Sezione quarta – L’organo giudiziario e gli atti processuali cap. 1 – IL giudice: indipendenza, costituzione, responsabilità civile


CAP. 6 – Le nullità degli atti e i termini



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CAP. 6 – Le nullità degli atti e i termini
Si distinguono due generi di termine: i termini iniziali o dilatori, volti a fissare il momento prima del quale un certo atto non potrà essere compiuto (tipici i termini di comparizione, decorrenti dalla notificazione dell’atto di citazione, per cui di solito l’udienza non potrà essere dall’attore fissata prima di 90 giorni da quel momento); e i termini finali o acceleratori, che indicano il momento entro il quale un dato atto potrà essere compiuto (es. termine per il deposito della comparsa conclusionale).

I termini acceleratori, a loro volta, si suddividono in perentori e ordinatori. Con la scadenza di un termine perentorio si ha decadenza dal potere di compiere l’atto soggetto a quel termine; non così se il termine era ordinatorio, che può essere prorogato su istanza di parte, purchè la stessa sia proposta prima della sua scadenza.

Se la legge non prevede un termine quale perentorio e neppure dice che il giudice lo possa fissare quale perentorio, ebbene allora si presume l’ordinatorietà dei termini.

L’art. 155 dispone che “nel computo dei termini a giorni o ad ore, si escludono il giorno o l'ora iniziali. Per il computo dei termini a mesi o ad anni, si osserva il calendario comune. I giorni festivi si computano nel termine. Se il giorno di scadenza è festivo la scadenza è prorogata di diritto al primo giorno seguente non festivo”. I termini endoprocessuali (e taluni termini per istaurare il processo: es. per proporre la causa di merito dopo il rilascio di una misura cautelare non anticipatoria) rimangono sospesi durante il periodo 1° agosto – 15 settembre, cioè durante il periodo feriale (non si applica ai processi che presentano carattere d’urgenza).

Occorre ricordare ora l’istituto della rimessione in termini per causa non imputabile, come modificato dalla l. 69/2009. Al riguardo, dispone il nuovo art. 153 che “la parte che dimostra di essere incorsa in decadenze per cause ad essa non imputabili può chiedere al giudice di essere rimessa in termini ed essere così autorizzata a compiere l’atto altrimenti tardivo. La causa non imputabile comprende, oltre la forza maggiore o il caso fortuito, altri casi, come ad esempio una lunga degenza per grave malattia in ospedale, o un improvviso viaggio all’estero per serie esigenze. Tale istituto può anche incidere sul principio del passaggio in giudicato della sentenza, in quanto la parte potrebbe essere autorizzata a proporre impugnazioni tardive qualora dimostri di essere incorsa nella decadenza per causa ad essa non imputabile.

L’art. 156 restringe il vizio della nullità a quegli atti che non solo non rispettino il paradigma formale previsto dalla legge ma siano anche definiti nulli da una specifica norma; è il principio della specificità e tassatività delle nullità formali degli atti: così ad es., nell’atto di citazione, ex art. 163 n. 5 dovrebbero indicarsi le istanze probatorie, ma il mancato rispetto di tale previsione non è colpito da nullità ex art. 164, neppure dopo le novelle del 1990 e 2005, e dà luogo a mera irregolarità. Lo stesso vale per la mancata proposizione delle eccezioni e dei mezzi di prova nella comparsa di risposta del convenuto.

L’impostazione della tassatività delle nullità cede il passo alla possibilità di dichiarare nullo, pur in difetto di specifica previsione, quell’atto che manchi dei requisiti formali indispensabili per il raggiungimento del suo scopo, in base ad una verifica giudiziale da condursi necessariamente caso per caso.

Secondo l’art. 156 c. 3, le nullità espressamente comminate non possono essere pronunciate, e perdono dunque rilievo se l’atto ha raggiunto lo scopo cui è destinato. Se lo scopo in radice non è raggiungibile, l’atto va comunque dichiarato nullo; se lo scopo nella realtà è stato raggiunto, l’atto va considerato valido o meglio ne risulta convalidato.

L’art. 157 disciplina le modalità di rilevazione della nullità degli atti processuali, là dove essa sussista ai sensi dell’art. 156. Sono al riguardo poste tre regole:


  1. la pronuncia di nullità esige l’istanza di parte;

  2. tale richiesta può provenire solo dalla parte a ciò legittimata, che è quella nel cui interesse la norma stabilisce il requisito carente, e tale richiesta va effettuata subito (nella prima istanza o difesa successiva all’atto);

  3. la nullità non può essere fatta valere contra factum proprium, ossia non dalla parte che vi ha dato causa né da quella che vi ha rinunciato anche tacitamente.

Emerge da tale disciplina un trattamento dell’invalidità degli atti processuali che si discosta dai caratteri che la dogmatica civilistica e gli artt. 1421 ss. cc assegnano alla nullità dei contatti (atto viziato al punto da non produrre effetti, invalidità rilevabile anche d’ufficio, vizio insanabile e cioè né convalidabile dalle parti né suscettibile di essere fatto valere con un’azione prescrittibile) e si accosta piuttosto alla disciplina civilistica dell’annullabilità (atto efficace, almeno provvisoriamente; azione di invalidazione spettante alla parte entro un termine; possibilità di convalida ad opera della parte cui spetta quell’azione ove essa già conosca il vizio).

Si può parlare di nullità relativa, rimessa all’iniziativa della parte legittimata contrapposta alla nullità assoluta, pronunciabile d’ufficio; ma va sottolineato come la nullità relativa si accosta ai caratteri dell’annullabilità civilistica o comunque al concetto di atto viziato invalidabile.

La pronuncia del giudice al riguardo, cioè quella che constaterà che l’atto deve considerarsi invalido su eccezione tempestiva della parte interessata e legittimata, avverrà in breve tempo nella forma dell’ordinanza. Solo quando la nullità è assoluta, e può essere pronunciata d’ufficio, di fatto la dichiarazione d’invalidità potrà avvenire soprattutto quando il giudice si troverà a dover emettere nel processo provvedimenti che postulano la validità di un precedente atto di una delle parti. Non vi sono termini assegnati al giudice per questa attività di rilevazione della nullità, sì che essa potrà avvenire anche con la sentenza.

L’art. 162 dispone che il giudice che riscontri la nullità deve promuovere la rinnovazione degli atti ed altresì di quelli dipendenti a cui quella invalidità si estende.

La rinnovazione non sarà possibile se è intervenuta, nel frattempo, una decadenza dal potere di compiere l’atto stesso in capo al soggetto agente o perché vi era un termine e questo è ormai scaduto od anche perché il processo è transitato ad una fase in cui l’atto stesso non può più essere compiuto. Gli effetti della rinnovazione tuttavia risaliranno talora al momento in cui venne compiuto l’atto invalido (es. rinnovazione dell’invalida notificazione della citazione).

L’art. 161 c. 1 parla in generale di tutte le nullità della sentenza, per raccordarne la rilevanza al sistema delle impugnazioni. Se la parte soccombente non propone impugnazione contro la sentenza viziata nei modi e nei termini perentori previsti dall’ordinamento, ebbene allora la sentenza passa in giudicato e il suo vizio perde ogni rilevanza: la nullità si riduce ad un motivo di gravame.

Un’ipotesi particolarmente grave di nullità della sentenza è trattata a parte: l’ipotesi della sentenza non sottoscritta dal giudice. In tale ipotesi è da riconoscersi una nullità assoluta ed insanabile, che scatta anche nei casi di difetto involontario di sottoscrizione, dovuto a svista o all’apposizione di sottoscrizioni di magistrati diversi dal presidente e/o dall’estensore. Quando sussista tale vizio e la conseguente nullità, l’art. 161 dispone in sostanza che essi sopravvivano anche al passaggio in giudicato della sentenza, dovuto a mancata o tardiva sua impugnazione. Si tratta di una nullità non solo assoluta (perché non sanata dal difetto di iniziativa impugnatoria della parte interessata) ma davvero radicale (perché in ogni momento e in qualunque sede rilevabile, senza possibilità di alcuna vicenda sanante). A fronte di tale disciplina eccezionale si potrebbe credere si tratti di un’ipotesi di inesistenza della sentenza.

Tuttavia di vera inesistenza della sentenza non crediamo possa parlarsi, ma solo di non produzione dei suoi effetti decisori secondo il modello della nullità effettivamente assoluta e radicale: infatti anche tale sentenza può essere ammissibilmente impugnata; se essa è di 1° grado ognuna delle parti potrà proporre appello e sarà un appello ammissibile. Il giudice dell’impugnazione dovrà pronunciarsi sul merito di essa: solo che qui avremo un’eccezionale ipotesi in cui il giudice di appello, rilevato tale vizio radicale, non potrà riesaminare la decisione sulla domanda giudiziale di 1° grado e porre così capo ad un esito sostitutivo del gravame, ma dovrà annullare la sentenza appellata e rimettere la causa al giudice di 1° grado, affinché egli rinnovi quella fase decisoria che si era così invalidamente conclusa. Se il giudice di appello non vede il vizio o lo esclude, in sede di successivo giudizio di cassazione la Corte dovrà cassare la sentenza di appello con rinvio direttamente al giudice di 1° grado.

Altro caso di sentenza inesistente si ha quando la sentenza è pronunciata contro un soggetto non più esistente già al momento della domanda, oppure di un organo giudicante formato da due magistrati anziché tre, o nel caso di dispositivo assente. In tali ipotesi, che si caratterizzano per il fatto che comunque un processo vi è stato, si ammette sia l’impugnazione della sentenza relativamente inesistente, sia un’autonoma azione di nullità della sentenza, da proporsi al giudice di 1° grado ed avente eccezionalmente un thema decidendum esclusivamente di consistenza processuale; ma la radicale nullità della sentenza può anche farsi valere da ogni soggetto interessato anche in via di eccezione in ogni giudizio dipendente da quello inefficacemente deciso da quella sentenza. Il soggetto condannato da una tale sentenza priva di qualunque effetto, anche di titolo esecutivo, potrà fare opposizione, ex art. 615, alla esecuzione forzata, deducendo la carenza di titolo stesso e così della sua efficacia esecutiva.

Come esempi di sentenze assolutamente inesistenti, ricordiamo quelle prive della sottoscrizione del giudice, o emesse in un processo iniziato contro una parte già defunta, o ancora, come caso più grave, quello della sentenza pronunciata da un’autorità amministrativa.

Come casi di sentenze relativamente inesistenti, e quindi solo radicalmente nulle, e impugnabili e suscettibili di giudicato formale, possiamo ricordare quelli succitati previsti dall’art. 161 cpc.

Allorché la sentenza sia semplicemente invalida (e questa è l’ipotesi più frequente) vale il principio per cui tali vizi, se non siano fatti valere dalla parte legittimata all’impugnazione nei tempi e modi delle impugnazioni esperibili, si sanano e la sentenza non impugnata non solo passa in giudicato formale ma spiegherà dopo tale momento tutti i suoi effetti decisori e di accertamento.

L’invalidità della sentenza ricorre in molte ipotesi: si ha sentenza invalida sia nel caso di sent. ingiusta (perché non ha applicato, o non ha applicato correttamente, le norme che disciplinano il rapporto controverso), sia nel caso di sentenza illegittimamente pronunciata (sentenza emessa in violazione delle norme processuali relative sia allo svolgimento del processo sia alla pronuncia della sentenza). Si devono poi distinguere le sentenze affette da errores in procedendo (illegittime) da quelle affette da errores in iudicando (contengono un giudizio ingiusto sul fatto e/o sul diritto; sono sentenze ingiuste se, per effetto di tale scorrettezza decisoria, in modo erroneo hanno giudicato sull’ammissibilità e/o fondatezza della domanda).

La distinzione è importante non tanto per le sentenze di 1° grado che possono essere appellate per ogni loro eventuale vizio, quanto per le sentenze di appello e così soggette al ricorso per Cassazione ex art. 360: i nn. 1-2-4-5 di tale art. si riferiscono ad errores iuris in procedendo; il n. 3 di riferisce agli errores iuris in iudicando, cioè di violazione o falsa applicazione di norme sostanziali o che comunque regolano l’oggetto della lite.

A fronte di una sentenza viziata, il giudice che l’ha emessa non può egli stesso intervenire, revocandola e rinnovandola; solo l’ammissibile proposizione dell’impugnazione potrà condurre, a seconda del tipo impugnazione esperibile, alla riforma o alla caducazione della sentenza viziata.

Se per effetto di diversi errores in iudicando, che si elidano a vicenda, la decisone finale, di rito o di merito, risulti esatta, la sua impugnazione condurrà solo ad una diversa motivazione, e ciò non solo in appello ma anche in sede di impugnazione rescindente, ossia in Cassazione.

L’invalidità della sentenza per violazioni in procedendo ricomprende non solo i casi di vizi formali o di contenuto formale, o di costituzione del giudice, ma anche le ipotesi di sentenze che decidono il merito pur in mancanza delle condizioni di decidibilità nel merito, nonché le ipotesi di violazione della regola di decisione secundum alligata et probata partium (il giudice deve giudicare secondo quanto allegato e provato dalle parti del processo; il giudice deve fondare la sua decisione esclusivamente sui fatti che le parti hanno allegato, ossia dedotto in giudizio, e di cui hanno dimostrato l'esistenza attraverso le prove); ma è illegittima anche la sentenza che si fondi su assunzioni probatorie invalide o su atti d’impulso processuale invalidi (es. riassunzione della causa sospesa/interrotta): in quest’ultimo caso sarebbe invalida anche una sentenza di rito, poiché doveva con ordinanza dichiararsi estinto il processo.

Un caso particolare di sentenza viziata è quella che, in violazione dell’art. 112 cpc, abbia deciso su domande non proposte o invece omesso di pronunciarsi su una o più tra le varie domande proposte da una delle parti. Nel primo caso (extrapetizione, che si differenzia dal caso di accoglimento eccessivo rispetto al petitum della domanda proposta: ultrapetizione) il capo di sentenza che si pronuncia fuori dall’oggetto del giudizio è viziato e, se impugnato, dovrà essere semplicemente annullato; se l’impugnazione manchi, la decisione, pur non richiesta da alcuno passerà però in giudicato.

Nel caso opposto di omissione di pronuncia di nuovo entrambe le parti potranno impugnare. Ove l’impugnazione manchi o la sentenza passi, come provvedimento, in giudicato formale, ci si è chiesti se, sulla domanda dimenticata, si debba ritenere venuta in essere un’implicita decisione di rigetto sul merito oppure se a quel riguardo rimanga solo un vuoto decisorio, tale da consentirne la riproponibilità ormai in un altro processo. Quest’ultima è la soluzione giusta e che è prevalsa. Il passaggio in giudicato formale, infatti, non vale a rendere stabile una decisione che non vi è, né può rendere inovviabile l’omissione di decisione: se non nel processo in corso, ormai definitivamente chiuso, almeno in un nuovo processo dovrà essere possibile ottenere la tutela che si era invano chiesta nel processo pendente.

Se l’omissione di pronuncia non concerne un capo di domanda ma un’eccezione (es. di prescrizione), il convenuto soccombente deve assolutamente impugnare la sentenza, in quanto non potrebbe proporre un nuovo processo facendo valere tale eccezione.

Diverso è il caso delle domande riconvenzionali, le quali invece potrebbero, se non esaminate, essere proposte in un nuovo processo. Diverso è anche il caso dell’eccezione di compensazione, che potrebbe essere fatta valere anche per la prima volta in sede di opposizione all’esecuzione. dell’eccezione.

I casi sinora esaminati riguardano l’omissione parziale, in cui il giudice non ha esaminato una delle varie domande o eccezioni; diverso è il caso di omissione di pronuncia totale, che coincide con il diniego di giustizia, che può dar luogo al risarcimento dei danni cagionati dal giudice nell’esercizio delle sue funzioni giudiziarie.





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