Sommario N. 2 Anno Marzo/Aprile 2012 editoriale un amore trasfigurato e appassionato



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3. La forza di una vita semplice

Vorrei ora continuare a parlarvi della vocazione a seguire Cristo condividendo semplicemente con voi ciò che noi viviamo nella nostra comunità ed esprimendomi davanti a voi come mi è capitato di parlare ai miei fratelli della nostra vita comune. Provo così a farvi conoscere quale formazione umana e spirituale cerchiamo di acquisire lungo tutta la nostra vita.

Dapprima, però, voglio dirvi che sono un po’ impressionato nel rivolgermi a donne e uomini di cui alcuni rappresentano tradizioni molto più antiche di quella della nostra piccola comunità. Frère Roger diceva: «La comunità di Taizé non è che un semplice germoglio innestato sul grande albero della vita monastica, senza il quale non potrebbe vivere».

Dopo la morte di frère Roger – penso che sappiate tutti che è stato ucciso una sera durante la preghiera comune nella nostra chiesa della riconciliazione –, fratel Marcellin, priore della Grande Chartreuse, ci ha aiutato molto scrivendoci queste parole: «Le circostanze drammatiche della morte di frère Roger non sono altro che un rivestimento esteriore che mette ancora più in luce la vulnerabilità che egli coltivava come una porta attraverso la quale, in modo preferenziale, Dio può entrare in noi».

La vulnerabilità come una porta per la quale Dio entra in noi: queste parole ci hanno colpito così tanto che, un anno dopo, ho sentito il bisogno di andare a visitare fratel Marcellin.

Nella Grande Chartreuse ho visto monaci che sono come i Padri del deserto e che vivono senza pretese. Quando ho detto al priore che erano un segno dell’assoluto mi ha risposto: «La nostra vita è molto semplice, a volte persino banale». Poi ha aggiunto: «È vero, noi miriamo all’assoluto, ma dobbiamo soprattutto imparare a vivere con la nostra umanità, e credere, anche se non vediamo nulla, che Dio compie qualcosa nella nostra vita».

Per i certosini la spiritualità è semplice. Oggi si cerca così tanto una spiritualità che completi l’esistenza e le dia uno sviluppo personale sensibile. Lì si tratta piuttosto di offrire la propria umanità a Dio e di accettare che Dio faccia il resto.

Noi ci volgiamo a Dio così come siamo, con ciò che è buono, ma anche con i punti oscuri, e persino con gli errori. Nella preghiera diciamo delle parole, ma a volte siamo lì solo con il nostro corpo, nel silenzio.

È questo forse il nocciolo di quello che impariamo dai monaci della Grande Chartreuse: ad accettare una povertà, una mancanza profonda, nella vita e a volte persino nella preghiera.

I certosini non lasciano mai la valle dove abitano. Vedono solo un versante della montagna, non vedono mai l’altro versante. Anche noi dobbiamo accettare di non vedere tutta la realtà. Non vediamo l’altro versante della nostra esistenza e della nostra preghiera. Osiamo allora offrire a Dio ciò che noi siamo. Accettiamo di non vedere tutti i versanti della vita, altrimenti occuperemmo il posto di Dio.





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