Sezione quarta – L’organo giudiziario e gli atti processuali cap. 1 – IL giudice: indipendenza, costituzione, responsabilità civile


CAP. 2 – Il pubblico ministero. Gli ausiliari del giudice e i difensori delle parti



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CAP. 2 – Il pubblico ministero. Gli ausiliari del giudice e i difensori delle parti.
La figura del PM è quella del titolare di un pubblico ufficio istituito presso ogni tribunale o corte di appello e costituito da magistrati appartenenti anch’essi all’ordine giudiziario che esercitano le funzioni loro demandate dalla legge di ordinamento giudiziario “sotto la vigilanza del ministro di grazia e giustizia”.

Originariamente il PM era un funzionario statale con una carriera nettamente distinta da quella del giudice. La nuova legge sull’ordinamento giudiziario e le sue successive modificazioni contribuiscono a trasformare la figura del PM da organo dipendente dal potere esecutivo ad organo composto da veri e propri magistrati garantiti nella propria indipendenza dal potere politico in modo sostanzialmente analogo a quanto accade per i giudici.

Si tratta di magistrati la cui attività consiste nello svolgere una funzione di promozione giurisdizionale. Essi hanno il compito di curare e di promuovere l’attuazione delle norme di ordine pubblico, considerato che l’osservanza e il rispetto di tali norme non può essere riservato esclusivamente all’iniziativa delle parti private. Per tale motivo si dice che i magistrati del PM appartengono alla magistratura requirente, contrapposta alla magistratura giudicante dei veri e propri giudici, i quali non possono attivarsi d’ufficio per il principio ne procedat iudex ex officio (affinché il giudice non proceda d’ufficio).

L’art. 73 dell’ordinamento giudiziario dispone espressamente che egli veglia all’osservanza delle leggi, alla pronta e regolare amministrazione della giustizia, alla tutela dei diritti dello Stato, delle persone giuridiche e degli incapaci, richiedendo, nei casi di urgenza, i provvedimenti cautelari che ritiene necessari; promuove la repressione dei reati e l’applicazione delle misure di sicurezza; fa eseguire i giudicati ed ogni altro provvedimento del giudice, nei casi stabiliti dalla legge.

Nel processo penale, il PM svolge un ruolo fondamentale nella sua qualità di titolare esclusivo dell’azione penale.

Anche nell’ambito del processo civile, quando vengono in rilievo interessi di carattere indisponibile, è apparso opportuno al legislatore attribuire al PM un ruolo attivo nella dinamica processuale, attribuendogli in alcuni casi un potere autonomo di azione e in altri casi prevedendo la necessità o solo la possibilità di un suo intervento nel processo per consentirgli di interloquire sulla situazione giuridica oggetto del giudizio.

In determinate ipotesi in considerazione della rilevanza pubblicistica di un dato rapporto o della indisponibilità del diritto oggetto del giudizio, il legislatore attribuisce al PM la legittimazione straordinaria ad agire: ciò si verifica nei casi stabiliti dalla legge (art. 69 cpc).

Tra gli es. più importanti di azioni del PM, si possono ricordare quelle relative all’annullamento e alla sospensione di delibere assembleari di associazioni, alla dichiarazione di morte presunta, all’opposizione al matrimonio nel caso in cui vi sia un impedimento, alla dichiarazione di nullità di un matrimonio contratto in violazione degli artt. 84, 86, 87, 88 c.c., all’impugnazione del matrimonio dell’interdetto, alla pronuncia dell’interdizione o dell’inabilitazione e alla revoca delle stesse, alla denuncia al tribunale di gravi irregolarità nell’attività degli amministratori e sindaci di società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio, alla dichiarazione di decadenza o di nullità di un titolo di proprietà industriale.

Il PM è titolare di altre attribuzioni nel processo civile. Di particolare rilevanza sono i casi di intervento del PM nel processo.

In alcune ipotesi, qualificate anch’esse dalla indisponibilità dei rapporti dedotti in giudizio, l’intervento è obbligatorio a pena di nullità rilevabile anche d’ufficio. L’art. 70 individua le categoria di cause nelle quali il PM deve obbligatoriamente intervenire, che sono:



  1. quelle che egli stesso avrebbe potuto proporre;

  2. quelle matrimoniali, comprese le cause di separazione personale dei coniugi e di divorzio;

  3. quelle riguardanti lo stato e la capacità delle persone;

  4. altri casi legislativamente previsti.

Lo stesso art. 70 c. 3 cpc individua un’altra figura di intervento, quello facoltativo, prevedendo espressamente che il PM possa intervenire in ogni altra causa in cui ravvisi un pubblico interesse. In caso d’intervento obbligatorio il giudice dinanzi al quale pende la causa ordina la comunicazione degli atti al pubblico ministero affinché possa intervenire. Lo stesso ordine il giudice può dare ogni volta che ravvisi nella causa un pubblico interesse.

L’art. 72 cpc distingue nettamente i casi d’intervento del PM nelle cause che egli avrebbe potuto proporre dagli altri casi di intervento, in cui dispone solo di alcuni poteri espressamente previsti dalla legge.

Nella prima ipotesi essendo egli titolare del potere di azione, assume una posizione subordinata a quella della parte, in quanto i suoi poteri processuali sono limitati dall’iniziativa delle parti.

Negli altri casi di intervento, invece il PM ha una posizione subordinata a quella delle parti, in quanto i suoi poteri processuali sono limitati dall’iniziativa delle parti. Può produrre documenti, dedurre prove, proporre eccezioni nei limiti delle domande proposte dalle parti, ma non può di regola impugnare la sentenza, salve alcune eccezioni legislativamente previste in relazione alle quali il PM è fornito del potere di impugnazione della sentenza anche se è privo della legittimazione ad agire.

Il vizio derivante dal mancato intervento del PM nelle cause in cui esso è obbligatorio dà luogo ad una nullità che l’art. 158, equiparandola a quella conseguente al vizio di costituzione del giudice, qualifica come insanabile e rilevabile d’ufficio, pur facendo salva l’applicazione dell’art. 161 e cioè, il principio della conversione dei motivi di nullità della sentenza in motivi di impugnazione.

Nelle ipotesi di intervento obbligatorio, il PM ha il potere di impugnare per revocazione la sentenza quando questa sia stata pronunciata senza che egli sia stato sentito o quando sia l’effetto della collusione posta in essere dalle parti per frodare la legge. Il termine di 30 giorni per la proposizione della revocazione decorre dal momento in cui il PM ha avuto notizia della sent. o della collusione.

Presso la Corte di Cassazione è istituita una Procura generale con a capo un procuratore generale e composta da magistrati denominati avvocati generali.

Davanti alla Corte, il PM deve sempre intervenire in ogni causa, quale che sia la materia su cui verte il giudizio, ma al solo fine di esporre oralmente le sue conclusioni motivate su tutti i ricorsi che giungono all’esame della Corte e che vengono trattati all’udienza pubblica.

Questa funzione di partecipe ai compiti di nomofilachia della Corte che il legislatore attribuisce al PM presso la Cassazione trova una conferma anche nel disposto dell’art. 363, che attribuisce al Procuratore generale il potere-dovere di chiedere che la Corte enunci ugualmente, nell’interesse della legge, il principio di diritto al quale il giudice di merito avrebbe dovuto attenersi.

L’ufficio del giudice é affiancato da due uffici complementari che concorrono a formare con esso l’organo giudiziario: l’ufficio di cancelleria e quello dell’ufficiale giudiziario.

Al cancelliere competono attribuzioni accessorie a quelle del giudice, di natura piuttosto amministrativa che giurisdizionale: principalmente quella di provvedere alla documentazione dell’attività giurisdizionale, essendogli affidato il compito di documentare a tutti gli effetti delle attività proprie e quelle degli organi giudiziari e delle parti. Il cancelliere redige i processi verbali degli atti del giudice ai quali deve assistere, e quando il giudice provvede per iscritto è lui che dovrebbe stendere materialmente i provvedimenti, apponendovi la propria sottoscrizione dopo quella del giudice. Come prevede l’art. 133 cpc, la sentenza nasce con il deposito in cancelleria, deposito di cui il cancelliere dà atto apponendo in calce alla stessa la data e la propria firma, dando poi entro 5 giorni comunicazione del dispositivo alle parti costituite. Il cancelliere compie inoltre varie altre attività particolari nello svolgimento del processo: attende al rilascio di copie ed estratti autentici dei documenti prodotti, all’iscrizione delle cause a ruolo, alla formazione del fascicolo d’ufficio e alla conservazione di quelli delle parti, alle comunicazioni e alle notificazioni prescritte dalla legge o dal giudice, ecc, Da rammentare è altresì la certificazione, a prova del passaggio in giudicato della sentenza, che non è stata proposta impugnazione nei termini di legge.

L’ufficiale giudiziario, accanto alla mansione di assistenza al giudice e di esecuzione dei suoi ordini in udienza, ha importanti funzioni esecutive inerenti al processo, che egli adempie con autonomia di poteri e sotto la propria personale responsabilità. Egli è l’organo incaricato di procedere alle notificazioni degli atti processuali e di compiere vari rilevanti atti del processo esecutivo in prima persona e senza diretto coinvolgimento del giudice dell’esecuzione. Nei limiti di queste loro attribuzioni, gli ufficiali giudiziari hanno altresì funzione documentatrice.

L’art. 60 stabilisce che questi due ausiliari del giudice rispondono civilmente nelle ipotesi di volontarietà del danno e di omissioni nello svolgimento dei loro compiti: cioè quando hanno compiuto un atto nullo con dolo o colpa grave ovvero qualora, senza giusto motivo, si siano rifiutati di compiere gli atti che sono stati loro legalmente richiesti oppure abbiano omesso di compierli nel termine che, su istanza di parte, sia stato assegnato loro dal giudice dal quale dipendono o sono stati delegati.

Il giudice si trova nella necessità di utilizzare altresì l’opera di soggetti esterni rispetto all’organizzazione strutturale dell’ufficio giudiziario, i quali assolvono la loro funzione a seguito di un incarico specifico loro affidato di volta in volta. Ciò succederà ove sia opportuno disporre delle indagini che richiedono una particolare competenza tecnica, onde acquisire una migliore conoscenza dei fatti di causa; assicurare la custodia di oggetti pignorati e sequestrati, ecc.

Le figure più importanti di questo tipo di ausiliari del giudice sono il consulente tecnico e il custode. Il consulente tecnico è il soggetto, dotato di particolare competenza tecnica e da scegliersi tra le persone iscritte a speciali albi, cui il giudice si rivolge d’ufficio per farsi assistere per il compimento di singoli atti o per tutto il processo. La nomina del consulente avviene con ordinanza, notificata a cura del cancelliere con invito a comparire nell’udienza fissata dal giudice, ove il consulente dovrà prestare giuramento. I consulenti scelti tra gli iscritti in albo hanno l’obbligo di prestare la loro opera, salvo che il giudice riconosca la ricorrenza di un giusto motivo di astensione. Il consulente tecnico può essere ricusato dalle parti per i motivi indicati nel già visto art. 51 cpc. L’istanza di ricusazione è decisa, con ordinanza non impugnabile, dal giudice che ha nominato il consulente. Una volta prestato il giuramento, solo per gravi motivi può essere disposta dal giudice la sostituzione del consulente tecnico d’ufficio (CTU).

L’attività del consulente tecnico consiste nel compiere, da solo o con il giudice, le indagini che gli sono state affidate dal giudice, delimitate mediante la formulazione dei quesiti (es. artt. 217 e 219, concernenti la verificazione dell’autenticità di una scrittura privata; artt. 259 ss, in tema di ispezione; art. 689 sulle situazioni di nunciazione). Egli integra l’attività del giudice offrendogli le necessarie cognizioni tecniche per la valutazione dei fatti di causa risultanti dai documenti e dalle prove raccolte. Da questo punto di vista, la consulenza tecnica si contrappone nettamente alla prova, ancorché la consulenza stessa possa talora assurgere a fonte oggettiva di prova, come strumento di accertamento e descrizione di fatti, oltre che della loro valutazione.

Per assolvere l’incarico che gli è commesso, il consulente tecnico può essere autorizzato a domandare chiarimenti alle parti, ad assumere informazioni da terzi e ad eseguire misurazioni e rilievi. Alle operazioni del consulente tecnico le parti possono sempre intervenire, di persona e con i propri difensori o consulenti tecnici, da nominare nel termine perentorio loro assegnato dal giudice all’atto della nomina del consulente tecnico d’ufficio. Il consulente assiste inoltre alle udienze cui è invitato dal giudice istruttore e fornisce, in udienza ed in camera di consiglio, i chiarimenti che il giudice gli richiede. Il corretto svolgimento dei compiti affidati al consulente tecnico è presidiato da apposite disposizioni sanzionatorie penali e dall’esplicita previsione dell’obbligo di risarcimento dei danni causati alle parti, in presenza dei presupposti di cui alla domanda generale della responsabilità aquiliana o extracontrattuale.

Il custode è la persona cui il giudice ricorre là dove vi sia la necessità di provvedere all’amministrazione o alla conservazione di beni che siano stati pignorati o sequestrati. All’operato di un custode si ricorre per la conservazione delle cose mobili pignorate diverse dal denaro, dai titoli di credito e dagli oggetti preziosi; in questa ipotesi non può più essere nominato custode chiunque: non possono esserlo il creditore o il suo coniuge, senza il consenso del debitore, né il debitore o gli altri familiari conviventi, senza il consenso del creditore. Diviene custode anche il debitore in caso di pignoramento immobiliare, a meno che il giudice non scelga di nominare custode persona diversa dal debitore. Alla nomina di custode si provvede anche qualora venga disposto un sequestro giudiziario ex art. 670, nel qual caso il giudice stabilisce altresì i criteri e i limiti dell’amministrazione delle cose sequestrate.

Il custode ha di regola diritto al compenso, determinato con decreto dal giudice che l’ha nominato o dal giudice dell’esecuzione, in caso di nomina da parte dell’ufficiale giudiziario. Ove non abbia diritto al compenso, il custode può chiedere in ogni momento di essere sostituito; nel caso contrario lo potrà chiedere solo per gravi motivi. Lo scorretto svolgimento dei compiti affidato al custode e la violazione degli obblighi su di lui gravanti è sanzionato penalmente. Resta ferma la responsabilità civile in relazione ai danni cagionati alle parti, nell’eventualità in cui sia venuto meno all’obbligo di esercitare la custodia con la diligenza del buon padre di famiglia.

Nei casi previsti dalla legge o quando ne sorga la necessità, non solo il giudice, ma anche il cancelliere e l’ufficiale giudiziario possono inoltre farsi assistere da esperti in una determinata arte o professione o da una persona idonea al compimento degli atti che essi non sono in grado di compiere da se medesimi.

Nei casi previsti dalla legge il giudice può rivolgersi per il compimento di determinati atti a notai. Il giudice può infine sempre chiedere l’assistenza di organi pubblici estranei al suo ufficio, quali, ad es., gli agenti della forza pubblica.

Nei processi di cognizione sia ordinari che speciali e nei giudizi cautelari, il protagonista più significativo, oltre al giudice, è l’avvocato.

Il legislatore ha previsto che le parti debbano avvalersi del ministero o dell’assistenza di un difensore per agire in giudizio. L’obbligo di patrocinio non risponde solo all’interesse privato del litigante ad avere un adeguato ausilio tecnico. L’opera del difensore è posta anche per una ragione d’interesse pubblico, e cioè per assicurare lo svolgimento ordinato del processo, senza un eccessivo coinvolgimento passionale.

La regola del patrocinio obbligatorio subisce alcune limitate eccezioni. La legge italiana consente alle parti di stare in giudizio personalmente davanti al giudice di pace nelle cause di valore non superiore ad euro 516,46, nonché nel rito del lavoro, qualora il valore della causa non superi euro 129,11. Anche al di là del suddetto limite di valore (€ 516,46), il giudice di pace può tuttavia autorizzare le parti a stare in giudizio personalmente in considerazione della natura o dell’entità della causa.

Davanti al giudice, al Tribunale e alla Corte d’appello, il ministero di difensore svolto può essere svolto da qualunque avvocato iscritto ad un albo e così legalmente esercente. Davanti alla Corte di Cassazione, le parti debbono stare in giudizio con il ministero di un avvocato iscritto nell’apposito albo speciale, cui si accede soprattutto per anzianità. In ogni caso, la parte o la persona che la rappresenta o la assiste possono sempre stare in giudizio personalmente, senza ministero di altro difensore, qualora abbiano la qualifica necessaria per esercitare l’ufficio di difensore con procura davanti al giudice adito. La rappresentanza e la difesa in giudizio delle amministrazioni dello Stato sono assunte, per legge e quindi senza necessità di procura, dall’Avvocatura dello Stato.

Accanto all’obbligo della difesa tecnica in giudizio ad opera di un difensore, il legislatore ha oggi previsto la possibilità per i non abbienti che intendano far valere in giudizio delle pretese che non appaiono manifestamente infondate la possibilità di potere beneficiare del patrocinio di un difensore a spese dello Stato.

Il codice trattava una distinzione di funzioni tra difensore con procura, che rappresenta la parte e compie in suo nome gli atti del processo, e difensore assistente o avvocato, cui la parte può rivolgersi per farsi assistere con difese orali e scritte.

Procuratori si diventava (prima della L. 27/1997) superando un concorso annuale a seguito di almeno 2 anni di pratica forense dopo la laurea; dopo 6 anni di esercizio come procuratore si diventava avvocati. Oggi, superando il concorso si diviene direttamente avvocati.

La rappresentanza della parte poteva essere assunta solo dal procuratore legale, che però è abilitato a esercitare la professione esclusivamente davanti agli uffici giudiziari del distretto in cui è compreso il circondario di Tribunale presso il cui ordine è iscritto all’Albo, nonché davanti al TAR competente nel distretto medesimo. L’assistenza tecnica è invece di regola compito degli avvocati, cui la parte può rivolgersi per farsi assistere, ma non per farsi rappresentare, presso qualsiasi ufficio giudiziario. Come il procuratore può svolgere le mansioni di avvocati, così l’avvocato può assumere la rappresentanza, ove cumuli in sé anche la qualifica di procuratore legalmente esercente nel distretto dove ha sede l’autorità giurisdizionale adita; se però il difensore assistente è attivo fuori dal distretto di Corte di appello del cui ambito è iscritto, la parte dovrà essere rappresentata anche da un procuratore legale territorialmente competente.

La l. 27/1997 ha soppresso la figura professionale del procuratore legale, concentrando ogni funzione sulla figura dell’avvocato, con il consequenziale venir meno delle limitazioni territoriali all’esercizio della professione legale.

Il rapporto intercorrente tra la parte e il difensore può essere descritto quale contratto di prestazione d’opera intellettuale. È proprio nel capo del cc dedicato alla disciplina di quest’ultimo contratto che si trovano due norme fondamentali per le relazioni tra procuratore o avvocato e cliente: da un lato, il divieto del patto di quota lite, che in Italia sanzionava con la nullità i patti che gli avvocati e i procuratori avessero stipulato con il loro cliente in relazione ai beni oggetto delle controversie affidate al loro patrocinio. Tale disposizione è stata abrogata dal decreto Bersani del 2006, secondo cui sono nulli se non redatti in forma scritta i patti conclusi tra gli avvocati e i praticanti abilitati con i loro clienti che stabiliscono i loro compensi professionali.. Altra norma importante è quella che limita la responsabilità per i danni del prestatore d’opera, qualora la prestazione implichi la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà, alle ipotesi di dolo o colpa grave. Ove poi vi sia procura, alla prestazione d’opera si affiancherà un rapporto di mandato. La parte può sempre revocare la procura quando non approva l’operato del difensore e quest’ultimo può sempre rinunciare alla procura in caso di contrasti con la parte. In entrambi i casi, la revoca e la rinuncia non hanno effetto finché non sia avvenuta la sostituzione del difensore, in modo da assicurare all’altra parte la possibilità di fare nel frattempo le notificazioni e le comunicazioni al rappresentante dell’avversario ex art. 170. Anche la morte o la sopravvenuta incapacità del difensore provocano l’estinzione della procura; ma queste sono tutte circostanze che determinano, a tutela della parte rappresentata, l’interruzione del processo immediata.

L’atto con il quale la parte designa il difensore è la procura alle liti, che attribuisce al patrono un potere di rappresentanza il cui contenuto minimo è stabilito dalla legge. La procura alle liti può essere generale o speciale. È generale quando riguarda tutte le cause del cliente, ovvero le cause relative ad una determinata amministrazione o comprese entro una certa circoscrizione territoriale; è speciale quando è conferita per una singola causa determinata. La procura speciale può essere conferita per tutti i gradi del processo ovvero per uno solo; ove nell’atto di procura non sia espressa una volontà diversa, la legge presume che essa sia stata conferita solo per un determinato grado del processo. È necessaria la procura speciale per il giudizio di querela di falso, per i giudizi di revocazione e per quelli davanti alla Corte di Cassazione. La procura deve essere rilasciata con un atto pubblico o con una scrittura privata autenticata.

La procura speciale può anche essere apposta in calce o a margine della citazione o del ricorso ovvero dell’atto con cui la parte si costituisce o infine del precetto.

In tali casi di procura contestuale all’atto processuale cui si riferisce, l’autografia della sottoscrizione può essere certificata dal difensore, che opera quivi pertanto in qualità di pubblico ufficiale. Per quanto riguarda la procura al difensore della parte attrice, essa potrà essere rilasciata anche in data posteriore alla notificazione dell’atto, purchè anteriormente alla costituzione della parte rappresentata.

Il difensore munito di procura può compiere e ricevere, nell’interesse della parte, tutti gli atti del procedimento che dalla legge non siano espressamente riservati personalmente alla parte stessa. Tali atti riservati alla parte, o al suo rappresentante ex art. 77, sono, ad es., l’interrogatorio libero, ora non più obbligatorio, per chiarire la tesi in conflitto quanto ai fatti di causa, l’interrogatorio formale richiesto dalla controparte per stimolare un’eventuale confessione giudiziale, la prestazione del giuramento decisorio o estimatorio. In altri casi l’atto riservato alla parte può essere compiuto anche da un procuratore, ma solo se munito di procura speciale a tal fine: la proposizione di querela di falso, la rinuncia agli atti del giudizio e la sua eventuale accettazione o al ricorso per la Cassazione.

Non rientrano nei poteri del difensore gli atti che importano disposizione del diritto sostanziale dedotto in giudizio, sempre che non vi sia un espresso conferimento di tale potere. Ciò vale per la transazione e la conciliazione della lite, per la delazione o il riferimento del giuramento decisorio, per l’istanza di decisione secondo equità anziché secondo diritto, per la confessione. Solo davanti al giudice di pace la procura a rappresentare la parte, rilasciata per scrittura privata, attribuisce il potere di conciliare la lite. Davanti al tribunale, ove le parti scelgano di farsi rappresentare da un procuratore, generale o speciale, all’interrogatorio libero che deve essere tenuto in prima udienza, la procura dovrà attribuire al procuratore in modo espresso il potere di conciliare o transigere le controversie.

La legge è lacunosa per quanto riguarda la disciplina dei vizi inerenti alla difesa tecnica, qualora, ad es., la parte stia in giudizio personalmente, senza averne il potere, ovvero si rappresentata da un difensore non legalmente esercente od infine stia in giudizio tramite un procuratore legale territorialmente non competente. Ad avviso della giurisprudenza, entrambe le ipotesi danno luogo a vizi rilevabili d’ufficio e insanabili, tali da determinare la nullità radicale della sentenza eventualmente emanata, con conseguente rimessione delle parti davanti al giudice di 1° grado ovvero con Cassazione senza rinvio. La dottrina dissente da tale troppo rigoristico indirizzo e tende a ritenere che tali vizi siano sanabili, al fine di consentire la conclusione del processo con una sentenza di merito e senza che a ciò siano d’intralcio eventuali decadenze sostanziali o processuali maturate nel periodo intercorrente tra il compimento dell’atto invalido e la sua sanatoria tramite rinnovazione.

La questione è stata ora risolta dalla l. 69/2009, che ha modificato l’art. 182 cpc, prevedendo che i vizi della procura sono sanabili retroattivamente entro il termine perentorio che il giudice, che rilevi tale difetto, dovrà concedere alla parte.

Alle parti e ai difensori vengono indirizzate dal codice due regole di condotta, cui, per i difensori, si aggiungono una serie di articolati doveri deontologici sul cui rispetto vigilano i consigli dell’ordine di appartenenza e poi eventualmente, in sede di impugnazione, prima il consiglio nazionale forense e infine le Sezioni Unite Cassazione.

L’art. 88 dispone che le parti e i loro difensori hanno il dovere di comportarsi in giudizio con probità e lealtà. Il contenuto precettivo di questa norma consiste nel vietare i comportamenti sleali nei confronti dell’avversario e il comportamento fraudolento di entrambe le parti per violare la legge. Le parti non hanno l’obbligo di rendere dichiarazioni veritiere, né in sede d’interrogatorio né nella parte in fatto degli atti difensivi redatti, su indicazioni delle parti, dai loro avvocati.

L’inosservanza di tale dovere trova la sua sanzione per le parti, da un lato, nella responsabilità aggravata per le spese, dall’altro, nella possibilità per il giudice di desumere argomenti di prova da un contegno processuale scorretto o sleale onde tenerne conto, seppur in via ausiliaria, nella formazione del proprio libero convincimento sui fatti controversi tra le parti. La violazione dell’art. 88 trova riscontro per i difensori nelle sanzioni disciplinari che possono essere comminate dagli ordini professionali.

L’art. 89 fa divieto alle parti ed ai difensori di usare espressioni sconvenienti ed offensive negli scritti presentati e nei discorsi pronunciati davanti al giudice. Il giudice può disporre anche d’ufficio con ordinanza, in ogni stato dell’istruzione, la cancellazione delle frasi sconvenienti ed offensive. Qualora le espressioni non riguardino l’oggetto della causa, il giudice potrà nella sua decisione assegnare alla persona offesa una somma a titolo di risarcimento del danno sofferto, anche non patrimoniale. Ove riguardino l’oggetto della causa, le espressioni offensive vengono tuttavia, sotto il profilo penale, esplicitamente dichiarate non punibili dall’art. 598 cp, che toglie loro la qualifica di reato e le assoggetta a mere sanzioni civili.





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