Sommario N. 2 Anno Marzo/Aprile 2012 editoriale un amore trasfigurato e appassionato



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5. Dio è amore

Abbiamo ascoltato le parole dei due innamorati. Ma, come abbiamo detto, esse celano un mistero più grande, quello dell’amore di Dio. È il nostro punto finale: “Dio è amore” e l’amore di un uomo e di una donna è un riverbero di questo amore divino, ne è segno e manifestazione, luogo privilegiato in cui l’amore di Dio si fa presente, si rivela, si lascia sperimentare.

L’amore divino va atteso, desiderato, ricercato. Come lo sposo del Cantico, ogni credente anela all’incontro con il Signore e chiede di poterlo vedere, contemplare, ascoltare. Le parole di invocazione che l’innamorato rivolge alla sua amata ci possono aiutare a vivere questo desiderio:
Colomba mia, che ti nascondi

nelle fessure anguste delle rocce

e nelle spaccature aspre dei dirupi,

lasciati vedere, mostrami il tuo volto,

fammi udire lieve la tua voce,

perché soave è la voce tua,

e così bello il tuo volto da ammirare (2,14).
E come la sposa del Cantico, il credente deve andare alla ricerca di Dio, anche se intorno c’è il buio, anche nella notte dolorosa di un’attesa che sembra interminabile:
A notte, insonne, nel mio letto

cercavo l’amore della vita mia.

Lo cercavo e non riuscivo a trovarlo (3,1).
Sono le parole dell’innamorata, che allora decide di alzarsi, di andare per le strade della città alla ricerca dell’amato, con la domanda accorata: «Avete visto l’amore della vita mia?» (3,3; cf anche 5,2-8). Una ricerca nella notte che sembra anticipare, in un gioco di allusioni, la ricerca nel buio, appena rischiarato dall’alba, di un’altra donna in un altro giardino, nel giorno dopo il sabato, il primo giorno della settimana. Con lo stesso affanno, con la stessa urgenza, Maria di Magdala cerca il suo Signore: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto»; e chiede angosciata a chi crede essere il custode del giardino: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo» (cf Gv 20,11-17).

Ma quando cerchiamo Dio, in realtà è perché Lui ci sta cercando. E a noi resta la meraviglia, l’ammirazione stupefatta di chi è davanti all’inimmaginabile: l’amore di un Dio che ci cerca, ci vuole, ci chiama, e attende paziente la nostra risposta. Un amore che è vita, che fa vivere e insegna a dare la vita, l’unico modo per vivere in pienezza, capaci allora di andare anche al di là della morte. Perché, come dice il Cantico:


Forte è l’amore come la morte,

tenace la passione come l’abisso eterno.

Son di fuoco le sue vampe,

e divina è la sua fiamma.

L’oceano dalle grandi acque

non può spegnere l’amore,

e i fiumi impetuosi non sanno travolgerlo (8,6b-7a).
È questo l’amore, un amore a cui “si può” ed è bello “rispondere”.

STUDI 2


Rispondere all’AMORE

con tutto il nostro ESSERE, si può

di Frère Alois di Taizé Priore di Taizé, Francia.

Frère Alois


Sono contento di iniziare a Roma, con il Convegno vocazionale, questo anno 2012, anno che la nostra comunità di Taizé concluderà anche a Roma, poiché avremo qui il nostro incontro europeo di giovani alla fine del mese di dicembre. Sono pure contento di poter contribuire con la mia testimonianza alla ricerca che vi riunisce e dire con forza: sì, rispondere all’amore con tutto il nostro essere, si può… E ancor più: rispondere in particolare all’Amore di Dio con tutto il nostro essere, certamente si può.

Ma fin dall’inizio, va detto: la fede in Dio è sempre più spesso messa in discussione, soprattutto nel mondo occidentale. Il semplice pensiero che Dio esista sembra diventare più difficile. Se Dio esiste, perché il male è tanto potente? In un universo di cui conosciamo sempre meglio la complessità e l’infinitezza, come immaginare una onnipresenza di Dio, che si occuperebbe contemporaneamente dell’universo e di ogni essere umano in particolare? E, se Dio esiste, sente le nostre preghiere, vi risponde?

Di questa messa in discussione, come ben sapete, molti credenti, molti giovani, ne fanno la difficile esperienza nei loro posti di lavoro o di studio, talvolta nella loro famiglia. Numerosi sono coloro che non possono credere in un Dio che li ama personalmente. Numerosi anche coloro che, con grande onestà, si pongono questa domanda: come sapere se ho la fede?

Ai giovani che vengono a Taizé alla ricerca della fede, alcuni alla ricerca di una vocazione, mi capita spesso di dire: la fede si presenta oggi come un rischio, il rischio della fiducia. Per correre questo rischio, abbiamo bisogno di coinvolgere tutto il nostro essere, tutte le nostre capacità umane, tanto quelle del cuore quanto quelle della ragione. Osare credere! Osare rispondere all’amore di Dio!

Per molti giovani, probabilmente anche nelle altre religioni, il contenuto della fede si è avviluppato in una fitta nebbia. A ciò si aggiungono alcuni tenaci malintesi. Chi è Gesù? Che cosa ci ha detto di Dio? Lo Spirito Santo, la risurrezione, la Chiesa… Queste nozioni, seppur centrali nella fede cristiana, trovano in molti nostri contemporanei solo una comprensione molto superficiale. E quanti bambini crescono senza che qualcuno dica loro che Dio li ama.

Anche i credenti convinti non sempre cercano abbastanza di approfondire la loro fede. Non è raro che si crei un divario tra le conoscenze nel campo della fede e quelle acquisite in altri ambiti. Una fede che rimane alle espressioni apprese durante l’infanzia, con difficoltà sa affrontare gli interrogativi dell’età adulta. A Taizé vorremmo fare di tutto affinché i giovani scoprano che c’è gioia nell’approfondire la comprensione del mistero della fede ad ogni tappa della vita.





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