Siate perfetti



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Catechesi sul DISCORSO DELLA MONTAGNA/7


(foglio per l’animatore)

 commento contenuto in UCD Verona, Siate perfetti come il Padre vostro, EDB, Bologna 1995, pp. 79-89; pp. 160-164.


AMARE I NEMICI (Mt 5,43-48)
L’ incontro potrebbe svolgersi in questo modo:

Preghiera iniziale




Breve giro proiettivo

“Amare il nemico”: è opportuno fermarsi in fase proiettiva sulla nozione di nemico.

Secondo te: “Quando una persona ti è nemica?”

- quando percepiamo l’ostilità di qualcuno nei nostri confronti (ma non sempre questa percezione è corretta);

- quando subiamo ingiustizie e persecuzioni da parte di qualcuno (ma è sempre utile chiedersi il perché);

- oppure siamo noi stessi a dividere il mondo in amici e nemici, persone che apprezziamo e persone che consideriamo rivali…? Perché?


Lettura del testo







Esaminando il testo, proviamo a ricavare insieme:

Chi sono i nemici che Gesù comanda di amare?

Che significa amare?

(cfr. commento di M. Dumais: v. 44)



Approfondimento







Si vedano i commenti di Dalla Vecchia (nel foglietto) e di Dumais (riportato qui sotto).

RIESPRESSIONE

Si veda la proposta sul foglietto.


Marcel DUMAIS, Il discorso della montagna, Elledici, Torino 1999: commento a Mt 5, 44-48.


Versetto 44

Consideriamo ora quattro questioni:



  • Chi sono i nemici che Gesù comanda di amare?

  • Che significa amare?

  • Questo comandamento cri­stiano è veramente nuovo nel mondo dell'epoca?

  • Proviene da Gesù o è stato formulato nella Chiesa primitiva?

Ai tempi di Gesù, i nemici sono innanzitutto quelli del popolo: le for­ze romane di occupazione. Ma, ai tempi di Matteo, i nemici considerati in 5,44 non sono i nemici nazionali romani, al quali non allude nel nostro passo. Il contesto che segue dimostra chiaramente che i nemici da amare sono in primo luogo e soprattutto i persecutori dei cristiani: «Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori ». In Matteo, come altrove nel Nuovo Testamento, il verbo “perseguitare” e il sostantivo corrispondente sono termini tecnici per esprimere la per­secuzione subita dai cristiani a causa della loro religione. Tra questi nemici religiosi, bisogna pensare in pri­mo luogo agli Ebrei che costituivano «la sinagoga» con cui la Chiesa di Matteo era in polemica, senza dover dimenticare il mondo pagano che pure opprimeva i cristiani (cf Mt 10,22; 24,9: «sarete odiati da tutti i pa­gani a causa del mio nome»). L'invito del v. 47 a non salutare unicamente i propri «fratelli», cioè i membri della propria comunità cristiana (cf 18,15.21; 23,8; 25,40), con­ferma che i nemici da amare sono innanzitutto quelli che non condivi­dono la stessa fede.

Ma il comandamento nuovo di amare i propri nemici non riguarda soltanto i nemici collettivi, riguarda anche ogni nemico personale co­me lo spiega la richiesta di non amare unicamente «quelli che ci amano» (v. 46). Gesù invita ad andare oltre ogni nostra tendenza naturale ad amare soltanto quelli che manifestano un certo interesse e affetto per noi. L'amore del cristiano deve rivolgersi anche a tutti coloro che non l'amano e che giungono persino a fargli personalmente dei torti. In uno studio, centrato sul termine «nemico», Moulder (1978) ha dimostrato che il comandamento di Cristo, in Matteo e Lu­ca, rimanda ai nemici collettivi e a quelli personali.
L'amore di cui parla Gesù non è fatto di emozioni o di sentimenti. È un atteggiamento di benevolenza, che si traduce in azioni concrete: «pregare» per coloro che ci perseguitano (v. 44b), «salutare» quelli che non sono nostri fratelli (v. 47). Amare i propri nemici significa pregare Dio per loro e salutarli, cioè augurare loro la «pace», augurare loro di essere beneficiari dei beni messianici promessi da Dio (è il sen­so del saluto ebraico “Shalom”! cf Mt 10,12; Lc 10,5.6). Nel passo parallelo di Luca, il comandamento di amare i propri nemici è precisato da tre imperativi: «fate del bene», «benedite» e «pregate». Per Gesù, «amore» significa quindi benevolenza attiva nei riguardi di tutti gli uomini, ricerca del loro bene, preghiera a Dio in loro favore.
Il precetto dell'amore dei nemici è proprio di Gesù? La questione è stata oggetto di lunghi dibattiti […].

L'Antico Testamento contiene alcune consegne che invitano ad aiutare il proprio nemico in certe situazioni urgenti (cf Es 23, 5; Pv 25,21). Questi inviti sono stati ripresi in alcuni testi della letteratura rabbinica ma non si dice mai di «amare» i propri nemici. C'è una considerevole differenza tra queste prescrizioni dell'Antico Testamento e del giudaismo antico che chiede di adottare un comportamento soccorrevole nei riguardi del nemico privato israelita e l'insegnamento di Gesù che prescrive un ve­ro amore per i nemici stessi del popolo. Molti autori ebrei contempo­ranei rilevano questa differenza e si affrettano a notare che l'etica ebraica non è idealista, ma ha la preoccupazione di esprimere ciò che è umanamente praticabile.

Nella filosofia greca, in particolare nello stoicismo, si leggono certe consegne che riguardano il dovere di amare tutti gli essere umani; anche i propri nemici. Così, secondo Marco Aurelio, «è proprio dell'uo­mo amare anche quelli che l'offendono». Comunque non si dà lo stesso motivo che si trova negli scritti evangelici: se si debbono amare i propri nemici, lo si fa perché si deve rispettare la natura, nella quale tutti gli uomini formano un tutto organico che l'odio disarticola. L'a­more dei nemici è visto, non come una cosa straordinaria, ma come una cosa normale. I testi stoici, apparentemente paralleli a quelli del Vangelo, si allontanano quindi assai dall'insegnamento di Gesù, il qua­le afferma che la tendenza umana naturale è di amare soltanto quelli che ci amano (Mt 5,46) e che fonda il comandamento di amare i pro­pri nemici su un appello a imitare il comportamento verso tutti che è proprio di un Dio che è un essere personale.

Perciò, così come viene formulato in Mt 5,43-44 e Lc 6,27.35, il co­mandamento cristiano di amare i propri nemici è irriducibile a ogni altra corrente di pensiero. Mai, prima di Gesù, il precetto è stato espresso in un modo così radicale e assoluto. L'autore ebreo D. Flus­ser, specialista dell'epoca del Nuovo Testamento, ha scritto: «Il coman­damento dell'amore dei nemici resta una caratteristica esclusiva di Ge­sù» e aggiunge: «Gesù andava ancora più lontano sulla via che costoro (i farisei della scuola di Hillel) avevano preparato. Era il solo che pre­dicasse l'amore incondizionato, specialmente l'amore per il nemico e per il peccatore».

Sottolineiamo una caratteristica del comandamento evangelico: si tratta di amare il nemico in modo incondizionato, non per convertir­lo. D. Gill ha confrontato l'insegnamento di Gesù con quello di Socra­te e ha concluso che l'insegnamento del primo, a differenza del secon­do, non promuove la non-resistenza e l'amore dell'avversario con lo scopo di cambiarlo e di ricevere, a sua volta, da lui amore. W. Wol­pert, invece, ha introdotto una distinzione nei testi evangelici sull'amore: nei riguardi dei peccatori l'amore ha una funzione «correttiva», che non ha nei riguardi dei nemici.

In genere tra gli esegeti sì ammette che il comandamento dell'a­more del nemico risale a Gesù, ma pochi sono gli autori che lo di­mostrano. Viene quindi a proposito la recente opera di S. Légasse: E chi è il mio prossimo? Egli giunge alla conclusione - che non presenta come una certezza ma come un'assai grande probabilità - che Gesù ha invi­tato i sui compratrioti ebrei a qualcosa di nuovo: amare i nemici del popolo ebraico (per esempio, i soldati romani, gli ellenisti pagani loro sostenitori), i quali, nel quotidiano, non mancavano mai di far subire agli Ebrei ogni specie di soprusi. Possiamo completare Légasse dicen­do: dato che Gesù ha cercato di stabilire con tutti e tutte, senza esclu­sioni, relazioni positive, il precetto che ha dato di amare i propri ne­mici, probabilmente, riguardava anche i nemici personali.

L'amore dei nemici è al centro dell'insegnamento cristiano, tuttavia le chiare eco di questo messaggio sono rare nel Nuovo Testamento: la preghiera per i nemici pronunciata da Gesù e Stefano nel momento della morte (At 7,60), l'invito paoli­no a benedire quelli che ci perseguitano (Rom 12,14)..., ma nello stesso passo di Romani, Paolo cita Prov 25,21: «Se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare», aggiungendo il motivo severo che si legge nei LXX, non nel testo ebraico: «facendo questo ammasserai carboni ardenti sopra il suo capo» (Rom 12,20).

W. Bauer è riuscito a raccogliere solo alcune testimonianze dei martiri dei primi secoli che hanno avuto nei riguardi dei loro carnefici, un at­teggiamento suscettibile di evocare l'amore dei nemici; egli cita pa­recchi testi degli apologeti che vantano la pratica dell'amore dei nemi­ci da parte dei cristiani, ma - dice Légasse - la loro testimonianza dev'essere letta con circospezione. Légasse conclude il suo studio sul tema dell'amore dei nemici, citando passi del Nuovo Testamento (1 Ts 2,15-46; At 23,3; Ap 6,10-11; 19,2; 2 Pt 2,12-22; e le invettive matteane del c. 23 ecc.), in cui appare tutto il contrario della benevolenza verso i nemici e fa la seguente domanda: «Le guide spirituali della Chiesa primitiva hanno forse dimenticato l'inedito delle origini per seguire un pendio naturale, lasciandosi peraltro impregnare da una mentalità bevuta a lunghi sorsi nei salmi e nell'insieme dei libri santi?».



Il co­mandamento di Gesù ad amare i propri nemici è un'impresa così dif­ficile che si è facilmente portati a dimenticarlo o ad addolcirlo.
Versetti 46-47

L'insegnamento sull'amore dei nemici è messo in rilievo dal modo di sviluppare l'argomento nei vv. 46-47. L'amore nei riguardi di coloro che ci amano è naturale, non ha nulla di straordinario. Anche quelli che sono messi più in basso nella scala sociale e religiosa (i pubblicani e i pagani) sanno salutarsi e rendersi dei mutui servizi. Notiamo che gli esempi usati da Matteo si adattano bene alla sua comunità di origine ebraica. Luca, che scrive per i pagano-cristiani, non può riprendere gli stessi esempi. Egli rimanda alla categoria più ampia dei «peccatori» che «amano coloro che li amano» (Lc 6,32).

Ma da Matteo a Luca, l'argomento sviluppato si diversifica. Luca esplicita il motivo dell'amore tra i «peccatori», che si concretizza nel «fare del bene» e nel «prestare»: essi agiscono così per «riceverne al­trettanto» (Lc 6,34). Il discepolo di Gesù, invece, è invitato ad amare i propri nemici, a fare del bene e a prestare «senza sperarne nulla» (Lc 6,35). L'etica cristiana si oppone all'etica utilitaristica, cioè all'etica della reciprocità calcolata. L'opposizione diventa ancora più chiara quando consideriamo il modo con cui il testo di Luca valuta i gesti di un amore interessato: in tali casi, Gesù chiede per tre volte, (vv. 32.33.34), «quale grazia è a voi?». Conviene conservare al termine chàris il suo senso forte di «grazia», assai lucano (cf Lc 1,28.30; 2,40.52; ecc.) e non tradurlo con «ricompensa», mutuato dal passo parallelo di Matteo. Il contesto dei tre usi di chàris in Lc 6,32-35 invita anche a dare al termine un senso pregnante polisemico: se noi amiamo per ricevere in contraccambio, che gratuità c'è nel nostro gesto? quale grazia riceviamo noi da questo gesto? Al contrario, se amiamo gratuitamente il nostro nemico, l'Altissimo ci donerà la grazia di crescere come suoi figli (v 35). Questa grazia di essere veramente figli è la «grande ricompensa» promessa (Lc 6,35).

Lo stesso avviene nel discorso della montagna (DM) di Matteo. Gesù dice: «Amate i vostri ne­mici... perché diventiate figli del Padre vostro» (Mt 5,45). «Infatti se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete?» (5,46). La ricompensa che offre l'amore dei nemici, in cui la reciprocità non è attesa - in cui quindi nulla si spera in contraccambio -, è la fecondità in noi della realtà teologale del nostro essere figli; è quindi una grazia assai ricca ricevuta dal Padre. Di qui, si capisce che tutto è per il nostro bene se Gesù ci invita a fare qualcosa di più del semplice salutare i nostri fratelli. In questo appello a un «di più» (v. 47), c'è implicitamente un invito a praticare una giustizia che «supera» (v. 20) quella degli scribi e dei farisei, giusti­zia sovrabbondante che è descritta dall'insieme delle antitesi, il cui culmine è l'amore dei nemici. L'appello a un «di più» non è altro che un appello a un andare oltre costante e senza limiti, il cui modello è l'es­sere e l'agire stesso di Dio (vv. 45.48).

Mt 5,46-47 e il passo parallelo di Lc 6,32-35 dimostrano bene che il comandamento di amare i propri nemici non è una richiesta «natura­le». Matteo non ha ripreso questo comandamento a favore della sua comunità perché era «naturale» o «ragionevole», ma perché lo pre­scrive il Signore risorto che è attivo e presente nella sua comunità «tut­ti i giorni sino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Gesù ha pronunciato questa richiesta partendo dal presupposto non «naturale» che il Re­gno di Dio è già presente e che ciascuno è chiamato a vivere la vita di questo Regno. La questione quindi non è: questo comandamento è forse psicologicamente realistico?, ma piuttosto: l'esperienza della gra­zia, cioè di Dio, che egli presuppone, è sufficientemente forte affinché la persona umana possa diventare libera per vivere un tale amore che è di natura divina (vv. 45.48)?
Versetti 45 e 48

Il v. 45 offre il motivo dell'ampliamento universale del precetto del­l'amore, che ingloba anche i nemici: «perché diventiate figli del Padre vostro celeste che fa sorgere il suo sole sui malvagi e sui buoni, e fa pio­vere sui giusti e sugli ingiusti» (enunciato simile in Lc 6,35b). Questo motivo dev'essere inteso con l'enunciato del v. 48: «Voi sarete dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste». Qui abbiamo la spie­gazione della richiesta non soltanto della sesta antitesi, ma di tutte quelle che precedono. Que­sti versetti-chiave fanno capire in profondità le esigenze del DM. La giustizia più grande di cui si parlava in 5,20 non è altro che la perfe­zione, programma obbligato della filiazione a cui ciascuno è chiamato.

Le esigenze formulate di vivere un amore universale e incondizio­nato sono quindi legate alla vocazione umana di diventare figli del Pa­dre. Questo implica l'imitazione del suo amore per tutti. L'amore uni­versale del Padre è espresso nel testo con una realtà della creazione che tutti sperimentano: il Padre offre a tutti, cattivi e buoni, i due ele­menti necessari alla vita, il sole e la pioggia. È un argomento cosmolo­gico-antropologico che alcuni considerano assai debole. L'argomen­to di Luca è più ampio e appropriato: «l'Altissimo è benevolo verso gli ingrati e i malvagi» (6,35); egli è «misericordioso» (v. 36); come figli dobbiamo quindi «diventare misericordiosi come lui», cioè amare i nostri nemici. Si può pensare che il riferimento alla «misericordia» del Padre (Luca) sia più primitivo del riferimento alla sua «perfezione» (Matteo); secondo Dupont, il qualificativo lucano corrisponde meglio alla teologia d'Israele come pure alla predicazione di Gesù che, du­rante tutta la sua vita, ha presentato Dio sotto i tratti della misericordia verso tutti»… Nel Vangelo di Matteo, la perfezione del Padre che il discepolo è invitato a imitare non può essere definita dalla sola formula del v. 45. È tutto l'in­sieme del DM che dice chi è il Padre e quindi, definisce la sua perfe­zione: dà cose buone (6,4.6.18; 7,11); conosce i bisogni degli esseri umani (6,8); si preoccupa di ciascuno (6,32); perdona (6,14.15). La perfezione del Padre che noi dobbiamo imitare per diventare suoi figli non è formulata in termini astratti. Dio il Padre è definito da un amo­re di benevolenza e di perdono che si estende a tutti, anche ai cattivi. La perfezione del Padre è l'amore. La fede in Dio Padre introduce al­lora questo diritto inaudito: il diritto che ciascuno ha di essere amato, anche se si comporta da nemico.

Se bisogna amare i propri nemici, lo si fa per essere conformi alla condotta di Dio-Padre e per diventare così suoi figli.


L'etica dell'imitazione non è propria a Gesù e al cristianesimo. Al­cuni testi rabbinici invitano a imitare la condotta divina, nella linea del tema dell'essere umano fatto a immagine di Dio. Per esempio, questo passo scritto verso il 150 della nostra era: «Noi dobbiamo essere simili a Dio; siccome egli è misericordioso e generoso, sii anche tu miseri­cordioso e generoso» (Melkita su Es 15,2). Il tema dell'imitazione di Dio ha pure i suoi paralleli nella letteratura greco-romana: l’imitazione di Dio è un motivo dell'agire umano nell'antichità giudaica e greco-romana.

Ma l'etica dell'imitazione nel DM comporta caratteristiche specifi­che, che riguardano la rivelazione di Dio che la implica. L'immagine neotestamentaria di Dio come Padre, con i tratti unici che ne defini­scono i contorni, fonda l'esigenza di un amore totale e assoluto di tut­ti, anche dei nemici.

Perciò, la richiesta di amare i nemici non ha senso come massima morale se non nella misura in cui essa viene inglobata in una realtà teologale, cioè lo stabilirsi tra Dio e l'uomo di una relazione Padre-fi­glio. Dio esiste come Padre, facendo sì che tutti gli umani siano suoi fi­gli. Esistiamo come figli, ci collochiamo di fronte al Padre come figli quando riconosciamo che tutti sono figli di un medesimo Padre e ci comportiamo di fronte a tutti, amici e nemici, come fratelli che si ama­no. La parabola di Lc 15,11-32 offre lo stesso insegnamento: il fratello maggiore si comporterà veramente come figlio di suo padre quando si comporterà di fronte al fratello minore come un fratello, cioè quando gli perdonerà come ha fatto suo padre.

La rivelazione del Gesù di Matteo in questi versetti ha fondamen­talmente come oggetto quello di testimoniare la paternità universale di Dio, dalla quale sgorga la realtà della filiazione universale e il dove­re dei figli di vivere tra loro una vera fraternità universale. Il comandamento nuovo in 5,43-48 mette direttamente l'accento sull'amore dei nemici (v. 44), ma, più profondamente, sull'essere-figlio (vv. 45.48). Siamo invitati a diventare quello che già siamo: figli del Padre, ciò significa riprodurre nella nostra vita la qualità di essere e di agire del Padre verso tutti gli uomini.

«Più divini che umani» diceva san Bonaventura di coloro che amano i nemici (cfr. Vita mystica II,39). È forse un'etica impossibile quella del DM? Daremo un abbozzo di risposta a questa domanda nella conclusione di quest'opera. Tuttavia possiamo già notare che il verbo nel v. 48 è al fu­turo: «Voi sarete perfetti!». Con la sua traduzione all'imperativo: Estote perfecti! (Siate perfetti!), la traduzione della Volgata ha impresso per tanto tempo un orientamento alla predicazione ecclesiale. Ma l'etica della perfezione cristiana è un'etica del divenire: solo progressivamente noi imitiamo la perfezione del Padre e diventiamo veri suoi figli nel nostro modo di es­sere e agire.

SULL'AMORE (da G. K. Gibran, “Il profeta”)



Allora Almitra disse: parlaci dell'Amore.

E lui sollevò la stessa e scrutò il popolo e su di esso calò una grande quiete. E con voce ferma disse:

Quando l' amore vi chiama, seguitelo.

Anche se le sue vie sono dure e scoscese.

E quando le sue ali vi avvolgeranno, affidatevi a lui.

Anche se la sua lama, nascosta tra le piume vi può ferire.

E quando vi parla, abbiate fede in lui.

Anche se la sua voce può distruggere i vostri sogni come il vento del nord devasta il giardino.
Poiché l'amore come vi incorona così vi crocefigge. E come vi fa fiorire così vi reciderà.

Come sale alla vostra sommità e accarezza i più teneri rami che fremono al sole.

Così scenderà alle vostre radici e le scuoterà fin dove si avvinghiano alla terra.

Come covoni di grano vi accoglie in sé.

Vi batte finché non sarete spogli.

Vi setaccia per liberarvi dai gusci.

Vi macina per farvi neve.

Vi lavora come pasta fin quando non siate cedevoli.

E vi affida alla sua sacra fiamma perché siate il pane sacro della mensa di Dio.
Tutto questo compie in voi l'amore, affinché possiate conoscere i segreti del vostro cuore

e in questa conoscenza farvi frammento del cuore della vita.

Ma se per paura cercherete nell'amore unicamente la pace e il piacere,

allora meglio sarà per voi coprire la vostra nudità e uscire dall'aia dell'amore,

Nel mondo senza stagioni, dove riderete ma non tutto il vostro riso e piangerete,

ma non tutte le vostre lacrime.

L'amore non dà nulla fuorché sé stesso e non attinge che da se stesso.

L'amore non possiede né vorrebbe essere posseduto;

poiché l'amore basta all'amore.

Quando amate non dovreste dire:" Ho Dio nel cuore ", ma piuttosto, " Io sono nel cuore di Dio ".

E non crediate di guidare l'amore, perché se vi ritiene degni è lui che vi guida.

L'amore non vuole che compiersi.

Ma se amate e se è inevitabile che abbiate desideri, i vostri desideri hanno da essere questi:

dissolversi e imitare lo scorrere del ruscello che canta la sua melodia nella notte.

Conoscere la pena di troppa tenerezza.

Essere trafitti dalla vostra stessa comprensione d'amore,

e sanguinare condiscendenti e gioiosi.

Destarsi all'alba con cuore alato e rendere grazie per un altro giorno d'amore.

Riposare nell'ora del meriggio e meditare sull'estasi d'amore.

Grati, rincasare la sera.

E addormentarsi con una preghiera in cuore per l'amato e un canto di lode sulle labbra.

TESTAMENTO SPIRITUALE DEL PADRE CHRISTIAN DE CHERGÉ1

aperto la domenica di Pentecoste del 1996
Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere anche oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese.

Che essi accettassero che l’unico Padrone di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale. Che pregassero per me: come potrei essere trovato degno di tale offerta? Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato.

La mia vita non ha più valore di un’altra. Non ne ha neanche meno. In ogni caso, non ha l’innocenza dell’infanzia. Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca.

Venuto il momento, vorrei avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nel tempo stesso di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito.

Non potrei auspicare una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi del fatto che un popolo che amo sia indistintamente accusato del mio assassinio.

Sarebbe un prezzo troppo caro, per quella che, forse, chiameranno la «grazia del martirio», il doverla a un algerino chiunque egli sia, soprattutto se dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l’islam.

So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi. So anche le caricature dell’islam che un certo islamismo incoraggia. È troppo facile mettersi a posto la coscienza identificando questa via religiosa con gli integralismi dei suoi estremisti.

L’Algeria e l’islam, per me, sono un’altra cosa; sono un corpo e un’anima. L’ho proclamato abbastanza, credo, in base a quanto ne ho concretamente ricevuto, ritrovandovi così spesso il filo conduttore del Vangelo imparato sulle ginocchia di mia madre, la mia primissima Chiesa, proprio in Algeria e, già allora, nel rispetto dei credenti musulmani.

Evidentemente, la mia morte sembrerà dar ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo o da idealista: «Dica adesso quel che ne pensa!». Ma costoro devono sapere che sarà finalmente liberata la mia più lancinante curiosità.

Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze.

Di questa vita perduta, totalmente mia, e totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per quella gioia, attraverso e nonostante tutto.

In questo grazie, in cui tutto è detto, ormai, della mia vita, includo certamente voi, amici di ieri e di oggi, e voi, amici di qui, accanto a mia madre e a mio padre, alle mie sorelle e ai miei fratelli, e ai loro, centuplo accordato come promesso!

E anche te, amico dell’ultimo minuto, che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo grazie e questo ad-Dio profilatosi con te. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen! Insc’Allah
Algeri, 1º dicembre 1993 Tibhirine, 1º gennaio 1994

Christian †




1 Frère Christian de Chergé, priore della comunità, 59 anni, monaco dal 1969, in Algeria dal 1971. La personalità forte, umanamente e spiritualmente, del gruppo. Figlio di generale, ha conosciuto l’Algeria durante tre anni della sua infanzia e ventisette mesi di servizio militare in piena guerra d’indipendenza. Dopo gli studi al seminario dei carmelitani a Parigi, diventa cappellano del Sacré Coeur di Montmartre a Parigi. Ma entra ben presto al monastero di Aiguebelle per raggiungere Tibhirine nel 1971. È lui che fa passare l’abbazia allo statuto di priorato per orientare il monastero verso una presenza di «oranti in mezzo ad altri oranti». Aveva una conoscenza profonda dell’islam e una straordinaria capacità di esprimere la vita e la ricerca della comunità.


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