Sommario N. 2 Anno Marzo/Aprile 2012 editoriale un amore trasfigurato e appassionato



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Quanto sei bella, compagna mia,

quanto sei bella

coi tuoi occhi di colomba

luccicanti dietro al velo.

I tuoi capelli

sono un gregge di capretti

che scendono saltellando dai monti di Galaad.

I tuoi denti,

come un gregge di bianche pecorelle

che salgono dal bagno

tutte appaiate, e nessuna ne manca.

Nastro scarlatto son le tue labbra,

la tua bocca dischiude dolcezze.

Spicchio di melagrana la tua gota

che arrossisce dietro al velo.

È come la torre di Davide il tuo collo,

costruita in modo perfetto.



Favo stillante son le tue labbra,



sposa mia,

e la tua lingua nasconde

di miele e latte la dolcezza.

Profumano di fresco le tue vesti,

come profuma il Libano nei boschi (4,1-4a.11).
Come per lui, anche di lei si canta il fascino degli occhi, colombe che si intravedono ritrose e ammiccanti dietro al velo; e i suoi capelli neri sono come i capretti che scendono dai monti di Galaad, e come quelle bestiole si muovono saltellando, ondeggiando nel movimento aggraziato della testa e delle spalle di lei. Poi, in contrasto, ecco il biancore scintillante dei denti, candide pecorelle appena lavate, tutte appaiate, perfette nella loro simmetria. E su quel bianco, risalta lo scarlatto delle labbra e la sfumatura rosata delle gote, che richiamano il colore delle melagrane, reso ancor più acceso dal rossore dell’eccitazione e del pudore.

E anche lei, come lui, ha delizie da donare, nascoste tra le labbra, più dolci del miele, e un profumo di fresco che esala dal suo corpo e fa sognare: affondare il viso nelle sue vesti fragranti è come vagare in una foresta incantata, felici di smarrirsi nei boschi magici del Libano.

Come tutto cambierebbe se anche noi ci lasciassimo incantare dalla bellezza di Dio come questo innamorato del Cantico si lascia incantare dalla bellezza di lei; i nostri occhi allora sarebbero trasformati, vedrebbero tutto in un modo nuovo, la realtà sarebbe diversa, trasfigurata. Perché cambiano gli occhi e cambia il cuore, se ci lasciamo abbagliare dalla luce e dalla bellezza di Dio e del suo amore.

L’innamorato del Cantico, lui si lascia abbagliare, lui sa come cantare l’amore. E non è solo la natura a venirgli in soccorso per celebrare la bellezza di lei. Più avanti, continuando a percorrere con lo sguardo e il canto il corpo di lei, lui la paragona alle grandi città, Gerusalemme, la città santa in cui Dio abita, a cui va il desiderio e la nostalgia di ogni israelita, e Tirza, città cananea, antica capitale del regno del Nord:


Bella tu sei, compagna mia,

bella come Tirza,

affascinante come Gerusalemme,

conturbante come una costellazione di stelle.

Distogli da me il tuo sguardo,

mi turbano i tuoi occhi (6,4-5a).
E poi, quando lei danza, davanti a lui si aprono abissi d’incanto:
I tuoi piedi scattanti,

o principessa,

così belli nei sandali,

le curve dei tuoi fianchi preziosi,

gioielli lavorati da un artista.

Il tuo ombelico,

diafana coppa lunare

sempre colma di vino inebriante,

e il tuo ventre di grano maturo,

circondato dai gigli.

I tuoi seni sono due cerbiatti,

due gemelli di gazzella (7,2-4).
La descrizione è vivida, davanti agli occhi di chi legge si materializza leggera la figura di lei che si muove al ritmo della musica, e si rimane incantati, come il suo amato, alla vista di quei piedi agili ed eleganti, delle linee morbide dei fianchi perfetti che si muovono inquietanti, dell’ombelico con la sua offerta di vita, portatore di promesse come coppa ricolma di vino inebriante.

E poi c’è il fascino di quel ventre abbronzato che si contrae e si distende nel movimento della danza e sembra un cumulo di grano dal colore caldo dell’oro o un campo di grano maturo che il vento dolcemente fa ondeggiare. E infine i due seni, irresistibili, come cerbiatti che giocano muovendosi felici, quei seni che poi, nei versetti seguenti, diventano per lui come i frutti della palma che egli desidera cogliere facendosi inebriare dal profumo del respiro fragrante di lei e dal vino dolcissimo delle sue labbra:


Quanto sei bella, e quanto amabile,

amore mio, luogo di delizie.

Il tuo corpo slanciato

assomiglia ad una palma,

e i tuoi seni sono i grappoli.

Mi son detto: sulla palma voglio salire

e stendere le mani a cogliere i suoi frutti.

Mi siano i tuoi seni qual grappoli di vite,

di mele è profumato il tuo respiro.

Il tuo palato nasconde un vino generoso

che scende dolcemente,

lieve scorrendo sulle labbra assopite (7,7-10).
La natura, i paesaggi, gli odori e i colori, tutto viene messo al servizio del dialogo tra i due innamorati, tutto serve a dirsi reciprocamente l’amore, mentre le parole disegnano le forme incantevoli dei loro corpi. Come canta il poeta messicano Octavio Paz citato da un esegeta nel suo commento al Cantico: «Voy por tu cuerpo como por el mundo» (G. Barbiero, Cantico dei Cantici, Paoline, Milano 2004, p. 158).

Così, il mondo che li circonda serve ai due innamorati del Cantico a dirsi l’amore; vedono l’altro, e in lui vedono colline, prati, vigne, pascoli profumati, cuccioli che giocano, gioielli preziosi. Ma è vero anche il contrario: vedono paesaggi, alberi maestosi, cerbiatti e caprette saltellanti e pensano all’altro, perché tutto richiama alla mente l’oggetto del loro amore. Così è anche nel rapporto con Dio; innamorati di Lui, tutto ci dovrebbe parlare di Lui, tutto e tutti: dalla grandiosità della natura fino al nostro fratello più piccolo, in cui riconoscere la presenza del Signore, facendo memoria delle parole del Vangelo: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40; cf anche 1Gv 4,20).

L’amore trasfigura e il mondo allora si trasforma, diventa giardino incantato, che richiama l’Eden dell’origine, quel paradiso perduto che l’amore fa ritrovare e in cui ora una nuova donna e un nuovo uomo abitano, recuperando una vita che sembrava smarrita e che ritrovano, rinnovata, nel dono di sé senza riserve. Amare Dio è così, trasforma il mondo in paradiso, perché stare con Lui è il vero paradiso.




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