Sistema: natura città ferrovia porto mare



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SISTEMA: NATURA - CITTÀ - FERROVIA – PORTO - MARE

E’ possibile riallacciare il legame che univa il porto vecchio con la città di Trieste superando le barriere che nel tempo ne hanno consolidato il distacco?

La città e il porto vivono oggi come due entità separate. Le recinzioni e le nuove infrastrutture formano una barriera invalicabile che negli anni ha allontanato i cittadini dal porto vecchio, ormai completamente escluso dal tessuto urbano. Mare – porto – ferrovia – città – natura: Elementi differenti che si rilevano in sequenza dalla sezione trasversale alla costa. Elementi distinti e autonomi che richiedono un comune denominatore per entrare finalmente in relazione tra loro. Città e porto, due elementi di un sistema che funziona solo se mantenuto intatto nelle sue funzioni.

Trasversalità, Elemento comune, Sistema. Sono queste le parole chiave per rispondere alla domanda: dalla terra al mare passando per città e porto, l’elemento comune è la natura che attraversa tutto il sistema e lo caratterizza. Identifichiamo il corridoio verde che, partendo dall’altopiano, segnerà la città per prepararla ad entrare nel sistema e cominciamo ad avvicinarci al primo limite, la ferrovia. Il muro viene superato nella maniera più logica: scavalcandolo. Un grande spazio elevato portatore di naturalità attraversa la ferrovia, assecondandone le necessità, e si diffonde direttamente nel porto vecchio, lasciando che il verde lo colori. Il grande ragno sospeso costituisce l’anello di congiunzione che per anni è mancato fra Trieste e il porto vecchio: uno spazio pubblico aperto e vivibile che non esclude dal sistema la ferrovia ma ne annulla l’ingombro. L’ultimo contatto, porto mare, si svolge nella maniera più semplice. Il visitatore vive il mare standoci sopra, grazie a piattaforme galleggianti.

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traMsformers
Dato che si tratta di una parte di città, per la quale il comune di Trieste non sembra avere un particolare interesse nell’immediato, la strategia adottata è quella di non pensare ad alcuna pianificazione per l’area ma trovare un elemento generatore che possa servire da strumento progettuale per l’intera città e di conseguenza per l’area stessa.

Apertura


Nel processo d’insediamento di un determinato luogo, il primo passo è quello della sua apertura.

Il porto vecchio, pur essendo in città, è una zona sconosciuta ai cittadini triestini; infatti, è visibile solo dal mare, data la sua completa chiusura dovuta alla presenza della ferrovia e della stazione. La sua apertura quindi vuole essere una sorta di provocazione sia per le autorità locali sia per i cittadini; rendendola accessibile a tutti potrebbe portare a prendere coscienza di un luogo così grande e importante completamente inutilizzato e potrebbe diventare motivo di rivalutazione per l’intera Trieste.

L’area si trova collocata tra due diverse parti di città e la sua totale chiusura costituisce una vera e propria interruzione del waterfront . La sua apertura, per i fini progettuali decisi, si rende necessaria in due punti precisi; ossia i due punti di contatto con le differenti parti di città: quello verso Barcola e quello verso le rive.

Attraversamento

Il secondo passo è l’attraversamento, ma in una determinata modalità.

A questo punto l’attraversamento dell’area del porto vecchio diviene il motivo per ripensare a tutto il waterfront triestino. Non si tratta esclusivamente di trattare l’area di progetto, l’intenzione è di riallacciare Trieste tramite un lungo “filo rosso” che colleghi e attraversi in ugual modo tutti i luoghi della città, sia quelli più significativi che quelli meno, dal castello di Miramare al quartiere popolare di Valmaura.

Il mezzo scelto è il tram. La scelta è caduta su questo mezzo di trasporto, non solo per la sua possibile sostenibilità, ma perché consente di attraversare la città permettendo la visione, quindi la conoscenza, delle varie attrattive presenti. Inoltre, si tratta di un mezzo molto più veloce di un autobus quindi comporta un cambiamento completo dei tempi di attraversamento della città. Si può dire che Trieste è una città lenta, che non cresce, senza infrastrutture moderne; l’inserimento quindi di un mezzo di trasporto veloce, in un certo senso moderno, vuole essere la miccia da accendere per riconfigurare l’intera città.

Insediamento

L’attraversamento e la scoperta di un determinato luogo richiedono delle aree d’interesse e di sosta.

L’idea è quella che sarà la nuova linea del tram a determinare il tipo d’insediamento all’interno della città. Ovviamente questo “filo rosso” attraversa diversi ambienti , certi a carattere più urbano e alcuni esclusivamente turistici o destinati alle attività di balneazione.

Di conseguenza, i nuovi insediamenti o le modifiche all’esistente che si andranno ad attuare saranno di tipi diversi. Un’attenzione particolare è stata posta su alcune fermate del tram. L’area di campo marzio potrebbe contenere un edificio che mette in correlazione la zona del porto nuovo alle rive, una sorta di scambiatore per le differenti parti di città; all’interno del porto vecchio si è pensato ad una serie di edifici che possano soddisfare le esigenze della città possibilmente in una nuova modalità, magari essendo utilizzabili da tutti ventiquattro’ore al giorno; infine il lungomare di Barcola verrebbe arricchito di attrezzature e attrattive per la balneazione ora assenti.

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“NEI QUARTIERI DOVE IL SOLE DEL BUON DIO NON DÀ I SUOI RAGGI”

DIARIO DI UN SEMINARIO DI PROGETTAZIONE

Un buon viaggiatore o esploratore, si accorge uscendo dalla stazione dei treni di Trieste che l’aria carica di sale marino va diffondendosi tra le vie regolari del borgo Teresiano, attraversando la città vecchia fino ad arrivare all’acropoli, dove sta Ssan Giusto. Attraverso questo itinerario, il viaggiatore si sente però spaesato, mancante in qualcosa di nascosto della città, che riesce ad intravedere in certi momenti e a rimanerne stupito in altri. Ciò che gli manca è nascosto da delle mura e bagnato dal mare.

Imbattutosi nel primo viandante, gli viene spiegato come tale parte della città sia per i triestini distaccata ed estranea, non nascondendo un vivo desiderio di riappropriarsene.

Come il viaggiatore e il viandante triestino, io ed altri amici ci siamo domandati il perché di questa clausura di parte della città e abbiamo deciso di darle scomunica; già.. ma con che idea? Con spirito franco abbiamo pensato al Porto Vecchio come una parte di città presente nelle coscienze dei cittadini e dei viaggiatori, trasformandolo però, con provocante goliardia, in un polo d’attrazione e di divertimento universale, per ogni tipo di spirito e di persona: dall’avvocato afflitto, che stanco della moglie e degli affari si rifugia in un po’ di “legale” divertimento, fino a chi si diverte tutti i giorni e che forse un giorno penserà più agli affari e a trovarsi una moglie.

Tale parte di città rimaneva chiusa, ma non inaccessibile; un po’ come un castello che protegge tra le sue mura i feudatari in caso di pericolo.

Al di là della “tipologia di divertimenti legali” e delle funzioni che avrebbero avuto gli hangar del Porto Vecchio, ci siamo quindi soffermati sull’utilità che dovrebbe avere questa parte di città quando ridiventerà tutta triestina.

L’idea era appunto quella di rendere Trieste, città affossata ma non ancora sprofondata nella sua economia e nelle sue tradizioni, e il suo Porto Vecchio, un luogo di divertimento sano, una Disneyland tutta mediterranea, un luogo di riposo dei pensieri.

Il progetto si è presentato un po’ difficile quando alcuni di noi hanno voluto impostarne una regolarità, dando indicazioni di funzioni e altri concetti deviatori provocando una schizofrenia all’idea stessa.

Voglio perciò ricordare il nostro progetto come un’idea forse irrealizzabile, ma dedicata tutta ad una zona di Trieste che merita di essere rivisitata in chiave giovanile e ironica, superando le fasi del “si può fare” o “non si può fare” e far ragionare sul futuro di una città illuminato da un sole “Giovane”.



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APOTELECHIA

Atto:


1_significa azione come operazione che emana dall'uomo o da un suo potere specifico; 2_significa realtà che si è già realizzata o si va realizzando, dell'essere che ha raggiunto o va raggiungendo la sua forma piena e finale, in quanto si contrappone a ciò che è semplicemente in potenziale o possibile. Nel secondo senso la parola fa esplicito riferimento alla metafisica di Aristotele e alla sua distinzione tra potenza e atto. L'Atto è l'esistenza stessa dell'oggetto: sta alla potenza "come il costruire al saper costruire, l'esser desto al dormire, il guardare al tener chiusi gli occhi pur avendo la vista, e come l'oggetto cavato dalla materia ed elaborato compiutamente sta alla materia grezza e all'oggetto non ancora finito" (Met., IX, 6, 1048 a 37). Alcuni Atti sono movimenti, altri azioni: sono azioni gli atti che hanno il fine in se stessi, ad es., il vedere, il pensare; mentre il camminare, il costruire hanno fuori di sé il loro fine, nella cosa che si apprende, nel punto in cui si vuole arrivare, nell'oggetto che si costruisce.

Per Aristotele l'Atto che ha in sé il suo fine, è entelechia, en-telechia avere compimento in sé. La pura potenzialità indeterminata è materia prima.

Apo significa al di fuori, altrove: APOTELECHIA è aver compimento altrove.

APOTELECHIA_STRATEGIA:

Stimolare una graduale ri-appropriazione del porto attraverso un uso flessibile del fronte mare, senza imporre un soggetto fruitore specifico. Attraverso la creazione di Spazi in Transizione - Punti di Attivazione - Attrattori per favorire l'ingresso nella città di nuovi capitali, necessari per far ri-vivere lo spazio PortoFranco; senza necessariamente imporre ad oggi un traumatico out-out fra recupero del Punto Franco e la sua totale dismissione, forzando una scelta che risulterebbe irreversibile. Scelta che al momento risulta insostenibile dal punto di vista economico e sociale, sia per la citta-mare che per la città-terra: out-out che fino ad oggi ha di fatto congelato lo spazio PortoFranco in una condizione irreale.



APOTELECHIA_ATTI:

Ri-configurazione flessibile dell'intero fronte mare attraverso la creazione di nuovi usi e spazi liberi per Trieste anche all'interno del PortoFranco, attraverso della nuova materialità attrattiva e facilmente adattabile.



APOTELECHIA_MATERIA PRIMA:

Strutture flessibili e versatili:

_con proprietà di ri-prendere forma e volume iniziali al cessare della causa deformante;

_capaci di mutare a seconda delle circostanze;

_capaci di adattarsi prontamente a situazioni a ambienti diversi;

_che possiedono scioltezza nei movimenti.

Strutture capaci di assumere diverse configurazioni.

APOTELECHIA_ELEMENTI:

_4 piattaforme galleggianti = unità mobili

12.800 mq ≈ Piazza Unità d'Italia

2 piattaforme da 80 x 160 m pari a 12.800 mq

2 piattaforme da 80 x 80 m pari a 6.400 mq.

_unità mobili che possono ospitare i più svariati materiali e le strutture più diverse per comporre e ri-comporre a piacimento nuovi scenari: spiaggia e solarium con trampolini e scivoli d'acqua; passeggiate con verde pubblico e panchine; eventi, festival, concerti o rappresentazioni con strutture l'installazione di container dismessi riconvertiti in bar, spazi espositivi o terrazze, per viste privilegiate; punti d'attracco, ancoraggio, durante regate veliche o competizioni di canottaggio con spogliatoi, servizi, punti di briefing.



APOTELECHIA_MOTIVI:

ri-configurazione variabile del fronte mare attraverso piattaforme galleggianti per creare nuovi scenari per Trieste.

_Scenari possibili:

Le unità mobili possono, per esempio, ampliare il lungo mare creando nuovi spazi di passeggio o disporsi in modo da collegare il Molo Audace alla diga del Porto Franco, per nuove visioni della città; possono ospitare nuove spiagge o stabilimenti balneari o creare temporanee piscine d'acqua salata per Trieste; possono ampliare la lunghezza dei moli e delle banchine per l'attracco di navi; possono permettere il collegamento fra Porto Franco e la diga creando un nuovo bacino lungo approssimativamente 1 km da usare ad esempio per gare di canottaggio, o per spettacoli da svolgersi sulla piazza d'acqua; ma possono anche rimanere ancorate nei bacini del PortoVecchio creando una grande piazza affacciata sul mare tre volte più grande della Piazza Unità d'Italia.



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NEON

Neon vuole rispodere alla domanda del committente di introdurre un nuovo grattacielo, destinato ad ospitare un albergo, nel centro di Manhattan, New York, all’angolo fra la quinta e la quarantaduesima strada.

Neon s’inserisce in una realtà composta da spazi molto ristretti e viste chiuse, causate dalla presenza di enormi volumi che trovano la loro estensione in altezza.

Neon si trova, allo stesso modo, accanto ad uno dei pochi luoghi che danno respiro alla città stessa, cioè vicino ad una biblioteca situata all’interno di uno dei pochi edifici che non superano i quattro piani d’altezza.

Neon vuole essere un punto luce della luminoso nella città, un luogo inverso cui dirigere lo sguardo ed, allo stesso tempo, un punto di osservazionea vedetta da cui ammirare la città. I turisti che alloggiano in Neon si ritrovano in spazi di cui la città stessa fa parte, divenendo una parete della loro camera, lo scenario in cui si trovano a mangiare quando siedono all’interno del ristorante posto all’estremità dell’edificio, oppure mentre nuotano nell’enorme piscina trasparente al diciottesimo piano; o semplicemente nel momento in cui sorseggiano un drink distesi sulla chaise longue della loro camera d’albergo.

Neon è composto da due elementi di fabbrica differenti con funzioni diverse che interagiscono fra loro e dipendono l’uno dall’altra.

Il primo corpo di fabbrica che costituisce Neon è un volume di calcestruzzo, rigido nelle forme, chiuso verso la città, che non offre alcuna vista verso l’esterno. Esso ospita tutti i servizi di cui necessita il secondo corpo di fabbrica di Neon ed, al suo interno, tutti i flussi che lo attraversano seguono una direzione che va dal basso verso l’alto e viceversa.

Il secondo corpo di fabbrica di Neon ha un’unica facciata in quanto è costituito da un enorme cilindro vetrato che offre se stesso alla città ed, allo stesso tempo, offre la città a chi si trova al suo interno. Internamente è composto ad ogni piano da spazi molto ampi che ospitano le camere, ognuna affacciata verso la città e quindi in contatto con essa, grazie alla suddivisione del piano a raggiera.

Neon inoltre si articola in facciata con un divertente gioco di pieni e vuoti dato dalla presenza o assenza di balconi che, racchiusi all’interno di una seconda pelle anch’essa vetrata, creano riflessi e chiaroscuri fatti di ombre e fasci di luce sempre diverse ed in continuo mutamento.

tp08es02Buic.doc
natural.mente..
luogo.

vicino a Codroipo, vecchio fortino di Beano, lotto di piu’ di 60 000mq..


tema.

riuso del fortino abbandonato..


l'idea.

riprendere il controllo sul fortino..


analisi.

forte inscrizione della natura sul territorio, forte inscrizione dell'uomo sul territorio, linee che si scontrano..


confronto.

lungo le sue linee la natura allunga le mani verso il fortino,per riprendesi il lotto, ma la linea della strada le ferma, l'uomo non si lascia controllare, cosi si forma la griglia base..


inizio.

un ramo della vite riesce a passare e prende il fortino.. punto di contatto tra i muri di pietra naturale e il cemento artificiale del forte..


contatto.

il ramo della vite si piega e aggrappa il fortino, l'uomo si incontra con la natura, qui si forma l'entrata..


unione.

l'uomo sa che non puo’ò piu’ù scappare e naturalmente si arrende, comincia a vivere con la natura, costruisce gli alloggi nella natura per sentirsi protetto..


intrusione.

per nutrirsi le viti immettono le loro radici sotto terra, nell'acqua, l'uomo qui si nasconde e si rilassa vivendo la natura in una piscina e un luogo per la cura del corpo ma anche una biblioteca per la cura della mente ..


estrusione.

proporzionate alla loro lunghezza si erigono le torri/viti per dimostrare la loro forza e per dominare il luogo, qui in alto l'uomo costruisce la sua capanna dove ripararsi la notte e grazie alla vista controllare..


mimetizzazione.

la natura offre la suo protezione all'uomo e la natura delle viti non fa scoprire che in mezzo ci sono le costruzioni dell’ uomo e questo lo protegge..


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In & Out

Febbraio 2003: 482 mq è un’area estremamente piccola per la costruzione di un albergo destinato ad ospitare centinaia di persone in una grande città, ma se parliamo del centro di Manhattan, angolo fra la fifth avenue e la quarantaduesima strada, New York, essa rappresenta una risorsa importante da sfruttare al meglio. Questa era la location in cui avrei dovuto progettare un grattacielo che ospitasse turisti provenienti da ogni parte del mondo venuti ad ammirare la “grande mela”.

Marzo 2003: l’edificio doveva rispondere a determinate caratteristiche dettate dalle leggi costruttive dalla metropoli americana e doveva entrare a far parte di una già fitta rete di edifici che avevano tutti una logica comune, l’altezza.

Il lotto, ad d’angolo, dava l’opportunità di un’ampia vista verso il lato sud-ovest dove si trova la biblioteca pubblica di New York, un corpo di soli tre piani situato all’interno di un piccolo parco verde; mentre il lato opposto era oscurato da due preesistenze.

L’idea di progetto era quella di creare due corpi con funzioni e caratteristiche diverse, uniti a creare un unico edificio che sfruttasse tutto il lotto e si svolgesse in altezza.

Un corpo di forma squadrata e rigida doveva permette il flusso verticale dei turisti che alloggiavano nel hotel. Al suo interno si dovevano trovare il corpo scale e gli ascensori. L’altro corpo, al contrario del primo, doveva essere caratterizzato da linee morbide e da una struttura estremamente leggera che trovasse sostegno sull’edificio destinato ad ospitare i servizi.

Aprile 2003: la soluzione presa fu quella di realizzare l’edificio dei servizi risulta totalmente chiuso verso l’esterno, composto interamente di calcestruzzo e quindi portante nei confronti di se stesso e del secondo edificio. Quest’ ultimo, caratterizzato da grosse vetrate, doveva permettere alla luce di entrare nelle stanze dell’albergo per garantire un’ottima illuminazione. Doveva anche presentare in facciata un gioco ritmato di poggioli che si sovrapponevano su ogni piano.

Maggio 2003: la localizzazione collocazione all’interno del lotto di queste due strutture che si univano per formarne una unica autoportante, è stata quella di porre il corpo in calcestruzzo a ridosso dell’angolo formato dai preesistenti grattacieli mentre il secondo si apriva verso il parco della biblioteca pubblica.

L’edificio, che raggiunge i trentatreè piani d’altezza, dispone al suo interno, per ventisette di essi, di sette camere d’albergo per piano, mentre nei restanti sei piani sono localizzati dei luoghi di interesse comune come la hall, che occupa i primi due piani, una sala conferenze al terzo piano, la sala fitness che occupa tre piani ed è posta a metà dell’edificio, il ristorante panoramico situato al penultimo piano ed il bar che occupa l’ultimo piano.

Giugno 2004: l’edificio presenta un gioco di pieni e vuoti in facciata dovuto all’alternanza delle logge esterne e alcon le grandi vetrate che permettono di vedere all’interno dell’edificio, decifrandone gli spazi. QuestLe logge sono protette da una seconda pelle in vetro che racchiude l’edificio vetrato dando una sensazione di sicurezza a chi si affaccia all’esterno dell’albergo e dando una sensazione di vuoto a chi alza gli occhi al cielo quando varca la prima soglia vetrata.



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LESS IS BLESS

Scenario:

L’attività del seminario si è svolta in un contesto in cui si avevano pochi punti fissi. Infatti, le informazioni su ciò che si sarebbe dovuto fare e fino a che punto ci si sarebbe dovuti spingere nelle ipotesi di intervento non erano disponibili sin da subito e sono apparse evolversi in corso d’opera… Una delle situazioni di incertezza che probabilmente più ha influito sul nostro modo di operare è la scarsa chiarezza iniziale dell’obiettivo da raggiungere nel corso del workshop. A questo va aggiunto il fatto che l’area oggetto d’esame si configurava come molto ampia e, soprattutto nella prima fase di lavoro, gli input che ricevevamo spingevano verso una considerazione dell’intero sistema costiero piuttosto che verso un’analisi dell’area che intitolava l’ambito della nostra attività progettuale. Alle difficoltà di “inquadramento” del lavoro vanno aggiunte le difficoltà operative, derivate dal fatto che i gruppi di lavoro misti italo-spagnoli imponevano uno sforzo maggiore dell’ordinario nelle comunicazioni e nella rapidità delle decisioni da prendere… La tempistica, poi, non favoriva certo un’impostazione che consentisse un sistema decisionale basato sulla condivisione di ogni passaggio e sul confronto per tappe e successive approssimazioni e correzioni.



Strategia:

La scelta iniziale, durante la fase di “rodaggio” del gruppo, di intavolare discussioni e confronti su ciò che poteva venire proposto nella fase di analisi, conduceva a successivi punti morti in cui ciò che risultava più problematico era proprio il coordinamento, secondo un disegno prestabilito, degli elementi da mettere in rilievo per la presentazione degli aspetti significativi del luogo e per abbozzare delle strategie di intervento. La scelta organizzativa fu quindi quella di “ridurre” tutto, a cominciare proprio dalle discussioni e dalla coordinazione del lavoro. Di conseguenza, si ridussero le dimensioni del gruppo di lavoro: anziché lavorare in 6 sulle stesse tematiche si poteva benissimo suddividersi in 2 o 3 gruppi (a seconda del momento ci si organizzò in coppie o “terzetti”). Si ridussero parallelamente anche gli “attriti” nel senso di difficoltà di riconduzione a una logica unitaria di un lavoro che offriva svariati spunti e che permetteva molti differenti sviluppi. Invece che produrre una serie di “pezzi” di lavoro preordinati, nella prima fase si preferì optare per una conduzione quasi anarchica dell’attività, per cui ogni gruppetto avrebbe portato poche, autonome proposte di analisi che sarebbero state assemblate solo alla fine. Una condizione a metà tra la catena di montaggio e la centrifuga per i frullati… Tale scelta venne premiata da risultati più che soddisfacenti perché le tavole prodotte vedevano un mix di idee che non facevano dell’unitarietà un momento fondamentale ma che presentavano diagrammi, mappe e schizzi che evidenziavano punti di tangenza ed “escursioni” assolutamente indipendenti. Si è potuto, in questo modo, parlare dell’organizzazione del porto e istituire un confronto con il tessuto del Borgo Teresiano, così come si sono portati schemi che, partendo dall’analisi della storia urbanistica della città, esprimevano le iniziali idee di intervento. Ancora, si sono realizzate sezioni di analisi e disegni artistici di possibili vedute dei cambiamenti da attuare.



Evoluzione:

Il tema di approfondimento assegnatoci è risultato quasi inaspettato, visto che faceva riferimento solo a una parte di una delle varie considerazioni che si erano proposte nella prima parte del lavoro. La seconda fase del workshop ha preso avvio con la stessa “incertezza” che aveva caratterizzato la prima. Tale incertezza derivava in parte anche dal fatto che si richiedeva di sviluppare una tematica che era stata proposta più come una suggestione che come un punto passibile di approfondimento progettuale. La costrizione alla sintesi si riproponeva quindi nuovamente, soprattutto in considerazione della scarsità di tempo a disposizione per sviluppare un progetto che si prospettava come piuttosto complesso. La strategia della “suddivisione del lavoro” si rivelava nuovamente necessaria: anche in questo caso il coordinamento dei lavori venne ridotto all’osso ma si decise stavolta di concordare un progetto di massima che sarebbe stato analizzato nei suoi diversi aspetti da parte dei gruppi in cui ci si era suddivisi. Anche in questo caso la visione di base comune e la libertà di analisi ha permesso di produrre tavole che spaziavano su diversi livelli e a più scale nella presentazione del progetto, arrivando a produrre schemi che indicavano concrete intenzioni di intervento sulla pianta della città ma anche modellini, virtuali o “materici”, che fluttuavano su sfondi neutri in cui trovavano illustrazione funzioni e forme che risultavano chiaramente omogeneizzati forse solo nell’ultima immagine prodotta in cui, di nuovo, si affidava a un disegno il compito di dimostrare che le proposte sembravano effettivamente funzionare… L’idea sviluppata prevedeva la prosecuzione di una sottile striscia di verde che, partendo dalla zona collinare a ridosso del Porto Vecchio, si estendeva fino quasi al porto stesso, ove però subiva una brusca interruzione e cominciavano la zona della stazione e l’area edificata dei magazzini. Il progetto, quasi paesaggistico, si è presto tramutato in un intervento che utilizzava trasformava l’aspetto della l’estensione del verde in una sorta di cavallo di Troia per penetrare in un’area chiusa e far sì che il quartiere limitrofo alla stazione riconquistasse il contatto col mare, superando una forte barriera costituita dai binari della ferrovia per arrivare a unificarsi cone l’edificato del Porto Vecchio e farne area di nuovo insediamento. La tecnica di portare avanti un discorso di rii qualificazione a parco urbano dell’area sottendevaimplicava un imponente intervento di inserimento di una grossa struttura a piastra che avrebbe dovuto unire l’aspetto ecologista del progetto con quello pratico e operativo della realizzazione di spazi con funzioni ulteriori, dai servizi ai parcheggi ecc. La volontà di ampliare la striscia verde che, in una visuale -in realtà- aerea dell’area, attraversava trasversalmente la zona costiera ha permesso di sostenere un altro discorso, basato sulla riappropriazione, da parte di un quartiere, di un’intera area, riconfigurando profondamente gli equilibri attuali.


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