Siate perfetti



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Catechesi sul DISCORSO DELLA MONTAGNA/6


(foglio per l’animatore)

 commento contenuto in UCD Verona, Siate perfetti come il Padre vostro, EDB, Bologna 1995, pp. 105-114; 170-174.



CERCATE PRIMA IL REGNO DI DIO E LA SUA GIUSTIZIA (Mt 6,25-34)

ABBANDONARSI ALLA PROVVIDENZA DEL PADRE
L’ incontro potrebbe svolgersi in questo modo:


Preghiera iniziale




Breve giro proiettivo

Quali sono le preoccupazioni che durante questa settimana mi hanno reso più ansioso?

Che cos’è che garantisce la mia vita?

Qual è la differenza fra impegnarsi (occuparsi) ed affannarsi (preoccuparsi)? Perché spesso passiamo da un atteggiamento all’altro?




Queste domande – tutte o alcune di esse – dovrebbero aiutare a far emergere il vissuto delle persone presenti al centro di ascolto riguardo alle incertezze della vita.

Possono essere raccolte e sintetizzate come segue:


  • molte cose non sono sotto il nostro controllo

  • la pre-occupazione è segno di poca fede

  • il realismo non implica l’ansietà




lettura del testo biblico




Approfondimento

Si può cercare di strutturare insieme il testo letto:

  • Quali parole sono le più ricorrenti?

  • Qual è l’argomentazione proposta nell’alternanza fra affermazioni/esortazioni ed esempi? (cfr. commento DUMAIS qui sotto)

  • Quale titolo potremmo dare al testo?

È poi utile leggere da soli il commento sul foglietto, sottolineando quello che colpisce e condividendo in forma di domanda, precisazione, risonanza …




RIESPRESSIONE

Il brano letto è un invito a riflettere sull’opzione della nostra vita e sulle conseguenze che ciò comporta.

Siamo veramente convinti della venuta del Regno di Dio, che cioè Dio è presente nella nostra storia come Signore e Padre?

E allora perché ci lasciamo assorbire dall’ansietà?

È solo perché già sappiamo che Dio nostro Padre è inserito nella nostra storia presente e futura – e che egli mantiene una relazione speciale con ciascuno di noi – che noi siamo fiduciosi di fronte al futuro che ci è riservato.







Guardando alle preoccupazioni di cui è stata abitata la settimana appena trascorsa, che cosa può cambiare a seguito di questo annuncio?

Attraverso quali parole posso nutrire il mio cuore per contrastare l’eccessivo affanno per il futuro?







Può essere letto il testo di H. Nouwen su “preghiera ed ansia”.

Si può anche pregare il sal 130 (di cui è fornito un commento qui di seguito).



«Chiedete prima di tutto il Regno e il resto vi sarà da­to» (Lc 12, 31)

Vuol dire: cercate Cristo, chiedete Cristo, e quel di più che egli non ha esaurito. Questo è il Regno. Avvicinandomi a Cristo io ottengo la Provvidenza. La Provvidenza è in quella esplosiva energia che spin­ge il seme, il seme della Parola, a bucare la terra, a sfidare l’alto, a diventare germoglio, poi stelo, poi spiga ricolma di grano. Perché la Provvidenza è dentro la potenza germinatri­ce dell’evento fondatore. Noi allora dobbiamo riabitare l’evento, frequentare l’evento-Gesù, cogliendolo nella sua potenza germinatrice e liberante.

La Provvidenza non è una serie di piccoli interventi, di atti puntuali, di interferenze. La Provvidenza non è quel­la goccia che manca perché la vita sia piena, quel centi­metro che manca, quella guarigione, che manca, quel gior­no che manca, ma è nelle forze dell’uomo, che non esisto­no se non come forze di comunione, come unità di forze, le mie e quelle di Dio. La Provvidenza è nella energia germinatrice, è nel mio prendere coscienza di ogni battito del cuore, di ogni pas­so che muovo, come di qualcosa che non dipende da me, che viene da altrove. E dietro il dono, c’è il Donatore. L’uomo non ha in sé la sorgente della forza. La Prov­videnza è nello Spirito che disinsabbia la sorgente, rianima lo stoppino fumigante, riaccende l’evento fondatore, cioè fa scendere e incarnare in me le energie divine e fa Cristo contemporaneo a me, amore come nessuno, sogno di ogni sogno, maestro del desiderio.

E tutte quelle cose che ci mancano nella vita? Sono Provvidenza, sono fatti provvidenziali, perché manten­gono viva l’apertura oltre me, verso l’Altro. L’assenza, ciò che mi manca, ciò di cui ho bisogno, in­dica e chiama la Presenza, L’assenza accende il desiderio. E Dio, l’Assoluto, non ci libererà mai dall’assenza, da ciò che ci manca. Felice assenza, felice paura, felice bisogno che sono la dimensione dell’incompiuto, la breccia aperta nel cerchio delle nostre mura; attraverso essi Dio rientra in sinergia con noi. Dobbiamo vivere questa vita di mancanza e di desiderio. Sapendo che mancherà sempre qualcosa, un giorno, un cubito, un frammento per essere perfetti, ge­niali, immortali. Io non ho bisogno di un Dio-Provviden­za che colmi queste assenze.


ONNIPOTENTE COME L’AMORE

Dio non è potente come lo è un ingegnere, un chirurgo, o un vulcano. Dio è onnipotente nell’amore, cioè può so­lo ciò che l’amore può. Allora la Provvidenza divina assume i modi dell’amo­re, nessun altro.

Potremmo immaginare la Provvidenza con il volto più alto dell’amore, quello di una madre che veglia il suo bambino. Un bambino malato, che piange, che chiama, che chiede aiuto. E la madre è lì che lo tiene per mano, sof­fre con lui, pende dal suo respiro; ma non lo guarisce. Non è il chirurgo, non è l’anestesista. La madre entra in siner­gia con il piccolo, si fa supplemento della sua forza, co­raggio delle sue paure, confine delle sue lacrime, ma la malattia rimane. Solo il modo di stare davanti al male diventa totalmen­te diverso. La madre può solo ciò che l’amore può; ed è moltissimo, è la parte migliore; così Dio onnipotente amore può solo ciò che l’amore può. Il miracolo non è la guarigione, ma la lotta con il male, che vincerà il corpo ma non l’uomo. I miracoli esistono, comunque. E sono fin troppi.

David Maria Turoldo ha insegnato cose tremende e al­tissime, nel tempo della malattia: «Si deve sperare con tutta la propria angoscia. Non ho mai chiesto a Dio di es­sere guarito, no. Ma di avere la forza di sopportare il ma­le, questo sì, e quante volte». Dio non si colloca tra salute e malattia, ma tra dispera­zione e fiducia. Il paese di Dio non sono le cellule dell’or­ganismo, ma le fibre della paura. «Dio non mi deve guarire. Non può, non deve. Altrimenti libero gioco, addio! Addio libertà, e ugua­glianza, e amore, per tutti. Perché dovrebbe guarire me, e non il bambino destinato a morire, con sofferenze più atroci e seminando disperazioni e senza aver vissuto? Dovrei ringraziare Dio perché la bomba non è caduta sulla mia casa, ma sulla casa del vicino, non sulla mia, ma sulla sua famiglia? Erano forse meno amati? Meno fi­gli?» (David Maria Turoldo).

Dio è come una madre accanto al figlio malato, Dio è come inchiodato al male del mondo. Come una madre malata d’amore. E non può dare altro che se stessa. La Provvidenza è allora quel ritrovare in noi il punto assoluto in cui siamo innestati all’origine, alla creazione dove l’uomo respira Dio; Gesù di Nazaret, Gesù del Gol­gota, Dio incarnato, diventa l’evento fondatore delle no­stre incarnazioni, dove lo Spirito ritorna ad essere poten­za germinatrice, colui che cova le acque della nostra ori­gine, colui che fa incinta di cielo la nostra parte di terra. Dio non può dare meno di se stesso.

Il cristianesimo è relazione. Il senso di tutto è comu­nione; la preghiera è respirare di nuovo la ruah; co-spira­re con Dio. E poi subito, con la stessa urgenza di Dio, con la stessa impazienza di Adamo, co-spirare con l’uomo. Anche a noi Dio dice come ad Abramo: ti darò creatu­re innumerevoli, un Tu che nessuno potrà contare, più nu­meroso della sabbia del mare, più numeroso delle stelle del cielo (cfGen 22, 17). Ciascuno di noi diventa quell’Abramo errante sulle strade che portano all’uomo. Pronto ad abitare la terra con la parte di cielo che costi­tuisce la terra. Pronto a pregare per gli altri, che è far circolare l’amo­re dentro il corpo di Cristo.

La grazia da domandare sempre a Dio è: ‘sapere che gli altri esistono’ (Simone Weil). Grazia prodigiosa. Che mi fa passare dalla parte della Provvidenza.

Quando siamo attanagliati dalla paura, nell’altro ve­dremo solo una preda, o un predatore, o qualcuno in cui stordirci e dimenticarci. Ma se mi metto in sintonia con la Provvidenza e la speranza, allora è possibile un rapporto meravigliato con l’altro. Allora supero le due tentazioni: la paura di essere preda dell’altro e l’illusione di sapere, io, ciò che è bene per l’altro, di sapere il bene e il male del­l’altro, e deviarne la vita.

L’avvento dell’altro in noi è l’avvento stesso di Dio. «Quando due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18, 20). Riuniti nel nome vuol dire legati, agganciati in un fascio solo dal progetto di Dio, dal desiderio di Dio, che è questa cospirazione per la alleanza di tutto ciò che vive, per la coesione dei mondi.
NEANCHE UN PASSERO

«Non temete coloro che uccidono il corpo, ma non pos­sono uccidere l’anima, temete piuttosto colui che può far perdere anima e corpo nella Geenna. Non si vendono for­se due passeri per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà in terra senza che il Padre vostro lo voglia. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete dunque; voi valete più di molti passeri» (Mt 10,28-31).

Voi valete più di molti passeri‘. Voi avete il nido nelle mani di Dio. Ogni volta di fronte a queste parole sento paura e dol­cezza insieme, la paura di non coglierne il senso totale: un Dio che si prende cura dei passeri, un Dio che ti conta i capelli in capo.

Eppure cadono a terra i passeri. Eppure muoiono i bambini. E nulla accade senza che Dio lo voglia, dice Gesù. Ma allora è Dio che spezza il volo? Allora è Dio che vuole la morte? I passeri cadono, i piccoli muoiono, e Dio che cosa fa? Dio vive il dramma di coloro che gli stanno a cuore. Il dramma è nostro ma anche di Dio. Infatti: «ogni volta che avete dato anche solo un bic­chiere d’acqua», ogni volta che avete rimesso in volo uno di questi piccoli, «l’avete fatto a me!» (Mt 25, 40). Unico dramma, unico amore: Dio si è nascosto nel­l’uomo. Ma c’è una parola tradotta male. Noi leggiamo: ‘nep­pure un passero cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia’ (v. 29). La parola greca originaria non indica il volere di Dio, ma: ‘senza che il Padre vostro lo sappia’. Nulla accade all’insaputa di Dio, non contro il volere di Dio. Perché molte cose accadono contro il volere di Dio. Ogni odio è contro il volere di Dio. Dio sa, Dio è presente, è accanto.

Altri sono quelli che piantano, che drizzano le croci, altri sono quelli che liberamente abbattono uomini e spe­ranze: Dio sa e soffre insieme e vive accanto. Ed è lì con una parola, l’unica, anzi, appena un vagito di parola, ma l’unica soluzione è in essa: Risurrezione.

È del premio nobel Elie Wiesel un toccante racconto intitolato ‘L’angelo dagli occhi tristi’.

In un campo di concentramento i prigionieri ebrei de­vono assistere alla impiccagione dei loro compagni.

Tra i condannati c’è anche un bambino di dieci anni, chiamato ‘l’angelo dagli occhi tristi’.

E mentre gli altri condannati sono raccolti da una mor­te pietosa e rapida, il bambino è quello che più fatica a morire. E i prigionieri sono lì davanti e piangono.

E una donna grida: Jahvè, dove sei?

Il rabbino si gira, stringe a sé la donna e le dice piano:

“Donna, non vedi? Dio è lì che muore in quel bambino”.

Dramma di Dio, dramma della libertà.

Dio può tutto, certo. Ma Dio è amore, e allora può solo ciò che l’amore può. L’amore non può togliere la libertà, l’amore non può costringere, non può fare paura. Dio sa, è presente, è ai piedi delle croci, ma non schio­da dal legno. Moltiplica il coraggio. Dio non elimina gli uccisori dei corpi. Dice che qualcosa vale più del corpo. Non ci tira fuori dalla tempesta, ci dà energia per conti­nuare a remare dentro la tempesta.

Dio fa miracoli controvoglia, dice Giovanni della Croce. E noi proseguiamo sulle vie di un mondo barbaro e magnifico non per i prodigi di Dio, che pure ci sono ( ‘I miracoli sono troppo numerosi’, affermava Michel de Certeau), ma per il miracolo di una speranza più forte del­la tomba, per il miracolo di coloro che sanno di avere il ni­do nelle mani di Dio, il miracolo di amori che non si arrendono, di cuori che non disarmano. Il miracolo è nei valori del Vangelo che mi hanno cambiato il cuore, facendolo capace, forse un giorno, di amare i nemici, perfino di amare gli uc­cisori del corpo.

Ci saranno tempeste, e notti, e reti di cacciatori (Sal 9, 30), ci sarà anche la morte, ma so che dopo ritroverò le mani di Dio. Riascoltiamo san Paolo che dice: «Nulla ci potrà se­parare dall’amore di Dio, né torture, né spada, né ango­scia, né notte, né morte, né angeli, né demoni» (Rm8, 39). E tutte queste cose accadranno con dolore, ma ritroverò le mani di Dio là dove c’è il mio nido, perché qualcosa vale più della vita, perché queste cose non fanno morire l’ani­ma.

Dio non è come quei genitori soffocanti di premure che vogliono evitare ai figli qualsiasi prova, qualsiasi sconfitta o fatica; genitori incapaci, il cui figlio resterà un eterno bambino, incapace a sua volta di affrontare la vita, senza obiettivi e senza mezzi per raggiungerli, incapace di mordere il pane duro delle lacrime. Un figlio che al pri­mo inevitabile scontro con il dolore si sentirà inadeguato, finirà per sottovalutarsi, sarà preda della depressione, e fi­nirà per volersi male.

Dio è con noi, ma non al posto nostro.. Il dramma non è perdere la vita, il dramma è non avere niente per cui valga la pena perdere la vita. «Temete invece chi ha il potere di uccidere l’anima» (v.28). E chi può far perire l’anima se non la superficialità, e il culto dell’effimero, e la cultura dell’apparire? Che cosa fa morire l’anima se non la sterilità e l’indif­ferenza?

L’anima può morire; l’anima ti può morire dentro quando non metti cuore in ciò che fai e sei ipocrita; l’ani­ma muore quando ti metti a disanimare gli altri attorno a te, cioè a togliere anima e coraggio, e a deridere gli ideali e forse a ridere degli innamorati e dei poeti. Le anime morte sono quelle del disamore. Quelle che non sono niente, né calde né fredde, né cristiane né pagane: anime morte.

Per essere vivi bastano forse due cose: amare qualcuno e la curiosità af­fettuosa verso il mondo, la scienza, l’arte, l’uomo. Manteniamo viva la nostra anima. Manteniamo la certezza che possiamo re­stare vivi in un universo fervente di vita.



(E. M. Ronchi, Dieci cammelli inginocchiati, 1998)

NON INQUIETATEVI

Da M. DUMAIS, Il discorso della montagna, Elledici, Torino 1999.

Il messaggio del testo appare facilmente a una prima lettura: non inquietatevi per le necessità fondamentali dell'esistenza, come il nutri­mento e il vestito, perché avete un Padre celeste che si preoccupa di voi (vv. 25-32): «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (v. 33).

Il lettore moderno non può non interrogarsi su questo insegna­mento e sugli argomenti dati per sostenerlo. L'atteggiamento coman­dato non è forse fuori dalla realtà e impraticabile? Come possiamo non preoccuparci dei bisogni umani fondamentali? Un simile invito non si trova nella sapienza giudaica che è più pratica. Possiamo forse vivere nel nostro mondo senza lavorare per assicurare la propria sussi­stenza e senza prevedere per l'avvenire? Ancor più, ogni uccello affa­mato sembra rifiutare l'argomento di Gesù, a maggior ragione le care­stie dei popoli di cui il nostro mondo mediatico ci ricorda costante­mente l'esistenza. Non ci si meraviglia proprio se questo passo ha rice­vuto la severa critica di parecchi autori e se la storia della sua inter­pretazione sia, in buona parte, una difesa contro questi attacchi.

Vediamo innanzitutto la struttura e il modo di argomentare del te­sto. Poi prenderemo in considerazione gli elementi principali del con­tenuto. Solo cosi potremo meglio cogliere la reale portata del passo.
1. MODO DI ARGOMENTARE E STRUTTURA DEL TESTO

Il comandamento «Non affanna­tevi» è l'espressione chiave del testo. Essa appare, infatti all'inizio e alla fine, dando luogo al fenomeno dell'inclusione; e poi ancora al centro (v 31), introdotta dall'avverbio «dunque», assicurando il legame tra quanto precede e quanto segue. In più, lo stesso verbo ricorre altre tre volte nel passo (vv. 27.28.34). Precisa­re il significato e la portata di questo termine/tema dominante è dav­vero il principale problema posto all'interprete.

L'invito a non inquietarsi o affannarsi per il proprio nutrimento e vestito è sostenuto, a titolo di prova, da due esempi, tratti dall'espe­rienza corrente, di umili creature che la Provvidenza divina colma di tutto il necessario: «Guardate gli uccelli del cielo... i gigli dei campi» (vv. 26.30). Quindi, la dimostrazione si sviluppa ricordando, dopo ogni esempio, la grandezza della persona umana agli occhi di Dio: «Non contate voi forse più di loro?» (v. 26); «Dio non farà assai più per voi?» (v. 30). La conclusione enuncia positivamente, in antitesi, il precetto preparato da tutto lo sviluppo: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia» (v. 33). Nel v. 34, che appare come un'appendice, un detto di sapienza popolare conferma l'insegnamento dato.

C'è una tecnica nel modo di argomentare che attraversa tutto il passo: l'uso della domanda retorica (vv. 25.26.27.28.30). Questo proce­dimento oratorio, frequente nella saggezza giudaica popolare dell'e­poca, è un modo per condurre l'uditore a entrare nel ragionamento dell'oratore e a lasciarsi convincere. Nei vv. 26.30, siamo in presenza di un tipo speciale di domanda retorica, chiamata in ebraico qual wahomer, correntemente usata dal rabbini. Con un procedimento che si svilup­pa dal meno al più, l'oratore va al di là della do­manda suggerendo la risposta. Nel nostro testo, il procedimento è usa­to per ciascuno dei due elementi fondamentali di cui non bisogna in­quietarsi: il nutrimento (esempio degli uccelli) e il vestito (esempio dei gigli). Il parallelismo dei due sviluppi testimonia la bella armonia della costruzione del testo:




Guardate gli uccelli del cie­lo; (v 26)

Imparate dai gigli dei cam­pi; (v. 28)


non seminano, non mieto­no, non ammassano nei granai; (v. 26)

non lavorano e non filano; (v. 28)


e il Padre vostro celeste li nutre; (v. 26)

Dio veste così l'erba del campo; (v. 30)

Non contate voi forse più di loro? (v. 26).


Non farà assai più per voi, gente di poca fede? (v 30).

Più di un lettore contemporaneo si interrogherebbe sul valore de­gli esempi che servono come fondamento all'argomentazione. Sono forse il riflesso di una visione ottimista della natura, di cui troviamo pa­ralleli negli scritti rabbinici e stoici? In un testo rabbinico si legge: «Hai tu mai veduto un animale o un uccello esercitare una professione? Ep­pure essi si alimentano senza affanni» e in un testo stoico si dice: «Gli uccelli non mancano di nulla; il bestiame vive per il pre­sente». Nel pensiero ebraico, il lavoro umano è legato alla condizione peccatrice che proviene dalla mancanza originale.

L'invito a non affannarsi per i mezzi di sussistenza non si può com­prendere senza l'invito enunciato nel v. 33 che si presenta come il se­condo membro di un'antitesi: «Ma cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia...». È nell'opposizione tra queste due frasi, che inizia­no con verbi che si richiamano: «affannarsi - cercare», che si colloca l'insegnamento del testo. L'ansietà scomparirà nella misura in cui ci sarà una vera ricerca del Regno di Dio e della sua giustizia.

2. ANALISI

La considerazione portata agli elementi principali del testo permet­te di cogliere meglio, tutte insieme e allo stesso tempo, le sfumature e la ricchezza dell'insegnamento qui offerto.

I dizionari attribuiscono al verbo merimnan tutta la gamma di si­gnificati che può prendere l'idea di «preoccuparsi» di qualche cosa o di qualcuno. Ma il contesto degli usi del verbo nel nostro passo dimo­stra che qui si tratta di una preoccupazione ansiosa, che procede da una mancanza di fede (v.30) e che conduce a porsi domande inquiete (cf v. 31). La maggioranza dei commentatori sottoscriverebbe questa definizione data da Dupont: «Il merimnon è l'uomo preoccupato che si dà pensiero e se la prende fino ad arrivare a uno stato di ansietà». L'opposizione tra la preoccupazione espressa nei vv. 25.30 e quella for­mulata nel v. 33 indica chiaramente che la prima rimanda a una preoc­cupazione inquieta, eccessiva nei riguardi dei beni dell'esistenza, che risulta da una mancanza di opzione fondamentale per Dio. Malgrado quel che, a prima vista, suggerisce il paragone con gli uccelli e i gigli che non lavorano per nutrirsi e vestirsi, non si può vedere in questo passo un invito a «scartare la preveggenza che si ha e la pena che co­munemente ci prende per la propria sussistenza». Quest'interpretazione è stata volgarizzata da Jeremias, il quale scrive: «È dimostrato chiaramente soprattutto dalle nostre due immagini, che non parlano di preoccupazione, bensì di fatica: Gesù vieta, dunque, ai discepoli di darsi da fare per nutrirsi e abbigliarsi. Un divieto di lavoro!».

Con lo strano richiamo degli uccelli che «non seminano né mie­tono» (v. 26), l'autore vuole probabilmente alludere a due lavori carat­teristici dell'uomo dell'epoca; stessa cosa, per il richiamo ai gigli che «non si affaticano (filano; Lc 12,27) né tessono» (v. 28), il rimando è ai compiti riservati alle donne. All'origine di queste formu­le, possiamo forse vedere un insegnamento rivolto da Gesù al suoi~di­scepoli (uomini e donne?) che, come lui, avevano lasciato il loro me­stiere a causa del Regno? Il messaggio sarebbe stato particolarmente carico di senso per la comunità dei discepoli itineranti che vivevano un impegno radicale per il Regno. Comunque sia, non si vuole affermare che i discepoli non debbano lavorare. I vv. 26-30 sono un richiamo alla fiducia nel Padre celeste che prendendosi cura della sue più piccole creature, non potrebbe abbandonare la persona umana che per lui va­le assai di più. L'ultima parola del v. 30, «gente di poca fe­de», è usata nel Vangelo di Matteo per caratterizzare la situazione dei discepoli che hanno paura e sono inquieti perché dubitano della be­nevola potenza del Signore (cf 8,26; 14,31).

- Il modo di argomentare a partire dai due esempi degli uccelli e dei gigli è rotto da una digressione, che appare come un nuovo argomento: «Chi di voi, affannandosi, può aggiungere...? » (v. 27). Il signifi­cato delle ultime parole della frase - che non abbiamo tradotto - è da sempre causa di discussioni. Infatti, il termine può essere reso con «età» o «statura», e, quindi, essere inteso nel senso che è impossi­bile aggiungere un istante solo alla propria vita (opinione comune) o che è impossibile aggiungere una spanna alla propria statura. Qualunque sia la traduzione, l'idea rimane fondamental­mente la stessa: nessun essere umano può modificare ciò che il Crea­tore ha deciso per lui. Perciò l'ansietà è inutile.

- Il v. 32 presenta i «pagani» come antimodello: essi «ricercano tut­to ciò» con inquietudine (epizetein ricorre altre due volte in Mt 12,39 e 16,4; dove si tratta del vano reclamo dei segni). Il lettore si ricorderà della presentazione già fatta dei pagani nel discorso della montagna (DM): essi limitano il loro saluto (il loro amore) soltanto ai propri fratelli (5,47); nelle loro pre­ghiere di richiesta non si rivolgono a Dio con fiducia perché essi non lo vedono come un Padre che conosce le loro necessità (6,7-8). La chiara allusione all'introduzione al “Padrenostro” invita a leggere il ver­setto che segue (v. 33) - e che tratta d'altronde dell'oggetto della pri­ma richiesta, la venuta del Regno - in un atteggiamento di relazione piena di fiducia di fronte a Dio il Padre che sa di che cosa abbiamo bi­sogno.

- «Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia» (v. 33). Questa ricerca «è preoccupazione, ma non ansietà». Con la mag­gioranza degli interpreti, come altrove nel Van­gelo di Matteo, la giustizia (dikaiosyne) in 6,33 significa una condotta umana conforme alle esigenze di Dio, così come sono state rivelate da Gesù nel DM. Questa giustizia da cercare è qualificata giustizia «di Dio» nel senso che è chiesta da Dio e che Dio ne definisce le compo­nenti. L'accostamento di «Regno» e «giustizia» corrisponde alla secon­da e terza richiesta del “Padrenostro”, con la differenza che qui è messo prima il compito della persona, mentre nella preghiera è l'agire di Dio che è in primo piano. Perciò, l'impegno umano non può essere disso­ciato dall'agire di Dio.

Se bisogna cercare «prima» (proton), cioè al di sopra di tutto, il Regno e la giustizia, questa ricerca fondamentale non esclude, ma piuttosto include la preoccupazione legittima (non ansiosa) dei biso­gni fondamentali dell'esistenza. Il parallelo con il Padrenostro appare una volta di più: dopo la preghiera per il Regno e la volontà di Dio (6,10), segue una richiesta che riguarda il nostro pane quotidiano (6,11). L'equilibrio è salvaguardato: il discepolo di Gesù deve cercare il Regno, la giustizia e la sua propria sussistenza, mediante la preghiera (6,10-11) e mettendo in atto i suoi modesti sforzi (6,33).

In 6,33, con quest'ultimo richiamo alla giustizia nel DM, tutto il campo dell'agire umano è ricoperto. «Cercare la giustizia di Dio»; si­gnifica cercare il giusto modo che piace a Dio, non soltanto nella pro­pria relazione con gli altri (5,20-48) e con Dio (6,1-18), ma anche nel­la propria relazione con i beni materiali (6,19-34).

- Il v. 34 è un'aggiunta secondaria, legata a quanto precede più me­diante la parola aggancio «affannarsi» che mediante il soggetto tratta­to. Tre brevi frasi riprendono alcuni temi della saggezza popolare, co­me attestano numerosi paralleli: «Non affannatevi dunque per il do­mani; il domani avrà già i suoi affanni. A ciascun giorno basta la sua pe­na ("il suo male")». Simili proverbi possono essere intesi in diversi mo­di. Un'interpretazione possibile: ogni pianificazione precisa è vana, perché il domani porterà con sé situazioni nuove e nuovi problemi di cui bisognerà tener conto a suo tempo. Nella lettera di Gc 4,13-14, l'invito a non preoccuparsi del domani è unito al richiamo alla possibilità di non essere più di questo mondo il giorno seguente. Inseriti alla fine della pericope 6,25-33, questi proverbi acquistano una nuova dimensione di senso: l'ansietà nei riguardi del domani è inutile perché il Padre, colmo di benevolenza per i suoi figli, è il Padrone del futuro.


3. RIFLESSIONI SUL SENSO

L'insegnamento principale della pericope porta sulla fiducia in Dio e nella sua provvidenza, da cui proviene, di conseguenza, l'allontana­mento di ogni ansietà in relazione al sopravvivere. In altri termini: la preoccupazione inquieta di fronte alle necessità della vita rivela l'op­zione fondamentale della persona che mette la sua sicurezza in se stes­sa e nei suoi sforzi umani piuttosto che in Dio. La persona che ricerca al di sopra di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia non si lascerà do­minare dell'ansietà di fronte alle necessità dell'esistenza terrestre. Un insegnamento simile si legge in 1 Pt 5,7: «Gettate in lui (in Dio) ogni vostra preoccupazione perché egli ha cura di voi». Come nei vv. 19-24 che precedono i vv. 25-34 siamo invitati a una ricerca dell'essenziale. Sono un appello a riflettere sull'opzione di base della nostra vita e sul­le conseguenze che ciò comporta.

Certi argomenti dati per invitare ad abbandonare ogni preoccupa­zione ansiosa probabilmente non convinceranno uno spirito moderno occidentale. E X. D'sa ha dimostrato che il modo di argomentare ri­chiama la teoria indiana del «dhvani»: un insieme di proposizioni sug­gestive portano il lettore a una profondità che si può sperimentare, ma non esprimere. Bisogna comprendere bene nel nostro passo che le ar­gomentazioni di tipo sapienziale e le conclusioni etiche trovano il loro valore soltanto sul fondamento dell'escatologia: è la convinzione della venuta del Regno, ed essa soltanto, che permette di non lasciarci assorbire dall'ansietà; solo perché già sappiamo che Dio nostro Padre è inserito nella nostra storia presente e futura - e che egli mantiene una relazione speciale con ciascuno di noi - che noi siamo fiduciosi di fronte al futuro che ci è riservato. L'assenza di ansietà di fronte alle necessità della vita terrestre non rappresenta, insomma, che il rovescio dell'opzione primaria per Dio e il suo Regno.

Il messaggio insegnato, a partire dall'esempio degli uccelli e dei gigli, in nessun modo è un appello all'indifferenza e all'evasione di fronte alle fatiche richieste per vivere in questo mondo. L'appello di Gesù si colloca su un registro ben diverso. Nella luce del Regno, le nostre preoccupazioni terrestri assumono la loro giusta proporzione.

Nei primi secoli cristiani, non si è, in genere, capito il nostro testo come un invito all'ozio. Gerolamo ha espresso l'insegnamento di Gesù in una formula breve, sovente ripresa: «Labor exercendus est, sollicitu­do tollenda (Il lavoro va fatto; la preoccupazione va tolta)». Tra i monaci, il lavoro è stato, assai presto, visto come una componente essenziale della vita monastica. Ma certe comunità, sull'esempio di Pacomio hanno inteso e vissuto Mt 6,34 come un invito a distribuire ai poveri il superfluo del proprio lavoro.

Oggi, Mt 6,25-34 sembra esercitare un nuovo fascino. In un mondo che mette un forte accento sulla produzione e la pianificazione, l'inse­gnamento di Gesù sembra portare una brezza nuova e aprire alla pos­sibilità di una vita più spontanea e più libera dalle preoccupazioni. Di recente, alcuni autori hanno proposto una lettura ecologica del passo.

Bisogna rallegrarsi che i testi biblici, altamente simbolici, facciano posto a un apertura di senso che risponda a nuove situazioni. Tuttavia, le nuove letture non dovrebbero annullare il senso primario del testo. Il progetto di vita «alternativa» che è l'oggetto di questo passo, è es­senzialmente quello del servizio di Dio e del suo Regno; quello di uno stile diverso di vita umana non basta. La portata del messaggio etico (o ecologico) del testo è relativo al significato teologico che lo sottende e fonda.

Mt 6,25-34 era uno dei passi preferiti dal filosofo S. Kierkegaard. Ne ha scritto tre commenti diversi (pubblicati nel 1847,1848 e 1849). Vi si riconosce il pensiero «esistenzialista» dell'autore: l'esistenza umana è segnata dall'angoscia (ansietà) ed è messa di fronte alla necessità di fa­re il salto della fede e di impegnare tutta la propria vita per Dio.



La preghiera - Dall'ansia alla preghiera

(da H. Nouwen, “Vivere nello Spirito”)


Uno dei modi meno idonei per smetterla di angosciarci è cercare di non pensare alle cose che ci procurano quest'ansia. Non possiamo scacciare le nostre ansie con la mente. Quando giaccio nel mio letto e mi preoccupo per il prossimo incontro, non posso far cessare le mie ansie dicendomi: "Non pensare a queste cose; addormentati. Le cose si metteranno a posto domani." La mia mente risponde semplicemente: "Come lo sai?", e ricomincia ad angosciarsi.

L'invito di Gesù ad applicarci col cuore al suo Regno in un certo senso è paradossale. Si potrebbe interpretarlo cosi: "Se vuoi angosciarti, fallo per qualcosa per cui valga la pena. Preoccupati di cose più grandi della tua famiglia, dei tuoi amici, o dell'incontro di domani. Preoccupati delle cose di Dio: la verità, la vita, la luce!". Appena applichiamo il nostro cuore a queste cose la nostra mente smette di agitarsi, perché entriamo in comunione con Colui che è presente con noi qui e ora, ed è qui per darci quello di cui abbiamo più bisogno. L'ansia diventa allora preghiera, e i nostri sentimenti di impotenza si trasformano nella coscienza di essere fortificati dallo Spirito di Dio.

In verità, con l'ansia non possiamo prolungare la nostra vita, ma possiamo andare molto al di là dei confini della nostra breve esistenza e reclamare la vita eterna quali diletti figli di Dio.

Con questo le nostre ansie finiranno? Probabilmente no. Finché siamo in questo mondo, pieno di tensioni e di pressioni, la nostra mente non sarà mai libera dall'ansia, ma se siamo costanti nel tornare col cuore e con la mente all'amore di Dio che ci avvolge, allora possiamo continuare a sorridere del nostro io ansioso e a tenere occhi ed orecchi aperti alle visioni e ai suoni del Regno.


SALMO 130 (da C. M. Martini, Il desiderio di Dio, Centro Ambrosiano, Milano 2002)
Il salmo 130 può indicare bene l'inizio del cammino dell’uomo verso Dio. È uno dei più brevi di tutto il salterio, composto soltanto di tre strofe. Potrebbe persino sembrare troppo semplice, quasi un salmo su cui non c’è niente da dire, perché è tutto chiaro già con le parole con le quali viene enunciato. Tuttavia, dietro questa semplicità apparente, questo salmo nasconde molti problemi, suscita in noi molti interrogativi; quindi cerchiamo di capirlo, chiedendo al Signore che ci dia davvero un cuore semplice, capace di accogliere la Parola di Dio con tale chiarezza che ci permet­ta di coglierne tutte le profondità.

Il salmo è composto da tre strofe molto brevi, l'ultima più breve di tutte:

- Nella prima strofa (v. 1) c'è la descrizione di ciò che l'uomo non deve fare; è una serie di espressioni negative:

«Non si inorgoglisce il mio cuore, non si leva con superbia il mio sguardo, non vado in cerca di cose grandi». Quindi que­sta prima strofa definisce ciò che l'uomo di fronte a Dio non vuole essere, non deve essere, anche se purtroppo sente di essere così; ma vuole diventare diverso.

- La seconda strofa (v. 2) esprime invece ciò che l'uomo in realtà è di fronte a Dio, ciò che vuole essere di fronte a Dio: «Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come bimbo svezzato è l'anima mia». In questa seconda strofa tutto è detto con un paragone, quello del bambino nelle braccia della madre.

- La terza strofa (v. 3) inaspettatamente riporta quella scena, che sembra soltanto individuale, nell'ambito dell'in­tero popolo di Dio; ciò che è detto qui vale non solo per l'uo­mo singolo, ma è per tutto il popolo.

Ecco, molto semplicemente, il messaggio del salmo, ciò che esso ci dice a prima lettura.

Ma se noi ci riflettiamo un po' di più, incominciano a nascere delle domande, dei problemi. Questo salmo non è così evidente, così ovvio come sembra.

Prendiamo per esempio la prima strofa: «Non vado in cerca di cose grandi». Perché? Non è forse una caratteristica intima dell'uomo questo bisogno continuo di superarsi, di cercare cose al di sopra di sé, più grandi di sé? Anche per quanto riguarda la seconda strofa, con l'immagine del bam­bino in braccio alla madre, potremmo domandarci: «Ma co­me può l'uomo dormire così quando il mondo è in agonia? Come può l'uomo desiderare come ideale questa placidità quando tutte le cose intorno sono in tumulto?
Cominciamo da ciò che sembra più semplice, questa im­magine del bimbo svezzato in braccio a sua madre. Anche dal punto di vista linguistico della traduzione non è facile capirla, perché l'immagine più immediata che potrebbe venirci in mente è quella del bambino di pochi mesi che pian­ge e si agita perché vuole il latte. E una volta che è stato allat­tato, che è stato nutrito, allora si addormenta tranquillo tra le braccia della madre. Questa sembra l'immagine più giusta: il bambino allattato è pacifico. In realtà, però, il testo parla divezzato, cioè di un bimbo slattato, che ha già superato il primo tempo di vita. Anzi, secondo ciò che sappiamo del mondo antico, del mondo ebraico, del mondo orientale, e da qualche indicazione che ci dà la Bibbia, il termine del perio­do di allattamento avveniva dopo tempi piuttosto lunghi.

Quindi la parola ebraica non corrisponde alle sole due parole italiane, ma è sostantivo che significa «un bimbo di tre anni»; un bambino che ha terminato il ciclo dell'allatta­mento e già si muove, cammina, sa già parlare. L'immagine non è del neonato, ma del piccolo bimbo che già comincia a muoversi e agitarsi. E allora mi sembra che si voglia dire qualcosa di più di ciò che noi intendiamo comunemente: è il bambino che ha già scelto la madre, cioè che ha cominciato a riconoscerla, a capirla coscientemente come persona in cui può avere piena fiducia. È un bambino che già comincia a muoversi, a giocare, a incontrare altri, e ad un certo momen­to è preso da spavento perché si trova di fronte a persone o a cose più grandi di lui; allora corre a rifugiarsi tra le brac­cia della madre, e là ritrova la sua serenità, ritrova la sua pace. È un bambino che nei primi momenti in cui affronta la vita sa di avere un punto sicuro di riferimento, dal quale ripartirà poi per affrontare nuovamente la vita.

Questo bambino non è abbandonato a se stesso, ma pro­cede nell'esistenza avendo un punto di riferimento assoluto di cui non può dubitare in nessuna maniera, nel quale sa che può rifugiarsi, e da cui può ripartire per affrontare la vita con coraggio.

Leggerei così questa seconda strofa, in un senso che vor­rebbe dar ragione piena alle parole del testo originale ebrai­co. E, se possiamo leggere dietro a queste parole qualcosa di più di ciò che esse non ci dicano a prima vista, qualcosa di simile avviene anche se tentiamo una rilettura della prima strofa.

Là dove la traduzione italiana ci dice: «non si inorgogli­sce il mio cuore», in realtà l'ebraico dice: «Il mio cuore non monta in alto, non va sulle alture, i miei occhi non si ten­dono verso l'alto». Che cosa si può leggere dietro a queste espressioni? In realtà sono espressioni che richiamano il culto delle alture, il culto degli idoli che si trovano sulle mon­tagne, a cui l'uomo guarda per avere un'immediata sicurez­za. Qui, dunque, non sta parlando semplicemente l'uomo che ha raggiunto una certa mediocrità dell'esistenza, e quin­di ha imparato a rinunciare a desideri più grandi di sé per una certa filosofia quasi scettica, dicendo: «Tanto vale desi­derare poco, perché nella vita si può ottenere poco»; non è l'uomo che ha imparato attraverso una maturità un po' stan­ca a mettere d'accordo desideri e realizzazioni restringendo l'ambito dei desideri.

Non è quest'uomo, come ci potrebbe sembrare a una prima lettura; ma è l'uomo che cerca la sua grandezza, la verità di se stesso non affidandosi agli idoli, alle opere delle sue mani; ai sogni ambiziosi della sua potenza, diventati mitici e idolatrati come potenze delle quali egli potrebbe disporre in qualunque modo. È l'uomo che, avendo rifiuta­to tutte le forme di idolatria, riconosce che l'unica grandez­za è Dio. Questo non andare in cerca di cose grandi - non levare con superbia lo sguardo - vuol dire per l'uomo bibli­co: Dio solo è grande; è quindi l'uomo che riconosce la gran­dezza infinita di Dio. Di fronte a questa grandezza si sente povero, si sente nulla, ma la sua nullità lo riempie di serenità, di autenticità.

C'è un'altra espressione in questa prima strofa che vale la pena di capire meglio, quella che in italiano è tradotta: «non vado in cerca di cose superiori alle mie forze». Anche qui è piuttosto un tentativo di traduzione, perché in realtà l'ebrai­co dice: «non cammino», cioè non mi muovo, non vivo la mia espressione umana basandomi su cose strepitose; non cerco le apparenze, ma mi fisso alla verità assoluta di Dio.

Vedete che gradualmente, cercando di capire il salmo, noi usciamo da una interpretazione un po' troppo ovvia, immediata (come fosse il salmo della semplicità tranquilla, della mediocrità, raggiunta attraverso lo smorzarsi dei desi­deri); entriamo invece nel cuore del suo significato: l'uomo che riconosce che Dio è tutto, che Dio solo è grande, che di Dio ci si può fidare incondizionatamente, e che quindi in Dio tutto può essere tentato; perché anche se a noi appare piccolo ciò che facciamo, tutto ha valore in quel Dio al quale ci siamo totalmente dedicati.

Abbiamo cercato così di capire un po' che cosa c'è dietro alle parole del salmo, di leggere quella intuizione spirituale in cui esso affonda le radici. È un senso profondissimo dell'assoluto di Dio, di Dio baluardo fermissimo per l'uomo; di Dio realtà alla quale l'uomo si può affidare ciecamente, di fronte al quale l'uomo non è niente, ma nel quale tutto è pos­sibile.

Nulla è superiore alle forze dell'uomo quando compie ogni cosa in Dio e secondo la verità che egli, giorno per gior­no, ci manifesta; quando l'uomo non cammina più dietro ai suoi sogni, ma nella verità di Dio.






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