Sommario N. 2 Anno Marzo/Aprile 2012 editoriale un amore trasfigurato e appassionato



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5. Vivere l’attesa

Certi giovani che s’interrogano su una vocazione si domandano: che cosa aiuterà a perseverare di fronte alle difficoltà che sorgono nella vita?

È a questa domanda che vengo ora. Per rimanere in un sì di tutta la vita, bisogna osare vivere un’attesa. Quando pronunciamo gli impegni, quest’attesa non è orientata solo verso il futuro, ma anche verticalmente verso Dio, nel momento presente: osare credere che c’è una gioia dell’attesa. E quest’attesa spesso si vive stando in silenzio alla presenza di Dio.

A Taizé, diamo molto posto al silenzio. E capita, alla fine del loro soggiorno sulla collina, che dei giovani ci dicano: «La cosa più importante è stato il silenzio». Il silenzio nella preghiera comune permette di essere da solo davanti a Dio, anche in una grande assemblea. Un tale spazio prepara all’adorazione.

Lo spirito di adorazione non è facile per dei giovani che sono nati in un mondo dove l’efficacia immediata conta moltissimo, dove il solo pensiero delle lunghe maturazioni suscita impazienza. Nei lunghi silenzi dove apparentemente non succede nulla, Dio è all’opera in noi, senza che noi sappiamo come.

Il silenzio non è forse innanzitutto il luogo e l’espressione della nostra attesa di Dio? Una profonda attesa abita l’essere umano: il desiderio di assoluto, verso il quale ognuno tende con tutto il suo essere, corpo, anima, intelligenza; la sete d’amore che arde in ciascuno e che anche la più profonda intimità umana non può interamente placare.

Questa attesa, la sentiamo spesso come una mancanza o un vuoto difficile da assumere. Ma, lungi dall’essere un’anomalia, essa fa parte della nostra persona. È un dono, ci conduce ad aprire noi stessi, orienta tutta la nostra persona verso Dio.

Sant’Agostino scrive: «Tutta la vita del cristiano è un santo desiderio. Dio, facendo attendere, estende il desiderio; facendo desiderare, estende l’anima; estendendo l’anima, la rende capace di ricevere… Se desideri vedere Dio, hai già la fede».

La sete che ci abita non è forse un marchio impresso da Dio in noi affinché ci volgiamo verso di lui? Il progresso economico e il benessere materiale, per quanto indispensabili siano, non possono placare la nostra sete più profonda. Questa sete apre il nostro cuore alla voce dello Spirito Santo che giorno e notte mormora in noi: «Sei amato da sempre e per sempre, e nemmeno le prove, talvolta durissime, della tua vita, possono cancellare questo amore».

Che si sia giovane o adulto, saper aspettare… Esserci, semplicemente, gratuitamente. Metterci in ginocchio per riconoscere, anche con il corpo, che Dio non agisce per forza come noi immaginiamo.

Aprire le mani, in segno d’accoglienza. Anche se non riusciamo sempre ad esprimere il nostro desiderio interiore a parole, fare silenzio è già l’espressione di un’apertura a Dio.

La vergine Maria ci offre l’immagine di un’attesa silenziosa, ma ardente, di Dio. Da sempre, ella era amata da Dio e preparata per ciò che le avrebbe chiesto. E tuttavia nessuno dei suoi vicini che le erano accanto nel quotidiano poteva intuire il mistero che Maria di Nazaret portava dentro di sé. I più grandi misteri non si realizzano forse in un profondo silenzio? Per entrare in questa silenziosa attesa di Dio, vivere dei giorni di ritiro è un grande sostegno, ascoltare Cristo che ci dice: «Venite in un luogo deserto e riposatevi un po’» (Mc 6,31). È come se ci dicesse: sì, rallegratevi di ciò che potete vivere nel vostro ministero, ma rallegratevi di una gioia ancora più grande, «rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nel cielo» (Lc 10,20).





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