Soluzioni finali



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Cultura militare e “soluzioni finali” nelle colonie: l'esempio della Germania guglielmina

0001000050 Sono passati cinquant'anni da quando Hannah Arendt affermò arditamente, nel L e origini del totalitarismo, che l'imperialismo era uno dei principali fattori che conducevano al totalitarismo e alle sue “soluzioni finali”1. La Arendt sostenne che l'imperialismo rappresentava sostanzialmente l'idea e la pratica dell'espansione illimitata fine a se stessa. Nato in origine come nozione economica affine al capitalismo, l'imperialismo nella pratica si sganciò dai limiti imposti dal profitto e raggiunse un'apoteosi della violenza consapevolmente intesa come un fine in sé: “[...] la violenza impiegata per il potere (non per la legge) scatena un processo distruttivo che si arresta solo quando non rimane più nulla da calpestare”2. Nelle colonie, un vago e astratto pensiero razziale si trasformò in razzismo nella giustificazione degli orrori perpetrati dai bianchi contro i non-bianchi in una situazione di violenza senza limiti3.

L'ipotesi della Arendt appare ovviamente più persuasiva a livello dell'ideologia4. Non è un caso che i più radicali fautori dell'imperialismo siano stati anche i primi a cementare in una concezione del mondo unitaria il razzismo moderno, l'antisemitismo, uno spietato darwinismo sociale, il sogno della dominazione totale, la militarizzazione della società e l'adorazione della guerra intesa come il migliore strumento (o addirittura il fine) della politica. In Germania i pangermanisti, che iniziarono la loro vita istituzionale nel 1890 come uno dei numerosi gruppi di agitazione in favore delle colonie, squadernarono davanti all'Europa i distruttivi principi dell'imperialismo, che gli europei avrebbero dovuto applicare in un futuro impero continentale tedesco. Quando la Arendt scrisse il suo libro, i pangermanisti erano ancora ritenuti un'irrilevante frangia fanatizzata della politica tedesca. Ricerche successive hanno mostrato che si trattò in realtà di una forza importante nella politica interna tedesca, dal momento che dopo il 1908 i pangermanisti non solo fornirono collegamenti istituzionali a una costellazione di organizzazioni di destra, ma si appropriarono del discorso nazionalista e soppiantarono il governo assumendo il ruolo di arbitri e portavoce della politica di sicurezza intesa in chiave nazionalista5. Il simultaneo fallimento della politica imperiale ufficiale della Germania, e il desiderio espresso da innumerevoli gruppi di agitatori nazionalisti di conservare tutte le caratteristiche più distruttive dell'imperialismo, produssero una duratura radicalizzazione della destra tedesca, trasformandola da forza fedele al governo in una forza violentemente critica della politica governativa6. I tentativi del Cancelliere Bernhard von Bülow di addomesticare questo processo giocando d'anticipo nelle cosiddette “elezioni ottentotte” del 1907 (in cui faceva assegnamento sul risveglio del sentimento nazionalistico provocato dalla rivolta nell'Africa sudoccidentale) fallirono completamente7. In breve, l'esperienza coloniale tedesca trasformò sia l'ideologia della destra, gettando solide fondamenta per il futuro sviluppo del nazionalsocialismo, sia gli schieramenti politici.

Ciò nondimeno, quando si arriva al dunque molti storici si sono mostrati riluttanti ad accettare l'ipotesi della Arendt8. Il grande ostacolo sembra essere l'osservazione (fondata) che tutte le potenze imperiali ebbero nelle colonie un comportamento deprecabile, ma soltanto la Germania, durante la seconda guerra mondiale, arrivò a perseguire lo sterminio totale come politica nazionale. Per individuare i processi storici che culminarono nella “Soluzione finale” nazionalsocialista occorre distinguere tra le atrocità e i massacri da un lato e le “soluzioni finali” dall'altro9. Le atrocità compiute contro indigeni ribelli e civili e i massacri amministrativi furono, se non ubiqui, certo talmente comuni nella pratica imperialista che devono giocoforza essere considerati come procedure operative standard. Essi indicano l'esistenza di tre fattori che precipitano e insieme rendono possibili le “soluzioni finali”: la pura e semplice capacità di uccidere grandi masse di persone (superiorità tecnologica e organizzativa), l'identificazione della popolazione civile come il “nemico”, e la disumanizzazione di questo nemico10. L'imperialismo aprì dunque senza volerlo la via a sviluppi più radicali. Nella maggior parte dei casi, le atrocità e i massacri coloniali rimasero eventi circoscritti. Al contrario, una “soluzione finale” è un obiettivo consapevole e universale: mira a eliminare un “problema” in maniera totale e definitiva. È preventiva, perché si propone di evitare addirittura la possibilità che il “problema” emerga, o ricompaia. Le “soluzioni finali” hanno dunque un carattere utopico e ideale. Le loro dimensioni rendono improbabile che possano essere perseguite da qualunque organizzazione che non abbia la potenza di un governo nazionale. Applicate alla società umana, le “soluzioni finali” impongono la scomparsa di una popolazione-problema, realizzabile attraverso l'assimilazione culturale, la deportazione o l'annientamento fisico (genocidio). Il genocidio è pertanto la forma più radicale di “soluzione finale”, ma non l'unica11. Ritengo che sia più facile comprendere come si sviluppa un genocidio se ci si concentra non tanto sull'eliminazione fisica, quanto piuttosto sul carattere finale, o totale, dell'obiettivo. La questione diventa allora: sotto quali condizioni un governo o i suoi agenti arrivano a una politica così distruttivamente utopica?

Per anni ho affermato che Hannah Arendt avesse intuitivamente ragione nel congetturare che l'imperialismo fosse stato il principale fattore a spingere l'Europa verso le “soluzioni finali”, ma non riuscivo a individuare il nesso tra il primo e le seconde, salvo che nell'ideologia. Ora sono convinta che questo nesso sia costituito dai militari, le cui pratiche nella situazione imperiale rispondevano a una dinamica interna che favoriva le “soluzioni finali”. Senza un ancoraggio nella pratica concreta e un persistente radicamento nelle istituzioni, ben difficilmente quell'ideologia sarebbe durata tanto a lungo da conquistare uno Stato. Il fatto di chiamare in causa l'esercito non sorprenderà i molti studiosi che hanno osservato quanto spesso i militari si trovino coinvolti in vicende genocidarie12. Pochi hanno però cercato di analizzare perché i militari del periodo a cavallo tra Otto e Novecento siano stati così decisamente pronti a conformarsi a questa logica, e perché questo sia stato particolarmente vero per i militari tedeschi. Se è impossibile esplorare tutte le ramificazioni di queste questioni entro i limiti di un breve saggio, si può però analizzare in dettaglio un evento particolare, che è poi il più famoso, verificatosi nell'Africa sudoccidentale tedesca. Quest'esempio mette in luce un paradigma della cultura militare (tedesca) che svolse un ruolo cruciale nel predisporre decisori e istituzioni non-militari di un'epoca successiva a concepire, tollerare e/o tentare “soluzioni finali” di problemi politici.

0001000050 ‣ La rivolta nell'Africa sudoccidentale (1904-1907) . Nei vent'anni successivi all'instaurazione del protettorato tedesco in Africa sudoccidentale (1883) giunsero in questo territorio arido e scarsamente popolato circa 2000 coloni, in maggioranza uomini. Una combinazione di fattori, non ultimo fra i quali la pressione bianca sulle terre dei nativi, portò nel gennaio 1904 alla rivolta degli herero, la tribù di pastori che costituiva l'etnia dominante nell'area centrale della colonia. Agli herero si allearono nell'ottobre 1904 gli assai meno numerosi nama, una tribù meridionale. Per domare queste rivolte ci vollero più di tre anni, con un costo di quasi 600 milioni di marchi e l'impiego di 14.000 soldati dell'esercito tedesco. I tedeschi, non abituati alle condizioni del deserto, in cui non c'erano strade, telegrafi o vie d'acqua ad agevolare i loro movimenti, trovarono questo tipo di guerra quanto mai difficile. Lo sforzo militare fu il più ingente compiuto dalla Germania prima del 1914, e costò la vita a 1500 uomini, una metà dei quali fu uccisa dalle malattie13. Ma le perdite degli herero e dei nama furono infinitamente maggiori. Alcuni autori si appellano alla scarsità delle statistiche per giustificare la loro negazione dell'immensità della catastrofe demografica14. Ma osservatori contemporanei ben informati e i dati demografici postbellici concordano sull'enormità della distruzione umana patita dagli africani. La maggior parte degli storici accetta una mortalità del 75-80% per gli herero (su una popolazione originaria compresa tra le 60.000 e le 80.000 anime), e di circa il 45-50% dei nama (che prima della guerra erano più o meno 20.000)15. Le statistiche militari ufficiali tedesche riconobbero che nei campi d'internamento, che accoglievano non soltanto i ribelli (maschi) che si arrendevano, ma anche donne e bambini, si registrò una mortalità del 45%16. In aggiunta a questi numeri, bisogna ricordare che il comandante responsabile della definizione di questa politica militare, il tenente generale Lothar von Trotha (giugno 1904-novembre 1905), annunciò nell'ottobre 1904 la sua intenzione di raggiungere nell'Africa sudoccidentale una “soluzione finale”, in cui la morte di massa spinta fino allo sterminio costituiva un esito accettabile.

Né il genocidio né, più generalmente, la “soluzione finale” nell'Africa sudoccidentale furono ordinati da Berlino. Se Trotha avesse ricevuto un ordine del genere, foss'anche solo verbalmente, ne avrebbe sicuramente parlato quando in seguito difese le sue scelte estreme in una corrispondenza privata con il suo superiore, il Capo di Stato Maggiore, Alfred von Schlieffen, con il cancelliere Bülow e con il governatore dell'Africa sudoccidentale colonnello Theodor Leutwein17. Trotha chiarì invece che non aveva ricevuto “alcuna istruzione o direttiva da Sua Maestà all'atto della nomina a comandante dell'Africa sudoccidentale. Sua Maestà si limitò a dire che si aspettava che domassi la rivolta con ogni mezzo, e che in seguito gli spiegassi perché era cominciata”18. Le parole “con ogni mezzo” erano un'espressione standard correntemente usata in rapporto alle rivolte coloniali19. Non solo non fu impartito nessun ordine, ma la Vernichtungspolitik [politica di annientamento] di Trotha fu contrastata dal governatore Leutwein, dal Cancelliere Bülow, dai deputati socialdemocratici e liberali di sinistra al Reichstag, dai missionari, persino da inflessibili socialdarwinisti come Paul Rohrbach, che si trovava nell'Africa sudoccidentale quando scoppiò la rivolta; e infine, per quanto tardivamente, anche dai coloni bianchi sul posto, che non volevano certo l'eliminazione della loro riserva di manodopera. È tuttavia indubbio che la retorica incendiaria dei coloni all'inizio della rivolta avesse contribuito a creare un'atmosfera favorevole all'annientamento.

In assenza di un ordine, e di fronte a una vasta opposizione, nell'Africa sudoccidentale la “soluzione finale” si sviluppò a partire dalle pratiche dei militari. Nel caso di questa “soluzione finale”, il prerequisito istituzionale era dunque il controllo totale dell'esercito sulla politica militare e sulla colonia, che prese forma in due fasi. La prima fu l'immediato trasferimento dei poteri dal governatore (lui stesso un soldato esperto nel domare le rivolte) allo Stato Maggiore dell'esercito. Il governatore Leutwein continuò a occuparsi delle prime campagne (dal gennaio al giugno 1904), prendendo però ordini dallo Stato Maggiore e non più dal Cancelliere per il tramite del ministero degli Esteri, che era la normale catena di comando nelle colonie. Il siluramento dei civili in favore di specialisti militari fu reso possibile dal fatto che i poteri costituzionali del Kaiser (la sua Kommandogewalt) gli consentivano di farlo, e anche perché la rivolta fu immediatamente qualificata come una questione di sicurezza nazionale. La morte di 158 coloni bianchi (il 98% dei quali uomini) avvenuta allo scoppio della rivolta convinse anche gli scettici in materia di politica coloniale presenti nel Reichstag che la madrepatria aveva il dovere di proteggere i coloni tedeschi. E ancor più minacciosa era la sfida dei ribelli locali all'autorità e al prestigio dello Stato tedesco. Il dottor Oscar W. Stuebel, direttore del ministero delle Colonie, dichiarò al Reichstag, riscuotendo l'approvazione generale, che “l'onore della Germania esige la repressione della rivolta con ogni mezzo”20. Se la ribellione non fosse stata definitivamente schiacciata, la capacità della Germania di essere una potenza coloniale sarebbe parsa dubbia, e di conseguenza il suo status di grande potenza sul modello britannico ne avrebbe sofferto. La Weltpolitik e il giuoco politico delle Grandi Potenze fecero di una semplice rivolta coloniale una minaccia di prima grandezza per la sicurezza nazionale.

La seconda fase nel consolidamento del potere dell'esercito maturò sul terreno di giudizi strettamente militari. Una difficile vittoria ottenuta dal governatore Leutwein a Oviumbo, che ricacciò definitivamente gli herero su una posizione difensiva a Waterberg, ma che era stata preceduta da una momentanea ritirata strategica di Leutwein, fu giudicata dallo Stato Maggiore una sconfitta. Questo fraintendimento si basava su una serie di presupposti di fondo insiti nella cultura militare tedesca. Il primo riguardava le accentuate aspettative di una facile vittoria da parte di europei superiori su africani inferiori (un tipo di pensiero razzista generalizzato universalmente presente nell'età dell'imperialismo e comune a tutti gli eserciti coloniali). Il secondo presupposto era invece specificamente tedesco: si volevano vittorie a buon mercato, veloci e simbolicamente decisive per togliere di mezzo il potere di controllo dell'autorità civile, che entrava in gioco quando il Reichstag doveva deliberare stanziamenti militari supplementari; ma anche e soprattutto per dimostrare l'assoluta superiorità militare tedesca, perché l'esercito, grazie ai suoi assidui sforzi e a quelli del sovrano, dei conservatori e, negli ultimi tempi, degli agitatori ultranazionalisti, era diventato sinonimo di stabilità della monarchia e di disciplina sociale, nonché del futuro della Germania come prospera Grande Potenza. In breve, sull'esercito tedesco gravava un enorme peso simbolico-politico; la sua sconfitta, o anche soltanto una momentanea ritirata strategica, era perciò qualcosa di insopportabile e di impensabile.

Di conseguenza i capi dello Stato Maggiore e il Gabinetto Militare fecero pressioni sul Kaiser, convincendolo a sostituire Leutwein con Trotha, che in precedenza si era distinto per avere spietatamente represso rivolte indigene nell'Africa orientale tedesca. Arrivato nell'Africa sudoccidentale nel giugno 1904, Trotha proclamò la legge marziale, e in novembre, quando si scontrò con Leutwein sulla Vernichtungspolitik, lo sostituì nella carica di governatore. L'Africa sudoccidentale rimase soggetta al controllo totale dell'esercito fino al novembre 1905, quando Trotha, a sua volta rimosso dall'incarico, fece ritorno a Berlino. Se i militari si ritrovarono al comando, si dovette dunque a un complesso di fattori, tutti di grande rilevanza: l'assetto costituzionale della Germania (che attribuiva poteri amplissimi al Kaiser e ai suoi consiglieri militari), la politica imperialista tedesca [Weltpolitik ], l'identificazione nazionale, accentuata dall'accettazione della dottrina della sicurezza nazionale (anche da parte di ex oppositori del colonialismo presenti nei partiti del Zentrum cattolico e dei liberali di sinistra), e alcuni postulati centrali della dottrina militare (essi stessi d'altra parte formatisi interagendo con importanti caratteristiche della cultura politica tedesca).

Con l'arrivo di Trotha nell'Africa sudoccidentale ebbe inizio il dispiegamento delle procedure operative militari standard dell'esercito tedesco, sia a livello della dottrina sia della pratica (ovvero sia a livello dell'azione consapevole che a quello dei comportamenti automatici e irriflessi). Il risultato fu un modello operativo che può essere analizzato in sei momenti.

0001000050 ‣ L'evoluzione verso la “Soluzione finale” secondo la logica militare . La distruzione [Vernichtung] | La dottrina militare tedesca tardo-ottocentesca riteneva che lo scopo della guerra fosse la distruzione del nemico. La formulazione originaria di questo principio era di Carl von Clausewitz, che si riferiva alla “distruzione delle forze militari del nemico”. Negli anni di Guglielmo II si intendeva la stessa cosa, ma è forse significativo che in un'epoca in cui l'industrialismo e la crescita tecnologica minacciavano di ampliare il ventaglio dei bersagli militari fino a includere la popolazione civile e l'economia, l'espressione fosse stata decurtata, diventando semplicemente “distruzione del nemico”21. Ciò nondimeno, i militari continuavano a ritenere che i loro nemici fossero innanzitutto i soldati.

Nell'ultimo decennio dell'Ottocento la Vernichtung si era ormai sviluppata in un dogma specifico che invocava un veloce movimento offensivo, il quale doveva, non appena si fosse reso possibile, culminare in un'unica battaglia concentrica di annientamento. Se in quegli anni il “culto dell'offensiva” era caratteristico della maggior parte delle culture militari europee, la singola battaglia d'annientamento era una peculiarità tedesca22. È un concetto massimamente evidente nel famoso Piano Schlieffen, ma che era anche alla base della strategia navale. In entrambi i casi, il dogma era una risposta a quella che veniva percepita come la debolezza della Germania: sulla terra, si trattava di rispondere all'“accerchiamento” da parte della Francia e della Russia; sul mare, il problema era costituito dal confronto con la massima potenza navale mondiale: la Gran Bretagna. Il primato dell'offensiva spinto all'estremo, la concentrazione simultanea di tutte le proprie forze, la speranza che la propria valentia tecnologica e professionale valesse a compensare la debolezza numerica, l'audacia (anzi la temerarietà) di rischiare il tutto per tutto in un colpo solo, la richiesta a soldati e marinai di un'abnegazione assoluta, la sottovalutazione dei limiti logistici e delle possibili risposte del nemico: tutte queste componenti del dogma erano necessarie per trascendere l'inferiorità della Germania e permetterle di operare come una potenza mondiale, o meglio come una potenza dominatrice, anziché accontentarsi di essere soltanto una delle cinque “Grandi Potenze” europee. Il dogma della singola battaglia d'annientamento era dunque il riflesso sul piano militare di quella singolare miscela di ambizione e disperazione che era una caratteristica della politica della Germania guglielmina23. Questo dogma era il programma elettivo, la “ricetta per la vittoria” nella cui cornice venivano addestrati tutti gli ufficiali tedeschi24. Sebbene fosse stato sviluppato per le circostanze europee, il dogma fu applicato, di buona o di malavoglia, anche nelle colonie, dove era pressoché impraticabile. La mancanza di infrastrutture rendeva estremamente difficile il movimento dei rifornimenti e la concentrazione degli uomini; e, cosa ancora più grave, i giganteschi convogli intralciavano la mobilità e la flessibilità, ossia proprio ciò di cui avevano più bisogno le guerriglie.

Non può dunque sorprendere che il tentativo di Trotha nell'Africa sudoccidentale fosse proprio quello di giungere alla singola battaglia d'annientamento. Il generale trascorse i mesi di giugno e luglio facendo avanzare le sue forze, un passo dopo l'altro, finché non circondarono virtualmente il Waterberg, l'ultima grande fonte d'acqua prima del deserto di Omaheke, in cui si calcolava fossero asserragliati 60.000 herero, ossia l'intero popolo nemico. Il terreno era così difficile che le forze tedesche, arrivate di fresco dalla madrepatria, erano esauste, e quando cominciò l'attacco avevano dato fondo alle loro riserve di foraggio e d'acqua. Trotha schierò le sue forze in maniera irregolare, bloccando una possibile via di sfondamento del nemico a ovest, in direzione del centro della colonia, ma lasciando più sguarnita la via orientale, che si addentrava nel deserto. Da questa scelta di Trotha uno storico ha dedotto che il generale voleva che gli herero fuggissero nel deserto, dove sarebbero morti25. Un'ipotesi certamente sbagliata: Trotha, infatti, non solo alla vigilia della battaglia informò Berlino che avrebbe attaccato il nemico “simultaneamente con tutti i reparti, allo scopo di distruggerlo”, come imponeva il dogma, ma aveva altresì fatto costruire un campo di concentramento per gli 8000 prigionieri (la stima ufficiale massima del numero dei guerrieri herero) che si aspettava di catturare; e aveva addirittura ordinato per loro 1000 catene26. Tutti si aspettavano una grande vittoria tedesca. Amministratori civili, missionari e uomini d'affari si stavano già riunendo per concordare la spartizione dei prigionieri27. Invece, a causa in parte di errori commessi da due comandanti di reparto, gli herero subirono perdite lievi e fuggirono nel deserto. A questo punto (11 agosto 1904), Trotha aveva ottenuto una vittoria abbastanza simile a quella del governatore Leutwein a Oviumbo. In effetti aveva sconfitto gli herero, i cui capi conclusero che non potevano vincere, e avanzarono quindi proposte di pace. Non solo, ma non avrebbero più costituito una seria minaccia militare, né avrebbero più osato ingaggiare una vera e propria battaglia. Ma ciò non bastava a fare dell'evento una vittoria secondo gli iperbolici standard militari tedeschi dell'epoca: non si trattava di una vittoria totale ottenuta di forza, da cui i nemici uscissero morti, prigionieri o incondizionatamente sottomessi. Non aveva dimostrato l'invincibilità militare tedesca, e pertanto non aveva ristabilito in maniera convincente l'autorità e l'ordine tedeschi.

Il rifiuto dei negoziati | Se lo scopo dell'intervento militare tedesco fosse stato la sconfitta degli herero, a quel punto Trotha avrebbe dovuto negoziare la loro resa, come Leutwein lo esortava a fare. Ma i negoziati erano impensabili. Più tardi (nel 1909) Trotha avrebbe spiegato perché: se lo sfondamento non fosse avvenuto, un negoziato sarebbe forse stato possibile, e un regolare tribunale avrebbe spedito assassini e caporioni al patibolo, le armi e il bestiame sarebbero andati al governo, e il resto delle tribù sarebbero tornate sotto le ali della misericordia dell'Altissimo (ovvero di Sua Maestà). Ma stando le cose come stavano in quei giorni del 12 e 13 agosto 1904, qualunque ipotesi di negoziati era fuori questione, a meno di voler testimoniare la propria debolezza e il proprio imbarazzo. Una debolezza e un imbarazzo che sarebbero subito parsi evidenti al nemico, e avrebbero significato una ripresa della guerra non appena la masnada avesse superato il primo shock28. Per Trotha e per molti dei suoi colleghi ufficiali, qualunque cosa che non fosse una vittoria totale imposta dalla forza delle armi era un segno di debolezza e costituiva una minaccia per la sicurezza. Di nuovo, vediamo qui all'opera il concetto straordinariamente esigente di vittoria che l'esercito tedesco aveva fabbricato a proprio uso e consumo. Tuttavia, l'intransigenza di Trotha fu incoraggiata da parecchi altri fattori. Sia il Kaiser sia un ampio settore dell'opinione pubblica, quale si rispecchiava nella stampa borghese nella fase iniziale della rivolta, rifiutavano i negoziati fino a quando i ribelli non fossero stati “puniti”29. Questo tropo della guerra coloniale, immortalato dall'espressione “spedizione punitiva”, concepiva i ribelli come dei fuorilegge, e intendeva la punizione, alla vecchia maniera, come sofferenza fisica anziché come pena detentiva, come si riteneva appropriato per i propri cittadini. La sofferenza fisica era qualcosa che si infliggeva agli inferiori, e sotto questo aspetto lo strumento militare era particolarmente adatto, perché in Europa era uno degli ultimi ambiti in cui la fustigazione e l'umiliazione erano ancora permesse (benché sempre più discusse). Avvenne così che numerosi distinti filoni culturali si combinarono per fare del negoziato un qualcosa di discutibile, specialmente perché sembrava suggerire una certa eguaglianza tra le parti e riconosceva l'esistenza politica di quei gruppi nativi che il colonialismo tedesco era comunque impegnato a eliminare30.




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