Sezione italiani I malvagi



Scaricare 0.5 Mb.
Pagina1/7
01.06.2018
Dimensione del file0.5 Mb.
  1   2   3   4   5   6   7












NAPOLI TEATRO FESTIVAL ITALIA

5 giugno – 10 luglio 2017

decima edizione

direzione artistica Ruggero Cappuccio
SEZIONE ITALIANI
I MALVAGI – debutto nazionale

da Fëdor Dostoevskij

ideazione e regia Alfonso Santagata

con Sandra Ceccarelli, Carla Colavolpe, Massimiliano Poli, Alfonso Santagata, Tommaso Taddei, Giancarlo Viaro

assistenza tecnica Antonella Colella

organizzazione Franco Coda

produzione Katzenmacher soc. coop.

col sostegno di Ministero Beni e Attività Culturali, Regione Toscana, Comune di San Casciano V.P., Comune di Gavorrano


Palazzo Reale – Cortile d’onore

7 e 8 giugno

ore 21.00

durata 1h e 15min


La giovanile infatuazione di Dostoevskij per il socialismo francese gli era costata la condanna capitale, commutata all’ultimo minuto in lavori forzati: viene quindi costretto in un piccolo villaggio della Siberia meridionale, un luogo abitato da «delinquenti del tutto privati di ogni diritto civile, brandelli recisi dalla società – afferma l’ideatore e regista Alfonso Santagata nelle note di regia –. Volti non di morti, ma di dannati, vivi esiliati all’inferno. E in questo luogo di sofferenza Dostoevskij trova ossigeno per la sua opera. Prendono vita le sue idee migliori che ritroveremo incarnate nei protagonisti dei suoi romanzi. I Malvagi è un lavoro sulle ombre dei personaggi di Dostoevskij, proiettando queste ombre anche sul mondo che ci circonda».

Non un semplice omaggio, dunque, ma una trasposizione che è approfondimento, uno sguardo critico, una nuova luce gettata sulla letteratura, su un universo di sopravvissuti, di esiliati, di dannati della terra rinchiusi in un inferno bianco, condannati alle sofferenze di una galera spietata. Una dimensione che Fëdor Dostoevskij racconta in Memorie dalla casa dei morti e che rappresenterà uno dei livelli narrativi dello spettacolo ideato e diretto da Santagata.

Unitamente ai rivoluzionari invasati e folli, ammalati di nichilismo, che sfidano o negano Dio (quindi i valori della società russa), si incontreranno pazzi, instabili, organizzazioni segrete, cospiratori, traditori, rivoluzionari, fanatici… Dostoevskij vede nel nichilista però, non solo un folle, ma anche uno sventurato e sofferente, in modo assolutamente umano. Come accade per Raskol’nikov, con la sua malattia e la sua follia, nello straordinario confronto con il giudice istruttore.
AMATI ENIGMI - debutto nazionale

da Clotilde Marghieri

con Licia Maglietta

mandolino Tiziano Palladino

regia, drammaturgia e scene Licia Maglietta

luci Cesare Accetta

video Massimo Maglietta

produzione Fondazione Campania dei Festival


Teatro Sannazaro

7 giugno, ore 21.00

8 e 9 giugno, ore 19.00

durata 1h e 15min


Durante la notte di un imprecisato Capodanno, una donna, Clotilde, parla a un misterioso interlocutore, Jacques. Incrocia tempo lontano e vicino e il ricordo non evoca nostalgia, piuttosto illumina con l’intelligenza «il significato» che quel tempo proietta sull’oggi.

Nella scena finale, Clotilde distrugge i suoi quaderni, si congeda. La vita sta dentro “il pensiero che brilla”. Per quella “fiamma antica” la vecchiaia non esiste, non è mai esistita.



Amati Enigmi è una conversazione sulla “grande età”.

È alla raggiante promessa di Simone de Beauvoir, alla sua pacificata contemplazione, che Clotilde Marghieri pensa. La de Beauvoir aveva capito che «oltre la soglia dove il corpo avvizzisce e il volto gioca tiri crudeli» c’è la possibilità di «interpretare il disegno e scoprire il significato del proprio destino. Che è il modo, il solo grande modo, di sublimare le proprie avventure e disavventure, dolori e sconfitte in conoscenza».

«Amati Enigmi è questo rivivere per intendere – afferma Clotilde Marghieri –. Amati Enigmi sono quasi tutti gli esseri che abbiamo incontrato, conosciuto, disconosciuto, e tali restano finché, forse nel ripensarli e interrogarli, a passioni spente (ammesso che queste davvero si spengano mai del tutto) qualche cosa ci rivelano di loro, rivelando meglio anche noi a noi stessi».

Clotilde Marghieri è stata un’importante scrittrice e giornalista napoletana, parte di quel gruppo di intellettuali dei primi cinquant’anni del ‘900 tra cui Matilde Serao e Benedetto Croce. Ha collaborato con Il Mattino, Il Mondo, il Corriere della Sera, La Nazione e Il Gazzettino, ma ha esordito nella letteratura piuttosto tardi, nel 1960. Nel 1974, all’età di 77 anni, vince il Premio Viareggio con Amati Enigmi.


RACCOGLIERE & BRUCIARE - debutto nazionale

liberamente ispirato alla Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters

testo, ideazione scenica, costumi e regia Enzo Moscato

assistente alla regia Angelo Laurino

con Giuseppe Affinito, Massimo Andrei, Benedetto Casillo, Salvatore Chiantone, Gino Curcione, Enza Di Blasio, Carlo Di Maio, Caterina Di Matteo, Cristina Donadio, Tina Femiano, Gino Grossi, Carlo Guitto, Amelia Longobardi, Ivana Maione, Vincenza Modica, Rita Montes, Anita Mosca, Enzo Moscato, Francesco Moscato, Imma Villa

e con la partecipazione di Oscar e Isabel Guitto, Isabella Mosca Lamounier, Lucia Celi, Rosa Davide

installazioni Mimmo Paladino

luci Cesare Accetta

musiche originali di scena Enza Di Blasio

ricerche musicali Teresa Di Monaco

costumi Daniela Salernitano

trucco Vincenzo Cucchiara

organizzazione Claudio Affinito

coproduzione Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia, Compagnia Enzo Moscato\Casa del Contemporaneo
Galleria Toledo

9, 10, 11 giugno

ore 21.00

durata 2h


Enzo Moscato dirige per questa edizione del Festival un testo a cui da anni lavora: «Portare sulla scena, dopo averla imbrattata qua e là di lingua e di suoni napoletani, l’incredibile Antologia di Spoon River, capolavoro di Edgar Lee Masters – tale da aver già rappresentato oggetto di studio e adattamento di autori italiani come Cesare Pavese, Fernanda Pivano e Fabrizio De André, ndr –, è sempre stato un mio obiettivo. Ho cominciato a provarci sulla carta all’inizio del biennio 1994/95, mentre scrivevo e progettavo il testo-spettacolo Co’stell’azioni, lavorando di traduzione su piccoli brani e procedendo con grandissima cautela. Perché, si sa, quella di dare in altra lingua le parole, le emozioni, i suoni, i sensi di una diversa civiltà o etnia, lasciandone inalterata la verità profonda è un’operazione delicata e di responsabilità. Più rischiosa ancora, a mio avviso, se la mutazione linguistica avviene all’interno di una glossa qual è quella napoletana, che, di suo, proprio a causa dell’alto tasso “naturale” di colore e di calore comunicativi che la contraddistingue, può facilmente rendere ogni traduzione troppo enfatica o, peggio ancora, troppo epidermica, troppo superficiale. Di conseguenza, ci son voluti da parte mia un paio di decenni e molte prove di lavoro di scrittura traduttoria del testo poetico americano, per decidermi a darne finalmente una possibile versione scenica partenopea, in ottanta frammenti, scelti accuratamente all’interno dei 263 frames complessivi di cui si compone l’originale di Lee Masters».

Ed ecco allora Raccogliere & Bruciare, messa in scena in versi e anagrammi esistenziali, dove la piccola e molto silente little city di Spoon River è divenuta, per mano di Moscato, la «babelica Neapolis».



F R A M E

uno spettacolo di Koreja

progetto e ideazione Alessandro Serra

con Francesco Cortese, Riccardo Lanzarone, Maria Rosaria Ponzetta,

Emanuela Pisicchio, Giuseppe Semeraro

Regia, scene, costumi e luci Alessandro Serra

Realizzazione scene Mario Daniele

Collaborazione ai movimenti di scena Chiara Michelini

Un ringraziamento a Anna Chiara Ingrosso

Tecnici Mario Daniele, Alessandro Cardinale

Organizzazione e tournée Laura Scorrano, Georgia Tramacere

Co-produzione Teatro Koreja e Compagnia Teatropersona


Teatro Nuovo

10, 11 giugno

ore 19.00

durata 1h e 5min


FRAME si ispira all’universo pittorico di Edward Hopper, il pittore statunitense che ha immortalato nella prima metà del 900 la solitudine dell’America contemporanea. Ogni sua opera è trattata come un piccolo frammento di racconto, dal quale distillare figure, situazioni e parole. Una novella visiva, senza trama e senza finale, direbbe Čechov, una porta semiaperta per un istante su una casa sconosciuta e subito richiusa.

«Di Hopper non mi interessano le indubbie qualità pittoriche – spiega l’autore Alessandro Serra –, quanto piuttosto la capacità di imprimere sulla tela l’esperienza interiore. Ricrearla in scena. Farla vedere, anche solo per un istante. Nei suoi quadri non vi è alcuna intenzione morale o psicologica, egli semplicemente coglie il quotidiano dei giorni. Opere straordinarie compiute attraverso l’ordinario. Quanto più consuete sono le ambientazioni, abitate da figure semplici, tanto più si rivela la magia del reale. Non c’è tempo per descrivere, tutto accade in un soffio. In un soffio si rappresenta la verità interiore. C’è un dentro e c’è un fuori che osserva, ma non vi è alcun intento voyeuristico, nessuna perversione. Una castità e un pudore che si sprigionano quando si è riconciliati, calmi, scaldati dal sole. Quando la frattura interiore è già avvenuta in noi e tutto scorre senza rimpianti (…). Nessun evento sensazionale. Semplicemente un attimo in cui tutto cambia, senza clamore».

«Figure sempre ai margini di una soglia – continua Serra –: una finestra, una vetrina di un bar, l’uscita di sicurezza di un teatro, un sipario socchiuso, una porta, il finestrino di un treno. In cerca di luce. Mentre fuori la vita, ferma, incombe. Deserte le strade, quieti gli oceani. E gli alberi, accesi dal sole, fanno schiera e creano sentieri bui».
TEMPI NUOVI - debutto nazionale

scritto e diretto da Cristina Comencini

con Ennio Fantastichini e Iaia Forte, Marina Occhionero e Nicola Ravaioli

scene Paola Comencini

costumi Antonella Berardi

co-produzione Compagnia Enfi Teatro e Teatro Stabile del Veneto


Palazzo Reale – Cortile d’onore

11, 12 giugno

ore 21.00

durata 1h e 20min


Cristina Comencini in Tempi nuovi mette in scena un nucleo familiare investito dai cambiamenti veloci e sorprendenti della nostra epoca: elettronica, mutamento dei mestieri e dei saperi, nuove relazioni. Un terremoto che sconvolge comicamente la vita dei quattro personaggi (un padre, una madre e i due figli) e che li pone di fronte alle contraddizioni, alle difficoltà di un tempo in cui tutto ci appare troppo veloce per essere capito, ma in cui siamo costretti a immergerci e a navigare a vista. Giuseppe è uno storico che vive circondato da migliaia di libri, carico di tutto ciò che ha studiato e scritto. Il figlio Antonio vola invece leggero nella sua epoca fatta di collegamenti rapidi e senza legami col passato, tranne quando deve scrivere il compito sulla Resistenza e ha bisogno del sapere del padre. Sabina è la moglie di Giuseppe, una giornalista che ha seguito un corso di aggiornamento sull’elettronica, per imparare a dare una notizia in tre righe e non essere sbattuta fuori dal giornale; di conseguenza si sente, come ripete spesso al marito, moderna. Clementina è la figlia maggiore della coppia, che vive fuori casa: i genitori la credono felicemente fidanzata con Davide, ma lei ha in serbo per loro una notizia che metterà a dura prova la (presunta) modernità della madre.

Emblematiche le parole di Giuseppe che, insospettabile all’interno della saga familiare, prepara nel finale un colpo di scena per i “suoi”, non volendo essere l’unico a portare tutto il peso del passato e della Storia. «Volevate fare faticare solo me, portare tutto il peso di quegli oggetti con le pagine? Mentre voi tranquilli, leggeri, veloci, giovani… No, non ci sto!».


QUEL GRAN PEZZO DELLA DESDEMONA - debutto nazionale

Tragedia Sexy all'italiana

testo e regia Luciano Saltarelli

con Rebecca Furfaro, Giovanna Giuliani, Luca Sangiovanni, Luciano Saltarelli, Giampiero Schiano.

scene e costumi Lino Fiorito

luci Pasquale Mari

suono Daghi Rondanini

assistente ai costumi Alina Lombardi

assistente alla regia Giovanni Merano

direzione tecnica Lello Becchimanzi

videoproiezioni Jack De Luca

datore luci Lucio Sabatino

regia Luciano Saltarelli

produzione Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia, Teatri Uniti, Casa del Contemporaneo

in collaborazione con Università della Calabria


Teatro Bellini

12, 13 giugno

ore 19.00

durata 1h e 30min


Quel gran pezzo della Desdemona è un testo ispirato all’Otello di Shakespeare. La vicenda è ambientata nella Milano degli anni ’70 del secolo scorso ed è narrata con il lessico, spesso infantile e sgrammaticato, della commedia sexy di quell’epoca. La trama shakespeariana, così tragica, articolata e ineluttabile, è tessuta da maschere gaudenti, superficiali e sessuomani. Sullo sfondo la Milano infiammata da lotte di classe e atti terroristici, dove la nebbia si confonde col fumo d’un ordigno esploso; la Milano brulicante di esistenze brillanti o cupe, in corsa frenetica con la vita; la Milano che negli anni accoglie con generosità fiumi di meridionali in cerca di fortuna. In questa cornice storica e sociale, Desdemona s’incarna nell’avvenente ed emancipata figlia di Brambilla, proprietario della fabbrica di manichini dove lavora Moro, un emigrato dal profondo sud, valentissimo operaio che ha perso la voce per salvare la fabbrica da un incendio.

«Attorno ai due amanti – racconta l’autore Saltarelli – agiscono gli altri personaggi: Jago, infido collega di Moro; Emilia, lugubre moglie di Jago; Cassiolo, sciocco operaio di infimo ordine e pedina essenziale nelle mani di Jago». I protagonisti sono, inoltre, accompagnati da altre presenze inquietanti: «Apparizioni improvvise – prosegue Saltarelli –, incursioni impensate che alimentano la messinscena di un incidente espressivo dai risvolti stranianti, di un sogno, di una visione, di un delirio personale instillato dal capolavoro shakespeariano».

La Milano dell’industria, dei conflitti di classe e degli immigrati schiavi del lavoro, avvolta in suggestioni da B-Movies degli anni ’70 sono gli ingredienti che danno un sapore nuovo al plot shakespeariano, promettendo un allestimento originale ed efficace.
LA MOLIÈRE

drammaturgia e regia Giuseppe Sollazzo

con Marieva Jaime-Cortez

elementi scenici e costumi Lili Kendaka

disegno luci Guido Levi

movimenti coreografici Gabriella Stazio

assistente alla regia Rebecca Salmoni

assistente volontaria alla regia Elena Paoletti

aiuto regia Chiara di Girolamo

materiale di scena Peroni

realizzazione costumi Lorenzo Zambrano

realizzazione oggetti scenici Francesco Davide e Renato Delehaye

maschere Lia Aurioso

produzione Associazione Jules Renard



spettacolo in lingua francese (sovratitoli in italiano)
Teatro Nuovo

15 giugno, ore 21.00

16 giugno, ore 19.00

durata 1h e 15min


Colpevole di essersi sposata a vent’anni con una celebrità e di aver dato vita ad alcuni dei personaggi femminili più popolari della storia del teatro francese, Armande Béjart, detta La Molière, non ha avuto vita facile tra gli intrighi di Palazzo e i pettegolezzi della scena teatrale.

Armande Béjart fu davvero la donna «che fece piangere l’uomo che fece ridere l’uomo che faceva tremare l’Europa – si domanda l’autore Giuseppe Sollazzo –? Nata verso il 1642, morta il 30 novembre del 1700. Moglie di Molière. I documenti la dicono sorella minore, mentre la voce pubblica la disse figlia di Madeleine Béjart. L’attore Montfleury accusò Molière davanti al re di “avere sposato la figlia ed essere stato l’amante della madre”. Il re rispose tenendo a battesimo il primo figlio di Molière. Dopo la morte di Molière, Armande Béjart fu il bersaglio di un oscuro detrattore in un anonimo pamphlet, La fameuse comédienne, in cui appare come una donna avida e priva di scrupoli. Di fronte a questa fitta trama di invidie e maldicenze, gli specialisti si pongono una sola domanda: quanto c’è di vero?».

Ne La Molière una giovane attrice del nostro tempo dà vita alle diverse anime della sposa dell’autore di Tartufo e, giocando fra leggenda e biografia, s’interroga sui misteri dell’amore e della creazione.
TROIANE. VARIAZIONE CON BARCA

testo e regia Lina Prosa

con Emanuela Muni e Maria Angela Robustelli

luci Marcello D’Agostino

organizzazione generale Anna Barbera

produzione Arlenika Onlus


Teatro Sannazaro

16 giugno, ore 21.00

17 giugno, ore 23.00

durata 1h e 15min


Troiane. Variazione con barca riprende le atmosfere de Le Troiane di Euripide per parlare in forma originale del crollo umano all’interno della società contemporanea votata al consumismo, all’apparenza e al materialismo ad ogni costo. La trama pone al centro una dialettica basata sulla bellezza femminile: da un lato la bellezza come potenza poetica, dall’altro lato la bellezza come sfruttamento e la sua riduzione a merce.

«In scena due attrici – racconta la regista e autrice Lina Prosa –: LEI/BELLA è ugualmente Ecuba, Andromaca, Cassandra. La seconda interprete prende le funzioni dell’AUTORE che entra direttamente in gioco, con le sue visioni d’autunno, per proteggere la bellezza poetica di LEI, fragile come una foglia».

Nello spettacolo, la “Troia” di oggi si chiama Troia Fashion Show: una replica della città originaria che si riproietta ciclicamente nella storia. In base a questo meccanismo, il presente è l’ultimo anello di una catena formata da Ilio 1, Ilio 2, Ilio3… : una successione inesorabile che avviene all’insegna di violenze e distruzioni, ma nello stesso tempo tiene viva l’utopia di venirne fuori e liberarsi.

«Sullo sfondo la Troia di sempre – prosegue Lina Prosa –, città vinta e incendiata. Le sue ceneri continuano ancora a cadere nel nostro tempo, non solo nelle città in guerra, ma anche nelle menti in cui l’apparente condizione di pace cova invece tanto disagio, violenza, privazione dei diritti. Troia non finisce di bruciare. Ilio si ripete. Che si chiami New York, Roma, Parigi».

Il teatro è lo strumento attraverso cui Lina Prosa propone una via d’uscita: trasformare il palcoscenico in uno spazio di incontro poetico tra attore ed autore, tra corpo e parola, tra visione ed emozione, per sconfiggere la “guerra” dell’avvenire.
IN ATTESA DI GIUDIZIO - debutto nazionale

Natura morta per la Giustizia

di Roberto Andò

con Fausto Russo Alesi e Giovanni Esposito

vocalist Simona Severini

tastiera Vincenzo Pasquariello

voce di Pilato Renato Scarpa

installazione scenica e luci Gianni Carluccio

costumi Gianni Carluccio e Antonella D’Orsi

suono Hubert Westkemper

assistente alla regia Luca Bargagna

regia Roberto Andò

co-produzione Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia, Nuovo Teatro diretta da Marco Balsamo


Maschio Angioino

17, 18 e 19 giugno

ore 21

durata 1h e 20min


Dopo aver partecipato alla prima edizione del NTFI con il bellissimo Proprio come se nulla fosse accaduto, allestito alla Darsena Acton, Roberto Andò crea per il Festival uno spettacolo ideato su una drammaturgia originale che include testi di Thomas Bernhard, Elias Canetti, Salvatore Satta, il Vangelo di Giovanni.

Una fuga sul giudizio, sull’angosciosa, e inane, pretesa del diritto di inseguire e bloccare nella norma il tumultuoso rinnovarsi della vita e dell’esperienza. Uno spettacolo- installazione in cui, oltre alla triade che officia il mistero del processo, l’avvocato, il giudice, il pubblico ministero, troviamo le vittime e i loro carnefici, ma anche figure quali Cristo, Pilato, Socrate, Voltaire e un gorilla. Vi si alternano la voce di un assassino e quella di un giurista, entrambe impegnate a frugare nelle pieghe insensate e labirintiche dell’esistenza come forma giuridica. Una requisitoria senza appello sul senso del processo.


L’ARMATA DEI SONNAMBULI - debutto nazionale

tratto dall’omonimo romanzo di Wu Ming

ideazione e progetto Andrea de Goyzueta

con Michelangelo Dalisi, Andrea de Goyzueta, Francesca De Nicolais, Renato De Simone, Rosario Giglio

drammaturgia Linda Dalisi

regia Pino Carbone

musiche Fabrizio Elvetico e Marco Messina

scene Luigi Ferrigno

costumi Annamaria Morelli

produzione Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro


Palazzo Reale – Cortile d’onore

17, 18 giugno

ore 21.00

durata 2h


L’armata dei sonnambuli è l’ultimo successo letterario del collettivo di scrittori Wu Ming. Ambientato nei due anni più caldi della Rivoluzione francese, dal 1792 al 1794, durante il cosiddetto Regime del Terrore, si apre con una travolgente ouverture in cui viene rappresentata la decapitazione di re Luigi XVI.

«La Rivoluzione francese diventa una grande lente con la quale scrutare la complessità del nostro presente – afferma Andrea de Goyzueta –, per ritrasmetterla al pubblico attraverso il teatro e sublimarla attraverso la più forte delle passioni umane, quella di cambiare il mondo».

L’opera, ricca di riferimenti reali, racconta gli avvenimenti più dirompenti di un'epoca piena di capovolgimenti, e lo fa attraverso le vicende di quattro personaggi: Orphée D’Amblanc, medico mesmerizzatore che si addentra nelle viscere della Francia più reazionaria indagando su misteriosi casi di sonnambulismo; Marie Nozière, sarta del popolo che avvia una commovente lotta per il riconoscimento dei diritti delle donne; Leo Madonnét, un attore italiano caduto in disgrazia che diventa un combattente di strada a servizio della rivoluzione; il controrivoluzionario Cavaliere d’Yvers, potente esperto delle tecniche di sonnambulismo. Quest’ultimo guida un’armata di sonnambuli immuni al dolore, reclutati nel manicomio di Bicêtre, con lo scopo di liberare il giovanissimo figlio del sovrano decapitato. A questi si aggiunge un narratore, testimone oculare degli eventi rivoluzionari destinati a cambiare il corso della storia e delle vite delle generazioni future.

Un grande romanzo storico si fa drammaturgia contemporanea, per offrire possibilità di sperimentare e di indagare la realtà che ci circonda.


CHE FINE HANNO FATTO GLI INDIANI PUEBLO?

Storia provvisoria di un giorno di pioggia

studio per uno spettacolo di Ascanio Celestini

con Ascanio Celestini e Gianluca Casadei

suono Andrea Pesce

produzione Fabbrica srl


Palazzo Reale – Cortile d’onore

19, 20 giugno

ore 21.00

durata 1h e 20min


«Questa è la storia di un giorno di pioggia. Questa è la storia di una barbona che non chiede l’elemosina e di uno zingaro di otto anni, della barista che guadagna con le slot machine e di un facchino africano, ma anche di un vecchio che chiamano Giobbe. Questa è la storia del Cinese, di una madre che fa la zuppa liofilizzata, e di un paio di padri che non conosco il nome. Questa è la storia di una giovane donna che fa la cassiera al supermercato e delle persone che incontra».

Così Ascanio Celestini introduce Che fine hanno fatto gli indiani Pueblo?, novità assoluta del Napoli Teatro Festival Italia. Una visione di scenari affascinanti, perché viaggiando con la mente si risponde a una provocazione irresistibile, come ci si aspetta da Celestini. Lo spettacolo fa parte di un’ideale trilogia, iniziata con Laika, testo del 2015 che l’autore romano ha portato anche a Napoli riscuotendo consensi nella scorsa edizione.

«Imponenti masse d’acqua – continua Celestini nel presentare la nuova pièce –, spostandosi sulla superficie del mare, provocano onde sismiche che vanno a incrociarsi con i movimenti delle profondità marine. Questo incontro scatena un fenomeno straordinario: un suono planetario senza fine che è facile ascoltare se stai dalle parti delle fasce di Van Allen, a 20mila chilometri dalla superficie terrestre; così come lo sentono gli indiani Pueblo che scendono dalle finestre delle loro case. Battono i piedi sulla terra e arrivano i nonni, così chiamano le nuvole. E comincia a piovere. E l’acqua gira tra il cielo e la terra facendola vibrare come una gigantesca campana che corre nello spazio a 100mila chilometri all’ora».
SANTA IMPRESA
in racconto e letture

progetto drammaturgico Laura Curino e Simone Derai

di e con Laura Curino

musiche Mauro Martinuz

costumi Federica De Bona e Silvia Bragagnolo

produzione Teatro Stabile di Torino


Hortus Conclusus (Benevento)

25 giugno

ore 21.00

durata 1h e 10min


Laura Curino, attrice, regista e drammaturga torinese, presenta al Napoli Teatro Festival Italia un testo che intende svelare al pubblico le figure dei cosiddetti “Santi Sociali”. Eroi di tutti i giorni, campioni di fede e di coraggio, vissuti nell’Ottocento a Torino: Giuseppe Cafasso, Giuseppe Cottolengo, Giulia di Barolo, Giovanni Bosco, Leonardo Murialdo e Francesco Faà di Bruno.

«Le grandi storie – spiega Laura Curino – trovano da sole la forza di camminare: per il Festival, propongo personalmente il testo integrale di Santa Impresa in forma di lettura/racconto su palco nudo».

Nessuna regione come il Piemonte ha avuto tra il 1811, l’anno in cui nasce Cafasso, e il 1888, l’anno in cui muore don Bosco, una così alta concentrazione di personaggi straordinari che abbiano scelto i poveri e per loro si siano impegnati in imprese tali da lasciare un segno nella città: convitti per i giovani, ospedali per i malati, scuole e cortili per i ragazzi. Un gruppo di uomini e donne mossi da ideali incrollabili, tormentati allo stesso tempo da passioni e temperamenti inquieti, paradossalmente ribelli e reazionari. Figure che, in pieno Risorgimento, hanno colmato il vuoto civile, superato i limiti geografici e temporali. Facili cinismo e agiografia, ma quella di raccontare il “bene” – le vite degli uomini e dei santi specialmente – è sempre impresa ardua. L’immagine di Don Bosco, per esempio (uno dei primi santi fotografati della storia), è impressa nella mente di moltissimi tra noi. Ma chi è stato l’uomo dietro l’icona? E come è possibile oggi ricostruirne il volto?

Santa Impresa è stato realizzato per il Teatro Stabile di Torino, per la regia di Simone Derai ed ha debuttato al Teatro Gobetti nel maggio 2015.
CONCERTO PER AMLETO

da La tragedia di Amleto, Principe di Danimarca di William Shakespeare

drammaturgia Fabrizio Gifuni

consulenza musicale Rino Marrone

voce Fabrizio Gifuni

Orchestra Sinfonica Abruzzese

direttore Rino Marrone

musiche Dmitrij Šostakovič

da Op. 32, musiche di scena per Amleto di Nikolai Akimov

e Op.116, musiche per il film Amleto di Grigori Kozintsev

produzione Associazione Cadmo
Teatro di San Carlo

26 giugno

ore 21.00

durata 1h e 15min


Un volto noto del cinema e del palcoscenico incontra uno degli eroi più celebri del teatro di William Shakespeare. Ne nasce una rilettura originale, arricchita dalla musica sinfonica: a coronamento di un percorso pluridecennale, tra studio e ricerca, alla continua scoperta di Amleto. L’erede al trono di Elsinore è giovane tormentato e tradito, ma anche un intellettuale moderno.

Lo sa bene Fabrizio Gifuni, la cui carriera si accompagna da sempre al protagonista shakespeariano, come lui stesso racconta: «Durante gli anni di studio in Accademia, il maestro Orazio Costa ci diceva: ognuno di voi si porterà per tutta la vita un fondo di Amleto e si imbatterà di continuo in personaggi attraversati da questa corrente. Io me ne sono accorto subito, il mio debutto teatrale è stato un Oreste nell’Elettra di Euripide. Amleto discende anche da quei rami».

Gifuni rende un suo personale omaggio al Principe di Danimarca con Concerto per Amleto, un progetto speciale con la consulenza musicale di Rino Marrone.

Le molteplici voci de La tragedia di Amleto, Principe di Danimarca si intrecciano al potente affresco sonoro che Dmitrij Šostakovič dedicò al testo shakespeariano in due diverse occasioni: la prima, datata 1932, è una suite tratta dalle musiche di scena per un’edizione teatrale dell’Amleto firmata dal regista e scenografo Nicolai Akimov. La seconda opera, del 1964, fu commissionata dal regista Grigori Kozintsev per il suo film Hamlet, che si avvaleva del prezioso adattamento di Boris Pasternak.

Le immagini in Concerto per Amleto vengono ricreate dalla voce e dalla sapiente recitazione di Gifuni, capace di accendere la fantasia dello spettatore dialogando con il corposo organico, composto da 45 elementi, diretto dal Maestro Rino Marrone.
ACQUA: VIAGGIO NELL’HORCYNUS ORCA – debutto nazionale

di Rosalba Di Girolamo

liberamente tratto dal romanzo Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo

con Rosalba Di Girolamo, Fulvio Cauteruccio

scene e luci Paolo Calafiore

musiche e sound design Marco Messina

regia Fulvio Cauteruccio

produzione IMPRESA fulviocauteruccio


Bagno Sirena

26, 27 giugno

ore 21.00

durata 1h e 15min


Un romanzo che rappresenta un impegno lungo vent’anni. Un’opera simbolo, ideale punto di inizio del postmoderno italiano, che rivive nell’omaggio di una giovane attrice e drammaturga.

Il romanzo Horcynus Orca – ambientato subito dopo l’armistizio del 1943, quando un marinaio dell’esercito italiano cerca di ritornare a casa attraverso lo stretto di Messina – nasce nel momento in cui l’autore Stefano D’Arrigo raccoglie dai pescatori dello Stretto la verità sui delfini, che loro chiamano “fere”. La stessa creatura è “Delfino” nella lingua di chi comanda, “Fera” in quella di chi invece lotta per la vita. L’Horcynus, poema epico moderno, è una riflessione sull’uso della lingua come strumento di rivoluzione sociale e sulla Morte (la Misdea), che ne è protagonista assoluta.

É notte. Un uomo, un soldato della vita e delle guerre combattute in suo nome, è solo davanti al mare: vuole attraversarlo e arrivare dall’altra parte, ma tutto è stato distrutto. Non ci sono più barche, l’uomo ne invoca una e dal mare arriva una donna, per traghettarlo all’altra sponda.

«Le nostre nascite e le nostre morti sono assurde – scrive D’Arrigo nell’Horcynus –, ma le nostre vite non devono esserlo: occorre levarci da ‘sto stato di degradazione, e se non era scritto che ne uscissimo si scriva se non altro che ci ribellammo, e che la Misdea non ci pigliò a collo chino».

Lo spettacolo è, in definitiva, il racconto di un viaggio per mare; quindi parla di Morte, ma anche di Vita. Ed è sul legame tra le due che vuole fare riflettere.

PULCHI SHAKE & SPEARE

miscellanea di drammi shakespeariani tradotti in guarattellesco by Pulcinella Cetrulo

di e con Brunello Leone

musiche dal vivo Gianluca Fusco

regia Anna Leone

produzione Associazione Le Guarattelle


Villa Pignatelli

27, 28 giugno

ore 19

durata 1h


Brunello Leone è un maestro, unico depositario al mondo di un sapere antico: una forma espressiva che racchiude in sé il fascino della tradizione. Figlio di due pittori, fin da bambino veste i panni di Pulcinella, per poi fare sua l’arte delle guarattelle, ovvero i burattini napoletani. Uno spettacolo senza eguali, che Leone porta continuamente in giro per il mondo e che costituirà un momento magico del Napoli Teatro Festival Italia.

«Pulchi Shake & Speare – racconta Brunello Leone – è un omaggio pulcinellesco appunto al grande William Shakespeare, composto da cinque drammi shakespeariani legati in un’unica storia».

Un Pulcinella in carne ed ossa racconta il Macbeth con una partita a scacchi e, affascinato dal personaggio, lo fa rivivere nei panni di Mr. Punch, un burattino inglese nato a Covent Garden nel Seicento. Un Pierrot nel ruolo di Amleto, però, prende il posto di Mr. Punch per poi trasformarsi in Romeo e conquistare Giulietta, una bellissima marionetta della famiglia Capuleti (da sempre rivale dei burattini). Romeo, convinto che Giulietta sia morta, beve un veleno che lo trasforma in Mobarak, un personaggio del teatro di marionette persiano. Questi, a sua volta, si crede Otello, ed istigato da Iago-Totò uccide la sua cara Giulietta-Desdemona, per poi suicidarsi distrutto dal rimorso. La trama è a uno snodo. Iago, rivelatosi il più cattivo, potrebbe diventare il Re dei Burattini: deve, però, fare i conti con un Riccardo III interpretato da Polichinelle, il Pulcinella francese munito di gobba, pancia e naso a becco. Quando Riccardo III viene salvato da un Cavallo Pulcinella, fa irruzione sulla scena William Shakespeare in persona.

Alla fine toccherà al Bardo interrompere la farsa guarattellesca, per invitare il pubblico a teatro a vedere le sue opere complete, interpretate da attori veri.


VINCENT VAN GOGH. L’ODORE ASSORDANTE DEL BIANCO - debutto nazionale

di Stefano Massini

con Alessandro Preziosi

regia Alessandro Maggi

scene e costumi Marta Crisolini Malatesta

disegno luci Valerio Tiberi, Andrea Burgaretta

musiche Giacomo Vezzani

supervisione artistica Alessandro Preziosi

Coproduzione Khora.teatro, Teatro Stabile D’Abruzzo

in collaborazione con Festival di Spoleto 60


Palazzo Reale – Cortile d’onore

27, 28 giugno

ore 21

durata 2h


L’odore assordante del bianco è uno dei primi testi di Stefano Massini, vincitore del Premio Pier Vittorio Tondelli 2004, che sarà messo in scena al Festival da Alessandro Maggi. «Lo spettacolo accompagna una non-logica dei sensi – spiega il regista –, attraverso uno sfiorarsi dei personaggi che fonde il desiderio alla necessità, sviluppando un alternarsi di simmetrie semantiche a dissonanze di cognizione, un conflitto mutabile, ma mai assente».

Il serrato e tuttavia andante dialogo tra Van Gogh – internato nel manicomio di Saint Paul de Manson – e suo fratello Theo, propone non soltanto un oggettivo grandangolo sulla vicenda umana dell’artista, ma piuttosto ne rivela uno stadio sommerso.

«La messinscena – continua Maggi – ha l’obiettivo di riuscire a rappresentare sul palcoscenico il labile confine tra verità e finzione, tra follia e sanità, tra realtà e sogno, ponendo interrogativi sulla genesi e il ruolo dell’arte e sulla dimensione della libertà individuale. Van Gogh, assoggettato e fortuitamente piegato dalla sua stessa dinamica cerebrale incarnata da Alessandro Preziosi, si lascia vivere già presente al suo disturbo. È nella stanza di un manicomio che ci appare nella devastante neutralità di un vuoto. E dunque, è nel dato di fatto che si rivela e si indaga la sua disperazione. Il suo ragionato tentativo di sfuggire all’immutabilità del tempo, all’assenza di colore alla quale è costretto, a quell’irrimediabile strepito perenne di cui è vittima cosciente, all’interno come all’esterno del granitico “castello bianco” e soprattutto al costante dubbio sull’esatta collocazione e consistenza della realtà. La tangente che segue la messinscena resta dunque sospesa tra il senso del reale e il suo esatto opposto».
LA SIRENA. Lettura di Luca Zingaretti

dal racconto Lighea di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

drammaturgia Luca Zingaretti

musiche composte da Germano Mazzocchetti

eseguite dal vivo da Fabio Ceccarelli

Produzione Zocotoco srl


Chiostro del Duomo (Salerno)

27, 28 giugno

ore 21.00

durata 1h e 10min


Nonostante Giuseppe Tomasi di Lampedusa sia noto soprattutto per Il Gattopardo, se si osserva la pur modesta opera letteraria dell’autore, non si può far a meno di annoverare tra i suoi capolavori anche quel piccolo gioiello che è Lighea, un testo che sarà qui portato in scena da Luca Zingaretti con l’accompagnamento musicale del Maestro Germano Mazzocchetti.

Nel tardo autunno del 1938 due uomini si incontrano in una Torino a entrambi estranea. Paolo Corbèra è nato a Palermo, giovane laureato in Giurisprudenza e lavora come redattore de “La Stampa”. Rosario La Ciura, di Aci Castello, ha settantacinque anni: oltre che senatore, è il più illustre ellenista del tempo, autore di una stimata opera di alta erudizione e di viva poesia. Il primo risiede in un modesto alloggio di via Peyron e, deluso da avventure amorose di poco valore, si trova «in piena crisi di misantropia» (come scrive Tomasi di Lampedusa). Il secondo vive in «un vecchio palazzo malandato» di via Bertola ed è «infagottato in un cappotto vecchio con colletto di un astrakan spelacchiato», legge senza tregua riviste straniere, fuma sigari toscani e sputa spesso. I due sconosciuti si incontrano in un caffé di via Po e, poco a poco, entrano in una garbata e cordiale confidenza. Tra riflessioni erudite, dialoghi sagaci, battute cinicamente ironiche, i due trascorrono il tempo conversando di letteratura, di antichità, di vecchie e nuove abitudini di vita.

«La Sirena è un immaginario viaggio, geografico e temporale tra il Nord e il Sud, attraverso cui emerge un mondo costruito sulla passione e l’estasi», racconta Zingaretti.
LE SERVE - debutto nazionale

di Jean Genet

traduzione Giorgio Caproni

con Gea Martire, Teresa Saponangelo e con Iole Caròla

musiche dal vivo Costel Lautaru

drammaturgia e regia Antonio Capuano

assistente alla regia Marcella Aquilar

scenografie Antonella Di Martino

costumi Francesca Balzano
Organizzazione generale e distribuzione Lia Zinno

La licenza a La Pirandelliana s.r.l. di rappresentare l’opera LE SERVE di Jean Genet è concessa da Rosica Colin Limited, London, in collaborazione con Zachar International, Milano.


Teatro Sannazaro

29, 30 giugno

ore 19.00

durata 1h e 20min


«Quando abbiamo pensato di proporre Le Serve di Genet, sono corso a rileggerlo con ansia. Lo avevo già letto, più volte a più riprese, perché è uno dei testi ideali, se credi di lavorare con delle “attrici”». È con queste parole che il regista Antonio Capuano presenta al Napoli Teatro Festival Italia la sua riscrittura di una pièce molto nota, che rappresenta un cimento artistico fondamentale.

Le serve è un atto unico di Jean Genet scritto nel 1946. Una commedia tragica e violenta, liberamente ispirata ad un fatto di cronaca realmente accaduto nel febbraio del 1933 a Le Mans, in Francia. Claire e Solange sono due sorelle, cameriere modello, al servizio di una ricca signora. Ogni volta che quest’ultima esce di casa, le due donne si scambiano la parte fra loro, recitando a turno il ruolo della padrona e della serva; chi interpreta la serva non mette in scena se stessa, ma l’altra sorella. La farsa quotidiana celebra e alimenta l’ambivalenza affettiva nei confronti di Madame: amata e odiata, ammirata e invidiata nello stesso tempo. Le sorelle indossano i gioielli più preziosi di Madame, i suoi vestiti più belli, ne imitano la voce e gli atteggiamenti che ogni giorno sono costrette a contemplare (e sognare) con invidia, in silenzio. In questa quotidiana, delirante performance mostrano la loro femminilità cattiva, erotica, malata. Attraverso il gioco delle parti, sfogano tutto il loro rancore fino a vendicarsi di Madame…

«Io credo che leggere significhi ascoltare il testo, mettersi a disposizione – spiega il regista Antonio Capuano –. Chiedere a lui, ai personaggi che lo abitano, “che posso fare, io, per voi?”. E le cose che mi pare di aver percepito sono: liberare le donne dalle pesantezze nelle quali, penso, quasi affoghino».


ANIME SCALZE – debutto nazionale

Maram Al Masri tra parole e musica

drammaturgia Danilo Macrì

disegno luci Pasquale Mari

regia, voce narrante, coordinatrice del progetto Sara Bertelà

voce recitante, cantante e musicista (tastiere, oboe, percussioni), coordinatrice voci cantate Elisabetta Mazzullo

voce recitante in arabo e cantante Mirna Kassis

violoncello, kabak kemane Salah Namek

Compositore e coordinatore musicale Arturo Annecchino

produzione Fondazione Luzzati – Teatro della Tosse
Palazzo Cellamare

29, 30 giugno

ore 21.00

durata 1h e 30min


La voce narrante di Sara Bertelà condurrà gli spettatori del Festival nel mondo della poetessa e scrittrice siriana Maram Al Masri. Nata nel 1962 nella cittadina di Lattakia, sulle rive del Mediterraneo, all’età di vent’anni si trasferisce a Parigi, dove tutt’ora vive in esilio. Autrice di componimenti amorosi brevi come frammenti che fanno pensare a Saffo, ha pubblicato una quindicina di raccolte, molte delle quali sono state tradotte in spagnolo, francese, inglese, tedesco, italiano, corso e turco.

«Diventare l’altro, parlare di un cittadino ordinario che diventa straordinario grazie ai suoi sentimenti; questa è la virtù della poesia: trasformare i lettori in esseri straordinari». Così la stessa Al-Masri in un’intervista di fine 2016.



Anime Scalze è la voce di una donna che vive il suo stare al mondo con dolore; una donna che nei versi di Maram Al-Masri trova una via d’uscita e dinanzi ad essi si inchina come un’anima scalza.

«È la semplice voce di un’anima, sempre sull’orlo di una metamorfosi: da ombra di un personaggio a personaggio in ombra. Tra il suo racconto e le poesie che vengono recitate si crea un effetto d’eco, sottolineata in scena dal sovrapporsi delle tre voci femminili, a volte in lingue diverse. Ci sono i rimbombi della guerra. I legami spezzati. (…) Ma c’è anche l’amore in Al-Masri», spiegano Bertelà e Macrì.



Anime Scalze. Maram Al-Masri tra parole e musica è un viaggio al presente di un Oriente di cui conosciamo quanto ci riportano le cronache recenti; un presente arcaico, visto dalla nostra latitudine, i cui temi sono universali: il dolore, ma anche la dignità e la volontà di resistere e vivere liberi, la gioia e persino l’umorismo. O il sogno.
L’ARTISTA INCOMPRESA – debutto nazionale

pièce teatrale di avant-garde comique

di Antonella Stefanucci e Domenico Ciruzzi

con Antonella Stefanucci

Assistenti alla regia Eva Sabelli, Giulio Nocera Tecnico audio-video

Disegno luci Daniele Passeri

Costumi Annalisa Ciaramella

Realizzazione scena Tecnoscena S.N.C.

Si ringrazia per la collaborazione: Alessandra Borgia, Tony Stefanucci, Peppe Morra, Stefano Sabelli

produzione Compagnia del Loto – Libero Opificio Teatrale Occidentale
Museo Hermann Nitsch

1, 2, 3 luglio

ore 19.00, 20.00, 21.00, 22.00

durata 20min


Antonella Stefanucci – strizzando l’occhio a Gilbert & George, a Vanessa Beecroft e più in generale a Marina Abramovic – propone un’ironica riflessione sul ruolo dell’arte nella società contemporanea.

«È la storia di un’artista visiva con le sue problematiche e le sue divagazioni – spiega l’autrice –. È la rottura dell’arte intesa come santuario, come oggetto intoccabile e spesso indecifrabile. È il quotidiano dell’arte. La scena è una bacheca di plexiglass dove all’interno vive l’artista, come una “scultura vivente”, citando Gilbert & George, le “donne –statua” di Vanessa Beecroft, le performance di Marina Abramovic. Dove l’artista e l’arte sono una cosa sola».

Un’ambientazione decisamente inusuale, dunque, come può essere una bacheca di plexiglass: lì vive Virus, artista incompresa che filma se stessa con un telefonino. Mantenendo la capacità di sorprendere con cambi di registro e salti imprevedibili, Antonella Stefanucci (che nel suo percorso artistico al teatro ha associato varie incursioni televisive) negli ultimi anni ha collaborato con Francesco Saponaro al laboratorio Occhi gettati (tratto dai testi di Enzo Moscato). Per il Teatro Stabile nazionale di Napoli ha recitato in In memoria di una signora amica di Giuseppe Patroni Griffi e Dalla parte di Zeno di Valeria Parrella.

«Questo spettacolo è una tappa importante del mio percorso – spiega la Stefanucci –, perché rappresenta dopo anni di carriera una riflessione (non soltanto professionale) sul modo in cui l’artista e l’opera diventano una cosa sola».


FORSE NON SARÀ DOMANI… - debutto nazionale

vita e canzoni di Luigi Tenco 

con Rocco Papaleo

soggetto e testo Stefano Valanzuolo

musiche Luigi Tenco rielaborate da Roberto Molinelli

pianoforte Arturo Valiante

contrabbasso Guerino Rondolone

batteria e percussioni Davide Savarese

tromba Marco Sannini

produzione Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia, parmaconcerti
Teatro Trianon Viviani

1 luglio

ore 21.00

durata 2h


Un attore che deve la notorietà al cinema brillante e a ruoli comici. Un cantautore entrato nella leggenda a seguito di una morte violenta e di un’esistenza malinconica, il cui lascito artistico si rivaluta ad ogni stagione. Un critico musicale e drammaturgo che della celebrazione delle arti ha fatto la sua ragione di vita.

Dall’incontro tra l’interpretazione di Rocco Papaleo, le indimenticabili canzoni di Luigi Tenco e il soggetto di Stefano Valanzuolo nasce per il Napoli Teatro Festival Italia l’omaggio Forse non sarà domani…

Rocco Papaleo, famoso presso il grande pubblico per le frequenti incursioni televisive e cinematografiche, è prima di tutto un animale da palcoscenico: un interprete appassionato che, svelando un aspetto sorprendente della propria personalità artistica, omaggia un poeta della canzone, autore tormentato per antonomasia.

Attraverso brani più e meno celebri, lo spettacolo – che già nel titolo ripropone il senso dell’omaggio alla canzone di Tenco – racconta al pubblico di oggi l’esperienza di un artista fuori dagli schemi, intelligente, impegnato, moderno, ricordandone il coraggio ma anche la capacità di sorridere e di amare con forza coinvolgente.

«Cinquant’anni non sono bastati a dissolvere l’alone di doloroso mistero intorno alla fine di Luigi Tenco – spiega Stefano Valanzuolo –. Eppure, per tutti quelli che l’hanno conosciuto e applaudito negli anni Sessanta, così come per i tantissimi che l’hanno scoperto (o riscoperto) solo dopo, nulla può meritare più rispetto ed attenzione della sua vita, breve e assai intensa».

Felicemente in bilico tra la dimensione teatrale e la vocazione cantautoriale, Rocco Papaleo ripercorre, dunque, un pezzo della nostra storia musicale, svelando il legame sincero tra lo spirito di Tenco ed il suo straordinario messaggio d’autore.


IL PENITENTEdebutto nazionale

di David Mamet

con Luca Barbareschi, Lunetta Savino, Massimo Reale e con Duccio Camerini

scene Tommaso Ferraresi

costumi Anna Coluccia

luci Iuraj Saleri

suono Hubert Westkemper

video Claudio Cianfoni

drammaturgia Nicoletta Robello Bracciforti

regia Luca Barbareschi

coproduzione Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia, Teatro Eliseo
Palazzo Reale – Cortile d’onore

3, 4, 5 luglio

ore 21.00

durata 1h e 30min


Il Penitente è l’ultimo testo composto per il teatro da David Mamet, uno dei maggiori drammaturghi, registi e intellettuali dell’America contemporanea; saggista e sceneggiatore, vincitore del Premio Pulitzer per l'opera teatrale Glengarry Glen Ross, nominato due volte agli Oscar (nel 1983, per la sceneggiatura de Il verdetto e nel 1998, per quella di Sesso & potere).

Il testo, tradotto per il Napoli Teatro Festival Italia, descrive «l’inquietante panorama di una società così alterata nei propri equilibri che l’integrità del singolo, anziché guidare le sue fulgide azioni costituendo motivo di orgoglio, diviene l’aberrazione che devasta la sua vita e quella di chi gli vive accanto», spiega il regista Luca Barbareschi. Quest’ultimo è direttore artistico del Teatro Eliseo di Roma ed è da sempre attento alla nuova drammaturgia; ne è un esempio lo spettacolo che quest’anno propone al Festival.

La storia de Il Penitente è quella di un medico, che subisce una vera gogna mediatica e giudiziaria dopo la morte di un suo giovane paziente. In una società nella quale l’omicidio è diventato l’occasione di chiacchiera morbosa, lo psichiatra aggiunge al già efferato crimine una gustosa nota di costume: un sospetto di omosessualità. Ciò basta per sbattere il medico “in prima pagina”, spostando sulla sua persona la momentanea riprovazione del pubblico voyeurista e volubile.

«In una storia – conclude Luca Barbareschi –, chi sfida la menzogna e difende la verità è in genere l’eroe della vicenda, il cosiddetto “uomo buono”. Ma il panorama è oggi radicalmente cambiato: qui “uomo buono” è definizione ironica, sarcastica. La società reclama il sacrificio di ogni integrità».


PARRUCUTTIAdebutto nazionale

da Ignazio Buttitta nel ventesimo anniversario della morte

con Giovanni Moschella, Marina Sorrenti, Ilenia Maccarrone, Gilda Buttà (pianoforte), Gianluca Scorziello (percussioni)

adattamento drammaturgico e regia Giovanni Moschella e Marina Sorrenti

musiche originali Marco Betta e Gilda Buttà

azioni coreografiche Adriana Borriello

disegno luci Giovanna Venzi

suono Massimo D’Avanzo

produzione Associazione Culturale “Il Volo”
Palazzo Cellamare

4 luglio, ore 21.00

5 luglio, ore 21.00

durata 1h e 15min


«Con Ignazio Buttitta non c’è da aspettare: la sua presenza è immediatamente quella del poeta. Nel fisico, nello sguardo, nel movimento di togliersi e rimettersi gli occhiali sembra adeguarsi non ad una esigenza puramente oculistica, ma a un vedere interno, a un rapporto con le cose interiormente scelto… Nel suo raccontare tutto è immagine, metafora, ritmo», così scrive Leonardo Sciascia.

Ignazio Buttitta, il poeta di Bagheria, racconta l’amore, «che per molti siciliani è un codice di relazione – affermano Giovanni Moschella e Marina Sorrenti –. Ci sono artisti che conservano, anche dopo la loro scomparsa, quella capacità del vivificare le sensazioni più nascoste, gli echi ancestrali, la radice che accomuna i figli di una terra magnifica e dannata. La forza primitiva di quella ispirazione diventa, così, un passaporto, un salvacondotto, un marchio a fuoco per generazioni di esuli».

Moschella e Marina Sorrenti scelgono, quindi, di rendere omaggio al poeta in occasione del ventennale della scomparsa: «La necessità contemporanea della messinscena è una sfida. In questi anni che hanno condannato intere generazioni alla miseria e al tramonto dei diritti umani (…), l’uomo a cui si rivolge Buttitta rappresenta quella umanità presa in considerazione solo per definirne la contabilità. Il pianto è pari alla distrazione dell’ipocrisia della borghesia conservatrice. I versi di oggi sono i sonetti dei bambini morti sulle spiagge, i loro occhi spauriti sulle ambulanze. Lontane da noi perché solo immagini o per una mediocre autodifesa dei nostri privilegi? Questo permette, ancora oggi, a Buttitta di urlare: “Parru cu tia! To’ è la curpa”».
SEZIONE INTERNAZIONALI
GENESIS 6, 6-7 – prima assoluta

testo, regia, scenografia, luci e costumi ANGELICA LIDDELL

con: Yury Ananiev, Juan Aparicio, Tania Arias Winogradow, Itziar Barriobero, Sarah Cabello Schoenmakers, Paola Cabello Schoenmakers, Lola Cordón, Angelica Liddell, Sindo Puche, Aristides Rontini

Compagnia Atra Bilis Teatro

capotecnico David Benito

assistenti luci David Benito, Optavio Gómez

suono Vincent Lemeur

direttore di scena Roberto Ballinelli

assistente di produzione Borja Lopez

direttore di produzione Gumersindo Puche

spettacolo in lingue Spagnolo, Russo, Ebraico

produzione Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia, Iaquinandi SL

in coproduzione con Teatros del Canal (Madrid), Humain trop humain – CDN Montpellier, con il sostegno di Comunidad de Madrid

produzione e coordinamento in Italia Aldo Miguel Grompone


Teatro Politeama

17 giugno, ore 19

18 giugno, ore 20

durata 1h 15 min


spettacolo vietato ai minori di 14 anni
Genesis 6, 6-7 si nutre delle parole dell'Antico Testamento e del mondo mitico di Medea. Il nuovo lavoro di Angelica Liddell mette in scena una rivelazione sul mito della creazione umana e divina, stabilendo un'analogia tra la figura di una madre-maga e di un Dio onnipotente: «Se in principio era il Verbo, allora l'abolizione della parola elimina l'idea stessa di creazione. La possibilità dell'annientamento del tutto apre lo sguardo al problema dell'invisibile, ossia a quegli avvenimenti che, anche se volessimo, non potremmo portare alla luce, anche quando li nominiamo e descriviamo, per colmare la nostra angoscia e la sete di eternità. Da questo vuoto d’essere nascono le grandi narrazioni teologiche e l'arte sacra. Da qui nasce anche la tragedia antica.

Genesis 6, 6-7 è la messinscena della perdita e riconquista della bellezza attraverso un atto distruttivo: solo la guerra in quanto realtà che annienta ci riporta all’origine, al punto zero dell’esistenza. È infatti nel gesto fuorilegge che consiste l’essenza propria della creazione. Come possiamo convivere con l'infinito? Che quantità di antichità c'è in ognuna delle nostre nascite e in ogni morte? Che quantità di infinito e quanta eternità? Lo spettacolo non è una risposta a queste domande, ma la materializzazione dei simboli che queste domande scatenano nell’inconscio».

Amata incondizionatamente o violentemente criticata, la visionaria regista catalana, arriva a Napoli per presentare la terza parte della sua Trilogia dell'infinito. Creatrice di spettacoli colti e provocatori che annullano ogni distinzione tra generi e stili, la Liddell, vincitrice del Leone d’Argento per l’innovazione teatrale, è tra le artiste europee della sua generazione ad aver avuto maggior successo nel mondo delle arti sceniche.

Il 18 giugno alle ore 23.00, al Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale, è prevista la proiezione del documentario di Manuel Fernandez-Valedés sul lavoro dell’artista Angélica Liddell. ANGÉLICA [una tragedia] è prodotto da Ordenpropia e messo a disposizione del festival dall’Istituto Cervantes di Napoli.




Condividi con i tuoi amici:
  1   2   3   4   5   6   7


©astratto.info 2019
invia messaggio

    Pagina principale