Solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce IL mistero dell'uomo



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Antropologia teologica







Antropologia teologica. L’uomo dalla creazione alla redenzione: “Solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo”
Indice

  • 1 La creazione del mondo e dell’uomo (CCC 355-379)



    • 1.1 Il mondo viene dal caso, dall’evoluzione, esiste da sempre oppure lo ha creato Dio? Quale valore dare alla Genesi



    • 1.2 Dio non ha né forma, né volto, né tempo, né spazio etc: come può l’uomo esserne immagine e somiglianza? È possibile a degli esseri limitati entrare in relazione con Dio, che è l’Assoluto? Non si tratta piuttosto di una “illusione consolante”?



  • 2 Il peccato: la tentazione e la caduta (CCC 385-390)



    • 2.1. Dio crea l’uomo come creatura libera, però dà divieti, comandamenti, leggi, una morale: è questa una contraddizione?



    • 2.2 Come vivevano i Progenitori prima del peccato? Erano felici? Come è da intendere la relazione dell’uomo con Dio prima del peccato?



  • 3 Dopo il peccato: il male, la sofferenza, la morte (CCC 396-412)



    • 3.1 Se tutto è stato creato per il bene, da dove il male? Perché Dio non impedisce che l’uomo faccia il male? Perché esiste la morte?



    • 3.2 Se hanno peccato i Progenitori, perché ne paghiamo le conseguenze noi? Perché mai si devono battezzare i bambini che nemmeno sanno cosa gli accade? Come mai il battesimo sembra non avere effetto, nel senso che facciamo comunque il male?



  • 4 La grazia della giustificazione



    • 4.1 Se l’uomo è incapace di salvarsi, e quindi solo Dio può renderlo “giusto”, a cosa serve pregare, essere generosi, volersi bene, celebrare i Sacramenti, etc.? A cosa servono le nostre “opere” se solo la “grazia” ci salva?



  •  5 Bibliografia



1 - La creazione del mondo e dell’uomo (CCC 355-379)

1.1 - Il mondo viene dal caso, dall’evoluzione, esiste da sempre oppure lo ha creato Dio? Quale valore al testo della Genesi?

L’oggetto dell’antropologia teologica è lo studio dell’uomo nella sua relazione con Dio. I temi dell’antropologia comprendono, oltre allo studio dell’uomo, anche la riflessione sulla Creazione (non solo degli esseri umani, ma di tutto quello che esiste) e sulla Grazia, come l’uomo è salvato. In mezzo abbiamo tutti i grandi temi: la creazione dell’uomo a immagine e somiglianza di Dio, la libertà, la caduta, il peccato, il dubbio della fede. Il testo che tutta la storia della fede ha usato per riflettere sull’antropologia è la Genesi, soprattutto i primi capitoli. Non è l’unico testo della Bibbia che parla di antropologia però è vero che la Bibbia, Gesù, i primi Padri, tutta la storia della teologia richiamano sempre la Genesi. C’è qualcosa a proposito dell’uomo anche nel Siracide, nei libri sapienziali, in San Paolo, però la Genesi è il testo principale da cui la storia della fede ha costruito i temi dell’antropologia teologica, quello che si può dire dell’uomo dal punto di vista di Dio. 
Nel raccontare la creazione dell’uomo faremo tante volte riferimento alla Genesi, il testo fondamentale per dire qualcosa dell’uomo, ma leggerla non basta. E’ importante vedere come l’hanno letta i Padri, i teologi medievali, il Concilio Vaticano II, i teologi moderni. La fede si dà alla Parola di Dio nella sua integralità, cioè alla Rivelazione di Dio che noi conosciamo attraverso la Scrittura e la Tradizione (la lettura della Scrittura attraverso i secoli, la lettura non “secondo me”, ma “secondo noi”, dove il noi comprende anche lo Spirito Santo, cfr. Dei Verbum 9 – Concilio Vaticano II). 

La Genesi è il primo libro della Bibbia, ma non è il primo cronologicamente scritto, risale all’incirca al VI secolo a.C. (la sua datazione precisa è discussa). Il re Nabucodonosor occupa Gerusalemme ed il popolo è deportato a Babilonia (598-538). E’ un grande scandalo per la fede del popolo di Israele: “Come mai è successo questo? Noi siamo il popolo eletto eppure viviamo questo dramma della deportazione!” Sorgono così tante domande: Come mai esiste il male? Perché gli uomini peccano? Ma è colpa di Dio? Perché...?  Sono le domande che vengono anche a noi: ma perché lo tsunami, perché la morte, perché il dolore, perché la cattiveria, perché il piccolo Tommaso massacrato e sepolto in una buca poche ore dopo essere stato rapito, perché? Quando il male ci colpisce ci chiediamo: come mai? 


Gli autori del libro della Genesi cercano nel passato le ragioni di quello che sta succedendo e le raccontano con il linguaggio che è loro proprio. Non inventano nulla, ma sono dei veri autori. Questi uomini di Israele compongono questo testo ispirato, ma l’ispiratore di questo testo è lo Spirito Santo stesso, lo Spirito di Dio che accompagna tutta la storia della salvezza dalle origini fino a quando tornerà Cristo glorioso, risorto, sulle nubi e concluderà la storia. Fino a quel tempo lo Spirito Santo guiderà la storia, ma la sua opera è cominciata quando è comparso l’uomo sulla terra, anzi, prima ancora, fin dall’inizio della Creazione. 

La Bibbia non è per noi come il Corano per l’Islam. Per i musulmani Maometto riferisce esattamente quello che Allah comunica, ma delle sue qualità personali e culturali non c’è nulla nel Libro sacro all’Islam. Gli autori dei Libri della Bibbia invece sono sì ispirati, ma sono veri autori, che raccontano a modo loro gli avvenimenti. Dio compie la sua Rivelazione attraverso la libertà dell’uomo. La Genesi racconta perciò con categorie del tempo in cui è stata scritta qualcosa che altrimenti non sarebbe narrabile. Il genere usato è quello dell’ “eziologia metastorica”. Si cerca cioè di spiegare le cause di quello che succede adesso, rifacendosi ad un linguaggio che non è storico-cronachistico. Non sono mai esistiti Adamo ed Eva esattamente come li descrive la Genesi, non c’è mai stato un serpente su un albero, né c’è mai stato l’albero del Bene e del Male. Non sono mai esistiti l’Eden e l’arca di Noè. E’ solo un modo di raccontare qualcosa che non si potrebbe spiegare altrimenti, perché fa parte del mistero dell’origine dell’uomo, della sua libertà, della storia, dell’universo. Eppure dietro queste immagini c’è una profonda verità, rivelataci da Dio stesso. E’ reale ciò che è accaduto e che viene descritto da immagini, da simboli. Questo è importante perché ogni volta che diremo “quando Dio crea l’uomo”, non stiamo riferendoci ad un momento storico preciso che possiamo indicare con una cronologia. Ma nella Bibbia si narra davvero la nostra origine. Le cose importanti spesso non si possono dire con parole definite. Quando uno vuole esprimere il suo amore per un’altra persona può dirle: “Sei per me come l’aurora...”. Ma non è vero! L’aurora è una cosa precisa, è il sole che sorge in un punto dell’orizzonte. E’ un linguaggio metaforico. La Genesi si esprime così, vera nel suo senso, ma non nei termini usati. 



Cominciamo con una prima domanda: come conciliare il dato rivelato con la scienza? Quello che dice la scienza che valore ha rispetto a quello che noi crediamo? L’uomo viene dalla scimmia seguendo un percorso evolutivo? La Genesi dice che Dio ha creato l’uomo. 
Potremmo interpretare questa creazione dell’uomo in maniera ingenua pensando: “Tac! L’ha creato”. Bellissimo! Ma sembra non conciliarsi con tutto il resto. Dobbiamo innanzitutto dire che la Genesi, la Bibbia (non solo la Genesi, ma anche molti libri sapienziali e profetici: Ger27,4 ss; Is22,11 ss; Sal138,13; Pro 8,22; Gb10,8), la Rivelazione intera, non hanno la pretesa di dire come siano nati il cosmo e l’uomo, dal momento che questo è compito della scienza; piuttosto intendono dire il perché, annunciarne il senso. Un fatto non è mai un fatto-tutto-in-sé, come vorrebbe la scienza oggi... Ogni fatto è l’oggetto più l’interpretazione soggettiva di esso. Facciamo un esempio. Al bambino che chiede a suo padre: “Ma com’è che tu mi hai messo al mondo?”, si può rispondere tecnicamente, raccontando di come si siano incontrati un ovulo ed uno spermatozoo, o dicendo: “Tua madre ed io ci volevamo tanto bene e da questo amore è fiorita una nuova vita”. Si può anche dare la spiegazione scientifica, ma sicuramente il bambino capisce di più l’altra. La Genesi ha un po’ la stessa funzione nei nostri confronti. Questo non vuol dire che non si debba tentare di conciliare i due dati. Non si può pensare che la scienza dica come avvengono le cose, la Scrittura perché e che questi due elementi restino completamente staccati l’uno dall’altro. 
Ma cominciamo a prendere in esame alcune teorie sulla nascita del cosmo e dell’uomo. All’inizio è stata la filosofia a tentare di spiegare le nostre origini (Platone, Aristotele, Dualismo, Monismo...). Pensiamo alle teorie cosmologiche. C’era chi immaginava all’origine dell’universo due principi opposti: il bene ed il male, il caldo ed il freddo. C’era chi adottava la teoria monistica secondo la quale tutto l’universo fa parte di Dio, c’era invece chi aveva posto Dio da una parte e la materia dall’altra. Successivamente è stata la scienza a tentare di comprendere come può essere nato il cosmo. La teoria più famosa è quella di Lamaitre (1930): il Big-Bang. Secondo questa teoria, da un iniziale punto molto piccolo e denso di energia sarebbe nato l’intero universo, mediante un’esplosione avvenuta 15 miliardi di anni fa circa. Questa teoria è credibile: durante un esperimento sulle comunicazioni telefoniche si è scoperto un rumore fossile nell’universo, rilevabile da una radiazione residua di 2,7 °K (lunga 3,7 cm), che potrebbe essere ciò che è rimasto dei 1015 °K iniziali dell’esplosione di 15 miliardi di anni fa (avvenuta in un decimo di milionesimo di miliardesimo di miliardesimo di miliardesimo di secondo: 10-34 secondi). Una sorta di eco dell’esplosione iniziale. Secondo questa teoria l’universo è in continua espansione, sta rallentando sempre di più ma continua ad espandersi. Secondo altre teorie il processo di espansione terminerà e l’universo si contrarrà nuovamente. Ci sono tante ipotesi, pensate agli studi di Stephen Hawking. 
Pio XII in un’allocuzione all’accademia delle scienze nel 1951 spiegò che se la teoria del Big Bang si fosse dimostrata vera, questo non sarebbe stato in contrapposizione con la fede: gli scienziati avrebbero lo stesso potuto considerare Dio come Creatore che fa partire il Big-Bang. 
La ragione, infatti, può conoscere che c’è un inizio nell’universo (sia esso il Big Bang o la scienza si spinga ancora più indietro nel tempo): ad ogni effetto corrisponde una causa. Non si può andare a ritroso in modo illimitato, ci si deve fermare ad un punto, ad un’origine non causata, una causa iniziale. 
Ma questo non basta per noi cristiani, non è sufficiente credere che il mondo viene da qualcosa. La Rivelazione si assume l’onere di dare un volto a questo inizio. La Genesi non si limita a dire che c’è un inizio, ma dice che questo inizio è libero, è volontario. E’ una Persona che dà origine all’universo. Il Dio biblico non è un Semplice-inizio. Tutta la storia, Gesù compreso, dice quanto tutto ciò che esiste viene non dal nulla, non da una causa cieca, ma da un Creatore volente e libero. Israele conosce le cosmologie delle culture vicine, da cui la Genesi eredita l’idea di creazione (Westermann), però quella biblica fa coincidere creazione con amore misericordioso: lo stesso Creatore è anche il Misericordioso, c’è un progetto unico. 
Abbiamo detto che l’universo viene da una causa iniziale che per la fede è Dio. Ma dopo la creazione Dio come governa il mondo? Dio non agisce come il giocatore di biliardo che dà un iniziale colpo di stecca lasciando poi che ogni pallina segua la propria traiettoria senza più alcun intervento. La teologia medioevale, rifacendosi alla filosofia greca (Aristotele), cerca di spiegare come questo avviene parlando di cause prime e cause seconde. Dio non solo “fa partire” il mondo ma anche lo sorregge, lo governa, lo trae istante per istante dal nulla, ma tutto questo non direttamente come causa prima, ma per mezzo delle cause seconde. Le cause prime sono quelle dirette, le cause seconde agiscono in modo indiretto. 
Facciamo un esempio: chi dà la vita? Dio. Io sono nato da mia madre e mio padre. I miei genitori sono le cause seconde della causa prima che è Dio. Nella tradizione si è consolidato il termine “Provvidenza”. Per esempio, pensando ai Promessi Sposi, ricordiamo come Dio sia presente in tutto il libro senza mai comparire esplicitamente (la Provvidenza). Manzoni è bravissimo a raccontare come Dio attraverso i fatti normali, le cause seconde, agisce nella storia. Dio quindi non è solo l’iniziale scoppio di energia che ha dato origine al mondo, ma lo trae dal nulla istante dopo istante. Diceva un prete anziano quando ero bambino: “Se Dio volesse potrebbe far scomparire tutto!”. Io mi spaventavo, ma è interessante, è vero. Dio è Dio, potrebbe farlo. Tutto quello che esiste è un miracolo; se noi potessimo avere sempre questo stupore saremmo più credenti, ma d’altra parte è buona cosa il non pensarci con ossessione, altrimenti avremmo sempre il cuore in gola. Siamo abituati al fatto che esiste qualcosa e non il nulla, ma ogni tanto ci farebbe bene pensarci. 

Due osservazioni su quanto detto finora. Il mondo viene dal nulla. Dio non è la materia, è al di fuori. L’idea di creazione dal nulla non è sempre esplicita nella Bibbia, che usa il linguaggio delle culture vicine, anche se è già affermata in essa. La creazione dal nulla viene tematizzata più chiaramente con S.Agostino. Dire che Dio crea dal nulla significa attestare la sua assoluta libertà, indipendenza. Significa anche che non c’è alcun intermediario tra Dio e la materia. Perché la difficoltà era proprio nel conciliare Dio - che è tutto quello che non è materiale, non ha spazio, non ha forma - con quello che esiste in concreto nel mondo. Quindi Dio crea dal nulla e tutto ciò che esiste non è sganciato dal Creatore, ma è perennemente legato a Lui. Lui è la causa prima e poi l’universo si sviluppa nelle cause seconde, studiabili, indagabili, misurabili. Uno non può disinteressarsi della scienza perché ritiene che la sua fede gli basti, altrimenti per coerenza dovrebbe rinunciare ad usare i cellulari, le automobili ecc. Sarebbe un atteggiamento fondamentalista e stupido. Sarebbe invece bellissimo se si riuscisse tramite studi accurati ad approfondire queste teorie sull’origine dell’universo. Ben vengano gli studi, tenendo però sempre presente che il mondo è legato ad un’origine creante che è Dio. Questo non per decretare l’inferiorità di ciò che esiste, quasi a dire che tutto il mondo del “materiale” fa schifo. Affermare che questo mondo senza Dio non vale niente non è un voler svalutare la materia, il corpo, l’uomo. Voler affermare che solo Dio vale e tutto il resto non conta nulla: questo è un’eresia. E’ proprio il contrario: dire che questo mondo non vale niente senza Dio è dire la relazione bellissima che c’è tra noi ed il Creatore. Dire che io adesso scomparirei se Dio non mi volesse non è affermare che io sono una schifezza, ma che è bellissimo che Dio mi tragga dal nulla istante per istante. Dire: “sono solo una creatura”, significa riconoscere che c’è un Creatore. Confessare l’essere “creatura” non svaluta la creatura stessa, ma dice quanto è grande il Creatore. Un bambino che dice: “Senza mio padre io non ci sarei” non vuol dire “quanto è cattivo mio padre che mi ha fatto creatura”, ma “quanto è buono mio padre senza il quale non esisterei”. Tutto quello che si vede non può essere che buono al suo fondo, perché viene da Dio, il quale non può che volere/fare il bene.



1.2 - Dio non ha né forma, né volto, né tempo, né spazio, ecc: come può l’uomo esserne immagine e somiglianza? È possibile a degli esseri limitati entrare in relazione con Dio, che è l’Assoluto? Non è un “illusione consolante”?

Abbiamo parlato più volte di evoluzione ed evoluzionismo, conoscete tutti Darwin. Le parole che finiscono in “-ismo” dicono qualcosa di esagerato. Voi avete seguito il corso di teologia fondamentale, non di teologia fondamentalista (che sarebbe un problema). L’evoluzionismo è la radicalizzazione sterile della teoria dell’evoluzione. Riconoscere che l’universo sia un continuum, che ci sia un’evoluzione, è buono, ma dire che tutto funziona così è un problema. Sapete che dalle tesi di Darwin sono derivati tanti problemi: se la Bibbia dice che l’uomo è stato creato da Dio, come si concilia questo dato con l’idea che l’uomo derivi dall’evoluzione di altri esseri viventi? Nella Genesi viene raccontata due volte, e da due mani diverse, la creazione dell’uomo. Se l’uomo discende dalla scimmia o da un altro animale, come può essere in relazione con Dio, ad immagine e somiglianza con Dio che è l’Assoluto? Per la fede io non sono una creatura allo stesso modo di un sasso o di una pianta, ovvero la mia particolarità sta nel poter entrare in relazione con Dio. Nella storia della filosofia ci sono stati pensatori che hanno messo in dubbio l’esistenza di Dio; hanno proposto l’idea di Dio, delle religioni, come una creazione del cuore umano, il quale non sa resistere alla sproporzione del suo essere creaturale. Feuerbach e Nietzsche ne sono un esempio: la religione è una malattia dell’uomo, perché rende servi della proiezione infantile del senso di fragilità, dipendenza, piccolezza. Si può anche credere in Dio se aiuta, ma si deve essere consapevoli che non è vero nulla. Capita anche a noi questo. In alcuni momenti ci viene da dubitare: e se fosse tutta un’invenzione? La Rivelazione annuncia che l’uomo è creato ad immagine e somiglianza di Dio, ma in che senso se Dio non ha forma? Noi siamo abituati ad ascoltare questa frase, ma cosa vuol dire? Dio ha gli occhi, le mani, pensa come me? Respira? Dio sente? Ecco, Dio sente! Sapete che oggi la frase risolutiva di ogni controversia è composta da tre parole: “Me lo sento”. Questo tronca ogni discussione. Allora Dio è come noi perché “sente” come noi? Dio non ha spazio, non ha tempo, non ha forma ed io sono creatura sua. Come accadeva per il discorso sul cosmo, anche per l’uomo dire CREATURA significa confessare il suo riferimento ad un CREATORE. Il fatto di essere qui e non essere nel nulla dipende dal fatto che Dio mi fa esistere qui. Un famoso teologo protestante, Barth, rilegge Gen 2,4b (testo più antico rispetto a Gen 1) in parallelo con gli schemi dell’alleanza. Nella Bibbia compaiono più volte delle alleanze tra Dio ed il popolo e questo testo ha una forma che è simile ad uno schema dell’alleanza. E già questo dovrebbe farci comprendere come ci sia una differenza sostanziale tra un sasso che viene direttamente dalla causa prima e segue la logica delle cause seconde, ed un uomo, che è libertà volente. E’ vero che io per certi versi ho la stessa consistenza del sasso, della pianta e dell’animale, ma c’è in me qualcosa di diverso, perché Dio non si allea con sassi, piante ed animali. Dio crea l’uomo ed entra subito in relazione con lui. Per una parte quindi appartengo al regno delle leggi causali, ma dall’altra le supero, perché sono intelligente, volente, libero. Sento, penso, ho la memoria e decido per me. Pascal diceva che l’uomo è l’unico animale cosciente del suo dover morire. 
Alcuni atteggiamenti animalisti ed ecologisti sono una forzatura perché non si possono attribuire sentimenti umani a piante ed animali. La sofferenza dell’animale è radicalmente diversa da quella umana. L’uomo è diverso da tutto il resto del Creato. Il creato segue solo il decorso delle cause seconde. Il gatto ha fatto sempre e solo il gatto, non ha mai scritto una poesia o disegnato un quadro. Sembrano cose banali, ma è bene ribadirle. Questo non vuol dire che siccome l’uomo è il centro del cosmo allora può fare del cosmo ciò che vuole. Guai a chi pensa questo. L’uomo deve rispettare il cosmo, perché ne è il custode, ma dire che l’uomo è identico alle piante e agli animali è una sciocchezza clamorosa. Tra l’animale più evoluto e l’uomo c’è un salto grande come quello che occorrerebbe per andare da qui alla fine dell’universo, un salto qualitativo enorme. 
Dio crea l’uomo e in questa creazione è già insito il concetto dell’alleanza. Nella Bibbia non appare mai un concetto di uomo come buono in sé a prescindere dalla relazione con Dio. Questo è importantissimo: quando nella fede crediamo alla decadenza dello stato umano non è per un pessimismo antropologico ma per confessare la necessità della bontà divina. La bontà dell’uomo è dovuta al fatto che è legato al suo Signore, che lo vuole buono. Dire che l’uomo è una creatura è sottolineare la bontà del Creatore. Il bambino che dice: “Io sono figlio del mio papà” non vuole dire che ciò è brutto e che lui è un poverino, ma quanto è bello che il padre lo abbia messo al mondo. 

Rispetto a tutte le altre creature l’uomo è l’unico che Dio ha voluto per sé (GS 12; CCC 356); ovvero non è una cosa fra le cose, ma è capace di autocoscienza e decisione libera. È una persona, capace di relazione con le altre persone. In questo sta la immagine-somiglianza con Dio: non siamo una cosa inglobata nelle leggi del cosmo (pensate all’evoluzione che porta alla presenza dell’uomo: circa 3 miliardi di anni), ma abbiamo coscienza, libertà, possiamo interpretare questo nostro essere al mondo dandogli un senso. 


Nel secondo racconto biblico della creazione (Gen2,4a-25) l’uomo (adam) è tratto dalla polvere (adamah), in cui Dio soffia il suo alito di vita (neshamah), che lo rende un essere vivente (nefesh). Ciò che fa la differenza tra noi e le altre creature è lo spirito, la capacità di essere liberi, di attribuire un significato al fatto che siamo qualcosa. Il cane, per quanto intelligente, non sa di essere quel che è. Il massimo della gratuità di Dio si raggiunge quando crea un essere assolutamente libero: capace di riconoscerlo o misconoscerlo. Che Dio crei un sasso è bello, è un miracolo, ma che crei me, capace addirittura di rinnegarlo, è il massimo della gratuità. Per questo l’uomo è il vertice della creazione. All’origine del primo uomo – e di ogni uomo – c’è così un nuovo intervento di Dio, una nuova decisione libera ed originale di Dio. 

I Padri della Chiesa hanno da subito affermato decisamente la destinazione relazionale dell’uomo: creato per entrare e vivere in comunione con Dio. L’uomo, anima e corpo, è orientato alla beatitudine eterna. Dire che l’uomo è ad immagine e somiglianza di Dio è riferito proprio a questi due elementi: l’uomo è capace di attribuire un senso a ciò che esiste, è una creatura libera, non inserita nella sequenza delle cause ed è destinato ad entrare in relazione con il suo Signore. 


Solo partendo da questa premessa si può parlare dell’uomo come corpo, anima e spirito. L’essere dell’uomo come anima e la destinazione ad entrare in comunione con Dio sono due cose coincidenti. Per il fatto che Dio vuole entrare in comunione con noi ci crea in un determinato modo. E l’anima è appunto la capacità di entrare in dialogo con Dio. Lo Spirito poi è la realizzazione di questa potenzialità. 

Questo ci fa pensare che l’uomo “semplicemente naturale” non è mai esistito, ma è solo una categoria necessaria per dire della gratuità della comunicazione dello Spirito. 


Facciamo un esempio paradossale. Come tutti gli esempi calza solo parzialmente alla verità, tuttavia ci può aiutare. Immaginiamo un uomo con poteri speciali. Immaginiamo che desideri avere un figlio. I suoi poteri gli danno la possibilità di decidere come questo figlio debba essere, una volta nato. Se vuole fare una “creatura” che possa essergli amica, che possa vivere in comunione beata con lui, come la farà? Non sceglierà di creare una pietra o un albero, ma una creatura il più possibile simile a lui e che soprattutto abbia la capacità di riconoscerlo, di essere in relazione con lui. La Rivelazione dice che questa facoltà è l’anima, la capacità relazionale. Anche se questo bambino non conoscerà mai il padre, perché non può o non vuole, questo non toglie che sia a immagine e somiglianza sua. Quando poi si aprirà al dialogo con questo padre allora entrerà anche “in sintonia” con lui, facendo abitare in sé il pensiero, gli insegnamenti, la memoria, gli affetti propri del genitore. Questa terza componente, come le altre, viene dal padre, ma è un “di più” ancora più gratuito (come lo Spirito). Fino a che questo dialogo non si instaurerà il figlio sarà però potenzialmente capace di entrare in relazione con il padre. 
Pensiamo alle ricadute di questo nel campo della bioetica. Erroneamente alcuni pensano che affermazioni come la dignità assoluta della vita umana, fin dal suo concepimento, potrebbero essere accettabile solo da chi crede. Eppure anche ai non credenti dovrebbe essere evidente che, manipolando un embrione od un feto umano, si manipola o si sopprime un essere in possesso di questa capacità relazionale. Ireneo di Lione ricordava come lo spirito non è una componente umana, ma è donata da Dio, è quasi un “di più” rispetto alla natura umana; e l’anima è il nesso fra corpo e spirito. 
J.Ratzinger, in Introduzione al cristianesimo, Brescia 1974 ha scritto, volendo spiegare con termini moderni il concetto di “anima”: “Possedere un anima spirituale vuol dire precisamente essere tassativamente voluti, individualmente conosciuti ed amati da Dio; avere un anima spirituale significa essere creatura chiamata da Dio ad un perenne dialogo con lui, una creatura quindi capace a sua volta di conoscere Dio e di rispondergli. [...] (Ciò) viene espresso mediante un linguaggio più spiccatamente storico ed attuale mediante la frase essere un interlocutore di Dio [...] L’immortalità dell’uomo si fonda sulla di lui dialogica polarizzazione su Dio, il cui amore è l’unica forza capace di accordare la vita eterna. [...] Non è possibile in definitiva fare una netta distinzione fra naturale e soprannaturale”. Siamo immortali non perché abbiamo un potere speciale o perché siamo bravi, ma perché Dio ci conosce per sempre. Torniamo all’esempio del padre. Se ha messo al mondo un figlio capace di conoscerlo, lui stesso è garante di questa conoscenza, quindi il papà lo conoscerà per sempre, lo avrà presente per sempre nella sua interezza. La predestinazione dell’uomo è una sola (Sir17,1; Sap2,23; 1Cor11,7; 2Cor4,4; Ef3,1-7): 


“Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, 
che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. 
In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, 
per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, 
predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, 
secondo il beneplacito della sua volontà. 
E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto; 
nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, 
la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia”. 

L’uomo così appare come il vertice della creazione, il punto in cui il creato diventa cosciente e capace di risposta libera a Dio, capace di relazione. La relazione non è un appendice della natura umana, ma l’espressione più piena dell’essere persona. L’uomo è orientato ad una crescente relazionalità, all’uscire da se stesso per entrare in dialogo con il cosmo, con i suoi simili ed, ultimamente, con Dio.  La Scrittura racconta questo fatto nell’emblematico racconto della creazione della donna: tratta dall’uomo perché fosse un aiuto “a lui simile”.





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