è presentata nel personaggio assolutamente originale e affascinante di Qohèlet, che si è mosso dentro la ricerca del senso della vita. Nel secondo editoriale questa ricerca è lei stessa una parola di Dio, ed è inserita in un canone, in una serie di libri che noi riconosciamo ispirati dallo Spirito.

Quindi quell’ultima battuta è l’accreditamento definitivo di Qohèlet. Questo è un libro che ancora al tempo di Gesù era sottoposto alla domanda: sporca le mani o non le sporca? È ispirato o non lo è? è parola di Dio o no? E soltanto cent’anni dopo la morte e risurrezione di Gesù è stato inserito in quel contesto di libri ispirati.

Adesso leggiamo questo doppio editoriale. Lo trovate nella dispensa, nella quale appare il titolo di ‘Cornice’, a dire che c’è qualcosa che sta sopra e qualcosa che sta intorno; la cornice è una realtà che tiene insieme il quadro. Per il momento leggiamo la parte finale (Qo 9-14), poi vedremo la parte iniziale.

Leggerò sul foglio la traduzione di Vignolo, ma voi sbirciate sempre a fianco. La traduzione di Vignolo è libera, mentre bisognerebbe avere una traduzione più letterale; vi potrei mostrare le corrispondenze e giustificare perché i versetti degli editoriali segnati qui (e forse anche nella Bibbia di Gerusalemme) siano 12,9-12 e 13-14, mentre la divisione è piuttosto 12,9-11 e 12-14. Qui il v. 12 fa ancora parte del primo editoriale. Non voglio entrare in questioni troppo tecniche, ma sappiate che questa divisione è frutto di studi molto accurati fatti in questi ultimi anni proprio sulla composizione del testo. C’è tutta un’inclusione di termini che indica il perché i versetti 9-12 devono essere presi insieme.

Leggiamo quindi il primo editoriale. Quello che scrive qui è quel discepolo o quel gruppo che ha preso l’opera redazionale e la sta attrezzando, la sta presentando a qualcun altro.

«9Oltre a esser sapiente lui di professione

Qohelet si dedicò ad istruire la gente


ascoltò approfondì revisionò sentenze in quantità

10si impegnò Qohelet a rinvenire parole invoglianti

a trascriverne di attendibili con scrupolosa onestà.

11Come pungoli le parole dei saggi

pietre miliari le raccolte d’autore

tutte dono di un unico pastore.

12E inoltre da questo figlio mio desisti

da fare tanti libri senza fine

e studiar tanto da estenuar la carne» (12,9-12).

«Oltre a esser sapiente lui di professione…». È un personaggio che di professione fa il conferenziere, il capo-scuola, il ricercatore, colui che pone le domande. È un saggio non saltuariamente, per hobby, ma uno che fa dell’essere saggio l’impegno della propria vita, la propria professione.

«Qohelet si dedicò ad istruire la gente…». È un professore, ma non sta chiuso in biblioteca muovendosi tra i suoi concetti dalla mattina alla sera, discutendo con se stesso e basta. No, ha anche un compito di educatore, vuole rendere partecipe la gente, anche se il suo uditorio era molto contenuto, composto di persone che pensavano alle cose e si lasciavano coinvolgere in quel tipo di riflessione. Nessuna discriminazione, però, perché era una sapienza destinata al popolo; potremmo parlare di una ‘lettura popolare’ della Bibbia. Una sapienza non esclusiva, non riservata ad un club o a circoli ristretti in cui si entra soltanto con la tessera…

È un uomo originalissimo, una persona che ha dedicato tutta la sua vita alla ricerca del mistero dell’esistenza, ha esplorato tutto attraverso il vivere umano e ha voluto offrire il frutto delle sue riflessioni alla gente. E come ha svolto questo ‘compito’? Uso questa parola perché poi ricorrerà nel testo.

«… ascoltò, approfondì, revisionò sentenze in quantità». Attenzione a queste battute. Qohèlet è un uomo che si mette in ascolto della tradizione. Le sentenze sono i proverbi, i Meshalim. Nella Bibbia, come sapete, c’è il libro dei Proverbi (un grande contenitore in cui hanno messo proverbi di generazioni diverse) e ogni proverbio cerca di fissare in due battute il senso di una realtà, cioè cerca di dare una chiave di lettura. Come sempre, quei proverbi sono ambigui, cioè sono veri in certe circostanze. Ad esempio, io posso affermare che l’unione fa la forza, sostenendo che non devi restare solo, e se vuoi realizzare un progetto devi metterti in cordata con altri, senza fare il libero battitore ma accettando il contributo di ciascuno. Ma posso anche sostenere che chi fa da sé, fa per tre, perché se devi sempre aspettare il parere, le decisioni e i suggerimenti degli altri, non arrivi mai a capo. Meglio tirar diritto da solo, altrimenti si arriva alla seconda reincarnazione senza aver concluso niente!

E allora, quale è il proverbio che vale? Tutti e due, perché la sapienza consiste nel capire quello che devi usare in una certa circostanza. La sapienza è quella che sta nel mezzo tra i due proverbi e che suggerisce quale regola applicare in quel momento. Se scambi i contesti, sei tu che sbagli, e quel proverbio non ti aiuta.

Qohèlet, dunque, ha raccolto tutte queste sentenze e poi le ha approfondite, indagando (trad. Stefani) e vagliando. Mette in atto un’operazione non soltanto di ascolto, ma anche di ponderazione, di scavo. La cosa vale anche oggi, perché noi traiamo dal passato le indicazioni di orientamento per la vita. Però chi è avanti nell’età, può dire che oggi valgono le cose che sono state dette loro a quindici anni? Dipende. Alcune sono ancora valide, ma per altre si può tranquillamente dire: “Per fortuna non è più così!”. Non è vero che ciò che la tradizione ci consegna è tutto oro colato, bisogna fare un’operazione di discernimento, di valutazione. L’apostolo Paolo raccomanda: «Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono» (1Ts 5,21). Non dobbiamo negare il passato, perché noi non siamo mai migliori dei nostri padri, ma non si possono applicare oggi dei costumi di vita che andavano per una società che usciva dal dopoguerra. Dobbiamo valutare, circostanza per circostanza, quello che ha ancora un peso.

Qohèlet è un uomo profondo, non è banale, non è un semplice ripetitore di quello che gli hanno detto gli altri, ma seleziona l’informazione, eliminando quanto è stato tramandato e non ha più presa.

Facciamo ora attenzione al terzo verbo: (ascoltò, approfondì) «revisionò». La traduzione di Stefani dice: «catalogò»; quella di Ravasi propone: «compose»; quella di Erri De Luca: «ha raddrizzato». In realtà questo verbo (*Tiqqën ebraico, seguito dal sostantivo) in ebraico moderno significa ‘correggere le bozze”, cioè correggere gli errori in modo che poi si mandi all’editore il testo corretto da stampare.

Nella tradizione mistica d’Israele c’è * ebraico, che è l’operazione che fa Dio per riparare il mondo; quando ci sono cose che non funzionano le ‘aggiusta’. È quindi un verbo che ha di per sé due significati: uno significa ‘comporre/mettere insieme’, e l’altro ‘raddrizzare/correggere’, ma non semplicemente riordinare, bensì cambiare. È cioè capace di dire che una certa cosa va capita al contrario; se ricordiamo i due proverbi prima citati, il ‘chi fa da sé fa per tre non è il commento a ‘l’unione fa la forza’, ma mette in luce un altro aspetto: c’è un proverbio che mi viene trasmesso, ma io ne faccio un altro perché quello non è adatto al contesto.

Da qui nasce anche tutta la carica di provocazione del nostro testo, che dice delle cose inedite, delle cose che vanno contropelo. Immediatamente ci suonano strane perché dalla tradizione avevamo capito un’altra cosa, gli altri sapienti ci dicevano un’altra cosa: è il dramma della nostra coscienza.

Ma chi ha ragione? Lo devi sapere tu!

Nel libro c’è quindi una forza di provocazione, di contraddizione sapienziale. Un sapiente ha raccolto la tradizione, ma poi ti dà un colpaccio, un graffio, ti apre una finestra nuova. Vedremo che cosa è per lui la verità. Per noi è una realtà immutabile ed eterna, e lui dice che è vero, ma le cose immutabili ed eterne sono sopra il sole, e tu sopra il sole non ci arrivi: noi siamo ‘sotto’ il sole, e le cose ‘sopra’ non le conosciamo.

È un autore che fa molte domande e noi vorremmo molte risposte. Ravasi ricorda un pensiero di Oscar Wilde: “Tutti sono capaci di dare risposte. È per fare le domande che bisogna essere un genio!”. Le domande giuste, le domande vere. Vera è la domanda, non la risposta!. La risposta sarà sempre un cammino verso un senso più pieno, una vita più piena.

«Si impegnò Qohelet a rinvenire parole invoglianti» (v. 10). Ravasi traduce: «Qohelet si studiò di trovare uno stile affascinante»: Stefani: «Qohelet cercò di trovare parole efficaci… parole veritiere». Di per sé sono «parole d’intento». Il termine *ebraico indica il piacere, la capacità di sentire dentro un riscontro, come afferma il Sal 1: «Nella legge del Signore trova la sua gioia».

Sono parole che sanno agganciare, coinvolgere, mettere qualcosa in moto nell’altro. Ci sono parole che ci scivolano addosso e non lasciano nessun segno, ma in Qohèlet sentiremo parole, magari taglienti ma che pizzicano le corde profonde della nostra coscienza. Egli ci interpella con le domande più problematiche: perché devo morire? Sono parole coinvolgenti non perché che ci colpiscono provocando brivido o allegria e basta, ma perché ci attraversano. Stefano parla di “parole efficaci” perché fanno succedere qualcosa ‘dentro’.

«[Qohèlet si impegnò] a trascriverne di attendibili con scrupolosa onestà». Non è un contestatore che butta via tutta la tradizione sapienziale, ma è un uomo che la prende sul serio, tanto che poi cita molti proverbi, e di qualcuno dirà che non funziona. Ad esempio, se sei giusto andrà bene, ma se sei un farabutto ci sarà la punizione; se segui la parola di Dio avrai la vita, al contrario avrai la morte. Di per sé, in termini generali, una prospettiva di questo tipo non è contestabile, ma se ci si guarda intorno si vedono persone buone, rette, che sono calpestate, punite. E allora? Bisogna aspettarsi la punizione quando si fa del bene? Se farai del bene ci saranno guai… E Qohèlet lo regista.

Come mette quindi insieme queste realtà con quanto dice il libro del Deuteronomio a proposito del bene e della vita? Ecco, si tratta di porre, dentro i contesti della fede e dell’esistenza, delle domande che ci costringeranno a dare le nostre risposte, e Qohèlet sarà al nostro fianco nel cercare, non nel darci la risposta.

«Come pungoli le parole dei saggi, pietre miliari le raccolte d’autore, tutte dono di un unico pastore» (v. 11). Facciamo attenzione a questa battuta. Potremmo obiettare che un libro biblico dice una cosa, un libro sapienziale ne dice un’altra, e poi c’è Giobbe (il giusto punito) che dice il contrario. Chi ha ragione? Sono tante raccolte, tante testimonianze, e tutte hanno due funzioni: essere pungoli e picchetti.

Sono un’immagine ambivalente. Sono dei ‘pungoli’. Pensiamo al vincastro del pastore: è un bastone per spingere avanti le pecore, punzecchiandole perché vadano in una certa direzione. Che cosa è una sentenza? È una spinta, un invito ad andare secondo una certa rotta. È quindi una realtà dinamica, di movimento: si è in viaggio, in cammino. Ma nello stesso tempo le sentenze sono dei ‘picchetti’, come i chiodi che servono a fissare una tenda a terra. Devono rendere stabile e solida una situazione.

Le parole sapienziali hanno questa duplice valenza per radicarti nei riferimenti veri, seri, e insieme per indicarti il tuo essere in cammino. La tua tenda si muove, ogni tanto… Ci sono contesti diversi, fasi diverse della vita, relazioni diverse. Saranno necessarie due operazioni. Se sei un ‘figlio dei fiori’ forse avrai bisogno di qualche picchetto, e se sei un incallito tradizionalista avrai bisogno del pungolo. È la complementarietà della funzione del testo sapienziale, perché tutto è «dono di un unico pastore». Il Signore è il mio pastore… Con noi egli deve compiere questa doppia operazione, ma tutto è riconducibile alla sua intenzione di vita. C’è una parola e c’è anche il suo contrario: quale è quella vera? C’è un’unica mamma che ti dice di mangiare o poi di non mangiare più. Ma allora, devo mangiare o no? Dipende! Se è il quarto o quinto pasto che fai nella mattinata, non mangiare più; se sei anoressico, è meglio che mangi un po’.

È l’unico Pastore che ci guida in una vita che presenta diversi contesti.

«E inoltre da questo figlio mio desisti da fare tanti libri senza fine e studiar tanto da estenuar la carne» (v. 12). Sembra il motto degli studenti! Come vedete si può fare anche dell’umorismo su chi, pur vedendo che ci sono già tanti testi e commenti, decide di farne uno anche lui. Se si entra oggi in una libreria si resta esterrefatti per la quantità di volumi, e la quantità può farti entrare in depressione o nel disorientamento. Ebbene, questa battuta serve a dire che Qohèlet non è un libro tra i tanti, ma è uno scritto che non ha bisogno di innumerevoli commenti, ma di un ritorno incessante alle sue poche pagine, alle sue poche battute. Per stare al mondo non servono tante enciclopedie… Tuttavia anche per capire quelle poche pagine, talvolta bisogna farsi aiutare.

Abbiamo così visto la prima fascetta editoriale per presentare il libro nella Collana dei Sapienziali. È successo poi che questi libri sapienziali sono stati inseriti nella Bibbia.

Quando Gesù è risorto, ha incontrato quei due discepoli che, disperati, stavano andando a Emmaus. Avevano lasciato Gerusalemme e scendevano verso la costa. Che cosa fa? Dialoga con loro. Li lascia sfogare, pone delle domande e alla fine, «cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (Lc 24,27). La Tôrāh e i Profeti. Ha preso in mano anche i Sapienziali? Dipende! Nello stesso capitolo si legge: «Poi disse: “Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi”» (Lc 24,44). La terza parte della Bibbia è ancora in elaborazione, i Salmi ci sono, ma gli altri scritti entrano ed escono (c’è chi dice che sono ispirati e chi invece dice di no, in un processo che va avanti ancora), però ad un certo punto alcuni di questi testi sono stati riconosciuti e inseriti nel canone. Altri, che noi definiamo apocrifi, sono para-canonici, cioè non sono entrati nel canone.

Il nostro secondo editoriale è stato scritto quando è stata confezionata la Bibbia, quando Qohèlet viene riconosciuto come testo accreditabile: ci si può fidare di Qohèlet come parola di Dio.

«13Conclusione del discorso:

una volta prestato ascolto a tutto

temi il Dio e osserva i suoi comandi

poiché questo è ogni uomo

14poiché di ogni opera tua buona o cattiva

anche la più nascosta Dio chiederà conto» (12,13-14).

Conclusione finale: «Una volta prestato ascolto a tutto…». Potrebbe essere un’indicazione spirituale che accompagnerà la nostra avventura di questi giorni. Il ‘tutto’ è un fatto globale: gli scritti, i riferimenti etici, un’esistenza che va verso la pienezza della vita, i tratti di carattere a volte escatologico che ci affacciano al senso definitivo della vita. Poi «temi il Dio e osserva i suoi comandi poiché questo è ogni uomo, poiché di ogni opera tua buona o cattiva anche la più nascosta Dio chiederà conto». Ma Qohèlet dice queste cose? Egli dice l’opposto. Ebbene, chi ha messo questo testo nella Bibbia ha capito che anche Qohèlet non sarebbe stato contrario a guardare le cose in questo modo, perché tutto quello che ascolteremo è comunque dentro il rispetto di Dio (il timor di Dio).

Vedremo anche come Qohèlet si muova fra i comandamenti, il tempio e il culto, la vera religione, sapendo che tutto porta alla mano di Dio che farà discernimento tra la vita e la morte, tra il bene e il male. Questo a tutti i livelli, a quello che si è visto e a quello che è nascosto.

Quindi questa ultima battuta ci incoraggia a leggere il libro di Qohèlet senza spaventarci. Qualcuno potrebbe rimanere sconcertato e confuso. Ma se si vogliono le cose precise, allora si deve prendere in mano il catechismo, che viene rifatto in ogni stagione perché la realtà cambia, anche se Qohèlet afferma che «niente di nuovo è sotto il sole». È buffo, questo libro, visto che di nuovo è almeno il libro. Niente di nuovo… Non si ricorda niente, eppure, dopo 2300 anni, da quando è stato prodotto Qohèlet, stiamo ancora ricordando uno che ha detto che non ci si ricorda più. Vedete che paradossalità? E il libro sarà tutto paradossale: dirà una cosa verissima, e il suo verissimo contrario.






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