Sociologia critica nordamericana



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27.11.2017
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SOCIOLOGIA CRITICA NORDAMERICANA


(Capitolo 14)
Il contesto storico e sociale nell’ambito del quale è sorta quella corrente di pensiero che è comunemente definita “sociologia critica nordamericana” è lo stesso di quello nel quale si è sviluppato lo strutturalfunzionalismo: entrambe queste scuole hanno cercato di dare risposte ai molti problemi tipici della società americana quale quello relativo alla presenza di diversi gruppi etnici ciascuno con tradizioni culturali proprie.

Però, mentre lo strutturalfunzionalismo ha orientato la sua analisi verso la ricerca dei requisiti minimi necessari per garantire l’integrazione culturale sociale dei diversi gruppi etnici (privilegiando quindi gli elementi culturali e normativi della vita sociale piuttosto che quelli economici), la teoria critica nordamericana mette ha messo evidenza gli aspetti costrittivi della società (sia come violenza fisica che come manipolazione) e, di conseguenza, il suo carattere essenzialmente antidemocratico nonostante le apparenze. Il condizionamento economico, trascurato dalla sociologia ufficiale, assume grande rilevanza e maggiore rilievo è dato anche alla presenza del conflitto, che era rimasto ai margini degli interessi dei sociologi.

Il bersaglio degli esponenti di questa scuola (Veblen come precursore, poi Lynd, Mills e Gouldner) è dunque sempre duplice: da un lato contesta la società costituita, il suo ordine economico e politico, cercando di metterne in luce i limiti, dall’altro attacca la sociologia prevalente come semplice espressione acritica di tale ordine.
ROBERT LYND (1892-1970)

Nelle poderose ricerche empiriche Middletown (1929) e Middletown in Transition (1937), condotte assieme alla moglie Helen, Lynd si era proposto di studiare il comportamento religioso in una cittadina considerata come rappresentativa della società statunitense nel suo insieme. Dai dati empirici raccolti, si era reso conto, però, della grande importanza della struttura economica classista nella società nordamericana e si è reso conto come religione, politica e tempo libero, mezzi di comunicazione e sistemi educativi, erano manipolati in funzione degli interessi costituiti del potere economico.

Nella seconda ricerca, condotta dopo la grande crisi del 1929, è evidente come il potere economico, prima rappresentato dal capitalismo concorrenziale, è dopo rappresentato da una grande famiglia X che domina l’intera comunità in ogni suo aspetto.

Dunque, il carattere democratico della società americana esce da tali ricerche fortemente compromesso perchè era chiaro che le scelte dell’individuo solo in apparenza erano libere mentre in realtà erano manipolate in funzione del potere economico che si andava concentrando sempre più nelle mani di una famiglia.

I Lynd si chiedono come mai la sociologia non arrivasse mai a mettere in evidenza questi dati di fatto. Ed è proprio dall’esigenza di rispondere a questa domanda nasce il libro di Robert Lynd, Conoscenza per che fare?, che risale al 1936.

Lynd non ha dubbi: nella società americana la struttura coercitiva che manipola gli individui e li priva di ogni libertà è l’organizzazione capitalistica.

Il compito della sociologia critica, dunque, è proprio quello di individuare i nessi di condizionamento che intercorrono tra la struttura capitalistica degli USA e la concreta vita quotidiana di coloro che in essa vivono. La nevrosi, per costoro, è inevitabile in quanto la cultura prescrive loro una serie di principi contraddittori dato che il rapido sviluppo tecnologico non è stato seguito da un altrettanto rapido sviluppo della mentalità corrente. Così, a principi culturali umanitari si affiancano principi efficientistici e fondati sull’idea dell’individualismo e della concorrenza.

Esempio del carattere contraddittorio della cultura: La democrazia è la forma definitiva della convivenza umana: tutti gli uomini nascono liberi e uguali / non si arriverebbe mai a concludere niente se si lasciasse ogni decisione al voto popolare.

Le scienze sociali anzichè trattare di questi problemi tendono a muoversi all’interno delle istituzioni date: ecco che le scienze sociali si proclamano neutrali mentre in realtà sono solo acritiche. Gli accademici (che si estraniano ed ignorano ogni contatto con la realtà immediata) ed i tecnici, che accettano che i suoi problemi siano definiti in ambiti troppo ristretti. Con il loro atteggiamento, essi tendono ad accettare il loro tipo di società con le sue istituzioni mentre le scienze sociali dovrebbero avere il compito di criticare l’organizzazione sociale ed economica costituita e di mettere in discussione gli stessi presupposti che generalmente si considerano come dati e immutabili. Le esigenze della vera democrazia, del benessere generale, trovano continuamente delle barriere nella loro realizzazione poste da parte del potere economico e dalle conseguenti manipolazioni consumistiche che sfruttano la nostra stessa nevrosi e la nostra insicurezza proponendoci come “via di uscita” il comprare un nuovo oggetto.
DAVID RIESMAN (1909 - )

In un suo famosissimo libro “La folla solitaria”, del 1950, Riesman mette in risalto soprattutto la mancanza di autonomia dell’individuo nella società altamente industrializzata e burocratizzata.

Il tratto caratteristico delle persone che vivono nella società occidentale contemporanea, in particolare negli USA, è l’eterodirezione. A questo proposito, Riesman afferma che nella storia dell’umanità si sono succedute tre fasi, caratterizzate, ognuna, da diversi tipi di personalità in esse prevalenti. Nelle società tradizionali, il passato, il potere della tradizione, domina incontrastato sugli individui; successivamente si ha una fase in cui predomina la personalità autodiretta, l’individualismo, una personalità in grado di adattarsi a situazioni nuove che offrono a ognuno una certa possibilità di scelta. Nelle moderne società, le mete che l’individuo vuole raggiungere sono in realtà indicate dagli altri, quelli che conosce e quelli con cui ha relazioni indirette attraverso gli amici e i mezzi di comunicazione di massa e l’individualismo viene meno. Questa fonte di direzione per l’individuo è interiorizzata nel senso che la dipendenza da essa come guida nella vita è radicata nel bambino. I fini verso i quali la persona eterodiretta tende cambiano con il cambiare delle indicazioni della guida.

Riesmann sottolinea l’importanta dell’elemento demografico nel provocare questi mutamenti: 1) alta crescita demografica ed alta mortalità: personalità tradizionalista; 2) declino della mortalità e conseguente “crescita di transizione”: personalità autodiretta; 3) incipiente declino della popolazione: personalità eterodiretta.

L’individualismo sembra essere caratteristico del protocapitalismo o del capitalismo concorrenziale, della società fondata sulla libera concorrenza mentre il capitalismo monopolistico conduce al di fuori di questa struttura economica e implica anche una minore importanza dell’individuo.

Già Weber aveva sottolineato come lo sviluppo intrinseco al capitalismo stava portando da posizioni in origine individualistiche alla burocratizzazione, alla spersonalizzazione dei rapporti, alla negazione del singolo nella sua unicità, in quanto lo rende sostituibile.

CHARLES WRIGHT MILLS (1916-1962)

Senza dubbio, Mills è il rappresentante più noto della sociologia critica nordamericana.

Nel suo pensiero, sempre attento ai temi della spersonalizzazione e della burocratizzazione, traspare l’influenza di Mead, Dewey, James e Peirce nonchè quella di Gerth che dapprima lo introdusse al pensiero di Weber e poi divenne suo collaboratore.

In Colletti bianchi (1951), la prima tra le sue opere più importanti, egli denuncia la condizione in cui si trova la classe media statunitense: gli impiegati, i professionisti, gli insegnati, appaiono completamente manipolati dal potere, non hanno più alcuna capacità di emergere come personalità specifiche, non hanno alcun principio in cui credere, sono apatici politicamente e privi di difese morali. L’uomo medio non ha dunque altra cultura cui appoggiarsi se non quella costituita dalla realtà della società di massa che lo ha modellato e che cerca di manipolarlo per fini che gli sono estranei.

Alienato dal prodotto del lavoro e dalla sua attività lavorativa, egli lo è anche nel tempo libero nel quale si dedica in maniera sempre più frenetica ai banali diversivi che gli vengono propinati. Anche se la sua condizione economica lo avvicina al proletario, il colletto bianco disdegnerà di conoscere questa sua posizione e tenderà ad assumere atteggiamenti e modi di vita ad illusori stati di prestigio.

Così come la personalità eterodiretta di Riesman, anche il colletto bianco di Mills non ha mette proprie: tanto il suo comportamento esteriore quanto gli orientamenti interiori dipendono da forze che sono a loro estranee.

Però, se nel settecento e nell’ottocento l’idea di razionalità coincideva con quella di libertà (nel senso che l’uomo razionale era quello che sapeva scegliere liberamente per cui il primo fine consisteva nella liberazione dell’individuo da costrizioni che, in quanto tali erano considerate irrazionali), adesso, nella società industriale e postindustriale la razionalità coincide con la pianificazione burocratica, che riduce tutto e tutti a sè. Vediamo in queste considerazioni un tema tipicamente weberiano ma se ne discosta in quanto Mills non considera questo come un destino inevitabile in ogni società industriale ma, piuttosto, come conseguenza del potere costituito; di quello stesso potere che pur non riuscendo a coinvolgere emotivamente il colletto bianco lo domina totalmente.

Ne L’elite del potere (1956) Mills chiarisce il senso di questo termine.

Il fatto che Mills parli di potere richiama subito alla nostra memoria le teorie degli elitisti (Pareto, Mosca, Michels): in effetti egli ne accetta i presupposto che una minoranza organizzata prevale su una maggioranza disorganizzata, però, mentre per questi l’esistenza di una élite del potere è un fatto inevitabile, che si presenta in ogni società, per Mills, esso è un fattore storico, un fatto che deve essere superato costruendo una democrazia effettiva.

Secondo Mills, negli Stati Uniti, il potere politico, il potere economico ed il potere militare costituiscono, insieme, l’elite che comanda e manipola. Queste sfere istituzionali non dipendono l’una dall’altra ma esse non sono chiuse, anzi, tra di esse vi è una costante collaborazione e spesso accade che esponenti di una sfera passino a un’altra.

Per comprendere questo modo di intendere il potere da parte di Mills, giova ricordare che quando egli scriveva, erano i tempi della guerra fredda, un periodo, cioè in cui il potere militare condizionava fortemente il potere politico e quello economico. “il capitalismo americano è in buona parte capitalismo militare”.

In simili condizioni, l’americano medio è completamente manipolato dal potere, non ha quindi opinioni personali nè autentica passione politica: il pubblico, in poche parole, non ha alcuna influenza.

Questo libro è stato molto criticato da parte marxista che rimprovera a Mills di aver preferito un punto di vista più amorfo come quello della elite, piuttosto che centrare la propria attenzione sulla struttura economica capitalistica della societàamericana.

Queste critiche comunque non sembrano centrare il vero intento di Mills che invece è quello di far si che la ricerca sociologica arrivi ai veri problemi strutturali e psicologici di una data società, individuando il carattere delle sue istituzioni e il loro potere nei confronti dei singoli.

Partendo da questo presupposto, per Mills, la grande teorizzazione di Parsons non può raggiungere questo risultato perchè essa ricerca una “teoria sociologica generale” prescindendo, per definizione, da qualsiasi problema posto in termini di specificità storica. E ponendo esclusivamente l’accento sulla questione dell’ordine normativo e sulla stabilità del sistema la grande teorizzazione non prende in considerazione nemmeno i problemi relativi agli antagonismi strutturali, alle rivoluzioni.

Oltre che la grande teorizzazione, Mills critica anche l’empirismo astratto e lo fa nel suo libro L’immaginazione sociologica (1959).

Egli ritiene che l’empirismo astratto (nel senso privo di ogni contatto con la specificità storica di un fatto) non colga, così come la grande teorizzazione, l’urgenza dei problemi che emergono da una situazione storico sociale, isola dalla società più vasta gruppi ed argomenti limitati facendosi guidare dalla presunta adeguatezza dei metodi a disposizione. Così, continua Mills, è il metodo a stabilire ciò che è degno di essere oggetto della ricerca sociologica. Di conseguenza, tanto la grande teorizzazione quanto l’empirismo astratto si precludono l’analisi critica della situazione storico-sociale nella sua specificità, nei suoi limiti e nelle sue possibilità intrinseche di trasformazione.

L’individuo isolato non è una astrazione ma una entità reale in quanto le biografie degli uomini non possono essere comprese se non si pongono in rapporto con le strutture storiche nelle quali è organizzata la loro vita di ogni giorno.

Ci rendiamo conto, dunque, come il problema della specificità storica, ricevuto in eredità da Marx, sia centrale nel pensiero di Mills.

Appare discutibile, però, l’idea di Mills di considerare l’unita storico-sociale specifica da cui muovere nelle ricerche, la nazione, soprattutto se si pensa alle proporzioni planetarie che i problemi politici ed economici assumono nella nostra situazione contemporanea.

Il suo pensiero, però, rimane importantissimo per aver rivendicato il carattere storico della società, delle loro istituzioni e del comportamento degli individui in esse (a differenza degli altri due filoni parimenti astorici della sociologia nordamericana: strutturalfunzionalismo ed empirismo astratto).

ALVIN GOULDNER (1920 – 1981)

Tutto il pensiero di Gouldner è centrato sul problema della storicità della sociologia: egli afferma che la sociologia americana oggi è in crisi perchè manca della consapevolzza delle sue origini sociali.

Gouldner inizia il suo volume sulla crisi della sociologia occidentale affermando che la contestazione della tradizione cui essa appartiene ha portato spesso i radicali al rifiuto di qualsiasi teoria sociologica nella pretesa di guardare alla realtà “così com’è”. In verità, afferma Gouldner, si crede di guardare alla realtà così come essa è ma, poichè questo è oggettivamente impossibile, si cade vittime dell’errore di scambiare per verità quella che invece è l’acritica interpretazione di essa da parte del mondo culturale cui si appartiene e che si dà per scontato come realtà di per sè evidente. Per evitare questo errore occorre essere consapevoli del fatto che la società attuale non si basa solo sulla violenza e sulla costrizione fisica ma anche, e soprattutto, sulla manipolazione ideologica dalla quale non è affatto certo che siano liberi coloro che credono ed affermano di esserlo.

Altro pericolo, secondo Gouldner, è quello di aderire a “teorie ingoiate in gran fretta”, spesso interpretate non nella loro autentica originalità ma secondo gli schemi prevalenti della cultura dominante (es. reinterpretazione del marxismo da parte dei radicali). Possiamo leggere in queste considerazioni di Gouldner una critica a quanto accaduto negli anni 60 e 70, soprattutto, e non solo, nel mondo studentesco.

Gouldner si domanda perchè ciò avviene e come risposta afferma che la nuova realtà sociale, politica ed economica fa sorgere sentimenti nuovi e l’esigenza di nuove teorie che però mancano; allora, si è costretti a rifugiarsi in un atteggiamento sdegnosamente antiteorico o si diventa fideisticamente seguaci di un credo teorico male assimilato.

Abbiamo visto dunque come il proclamarsi seguaci di una teoria mal assimilata, mal interpretata, fraintesa, può distrarre l’attenzione critica dalla teoria assai diversa che in realtà il soggetto sta adoperando. Ciò è accaduto non solo per la sociologia ma in particolare per essa. Come si può spiegare questo fenomeno per la sociologia, considerato il carattere per lo più conservatore di essa?

Gouldner afferma che la sociologia ha un carattere dialettico e che nel suo interno sono presenti sia dimensioni repressive che liberatorie (il pensiero di Hegel era prevalentemente conservatore ed autoritario eppure aveva in sè quegli elementi progressisti poi colti dalla sinistra hegeliana e da Marx) ma questo aspetto liberatorio è stato sacrificato negli sviluppi successivi della disciplina. Nella ricerca dei motivi che hanno portato al sacrificio di questi aspetti liberatori della sociologia, Gouldner traccia una analisi storica delle teorie sociologiche e dei rapporti che intercorrono tra queste e i loro contesti storico-cosiali, le esigenze politiche ed economiche del loro tempo.

Egli considera l’intero arco della storia della sociologia come suddivisa in quattro fasi diverse: il positivismo sociologico, il marxismo, la sociologia classica, lo strutturalfunzionalismo parsonsiano. Vediamoli.

1) Il positivismo sociologico – E’ noto che esso nasce nel clima politico della Restaurazione in Francia e va inteso in relazione ai problemi di questo periodo. Gouldner centra la sua analisi mettendo in relazione la prima sociologia con la situazione economica del periodo e con i problemi sociali che l’utilitarismo individualistico come sistema economico e come ideologia prevalente comportava.

La prima sociologia era nata in una società che aveva perduto i tradizionali fondamenti religiosi e morali e aveva fatto del tornaconto individuale l’unico schema di riferimento valido per l’azione. La prima sociologia aveva cercato di opporsi a questo stato di cose e aveva sostenuto che la società non era riducibile agli egoismi individuali ma piuttosto era basata su una coesione che non poteva non esserci nonostante tutte le conflittualità tra individui. Essa, così non aveva avuto il consenso della nobiltà in quanto i sociologi insistevano sulla scienza e non sulla tradizione; né del proletariato in quanto essi guardavano al problema dell’integrazione e non al mutamento rivoluzionario né quello della classe media perché la sociologia criticava la sua visione prettamente utilitaristica. Il pericolo maggiore per questi sociologi proveniva dal passato, dalle idee della Rivoluzione francese e dai residui culturali contrari al nuovo spirito scientifico sostenuti dalla nobiltà.

2) Il secondo periodo è costituito dal marxismo anche se, dobbiamo tenerlo presente, esso non è successivo al positivismo sociologico ma ne è contemporaneo. Gouldner afferma che il marxismo, nei confronti del positivismo sociologico ha avuto un atteggiamento ambiguo perché Marx pur muovendo da una critica all’utilitarismo individualistico in quanto “la borghesia non produce ciò che è utile ma ciò che è suscettibile di produrre profitto, ciò che si può vendere” non sarebbe del tutto contrario all’utilitarismo. Marx cercava di rendere sociale l’utilità ma è proprio per questo che il suo atteggiamento è molto diverso da quello dell’utilitarismo individualistico. E poi, se per Marx la vera utilità consisteva nella piena realizzazione morale dell’uomo in futuro, dall’altro, in nome di una necessità sociale immediata, l’individuo era destinato nel presente a essere di nuovo sacrificato e sottomesso. Da questa ambiguità sorgerebbe la possibilità per i regimi comunisti i di rifarsi al marxismo.

3) La sociologia classica, che Gouldner considera la terza fase, ha le sue radici tanto nel positivismo compiano (teso alla ricerca dei fattori di integrazione sociale) quanto nel marxismo (teso alla ricerca dei fattori di crisi). Per i sociologi classici il pericolo maggiore proveniva in qualche cosa radicato nel presente: i conflitti di classe erano diventati il problema più grave da affrontare se si voleva mantenere l’integrazione sociale all’interno del sistema economico costituito. Pertanto, il bersaglio polemico comune a tutti i pensatori del periodo classe è stato il marxismo.

4) La quarta fase è rappresentata dallo strutturalfunzionalismo di Parsone. Gouldner individua un rapporto tra l’istituzionalizzarsi della sociologia come disciplina accademica e “l’ideologia della convergenza” secondo la quale vi è una continuità nel pensiero sociologico dalle origini ai suoi più recenti sviluppi. Quando, infatti una disciplina si istituzionalizza i suoi sostenitori hanno la tendenza a ricercare in essa quei fattori che si ritrovano nei suoi diversi rappresentanti nonostante le divergenze e che ne costituiscono la specificità garantendone così l’autonomia.
Con l’intensificarsi dei conflitti razziali e l’emergere delle contestazioni studentesche l’ideologia della convergenza entra in crisi e, con essa, la predominante sociologia dell’integrazione. Sorgono così nuove teorie, come ad esempio la “drammaturgia” di Goffman, l’etnometodologia di Garfinkel, la “teoria dello scambio” di Homans ed acquistano peso anche politico i movimenti spontanei di protesta.

Gouldner ha dunque il merito di aver messo ben in evidenza l’inevitabile storicità di ogni teoria sociologica e di aver dato di ciò esempi concreti.

Gouldner appare però tutt’altro che originale quando tenta di creare una nuova teoria sociologica critica detta “sociologia riflessiva” (o sociologia della sociologia). In pratica egli ripropone un vecchio principio della sociologia della conoscenza secondo il quale i diversi orientamenti sociologici non devono essere spiegati come se le teorie costituissero un processo autonomo, indipendente dai condizionamenti da parte delle concrete realtà ed esigenze sociali da cui sono sorte. Esse devono essere comprese nei loro contesti storici, socio-economici e nei loro più ristretti confini istituzionali così come in relazione alle esperienze personali che con questi si intrecciano. L’opera dei sociologi, come quella di altri, secondo Gouldner, è condizionata da una gamma subteorica di credenze ed il compito di una critica sociologia della sociologia consiste proprio nel portare in superficie questi fattori che agiscono in modo latente.

Anche quest’ultima affermazione non costituisce una novità in quanto già Marx aveva individuato questo problema poi ripreso in termini del tutto espliciti da Mannheim.

Gouldner sostiene che la sua sociologia riflessiva differisce dalla sociologia della conoscenza in quanto non prende in considerazione le teorie sociologiche solo in relazione alle variabili di classe ma anche ad altre variabili come l’organizzazione interna dell’università ma ciò non è del tutto vero perché da sempre la sociologia della conoscenza si contraddistingue per lo sforzo di sostenere che il condizionamento sociale del pensiero non è solo legato alle classi ma dipende anche da altri fattori.

La teoria di Gouldner, dunque, non è originale.



C’è anche da dire, poi, che la sociologia riflessiva non mostra fino a che punto essa sia veramente critica e alternativa.
In generale la sociologia critica nordamericana non costituisce una vera e propria scuola: in essa vi entrano autori anche notevolmente diversi l’uno dall’altro ma tutti hanno in comune la tendenza a concepire la sociologia come studio della società storicamente costituita piuttosto che come elaborazione di schemi, teorie e sistemi astorici.


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