Sezione V penale



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R.G.N. 49695/00 Sentenza n. 793 P.U. 27/04/2001
R E P U B B L I C A I T A L I A N A

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO


LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE V PENALE

Composta dagli ill.mi sigg.

dr. Guido IETTI presidente


1 "Alfonso AMATO consigliere

2 " Nunzio CICCHETTI "

3 " Vittorio EBNER "

4 "Mario ROTELLA "

ha pronunciato la seguente

SENTENZA


Sui ricorsi da

  1. RIINA Salvatore, n. Corleone 16.11.1930;

  2. MADONIA Francesco, n. Palermo 31.03.1924

  3. TROIA Mariano Tullio, n. Palermo 03.09.1933

  4. CALO' Giuseppe, n. Palermo 03.09.1931

  5. GRAVIANO Giuseppe n. Palermo 30.09.1963

  6. ROTOLO Antonino, n. Palermo 03.01.1946

  7. AGLIERI Pietro, n. Palermo 09.06.1959

  8. MONTALTO Salvatore, n. Villabate 03.04.1936

  9. MONTALTO Giuseppe, n. Villabate 11.01.1959

  10. BUSCEMI Salvatore, n. Palermo 28.05.1938

  11. GERACI Antonino, n. Palermo 02.01.1917

  12. PALAZZOLO Vito, n. Cinisi 29.09.1917

  13. BONO Giuseppe, n. Palermo 02.01.1933

  14. PORCELLI Antonino, n. Palermo 20.12.1933

  15. CUSIMANO Giovanni, n. Palermo 26.05.1949

  16. GANCI Raffaele, n. Palermo 04.01.1932

  17. FARINELLA Giuseppe, n. S. Mauro Castelverde 24.12.1925

  18. SPERA Benedetto, n. Belmonte Mezzagno 01.07.1934

  19. LA BARBERA Michelangelo, n. Palermo 10.09.1943

  20. SCALICI Simone, n. Palermo 24.10.1947

  21. BIONDO Salvatore, n. Palermo 28.02.1955

  22. CANCEMI Salvatore, n. Palermo 19.03.1942

avverso sentenza C. Assise Appello Palermo 29.03.2000;


- udita la relazione del consigliere M. ROTELLA;


  • udite le richieste del p.m. il s. P.G., dr. F.M. IACOVIELLO,

di annullamento con rinvio, relativamente alle posizioni di CUSIMANO, MADONIA, MONTALTO

Salvatore, BUSCEMI, CALO' ed AGLIERI, circa l'imputazione di omicidio e reati connessi e di rigetto degli altri ricorsi in merito a dette imputazioni. Quanto al reato di cui all'art. 416 bis, inammissibilità relativamente alle posizioni di RIINA, GANCI, GERACI e SCALICI. Rigetto degli altri ricorsi, in relazione a detta imputazione, ad eccezione del BONO, circa il quale si chiede annullamento senza rinvio e rettificazione di pena;




  • uditi i difensori, avv. A. MORMINO, in sost. avv. BARONE, per M. LA BARBERA;

P. GULLO, per PALAZZOLO e CUSIMANO;

T. FARINA, per CALO';

REINA per BONO;

F. STELLARI, per CANCEMI;

C. TAORMINA per FARINELLA;

T. MAZZUCCA per SPERA


G. DI BENEDETTO per BIONDO, SCALICI e a nome del collega P. BUSCEMI;

G. ANANIA per MADONIA;

S. FURFARO e G. GIACOBBE per GRAVIANO;

V. VIANELLO ACCORRETTI G., anche in sost. Avv. FILECCIA, per RIINA, GANCI e GERACI, MONTALTO, AGLIERI, ROTOLO, MONTALTO G., PORCELLI e FARINELLA;

i quali tutti si sono riportati ai motivi o hanno chiesto accoglimento dei ricorsi
ritenuto

1 - La Corte di Assise di Palermo, con sentenza 15/07/1998, ha condannato:



Riina Salvatore (1), Madonia Francesco (2), Calò Giuseppe (4), Graviano Giuseppe (5), Aglieri Pietro (7), Montalto Salvatore (8), Montalto Giuseppe (9), Buscemi Salvatore (10), Geraci Antonino (11), Ganci Raffaele (11) Farinella Giuseppe (17), Spera Benedetto (18), La Barbera Michelangelo (19), Scalici Simone (20), Biondo Salvatore (21) (nonché Brusca S., Giuffrè A., e Biondino Salvatore) all'ergastolo con isolamento diurno per 18 mesi;

Cusimano Giovanni (15) (con gen. equiv.) ad a. 24 rec.; Cancemi Salvatore (22) (e Brusca Giovanni), con dim. art. 8 L. 293/91, ed a. 18 rec.; (Ferrante Giovan B., Onorato Francesco, con dim. art. 8 L. 293/91 e gen. ad a. 13 rec.), per

- artt. 110, 575, 577 n. 3 CP, concorso nell'omicidio premeditato, cagionato con arma corta da fuoco, di Salvatore LIMA, quali mandanti, perché capi mandamento (tra i ricorrenti, Riina, Madonia, Calò, Graviano, Aglieri, Montalto S., Buscemi, Geraci, Ganci, Farinella, Spera) o loro sostituti (Montalto S., La Barbera, Brusca G., Biondino) membri della Commissione provinciale di Palermo, che aveva deliberato il delitto avvenuto in Mondello, territorio del mandamento di mafia S. Lorenzo - Partanna, il 12.03.1992, o esecutori (Onorato Francesco, lo sparatore e D'Angelo Giovanni, deceduto il 19.10.1992, guidatore della motocicletta, con l'ausilio a copertura di Biondino Salvatore, che all'epoca era capo mandamento di S. Lorenzo, quale sostituto di Gambino Giuseppe e Biondo Salvatore "il corto", della famiglia di Sferracavallo - Scalici quale autista - Ferrante in appostamento; Cusimano che, previo accordo con i soli Onorato e D'Angelo, distruggeva gli strumenti adoperati), con l'aggravante di cui all'art. 7 L. 575/65, in quanto erano sottoposti a misura di prevenzione, per Calò, Brusca, Riina, Madonia, Geraci;

- artt. 61 n. 2 CP, 10, 12, 14 L. 497/74, concorso nella detenzione delle armi di cui al capo precedente (in particolare una cl. 38), in Palermo 12.03.1992;

- artt. 61 n. 2, 81 cpv., 110, 624, 625 n. 2 e 7, concorso in furti di due motociclette marca Honda con targa PA 121536 e PA 130663, rispettivamente in proprietà di Porretto Vito e Beninati Davide, utilizzate per commettere l'omicidio, in Palermo 31.08.1989.



tutti, nonché Troia Mariano (3), Rotolo Antonino (6), Palazzolo Vito (12), Bono Giuseppe (13), Porcelli Antonino (14), Di Maggio Procopio e Lucchese Giuseppe, per

- artt. 416 bis commi 1, 2, 4, 6, CP, art. 7 L. 575/96, partecipazione variamente qualificata e aggravata per ciascuno, ad associazione di stampo mafioso (Cosa Nostra),

determinando la pena per Palazzolo in a. 10 rec., o aumenti per continuazione, rispettivamente per Troia di a. 2 rec., Bono e Porcelli di a. 6 rec., Rotolo di a. 7.

tutti al risarcimento dei danni a favore della p.c. costituita, Lima Susanna, da liquidarsi in separata sede con provvisionale di £ 100 milioni.

assolto Di Maggio, Lucchese e Rotolo, per non aver commesso il fatto, dalle imputazioni di omicidio e reati connessi.
2 - La Corte di assise di appello ha confermato tutte le condanne, ad eccezione di quella di Giuffré Antonino per omicidio, assolto per non aver commesso il fatto, e ridotto la pena per il reato associativo a Rotolo, Bono e Porcelli in a. 3 rec., ed a Palazzo in a. 5.

2.1 - Fatto - La sentenza lo ricostruisce come segue (pg. 57 - 58: sintesi delle testimonianze del sovr. P.S. Carbonaro della volante 32, inviato dal 113 chiamato alle 9,45 per telefono da una villa dei luogo dopo il delitto, prof. Li Vecchi, dr. Riggio - rectius Liggio, cfr. sent. 1° grado e agente P.S. Marchiano; pg. 104 - 110: puntualizzazioni).


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L'on. Lima fu ucciso fra le 9,39 e le 9,45 dei 12 marzo 92 a Mondello, mentre si recava, sull'autovettura Vectra di colore blu, guidata dal prof. Li Vecchi, di cui era a fianco e con il dr. Riggio sul sedile posteriore, al Palace Hotel, per una riunione poltica.

Erano usciti (teste Liggio) una prima vola dall'abitazione di Lima in via Danae, ma erano subito rientrati per consentire all’onorevole di prelevare un documento (teste Riggio, altra persona, da cui il probabile equivoco di denominazione, v. sent. 1° grado la nuova partenza era ritardata da un loro incontro presso l'abitazione).

Ripartita l’autovettura, dopo la svolta da via Danae, in viale delle Palme, avendo alle spalle l’Addaura, erano affiancati da una moto Honda, tipo Enduro (di colore rosso e blu secondo Marchiano), con a bordo due persone con caschi integrali scuri (Li Vecchi e Liggio), di colore rosso con visiera (Marchiano). Dalla moto, in atto di superarli, erano esplosi colpi di arma corta, che raggiungevano la ruota anteriore sinistra ed il parabrezza del veicolo che poco dopo si arrestava contro il marciapiede. Mentre la moto invertiva la marcia, ritornando verso l'autovettura, gli occupano dei posti anteriori ne uscivano. Lima fuggiva ritornando verso l’Addaura, mentre Li Vecchi trovava riparo presso un vicino cassonetto della spazzatura (a 2/3 metri), dove sarebbe stato raggiunto da Liggio, sceso per ultimo. L'agente Marchiano che, fuori servizio, a bordo di un autocarro con suo padre, proveniva dall’Addaura, vedeva venire verso di loro il fuggitivo, inseguito a piedi da uno dei due motociclisti, mentre l'altro restava sulla motocicletta. Vedeva altresì una terzo persona uscire dall'autovettura e dirigersi nello stesso senso di inseguitore ed inseguito. L'inseguitore, intanto appressatosi, esplodeva alle spalle del fuggiasco alcuni colpi di pistola (semiautomatica dice il teste: in sentenza non si dice del calibro dei colpi che hanno attinto Lima, e perciò dei tipo di arma corta adoperato, che si desume dal proiettile cal. 38, trovato all'interno dell'autovettura) e la terza persona si fermava (a pg. 111, riscontrando il racconto di Onorato, che in giudizio nel '97, si professerà esecutore del delitto, la motivazione precisa che Lima fu raggiunto da tre colpi di arma da fuoco: l'ultimo, mortale a distanza ravvicinata nella parte posteriore dei cranio, gli altri in zona toracica posteriore, di cui uno a livello cutaneo, e che all'interno dell'autovettura era rinvenuto il proiettile cl. 38). Marchiano memorizzava la targa (PA 121536) che, si sarebbe scoperto appartenere ad una moto diversa (sottratta a Porretto Vito) da quella adoperata (sottratta a Beninati Davide la stesso 31.8.89), la quale era rinvenuta poi in via Marinai Alliata (dove era abbandonata con il motore acceso, ed una teste vedeva salire in un'autovettura FIAT Uno, con targa recante numeri 6 ed 8, i motociclisti, uno con il casco in testa). Marchiano descriveva lo sparatore alto m. 1,75/1,80 al massimo, e di corporatura esile (pg. 119).

Le indagini non consentivano di risalire agli esecutori materiali del delitto, e si orientavano nell'attribuire ai vertici di Cosa Nostra la deliberazione dell'omicidio, nell'ambito di una strategia stragista (di lì a poco si sarebbero succeduti gli omicidi di Falcone e Borsellino e le stragi di Firenze, Roma e Milano), che trovava conferma nelle dichiarazioni di numerosi collaboranti. Per costoro la morte di Lima era da attribuirsi alla decisione della Commissione provinciale di Palermo, cui partecipavano i capi - mandamento o i loro sostituti, se i primi erano detenuti. E difatti gl'imputati (rimarca la sentenza: dei troncone principale, cui si aggiungeva successivamente quello circa gli esecutori dell'omicidio) tranne Giuffré A., Lucchese G., Di Maggio P. e Rotolo A. (gli ultimi tre assolti dall'omicidio in primo grado, e Giuffré in secondo), sono membri della Commissione.

Su questa premessa la motivazione si sviluppa attraverso i seguenti capitoli:
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2.2 - La personalità dell’on. Lima (pg. 59 – 73). Salvo Lima era figlio di Vincenzo, uomo d'onore della famiglia di Palermo Centro. Già sindaco di Palermo, poi parlamentare democristiano, aveva fatto parte della corrente fanfaniana prevalente a Palermo sino al 1968, essendo perciò prossimo a Ciancimino e Giovanni Gioia. Passato a questa andreottiana, stringeva legami con gl’imprenditori Salvo, sui tramiti con la mafia. Al momento della sua morte ere europarlamentare. I collaboratori di giustizia, Buscetta, G. Pennino, A Calderone, F. M. Mannoia, G. Mutolo, S. Cancemi, A. Siino, G. Brusca hanno significato la sua funzione di collateralismo con la mafia che gli aveva garantito appoggio elettorale (anche se nel 1987 erano stati favoriti i socialisti) in cambio di favori in materia di appalti e, poi, per l’”aggiustamento dei processi” che, in Cassazione, tramite Andreotti sarebbero stati gestiti dal presidente della prima sezione penale, Carnevale.

2.3 - Causale dei delitto (73 - 81). Mutolo (che aveva sentito dire nel carcere di Spoleto da Salvatore Montalto: “accuminciaru finalmente” e Marchese (a Cuneo aveva ricevuto le confidenze di Giuseppe Madonia, figlio di Francesco - capo mandamento di Resuttana, che riferendosi a Lima, oggetto di pressioni da parte di Riina, gli aveva detto: "anche quel cornuto ci ha fatto le scarpe" ) hanno appreso in carcere che l’omicidio di Lima, eseguito il 12.3.92, era stato deciso dai vertici di Cosa Nostra, perché l'esito sfavorevole del processo maxi - uno, conclusosi il 30/01/1992, poco più di un mese prima dimostrava il suo disinteressamento all'aggiustamento dei processo in Cassazione (n.d.e.: si tratta della sentenza Abbate ed a.; sez. I, circa fatti di mafia sino al 1983; lo stesso giorno la stessa sezione ha pronunciato la sentenza Altadonna ed a., massimata, v. oltre, in sede di diritto). Difatti Brusca riferisce di essersi servito dei cugini Salvo, sino alla metà dei '91, mentre era in corso il maxi - uno, per far giungere a Lima i messaggi di Riina che gli diceva: insisti, insisti, diamogli l'ultima possibilità per vedere cosa fanno.

In sintesi, Cosa Nostra, constatato che i suoi referenti politici (Lima ed Andreotti) non erano più in grado di offrire garanzie, aveva deciso di eliminare Lima e il finanziere Ignazio Salvo (che sarebbe stato ucciso nel settembre '92), e i magistrati che avevano portato avanti il lavoro che aveva consentito alla Cassazione di convalidare la tesi accusatoria e sensibilizzato il potere politico ad adottare strumenti legislativi più incisivi (in particolare il decreto Martelli, ministro della giustizia del governo Andreotti dei settembre 91).

I riscontri provengono da a) L. Messina, v. rappresentante di S. Cataldo e uomo di fiducia di G. Madonia, che attribuisce la causale all'esito del maxi - uno, b) F. Onorato che apprendeva della causale dal suo capo mandamento S. Biondino (quale sostituto di G. Gambino) che, dopo il delitto, si diceva contento per la bella figura da lui fatta con la Commissione; c) G. La Barbera, che era stato presente con Brusca e Bagarella a numerose riunioni strategiche, concomitanti con il decreto Martelli dei settembre 91, in cui si era deciso l'attacco frontale allo Stato, che avrebbe avuto effetto deflagrante anche all'interno dell'associazione (dopo l'omicidio Lima si parlava di colpire i figli di Andreotti, nonché Martelli); d) S. Cancemi, che riferisce che Riina, già sicuro dell'esito favorevole dei maxi uno, per le pressioni fatte su Lima nel settembre - ottobre '91 per interessare Andreotti, dopo aveva detto: “ci dobbiamo rompere le ossa a questo Lima che non ha mantenuto l'impegno"; Riina, che aveva saputo prima dei processo che Carnevale, 'intimissimo di Andreotti', come gli aveva detto V. Mangano, soldato di Porta Nuova non avrebbe presieduto il collegio, sperava in una assegnazione alle Sezioni Unite, cui Carnevale avrebbe preso parte; la riunione in cui si decise l'uccisione dì Lima avvenne 10 giorni dopo il 30.1.92, In una villetta di Guddo Girolamo, dietro Villa Serena, presenti oltre a Riina


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e lui stesso, S. Biondino, e Ganci; e) G. Brusca, che conferma il collegamento dei delitto anche con il decreto Martelli e la necessita, secondo Riina, di dare una risposta alle aspettative dei consociati all’esito del maxi - uno, mediante un attacco frontale allo Stato, con gli omicidi di politici e magistrati, perché non sarebbe bastato togliere voti alla DC (in particolare, v. circa le regole di funzionamento, egli riferisce che aveva appreso per caso della deliberazione di uccidere Lima, in occasione dell'organizzazione dell'omicidio Salvo); f) A. Siino che riferisce che Brusca, dopo il decreto Martelli, gli chiedeva se si doveva uccidere Mannino o Lima, così da impedire ad Andreotti di diventare presidente della Repubblica, e che Lima, cui aveva riferito, in presenza di I. Salvo, non si era mostrato preoccupato.

2.4 - Le regole di funzionamento di 'Cosa Nostra (81 - 101) -



Cosa Nostra decideva strategie e delitti e mezzo della Cupola o Commissione della Provincia di Palermo (a partire dal 1960 composta da 13 - 14 capi mandamento, le altre province avevano un rappresentante o consigliere - pg. 87) di cui facevano parte in posizione paritaria tutti i capi - mandamento usciti vittoriosi dalla guerra di mafia, ancorché Riina, capo - mandamento di Corleone con Provenzano, che ne era a capo, avesse assunto una gestione autoritaria, prendendo lui stesso le decisioni più importanti.

Nella maggior parte dei casi egli decideva previo avallo o precedente consultazione dei capi mandamento che, ove detenuti o impediti, esprimevano consenso tramite i sostituti (se esistenti) o contatti stabiliti direttamente da lui attraverso í colloqui carcerari, gli avvocati o i bigliettini introdotti da corrotti agenti penitenziari (v. Mutolo e Marchese e Cancemi). In particolare Brusca dichiara che dopo l’87 rappresentò il padre Bernardo in Commissione e conferma che, sebbene per ragioni di sicurezza non si facessero più riunioni allargate, vigeva la regola della preventiva consultazione con i capi mandamento, anche tramite sostituti, a stregua di garanzia affermata da Riina, che gli assenti erano stati avvertiti [la sentenza riporta più avanti e precisa in più occasioni il dettaglio delle dichiarazioni, da cui desume la regola esposta, di a) Buscetta (la Commissione decideva; vi erano state liti per il mancato interpello da parte di Riina e Michele Greco di lnzerillo Salvatore e Stefano Bontade circa gli omicidi del capitano Basile e dei colonnello Russo; le decisioni erano prese per gruppi separati sicché in commissione nessuno poteva opporsi alla decisione presa dagli altri; per talune azioni immediate non si faceva in tempo ad avvertire il titolare e la responsabilità era assunta dal sostituto, la cui scelta era avallata dal titolare); b) Mutolo (ricorda l'eccezione dei caso Russo, di cui Riina si era assunto la responsabilità); c) Marchese (conferma la regola della decisione collegiale), d) Cancemi (Riina faceva riunioni ristrette, e Biondino e Ganci erano suoi messaggeri; nessuno dei presenti osava contraddire le sue decisioni); e) Brusca (tra l'82 e l'89 si tennero solo riunioni ristrette per via della guerra con Puccio Vincenzo; dal 90 ripresero quelle allargate; ad una dei '91 parteciparono, oltre a Riina e lui stesso, S. Biondino, R. Ganci, P. Ocello, F. Lo Iacono, P. Farinella, A. La Barbera, S. Madonia, G. Montalto, P. Aglieri, C. Greco, A. Giuffré dei mandamento di Caccamo; altre riunioni allargate furono fatte a casa di Salvatore Priolo, cugino di Cancemi; suo padre Bernardo aveva dato a Riina una delega in bianco, e lui, suo sostituto, doveva attenervisi in Commissione; la regola della Commissione fu violata per gli omicidi Russo, Di Cristina, Bontate ed Inzerillo, per motivi di scontro interno; tuttavia permaneva e solo per l'esecuzione dei delitto si tenevano riunioni ristrette; egli aveva saputo che doveva essere ucciso Lima, in coincidenza con l'organizzazione dell'omicidio Salvo del settembre successivo, ma già dal 1982 - 83 sapeva che Riina aveva
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deciso di ucciderli, e li aveva tenuti in vita per sfruttarli; aveva anche deciso di uccidere Falcone nell’80; Brusca si era messo a disposizione per eseguire il delitto Lima, presso l'Hotel S. Paolo di Gianni Jenna, e Riina gli aveva detto di fare quello che poteva, avvertendolo che c'era un'altra squadra di S. Lorenzo, che lavorava].'

Il rispetto della regola è confermato dalla mancata reazione dei membri dei mandamento in cui sono avvenuti omicidi eccellenti, come quello di S. Lima (tale da destabilizzare lo Stato, essendo referente del capo del governo Andreotti, in predicato il Presidente della Repubblica), che si sarebbe dovuto avere se fossero stati commessi da estranei o da singoli membri senza autorizzazione e dall’interesse personale dei capi - mandamento ad eliminare rami secchi (v. Lima e I. Salvo), cioè personaggi di fatto disinteressativi di salvaguardarli dai provvedimenti antimafia (Legge Mancino - Violante, circa l'allungamento dei termini di custodia - decreto Martelli di ripristino della custodia in carcere degli uomini d'onore - esito sfavorevole del maxi - uno) e del max - uno, il cui esito li coinvolgeva tutti in una con molti uomini d'onore, che si erano visti confermare gravi condanne.

lnsomma Riina, che aveva ideato la strategia strategista, ed aveva imposto la sua volontà agli altri capi - mandamento, aveva bisogno desta loro adesione, perché il suo disegno li avrebbe personalmente esposti alla reazione dello Stato. Costoro, a loro volta, dissentendo, avrebbero rischiato di perdere il suo sostegno (così Cangemi), e solo dopo la palese dissociazione ciascuno o del suo sostituto (di cui non è traccia in atti) può ritenersi cessata la permanenza dell’adesione alle finalità proprie dei sodalizio criminoso. In questa luce la Cassazione (30.1.92) aveva sancito non solo la loro appartenenza all’organo di vertice, ma perciò anche la riferibilità agli stessi delle decisioni più importanti.

Pertanto salvo prova della Palese dissociazione di taluno, e non solo dell'assenza del suo interesse specifico, i capi di Cosa Nostra devono essere ritenuti concorrenti, ancorché per consenso tacito o passivo, prestato nell'ambito dell'organismo collegiale (88 - 89), dei delitti perpetrati in esecuzione dei programma criminoso da loro stessi deliberato.

Fermo che al consesso mafioso vanno applicate regole proprio, diverse da quelle previste per il funzionamento dei collegi pubblica dello Stato (i capi mancamento dovevano essere e presenti o far pervenire l'assenso, tramite sostituti), sul piano dell'effettività dei contributo reso da chi è membro della Commissione, bisogna accertarne attualità della qualifica, riconducibilità della causale all’interesse strategico dell'organismo di vertice, e il contributo organizzativo o esecutivo prestato da ciascuno o dai subordinati (pg. 90).

In questa luce, il contributo di tutti i membri della Commissione nella deliberazione della linea strategica (v. causale), ed in particolare dell'omicidio Lima (ancorché coinvolti nell'organizzazione del delitto siano stati solo Ganci R., Cancemi, Brusca e Biondino Salvatore), si desume dalla vigenza nel 92 della regola della Commissione, pur mutato Il metodo (v. Brusca). Le violazioni circa precedenti omicidi (col. Russo, rappresentante di Riesi Di Cristina, cap. Basile, capo - mandamento di Passo Rigano S. Inzerillo, e Stefano Bontade) erano difetti dovute a contrasti tra gruppi. Ma nel '92 tutti i capi - mandamento, collocati dallo stesso Riina, erano di stretta osservanza corleonese, e l'organizzazione mafiosa aveva interesse generale ad agire contro i rappresentano dello Stato (Falcone o Borsellino) o i politici (Lima, Andreotti, Martelli) che da amici erano divenuti nemici.

In sintesi. «sia il consenso espresso preventivo, sia l’approvazione postuma ed anche il tacito consenso realizzano quelle ipotesi concorsuali di cui all’art. 110 CP, onde in tutti i casi si è chiamati di reati realizzati in esecuzione del disegno criminoso della Commissione “ di cui tutti capi – mandamento erano espressione (101, pen, cpv.).
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All’epoca dell'omicidio Lima, capi – mandamento erano: Riina (di Corleone, con Provenzano), Madonia F. (Resuttana, all’epoca detenuto), Brusca Bernardo (S. Giuseppe Jato, detenuto), Ganci R. (Noce, libero all'epoca), Calò G. (Porta Nuova, detenuto), Graviano G. (Brancaccio, libero), Farinella G. (Madonie, libero), Aglieri P. (S. Maria dei Gesù, libero), Montalto Salvatore (Villabate, detenuto), Buscemi Salvatore (Bocca di Falco - Passo di Rigano, detenuto), Spera B. (Belmonte Mezzagno, tuttora latitante); Geraci N. (Partinico); Giuffré A. (Caccamo T. Imerese, secondo Cancemi latitante). I sostituti erano Biondino S. (di G. Gambino, per S. Lorenzo, secondo Onorato e Ferrante), Montalto G. (di Montalto S.), La Barbera M. (di Buscemi, Brusca G. (di Brusca B.).

2.5 - Gli esecutori materiali -

Li Vecchi e Liggio, salvo il colore dei casco non si sono detti in grado di identificare i due motociclisti Marchiano ha descritto lo sparatore (v sopra).

Onorato e Ferrante in corso di giudizio hanno confessato e collaborato per la ricostruzione delle fase organizzativi ed operative del delitto.

Onorato ha detto di essere colui che sparò a Lima, e che il guidatore della moto era Giovanni D'Angelo (deceduto il 19.10.92), ancora in attesa di divenire uomo d'onore.

Salvatore Biondino, sostituto Gambino quale capo - mandamento di S. Lorenzo, ai primi di marzo '92, in una riunione in cosa di Simone Scalici, cui erano presenti Salvatore Scalici e Salvatore Graziano uomini d’onore di Sferracavallo, Salvatore Biondo 'il corto’ e Giovanni Battista Ferrante di S. Lorenzo, aveva comunicato che doveva essere ucciso Lima. Graziano rifiutava di partecipare al delitto, e veniva messo da parte.

Biondino incaricava lui e D’Angelo di controllare i movimenti di Lima da un cantiere di fronte alla villa dove abitava, Ferrante con il binocolo avrebbe fatto lo stesso da Montepellegrino, mentre Biondino e Biondo avrebbero svolto il controllo presso la segreteria politica della vittima in via Crispi. Dopo qualche giorno, Onorato e D’Angelo notarono una Opel Vectra blu fermarsi davanti alla villa per quattro - cinque giorni consecutivi, e ne seguirono il percorso Piazza Caboto - Palermo.

In un locale dell’Addaura, presento Biondo e Ferrante (ma non Scalici), Biondino decise di passare aviazione, mandando Nino Troia (uomo d'onore di Capaci) a prendere una vettura FIAT Croma, rubata da Cusimano Giovanni. L'auto sarebbe stata portata da D'Angelo presso un'officina meccanica di Partanna - Mondello, dalla quale l'indomani, 9.3.92, doveva essere prelevata dal 'commando, e al proprietario dell'officina fu detto di non svolgere attività quel giorno. Biondino e Biondo avrebbero portato due fucili a pompa, Onorato e Scalici, nella macchina di costui, una Fiat Uno bianca, avrebbero, a loro volta armati, svolto compiti di copertura. Ferrante avrebbe dato la battuta da Monte Pellegrino, avvisando D’Angelo per telefono cellulare della partenza di Lima e del numero delle persone (camions di sabbia). Ma il tentativo non fu compiuto, perché davanti alla villa vi erano quel giorno persone che destarono il loro allarme.

Si ridistribuirono i compiti. Onorato e D’Angelo continuarono ad osservare i movimenti di Lima per due giorni. La sera prima dell'omicidio, in un palazzo dei costruttore Puccio all'Addaura, Onorato, poiché Biondino voleva far presto per non sfigurare con la Commissione, propose di utilizzare una moto (Honda Enduro, bianca) a disposizione sua e di D'Angelo, e di essere lui a sparare, avuta la battuta di Ferrante dal Montepellegrino, mentre Biondino e Biondo avrebbero fornito la copertura e Scalici avrebbe prelevato i killers in via Marina Alliata, all'incrocio con via Venere.

Il 12.3.92 alle 8,30 Onorato, che aveva l'ordine di uccidere anche tutte le persone in



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compagnia di Lima, e che indossava un giubbetto antiproiettile e un casco bianco con visiera scura, ed era armato di rivoltella cal. 38 e 357 Magnum e D'Angelo, anche lui armato, si portarono da casa di costui in via Castelforte. Alle 9 Ferrante avvertì D'Angelo, ed essi si avvicinarono alla villa di Lima. Successivamente Ferrante avvisò che sulla vettura erano tre persone. Essi seguirono la vettura che non si diresse verso piazza Caboto, ma al viale delle Palme. La moto affiancava in maniera imperfetta la vettura dal lato autista. Onorato sparava un primo colpo alla ruota, altro al parabrezza verso Lima. Questi scendeva dal veicolo e si dirigeva verso l’Addaura. Lo seguiva a piedi. Gli sparava il primo colpo alle spalle da tre - quattro metri e, poi alla nuca. Vedeva sopraggiungere dall’Addaura e fermarsi, un camion e, dalla direzione opposta, un 'autovettura. Si dirigeva poi verso i due altri occupanti della Vectra nascosti dietro un cassonetto della spazzatura a ca 15 metri di distanza. Puntava contro di loro l'altra arma la prima aveva sparato 4 - 5 colpi) mentre erano in ginocchio, ma uno dei due con gli occhiali gli faceva tenerezza e non si sentiva di ucciderli. A via Marina Alliata, lasciata la moto a motore acceso, salirono sulla Uno a due sportelli di Scalici, prima lui e poi D'Angelo. Misero guanti, pistole, giubbetti e caschi in un sacco che D'angelo consegnò, come d'accordo tra loro all’insaputa degli altri, a Cusimano, messo preventivamente al corrente. D'Angelo scese dal veicolo ed entrò all'officina aperta ove erano gli operai (ma l'officina era grande 2000 mq e perciò non era necessaria alcuna precauzione). Cusimano, pertanto, non fu visto da Scalici, Costui doveva accompagnare Onorato alla sua autovettura. Ma lungo la strada si bucò una ruota della sua FIAT Uno e Onorato ottenne un passaggio da tale Caravello e poi con la sua Panda si recò a casa Scalici, incontrando lungo la strada Ferrante, cui fece cenno che tutto era andato bene. A casa Scalici incontrò anche Biondino e Biondo (non più D’Angelo e Ferrante) e poi si recò al lavoro nella villa dell'onorevole Aldo Rizzo, per costituirsi l'alibi

I riscontri al racconto di Onorato provengono dai seguenti elementi luoghi da lui descritti (coincidono con quelli rappresentati in fotografie prodotte dalla DIA il 7.11.96); il tabulato del cellulare di Ferrante (dà conto di una telefonata alle 8,55, di 14 secondi, dallo 0337- 891808 di Ferrante allo 0037 - 961517 di D'Angelo, intestato alla NA.FE.DIL. di G. Sensale e di una alle 8,59, di 17 secondi; quindi attesta una telefonata di 2 secondi alle 9,25 - nel frattempo Ferrante è sul Monte Pellegrino, ed ha visto sopraggiungere la Vectra, ed una alle 9,39 - Ferrante dice di aver avvisato dei numero dei camion di sabbia cioè delle persone: l’intervallo è dovuto ad una sosta di Lima presso la sua villa con il conducente di un'auto ivi giunta); i testi (Liggio e Marchiano, che confermano le modalità di accostamento della moto e sparo verso la vettura: l'accostamento era imperfetto come sostiene Onorato, così da costringerlo a voltarsi indietro per sparare, senza riuscire a colpire Lima, ma ruota e parabrezza); il proiettile calibro 38 (ritrovato all'interno della vettura); il numero dei colpi (sparati e che hanno attinto Lima v. sopra in fatto); la Uno bianca di Scalici (suo figlio ne possedeva una tg. PA A 21573); la moto usata diversa targa).

Non coincide con le testimonianze il colore dei casco (scuro per i due compagni di Lima e rosso per Marchiano), ma è possibile che i testi abbiano posto attenzione solo alla visiera scura. Li Vecchi e Liggio non confermano che lo sparatore abbia puntato l'arma anche contro di loro, ma è possibile che per la, loro posizione (accucciati) e la paura non fossero in grado di porre attenzione a quanto succedeva intorno a loro. Onorato è alto mt. 1,91 e peso 105 Kg e Marchiano ha pacato di uno sparatore di mt. 1,75 - 1,80 al massimo e di corporatura esile, ma il posto di osservazione di Marchiano (alla guida di un camion) poteva incidere sulle sue percezioni (pg. 119).

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Da ultimo non è rilevante che Onorato, chiamato a rispondere nelle prime fasi dibattimentali quale mandante, nella qualità di reggente di Partanna Mondello, abbia potuto perciò apprendere le fasi dell’omicidio, a stregua delle acquisizioni svoltesi in sua presenza. Difatti egli ha rappresentato il suo vissuto. E, giusta giurisprudenza, la sua credibilità non viene meno per la possibilità avuta di assistere al dibattimento, posto che ha fornito




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