Sinistra Anno Zero, 7 aprile 2018



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Sinistra Anno Zero, 7 aprile 2018

Siamo arrivati qui da percorsi diversi, da correnti diverse, da partiti diversi o da nessun partito. Tutti mossi da un’urgenza, da una comune preoccupazione. Peggio della sconfitta, molto peggio della sconfitta, è la reazione alla sconfitta.

Il 4 marzo ha segnato il punto più basso delle forze di sinistra non solo della storia della Repubblica, ma da quando esiste il suffragio universale maschile. Per trovare un risultato peggiore, bisogna risalire a un tempo buio. 1924, prime elezioni con il listone fascista, legge Acerbo. Scusate se, difronte a questo, non ci occuperemo delle dinamiche interne del Pd. Lo dico ai giornalisti. Questa non è un’assemblea della minoranza. Certo, il Pd ci interessa. Ci preoccupa, soprattutto. L’ultima Direzione è stata surreale. Hai dimezzato i voti, sei sparito da intere aree sociali e geografiche. Ti chiederai perché? Litigherai, magari. Macché. Poiché Renzi si era dimesso non si poteva discutere di Renzi. Per non irritarlo. Alcuni si cimentavano coi problemi della sinistra in Europa, coi contraccolpi della globalizzazione – era la prima volta in vita loro, bisogna capirli: una fiera delle banalità. Ci mancava solo che qualcuno tirasse fuori le congiunture astrali, e il catalogo degli alibi era perfetto.

Sul renzismo e gigli vari anch’io avrei preferito tacere. Ma visto che, dopo la farsa delle dimissioni, sono ancora lì come se nulla fosse, servivano ancora parole chiare. Ho provato a dirle.

A dire che gli elettori hanno rigettato in modo inappellabile, il 4 dicembre 2016 e il 4 marzo 2018, una leadership e un potere che ha fatto ombra anche alle luci dell’azione di governo. Quel gruppo dirigente ha rotto con il popolo della sinistra. Ci sono ragioni profonde, ma poi, come in tutte le storie che finiscono male, ci si ricorda una frase, una parola, un gesto. Se sei il capo di un partito di centrosinistra, che Marchionne è meglio dei sindacalisti, non solo non lo dici perché è falso, ma proprio non lo puoi dire. Se sei un leader inviso agli italiani, plasmare il partito a tua immagine e somiglianza, da ultimo in liste compilate in maniera padronale, è l’errore politico definitivo. Se hai sbagliato così forte, ora ti fai da parte.

Ma non saremmo onesti se riducessimo a Renzi il divorzio tra elettori e sinistra. Ha riguardato un’intera classe dirigente, e in modo quasi spietato i protagonisti della sinistra nella Seconda Repubblica. Dal tacco dello Stivale al suo cuore rosso, dove il padre nobilissimo dell’Ulivo benedice una lista dello zero virgola. I gruppi dirigenti sono però solo un aspetto del problema. Non è questo che ha portato la sinistra all’anno zero. Capiamoci, l’anno zero non esiste. Nei fatti umani non esiste tabula rasa. Spesso invece ci sono macerie, da scansare. Come in questo caso. Dove non basta una semplice ristrutturazione, bisogna ricostruire dalle fondamenta il campo della sinistra. Oggi, tutti quelli che si dichiarano di sinistra, e per me vale l’autocertificazione, vedono lo stesso rischio: un sistema americanizzato, in cui la sinistra vive magari in qualche pezzo di sindacato, nella buona cultura di qualche università o fondazione filantropica, ma non è un’opzione politica, una vera alternativa di governo.

Pensiamo che si debba ridiscutere quello che siamo stati non negli ultimi cinque anni, ma negli ultimi venticinque. In questo arco di tempo si è consumata la rottura. Le culture fondanti della Repubblica sono uscite sconfitte dalle urne? La notizia è alquanto datata. Cosa era rimasto, in noi, di quella straordinaria visione, del rapporto tra economia e Stato messa in campo dalla sinistra cattolica, dal Codice di Camaldoli in poi? Cosa è rimasto dei costruttori dell’Italia? Dei Vanoni, degli Enrico Mattei? Cosa è rimasto della capacità di governo di laici come Ugo La Malfa? Cosa è rimasto del riformismo sociale del sindacato dei Di Vittorio? Cosa è rimasta di quella opera impagabile di alfabetizzazione democratica, di “costruzione” del popolo, dei socialisti e dei comunisti italiani? Nulla. Non è rimasto nulla. Noi vogliamo tornare a prendere l’acqua al pozzo, per citare quel proverbio cinese caro a Macaluso. Machiavelli nei Discorsi dice che “a volere che una religione o una repubblica viva lungamente è necessario ritirarla spesso verso il suo principio”.

Il principio, sia chiaro, non è lo “spirito originario” del Pd. Un partito nato con un po’ di Scoppola, un po’ di Reichlin, e via, dai pantheon agli incarichi. Un partito per cui andavano bene sia Boccuzzi che Calearo (se non ve lo ricordate, è giusto così). Tutto questo, nel momento in cui esplodeva la crisi peggiore della nostra storia. Fateci caso, nei nostalgici dello spirito originario, non compare mai la parola: crisi. Il Pd è nato tardi, s’è detto. No, è nato vecchio. In un mondo stravolto sotto i colpi della Grande recessione. L’unico ancoraggio sociale, la classe media, in pochi anni sarebbe venuta meno.

Al punto più basso della famosa “curva dell’elefante”, che racconta i vincenti e i perdenti della globalizzazione, c’era il nostro mondo. La crisi vi ha aperto una voragine: e tutta la mitologia fatta di ulivi e di euro, di primarie e ceti medi riflessivi, di civismo e buon governo cittadino, ci è finita dentro. Ci è finito dentro il Pd, con tutti i cascami della sinistra della Seconda Repubblica. E qui c’è la peculiarità italiana. S’è detto, quasi fosse una scusante, che la sinistra perde in tutta Europa. A parte il fatto che non è vero, penso alla Grecia, al Portogallo, al Labour che ha più del doppio dei nostri voti e spesso detta l’agenda politica inglese, c’è un dato che fa riflettere: laddove perde la sinistra “riformista”, si affermano sinistre “radicali” – è il caso della Spagna, ad esempio, di Podemos, che non è come il M5S e il suo leader non è Di Maio; ma è anche il caso della Francia, e così via.

Poiché nulla di nuovo è nato, dobbiamo interrogarci su quello che siamo stati, sulle parole che abbiamo detto, sulle cose che abbiamo fatto e soprattutto quello che non abbiamo fatto negli ultimi decenni, non nelle ultime settimane. Ringrazio Maurizio Martina di cuore di essere qui, temo che non gli abbiamo creato troppi problemi e gli faccio un grande in bocca al lupo. Ma se qualcuno vuole sentire quello che alcuni di noi faranno all’Assemblea del Pd, ha davvero sbagliato sala. Non lontano da qui c’è Richetti: Harambee! (Forse ho sbagliato la pronuncia, ma stasera ci sarà un aperitivo e mi sveleranno cosa vuol dire).

Noi abbiamo un programma fitto di lavori. Proveremo ridiscutere di Europa e Mondo, di Stato e mercato, di welfare, lavoro e sindacato. E parleremo della politica – e della libertà, della democrazia: non solo dell’industria e del lavoro – al tempo dell’algoritmo, della rivoluzione digitale. Provo a dire la mia. Se non saremo d’accordo, meglio. Dopo il 4 marzo, credo ci sia bisogno proprio di questo, di chiarezza.

Io penso che ci siamo accorti tardi della Recessione economica, e ancora più tardi della recessione democratica. C’è chi l’ha chiamata: la Grande regressione. La democrazia si rattrappisce dove aveva le radici più antiche. Il gioco delle potenze vede vecchi e nuovi autoritarismi. Nella post-democrazia la concentrazione di potere privato fa saltare ogni compromesso con il capitalismo. Nella rivoluzione digitale sembrano vincere poche aziende, senza proprietà e senza lavoro. L’apertura dei mercati ha contribuito sì all’uscita dalla miseria e dalla povertà di milioni di persone, ma tra i “paradossi” della globalizzazione vi è che la velocità di conquista dei diritti sociali e civili nei capitalismi che emergono è generalmente minore di quella in cui nei capitalismi “avanzati” li perdono i lavoratori, già ceto medio, spesso nuovi poveri.

La destra ha una sua risposta. Ripiega nella difesa dei confini, di ideali regressivi, persino della razza: vendendo alla popolazione un’illusione di protezione. E la sinistra? Non offre protezione sociale ma un ottimismo idiota contro cui ci vorrebbe Voltaire a dire che questo “non è il migliore dei mondi possibili”. Guasto è il mondo.

Prendiamo gli ultimi giorni: l’assassinio di Marielle Franco, combattente nelle favelas per i diritti; l’orrore di Afrin, perpetrato da quella Turchia del nuovo sultano, il gendarme che l’Europa finanzia senza vergogna; l’arroganza nazionalista della Francia a Bardonecchia. Fatti che sembrano trascendere le nostre forze, il nostro potere. Ma questo non può diventare l’alibi per la nostra indifferenza. Da quando un partito di sinistra non organizza una manifestazione sul mondo? “Se noi taceremo, grideranno le pietre”.

Il nostro balbettio è iniziato di fronte ai movimenti per un’altra globalizzazione, che spesso avevano molte più ragioni della Terza Via. Civilizzeremo la globalizzazione, ci dicevamo. Certo, a farlo, non saranno i cittadini: dovrà essere una élite illuminata, cosmopolita. Solo che nel frattempo, presto qualcuno ha detto al popolo: se non ci sono regole, meglio il protezionismo. E nella disgregazione sociale matura l’insofferenza per la democrazia.

Avevamo rinunciato all’ambizione di cambiarlo, il mondo. Ma prim’ancora di interpretarlo. E questo ci ha privato di identità, di funzione, di potere. Avremmo avuto bisogno di una sinistra che facesse il suo mestiere: combattere le disuguaglianze e le solitudini, redistribuire potere e rappresentanza. Con strumenti nuovi, certo. Ma alcuni strumenti vecchi, che avevamo usato poco e male, non erano da buttare: la progressività delle imposte, il welfare. Noi pensavamo ai diritti. E più a quelli civili. Benissimo. Meno bene è stato fermarsi non appena quei diritti si tingevano di una qualche sfumatura sociale, come sullo ius soli.

Il fatto, però, è che erano tornati i bisogni. E noi nemmeno li riconoscevamo più. Erano esplosi con la crisi ma la ripresa li lasciava intatti, allargando i divari: tra i cittadini, tra le imprese. Una minoranza ce la faceva per tutti, la media cresceva, ma la maggioranza non vedeva vie d’uscita.

Avremmo avuto bisogno di ricostruire lo Stato, le istituzioni, dare ad esse credibilità, forza, capacità di migliorare la vita delle persone. Farlo in Europa, certo. Ma se l’Europa non lo fa? L’eccesso di zelo nella ricerca delle “compatibilità” ci ha fatto perdere di vista ogni interesse nazionale. L’ideologia del “vincolo esterno” ha diffuso sfiducia in noi stessi e si è risolta nel suo contrario: ha finito per deresponsabilizzare non solo i cittadini ma anche le classi dirigenti. Se, nel governare, metti il “pilota automatico”, se a scegliere non sei tu, a che servi? Tutto questo ha privato l’Europa di uno spazio di conflitto politico, e ha privato di ruolo la sinistra. La crisi ci restituiva un’Europa divisa, rivelando nel volgere di pochi anni, dalla vicenda greca (in cui c’è stato il primo suicidio della socialdemocrazia) a quella dei migranti, le falle di una costruzione non “incompiuta”, ma segnata da un’impronta sbagliata, di “strutturale” indifferenza alle disuguaglianze, agli squilibri.

La sinistra ha fatto dell’Europa una retorica vuota. Si sventolava il Manifesto di Ventotene – fino a celebrarlo su una portaerei – senza averlo letto. L’Europa “dovrà essere socialista”, c’è scritto. Era questo il nostro “Più Europa”? Temo di no. Questo significherebbe per la sinistra rinunciare alla prospettiva europea? No, c’è una sola strada, da percorre da qui alle elezioni europee. Una battaglia per la modifica della costituzione economica dell’Europa. Perché così la costruzione di un’Europa sociale è solo un castello di carte a Bruxelles. Di questo dovremmo discutere con Macron, non di altro: anche se credo non saremo d’accordo nemmeno su questo.

Bisogna aprire una discussione seria, razionale, sulla sostenibilità di un’Europa tedesca. Sulla moneta. Sulle banche e sul debito. Porre il tema della frontiera meridionale, del Mediterraneo oltre l’emergenza migranti, come scenario: dalla Via della Seta alle sfide energetiche. Altro che sbattere i pugni sugli zero virgola. Specialmente se poi, dici di batterti contro l’austerità, e usi la “flessibilità” per i bonus o, peggio, abbassare le tasse anche anche ai ricchi. Ci siamo fatti scavalcare a sinistra perfino dalla Commissione. Dal Fondo monetario internazionale. Da tutti. Gli editorialisti economici no, quelli sono rimasti a vent’anni fa. Abbiamo portato gli investimenti pubblici al livello più basso di sempre, specie al Sud. Ma cosa parli di futuro?

Come lo costruisci uno Stato intelligente, strategico, innovatore? Lo Stato regolatore, non basta. In tutto il mondo lo sanno e non hanno mai smesso di fare quelle politiche industriali che, da noi, fino a ieri l’altro erano una bestemmia. Abbiamo ammassato un intero armamentario di strumenti di intervento pubblico nell’economia in un grande magazzino chiamato Cassa depositi e prestiti, senza dircelo. Le poche grandi aziende partecipate rimaste (e non apriamo la parentesi sulle privatizzazioni) come promuovono lo sviluppo economico del Paese? Se non la fa la politica questa discussione, la fanno gli altri centri di potere. Il grande tema della ricerca pubblica, del trasferimento tecnologico? Io ho proposto: sblocchiamo interamente il turn over e facciamo entrare mezzo milione di giovani nel settore pubblico. Ci si poteva fare la campagna elettorale, su questo. Riapriamo i concorsi. Non è assistenzialismo, è il contrario.

Basta luoghi comuni. Rispetto ai grandi Paesi europei, abbiamo una P.A. piccola, vecchia e povera di competenze. Se i laureati sono meno di un quarto, chi è in grado di garantire servizi di qualità ai cittadini e alle imprese? Chi si occupa della digitalizzazione di 8000 comuni: 32 persone in un ufficio a Palazzo Chigi? Ma dai, non prendiamoci in giro.

Abbiamo ancora quasi due milioni di giovani occupati in meno rispetto a prima della crisi: quel disagio lo avevamo visto al referendum. Ma noi cosa gli dicevamo? Che il lavoro è ripartito, grazie al Jobs Act? L’occupazione si è spostata sulle fasce anziane per la Fornero. Crescere il lavoro di bassa qualità e il part-time “involontario”. L’impresa ha goduto della decontribuzione, ma ha assunto a tempo ridotto, e quindi a salario ridotto. Altro che conciliazione dei tempi di vita. O tantomeno un disegno strategico, su vogliamo discutere (la Germania l’ha fatto con l’ultimo accordo dei metalmeccanici). Forse è tempo di redistribuire l’orario di lavoro. La tecnologia a questo dovrebbe servire. Oggi il rischio è di una divisione tra un’umanità di serie A inserita nei processi produttivi e un’umanità di serie B che è tagliata fuori, e che magari riesce a consumare perché riceve il Reddito di cittadinanza. Interroghiamoci, con le imprese, con il sindacato. Che va sfidato a cambiare, certo non facendogli la guerra. Perché la sinistra, senza un sindacato forte, semplicemente, non esiste in natura. La Cgil ha aperto un congresso difficile, a cui dovremmo guardare con attenzione. Partecipare. Non lo dice più, soprattutto giovani: iscrivetevi al sindacato. Facciamo una battaglia per portare i lavoratori nei CdA delle grandi aziende. Impossibile? Intanto facciamolo con le aziende pubbliche. Invece di dare triste spettacolo anche noi.

E poi basta con la stupidaggine che, se non hai il lavoro, ti metti in un garage e te lo inventi. Tutti Steve Jobs. Start-up. Innovazione. La parola “innovazione” per noi sembrava la “distruzione creatrice” di Schumpeter, da guardare compiaciuti. Ma aveva perso ogni sensibilità sociale. E invece è questo che dobbiamo ritrovare. Può migliorare la vita delle persone, come la mano artificiale per chi ha perso la funzionalità degli arti: questo, contro ogni nuovo oscurantismo, è quello dobbiamo chiedere alla scienza. Come migliorare il lavoro. Come gli includere gli esclusi, nei centri di eccellenza e nelle periferie. Il problema non è tornare al popolo; il problema è anche cosa gli dici, al popolo. Che gli dici? Che dall’altra parte del mondo il tuo amico Elon Musk, fra vent’anni, se hai soldi, ti porta a fare un giro su Marte?

Se c’è un bisogno di protezione, vuol dire che la sinistra non fa il suo mestiere. Vuol dire che i servizi non funzionano: scuole, sanità, assistenza. Ma anche l’illuminazione delle strade, controlli e sicurezza. Se la cosa pubblica non mi protegge, a che serve? È solo un costo. Oppure, nella variante di destra, perché devo pagare le tasse? Anche qui, “troppo poco e troppo tardi”. Il Reddito di inclusione – una misura che esiste in tutta Europa - è arrivato solo quest’anno. Ma se l’avessimo finanziato per tutti, magari rifacendo pagare le tasse sulle case dei ricchi, avremmo fatto una cosa giusta e tolto un’arma agli altri. Perché se vi accedono solo un terzo dei poveri, agli altri due cosa gli racconti? Che facciano la guerra tra ultimi e penultimi?

Attenzione, perché questo è il meccanismo che ha reso gli ultimissimi – che sono per definizione, gli altri, gli stranieri, i profughi - il capro espiatorio perfetto di ogni malessere sociale. Perché cosa predichi l’integrazione, l’inclusione, se hai uno Stato “spappolato”, e se questo si scarica sui sindaci e sui comuni che non possono ristrutturare alloggi, offrire servizi sociali degni di questo nome ai propri cittadini. E magari è lì che piazzi pure il centro migranti. I flussi migratori sono la sfida del nostro tempo. Ma allora non la si può lasciare al Ministro dell’interno. Tra l’emergenza democratica e l’appello spesso moralistico all’accoglienza, ci dev’essere lo spazio per una politica che voglia gestire il fenomeno. Anche su questo misuriamo la distanza tra l’Europa immaginata e risuonano ancora le parole del Papa a Lampedusa. Ma, lo dico con rispetto, una sinistra potrebbe anche chiedere alla Chiesa di far mettere il preservativo in Africa, perché l’esplosione demografica non è solo un rischio per le nostre democrazie, ma per la stessa vita del pianeta.

Se sei la politica, non puoi dire che tutto ciò che è reale è razionale. C’è la globalizzazione, la rivoluzione tecnologica, la crescita demografica in Africa, arriveranno a milioni: è così. Adeguatevi. Rassegnatevi. Arrendetevi. La politica non è questo, perché poi vince quello che dice: chiudo a chiave. Se vuoi offrire un’alternativa, hai bisogno di un pensiero alto, sulla demografia, su Nord e Sud del mondo, sulle nuove geografie dello sviluppo, sulla sopravvivenza del pianeta, sulla guerra e sulla pace. Da quanto tempo ci manca? Da quanto la sinistra non organizza cultura e discussione pubblica? Sbuffando “che palle” davanti a questa responsabilità abbiamo perso il popolo. La disintermediazione è stato il colpo di grazia.

Lo so cosa diranno, questa è la vecchia sinistra. Sono loro che cercavano il nuovo ad aver trovato il vecchio. E a volte il vecchissimo: trasformismi, consorterie, provincialismi. E poi, Blair… Solo nella provincia fiorentina hanno continuato a dare credito a Blair. Conosco l’obiezione: il popolo non vuole “più sinistra”, altrimenti avrebbe votato LeU. Il fatto è che se vuoi fare Corbyn, non dico che devi proprio essere Corbyn, ma almeno devi avere un minimo di credibilità, poter vantare una qualche coerenza. Non serviva più sinistra? Be’, per esempio nel Lazio la sinistra è servita, e dividerci è stato un errore storico. Quella divisione è una ferita da sanare, e lo dico guardando a una generazione che oggi si ritrova qui, a discutere con naturalezza, insieme. Ma questo passa da un chiarimento di fondo, urgente e definitivo: nel Pd, oggi, c’è ancora spazio per la sinistra? Non in astratto, per le cose che stiamo dicendo. Un indistinto partito “pigliatutto”, piazzato al centro, a cosa è servito? Qui è crollato anche il centro. La Bonino cercava i voti di Monti? Sono andati ai 5S. Oggi, la cosa che più somiglia a un nuovo centro, se guardiamo alla base sociale del consenso, è il M5S. Poi, come sempre, il Dio acceca quelli che vuole perdere. L’operazione Macron è stata lanciata sui giornali, in chiave antisovranista, proprio il giorno di Bardonecchia. Bisogna correre da Macron, prima che ci arrivino i 5S. Ma scusa, non era l’argine al populismo?

Il disegno non è serio, ma è grave. Ma non basta rispondere: più sinistra, più uguaglianza. Quando ci dicono “non parlate in astratto, siate concreti”. Non sanno con chi stanno parlando. Qui in molti lo facciamo da anni. Provo a dirlo guardando alle cose che conosco, il Mezzogiorno.

Il voto al Sud meriterebbe un seminario ad hoc, e magari lo faremo, a Sud. La Seconda repubblica finisce come era iniziata, con un’Italia divisa sul piano economico, sociale, politico. Ma i 5S non hanno raccolto al Sud solo sofferenza sociale e insofferenza politica. C’è stato un voto trasversale: disoccupati e professionisti, forconi e intellettuali, maestre e imprese. Segmenti sociali che erano i nostri. Una vera alleanza sociale, che poteva essere la nostra, è diventata la loro. Un popolo che si è ribellato, gente stanca stanca di una “cittadinanza negata”. Negata dalla mancanza di reddito. Che vergogna, le risate sulle file ai Caf. Negata da una malasanità che ti costringe a emigrare anche per un’operazione banale. Dalla viabilità secondaria che è un pericolo costante per i cittadini e le imprese. Da un’alta velocità che si è fermata a Eboli. Da un’università penalizzata che non offre più opportunità ai figli, che allora emigrano già per proseguire gli studi. Se parliamo di investimenti pubblici in astratto, non ci capiremo mai. Se parliamo di cosa significa per le persone, torneranno a capirci, a sentirci vicini, prossimi.

Al Sud, e non solo al Sud, non ricostruisci un rapporto con il popolo se non parti dai bisogni. Non dobbiamo fare comitati per il centrosinistra, non vuol dire niente. Dovremmo farli per l’acqua, per gli ospedali, per gli asili, per le strade, per l’ambiente. È così che formeremo anche una nuova classe dirigente. Perché la nostra è una parte essenziale del problema. Non solo ha fallito personalmente, ma ha travolto la credibilità delle istituzioni. Al Sud, destra e sinistra sono spesso vasi comunicanti. Dalle elezioni amministrative alle politiche. Potentati senza potere, che pensano di muovere clientele costruite sul ricatto. Tutto questo ora è saltato. E qui io intravedo uno spazio, in cui provare a inserirci. C’è stato un voto libero, non solo di protesta. Hanno votato per cambiare tutto, ma il ricambio non c’è ancora.

Io credo che sia stato questo tema della classe dirigente a trasformare una sconfitta storica in una disfatta senza proporzioni. Interroghiamoci sulla rapida ascesa e il repentino declino renziano. L’idea volgare della rottamazione rispondeva a un bisogno reale: “far saltare il tappo”. I giovani ci speravano, e alle europee un po’ ci avevano anche votato. Una volta al potere, i giovani sono apparsi come quelli che li avvitavano ancora più stretti i tappi. I loro riferimenti? Università private, banche d’affari, speculatori finanziari, società di consulenza, o al massimo le società di comunicazione. E una Confindustria che non rappresenta più nemmeno i suoi, già impegnata ad accreditarsi coi nuovi vincitori. I giovani renziani al potere per l’Italia erano e sono l’establishment e non smetteranno di esserlo. Un establishment che se la prende con istituzioni come la Banca d’Italia, o persino con Mario Draghi, cos’è? Grottesco.

Élite in negativo, e non élite in positivo (come le intendeva Bobbio): questo è stato il Pd renziano. Hanno fatto la polemica sul curriculum di Di Maio? La politica non si fa col curriculum: ma, scusate, qual era il loro curriculum? Qual è quello di un Luca Lotti? O di quel nugolo di trasformisti e famigli vari che ha raccattato nelle liste, specialmente al Sud. Chiediamocelo anche noi. “Quali sono i nostri libri? Abbiamo studiato”?

Se vogliamo farci capire, essere semplici, senza cedere alla brutalità, non dobbiamo studiare di meno. Dobbiamo studiare di più. Non lo studio delle biblioteche, che pure non guasta. Uno studio vivo, fatto sporcandosi le scarpe. Con passione. Con umiltà. L’umiltà di cui parla Franco Cassano in una straordinaria rilettura della Leggenda del Grande Inquisitore. L’umiltà non è dire che “il popolo ha sempre ragione”, è riuscire ad accostarsi alle “zone grigie” della società. Responsabilizzare ampie fasce della società, ripoliticizzarle. Fuori da qui, dai nostri convegni, da Roma. Qui è il senso del fare opposizione. Che è diverso dallo stare all’opposizione, aspettando un cadavere che non passerà, perché il cadavere è già passato, eravamo noi.

Chi rappresentiamo, oggi? Il Pd era l’unico partito rimasto. Lo è ancora? Quella notte delle liste, Ci siamo comportati come Forza Italia, come la Lega, come la Casaleggio. Renzi ha fatto quello che voleva. Ma ci fosse stata una classe dirigente, degna di questo nome, non sarebbe potuto accadere. Rispetto per le minoranze, regole interne, statuto… è saltato tutto. Pensate alla parità di genere. A proposito, voglio dirlo: io non lo so se organizzeremo altri appuntamenti con questa sigla, anche se ci sono già alcune richieste, e questo non ci fa altro che piacere. Ma se lo faremo, mi prendo un impegno, per tutti: che ci sia un servizio di baby-sitting. Vi sembrerà poca cosa, ma io non accetterò più persone che mi dicono non vengo perché non so a chi lasciare i bambini, e non tollero che a dirlo siano sempre e solo le donne.

Il tema oggi è come consentire, quello che vuole la Costituzione: e cioè la libertà per i cittadini di partecipare alla vita democratica. La soluzione non sono scorciatoie leaderistiche, primarie dove abbiamo più votanti che alle elezioni, perché diventano strumento di autoconservazione di piccoli e grandi cacicchi. Una disciplina dei partiti, che garantisca la democrazia interna, diventa una necessità della politica al tempo dell’algoritmo. Vogliamo sapere tutto della Casaleggio, ma il problema è più generale. Perché oggi, nella debolezza dei partiti e nell’opacità dei loro meccanismi di funzionamento, dominano interessi più o meno legittimi, lobby senza nome, spesso le mafie. Perché poi i populisti (parola che ormai vuol dire tutto e niente), sono sempre gli altri: ma noi, che abbiamo abolito il finanziamento pubblico, che cosa siamo? Io penso che questa sia stata la peggiore classe dirigente? Non perché ci ha fatto perdere così tanto, ma perché ci ha lasciato così poco da cui ripartire.

Noi oggi proviamo a ripartire. E vogliamo farlo con una nuova generazione di studiosi, di militanti. Una generazione che ha resistito agli errori di altri, senza neppure aver luoghi per dire la sua. Non è un fatto anagrafico, perché c’è una comunità dispersa di tutte le età. Siamo un esercito sconfitto, e senza “gradi”. Perché quelli che li avevano li hanno persi in battaglia. E questo vale per tutti, maggioranze e minoranze, democratici e fuoriusciti, parlamentari, amministratori e militanti. Riprendiamo a discutere insieme, da capo. Per questo voglio ringraziare i dirigenti che hanno responsabilità importanti, che hanno accettato di essere qui.

Abbiamo pensato Sinistra Anno Zero come uno spazio aperto. Un luogo in cui confrontarci, anche duramente. Ognuno continuerà i suoi percorsi, nei partiti, nei sindacati, nelle realtà in cui vive. Questo vuole essere uno spazio in cui incontrarci. In cui abbandonare quello che Freud chiamava il “narcisismo delle piccole differenze”. Proveremo a fare il punto su questa giornata, offrirlo ai tanti che oggi non sono qui e che ci hanno chiesto di continuare. Proveremo a trovare un canale di comunicazione con tutti. Trovare parole comuni per i problemi di oggi. Rieducarci alla lotta politica, al protagonismo politico. Senza le tifoserie, i settarismi personali di questi anni.



Abbiamo bisogno di libertà e di coraggio. La libertà di dare valore anche a quello che i soldi non possono comprare. Il coraggio di pensare con la nostra testa, di agire dove si svolge la vita, covano i disagi e le cose nuove. Ma non cadremo nella trappola della contrapposizione tra vecchio e nuovo. Ci preme capire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. E dobbiamo scegliere ciò che è giusto, anche quando non è facile.




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