Sommario N. 2 Anno Marzo/Aprile 2012 editoriale un amore trasfigurato e appassionato



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Gabriele Ferrari - Ivan Maffeis
Quando con il Direttore del Centro Nazionale Vocazioni si ragionava su come aprire il Convegno, si era alla ricerca di un nome che desse lustro. Dopo aver sfogliato la margherita dei nomi ci siamo ritrovati con un fiore spoglio e disadorno, semplicemente perché volevamo un testimone, uno che si mettesse in gioco con semplicità, ma anche con verità e profondità, uno che accettasse di parlare in prima persona, raccontare che è possibile rispondere all’amore di Dio anche in questo tempo attraversato da questi sentimenti così diffusi di declino irreversibile, di futuro impossibile, specie se paragonati a tempi ricchi, di opportunità e di promesse.

Dal cilindro abbiamo tirato fuori Padre Gabriele Ferrari e siamo contenti di averlo qui in mezzo a noi.
Nasce a Rovereto (TN) nel 1940 e dopo la formazione al Seminario di Trento diventa sacerdote nel 1964. Pochi mesi dopo entra nei Missionari Saveriani. Dopo due anni di formazione parte per il Burundi, dove lavora nella pastorale parrocchiale per cinque anni. Nel 1971 diventa Consigliere dei Superiori Generali, arriva a Roma. Nel 1977 diventa Superiore Generale dei Missionari Saveriani, incarico che ricoprirà per ben 12 anni, fino al 1989. Dopo un anno sabbatico negli Stati Uniti torna in Italia e qualche anno dopo finalmente ritorna in Burundi. Da più di 10 anni spende la sua vita in Italia, a Tavernerio, vicino Como, come formatore, come predicatore, come persona che con la saggezza aiuta molti a camminare e sei mesi all’anno li trascorre invece in Burundi come docente di ecclesiologia e missiologia ed ecumenismo.
L’indicativo viene prima dell’imperativo. Tante volte però, nella Chiesa, la morale viene prima della fede. Il Papa, nel suo messaggio per la 49a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, ci invita a sentire che Dio rimane la fonte di ogni dono perfetto, di ogni vocazione. Allora ci chiediamo se è un preambolo un po’ retorico o se ci lascia intuire che la fede non è scontata nemmeno per un consacrato.
Non è assolutamente un preambolo retorico, anzi, penso sia la conquista di questi ultimi tempi quella di capire che la morale viene dopo l‘annuncio del Vangelo. Prima si annuncia una bella notizia che ci cambia, ci rinnova, ci sprona a fare qualcos’altro, poi comprendiamo che qualcosa bisogna pur fare. Io credo che sia una grazia del nostro tempo questa di vedere che dobbiamo rileggere il Vangelo, non tanto nel senso materiale della parola, ma di riprenderlo in mano e di annunciarlo. Tanta gente ormai ha immaginato che la Chiesa è la Signora no, quella che dice sempre di no. La Chiesa prima di dire di no dice molti sì, solo che noi non li sentiamo, ma è bene, a mio modo di vedere, che riprendiamo coscienza di questo e che ripartiamo dalla fede prima di partire dalla morale. Credo che questa sia davvero una grazia del nostro tempo e che sia il punto di partenza di ogni pastorale vocazionale.
In una riflessione sulla sua vita di fede, lei racconta che questa fede l’ha respirata sulle ginocchia dei suoi genitori, in casa. Ricorda lo stile di vita di questo padre e di questa madre, segnato dalla preghiera, dalla pazienza, dalla carità con i poveri che bussavano alla porta di casa. «Mi abituavano a sentire la presenza invisibile di Dio nella mia vita e nella nostra casa» scrive. Eppure, nonostante questo, quando lei torna con la memoria del cuore a quegli anni, confida anche di ritrovare una sfida… Riporto le sue parole: «La paura di restare orfano, di restare solo, di perdersi senza riuscire a trovare la strada di casa, la paura del buio, della notte, delle valli oscure, dei torrenti e delle cascate rumorose…». «Una paura – aggiunge – che mi è rimasta a lungo e che sento tuttora istintivamente in me, anche se ho girato il mondo intero più di una volta e mi sono ritrovato nelle situazioni più strane e complesse». Erano gli anni della guerra, ma questa paura forse ha anche un’altra causa...
Penso di sì. Questo mi rimanda indietro alla mia infanzia, dove – come è stato appena detto – ho appreso la fede sulle ginocchia di mio padre e di mia madre. Questo lo voglio dire anche perché molte volte si può pensare che i nostri genitori siano persone tanto semplici che non ci insegnano. Io sono convinto che tutto ciò che mi serve per la vita l’ho appreso là, da mio padre e da mia madre, che la mattina, appena alzati, come prima cosa andavano alla messa, poi venivano a casa e mandavano a messa noi. Cose semplici. Ricordo una vecchietta che veniva a farsi spalmare sulla schiena un intruglio che doveva avere speciali proprietà. Mia madre lo faceva con una pazienza enorme. Noi ragazzi scappavamo quando veniva questa vecchietta e mia madre ci diceva di rimanere perché «è Gesù Cristo che viene a trovarci!».

Così per i poveri del sabato (abitudine ora sparita, non vengono più in casa). Allora venivano e bussavano alla porta. Non ho mai sentito i miei genitori esprimersi nel senso di mandarli via, a guadagnarsi il pane lavorando… Credo di aver appreso la fede di mio padre e di mia madre dalla loro carità, da una carità tale che non può essere dimenticata.

Mio padre faceva parte della Conferenza di San Vincenzo e il pomeriggio del sabato, quando era libero dalla fabbrica (i miei genitori erano operai), veniva a casa per andare a distribuire quelli che allora si chiamavano “i buoni della San Vincenzo”. Mi portava con lui, probabilmente per sollevare mia madre da un disturbatore come ero allora, più che per insegnarmi qualcosa. Mi conduceva a vedere i poveri e lungo la strada mi diceva – me lo ricordo come fosse oggi –: «Stiamo andando a trovare uno che è come Gesù». Andavamo in certe stamberghe della città di Rovereto, in luoghi della città che non erano per nulla belli né simpatici…

Ricordo questa lezione: quando nel 1964 decisi di farmi missionario, mio padre non era convinto, anzi, era contrario. Fosse stato per lui non sarei partito! Era un sant’uomo, ma si era fatta l’idea che mi sarei fatto prete e lui avrebbe fatto il sagrestano o il papà del parroco… Quando ha constatato che me ne andavo non me l’ha perdonata, è andato in crisi. Continuava a domandarmi chi mi avesse messo in testa questa idea. Non mi sentivo di rispondergli. Finché alla fine, quando mi ha messo alle strette perché glielo dicessi, ho perso la pazienza e gli ho risposto: «Papà, te lo devo dire? Tu sei stato a darmi questa idea!». E gli ho ricordato quando andavamo insieme a portare i buoni della San Vincenzo. Mio padre è rimasto senza parole, senza argomenti per controbattere e da allora è stato sempre contento della mia scelta di fare il missionario, anzi, ne è diventato fiero. Se fosse stato ancora in vita quando sono diventato Superiore Generale avrebbe toccato il terzo cielo!

Per tornare alla domanda che mi è stata fatta, rispondo dicendo che ricordo che la mia è stata una fede di paura: di restar solo, di rimanere orfano, di perdermi, smarrirmi nel buio… mi ha sempre accompagnato e ancora oggi mi accompagna, non lo nego. Secondo me questa paura nascondeva la paura di un Dio che, malgrado gli sforzi dei miei genitori, non riusciva ad essere per me un Dio buono. L’ho capito tanti anni dopo ed è stato il mio lungo cammino di fede. Partito da questo Dio che mi faceva paura, il Dio che vedeva e sapeva tutto, quel Dio che abbiamo visto in quel triste triangolo che lo rappresentava, con quell’occhio che ti scrutava e incuteva paura è stato per me un problema. Credo che questo concetto di Dio sia un problema, come lo è stato per me, e che ho risolto, ma con molta e molta fatica...
Ha parlato del 1964, quando suo padre è rimasto disoccupato, con la prospettiva di fare il sagrestano. Lei scrive in uno dei suoi testi a proposito dell’Ordinazione: «Aprì una stagione piena di fervore, ma anche di esteriorità». Sembra un appunto buono per tante Prime Messe, intendo il fervore...
Ho avuto la fortuna di fare il Seminario diocesano a Trento, e (non so se sia stata proprio una fortuna per me) di non far fatica a scuola, di non avere problemi di disciplina… Per quanto io cerchi nella mia memoria, non mi è mai costato… Forse proprio perché non mi è mai costato, non ho mai approfondito a sufficienza certi aspetti della vita cristiana… Veniva spontanea, facile, a quei tempi. Poi i problemi si sono presentati, ma a quel tempo veniva facile… anche tutto l’impianto del Seminario, che tendeva alla festa della Prima Messa, alle Ordinazioni. A distanza di anni, mi pare sia stato causa di una specie di esteriorizzazione della mia vita, mi sono buttato “sul fuori”. Non ho scavato molto dentro di me in quei tempi. Io lavoro in Africa; non sei mesi, ma un trimestre l’anno in Seminario e seguo la vita della gente africana vedendo le feste enormi che fanno per le Prime Messe, per le Professioni.

Non so se da noi si facciano ancora grandi feste… In Africa le feste sono enormi… Mi pare che sia come mettere il carro davanti ai buoi, perché la nostra vera vocazione, o meglio la vera chiamata, o meglio ancora la nostra risposta, non è quella della Prima Messa o della Prima Professione. Mi rendo conto, oggi che dirigo ormai da tanti anni un corso di formazione permanente, che la vera risposta a Dio non la diamo il giorno della Prima Messa. Non sarebbe il caso – secondo me – di far troppa festa. La vera risposta la diamo ben più tardi, dopo le prime grosse difficoltà della vita, quando ci accorgiamo che non è vero che tutto è possibile, anzi, vediamo quanto sia difficile andare avanti. A quel punto la nostra risposta è vera.


Andiamo in Burundi, nei cinque anni dal 1966 al 1971. Siamo all’indomani del Concilio, in clima di sperimentazione e di aggiornamento, con una “pastorale in cantiere”, eppure lei annota: «Tutto ciò non riusciva a portarmi a un’autentica riflessione, a una più profonda intimità con Dio». Perché?
Perché – penso – continuasse quella esteriorizzazione della persona che – senza pretendere di dare un risposta generale – si trattava di un problema non solo mio, ma del momento. Era un momento di novità, di cambiamento… In Burundi poi vi era una grossa comunità con molti cristiani, con molto lavoro che non dà tregua (confessioni, catechesi, Battesimi…). Questa mole di lavoro mi faceva molto bene. Mi ci sono gettato con soddisfazione.

Ricordo un vescovo belga, padre bianco con una ricca esperienza missionaria, che ci dava una libertà enorme nello sperimentare e fare quel che ritenevamo migliore, per poi riferirglielo e valutare insieme se fosse in linea con le indicazioni del Concilio. Non metteva il carro davanti ai buoi, ma ci lasciava lavorare con responsabilità.

Si lavorava con uno slancio notevole. Tutta la nuova organizzazione del Catecumenato, tutto sembrava spingerti a fare… Ed era bello, era soddisfacente! Ricordo quegli anni come anni di vera gioia. Nello stesso tempo questo stile non portava ad interiorizzare quello che si faceva. Oggi, a distanza di tempo, mi domando come io possa aver fatto a spiegare per esempio la bellezza del Battesimo ai catecumeni, senza sentirla io stesso profondamente, pur essendone convinto, senza sentirmi io stesso come rinato nel Catecumenato che predicavo agli altri… Lo stesso per la predicazione.

Chi di voi si fosse trovato a predicare in una lingua diversa dalla propria, sa che occorre ricominciare da frasi semplici come i bambini… Ma dentro questo cammino c’è la grazia ed è la grazia di capire quel che si dice e si gusta la Parola di Dio, ed è bello. Mi domando come abbia fatto ad insegnare il Catechismo, a spiegare il Vangelo, a spiegare San Paolo ai catecumeni, ai cristiani senza esserne io convertito profondamente. Questa è una croce che mi portavo dentro, della quale per la verità non sentivo neanche il peso, in quel momento. A poco a poco è diventato come un vuoto dentro di me che pesava enormemente, ma pesava di vuoto, mi ha fatto star male in quel periodo…


In Europa, in occidente in generale, sono anche gli anni della contestazione anche all’interno della cultura, della società e anche all’interno della Chiesa. Cosa arrivava in Burundi?
Premetto e dico sempre che ho avuto da Dio una grande grazia: quella di passare il ‘68 in Africa. Se nel ‘68 fossi stato in Italia, non so se ora sarei qui a raccontarvi queste cose. Forse sarei sposato con qualche figlio già grande. Nel ‘68, grazie a Dio, ero in Africa. Eppure l’aria del ‘68 soffiava forte anche là… Ma arrivavano per esempio le idee del Catechismo olandese, che noi ammiravamo più di quanto meritasse. Allora sembrava fosse quello il vento della riforma della Chiesa. Il capire quelle verità che ci avevano spiegato in Seminario (de Deo uno e trino...) e che sembravano lontanissime da noi, che non dicevano più niente, reinterpretate nel Catechismo Olandese, ci dava gioia… era un piacere leggerle! Con quell’idea venivano anche altre idee: l’importanza del laicato, per esempio. Per noi non era una novità, perché in Africa se non conti sul laicato puoi fare poco!

Altra idea, quella della Chiesa come Popolo di Dio, come corpo di Cristo... Erano idee che ti scuotevano. In Seminario avevamo studiato la teologia quasi in latino, con categorie scolastiche ben squadrate, si studiavano argomenti che servivano poco…

Queste cose diventavano vive e nello stesso tempo c’era un’aria di secolarizzazione che entrava come a bruciare queste verità. Sembrava giusto di atteggiarsi alla moda, non di negare, ma di togliere l’importanza a queste verità. Erano tempi in cui si parlava molto di promozione umana: quello era tutto il cristianesimo.

Oggi non rinnego niente di tutto il mio passato, però capisco ora che dovevo metterci molto equilibrio, cosa che prima non avevo… Mi meraviglio che i miei confratelli abbiano eletto Consigliere Generale uno squilibrato come ero io a quel tempo. Non sapevo dosare le verità e le affermazioni. Così è stato il ’68.


Dato che non rinnega nulla del passato, mi permetto di andare a sfogliare in quel passato. In quel periodo lei scrive: «Dio e tutto quello che si riferiva alla Chiesa cominciarono ad essere oggetto di dubbio, di critica e di ipotesi. Nel mio universo mentale e religioso in quel periodo Dio subì una specie di eclisse progressiva, anche se impercettibile, che tuttavia poco a poco si fece sentire e che mi causava anche una certa preoccupazione, ma non pareva necessario – conclude – aver troppa fretta di metterci rimedio, perché in fondo mi sentivo uno dei tanti».
Proprio così: mi sentivo uno dei tanti. Mi pareva che fosse alla moda atteggiarsi così. Io non sono mai stato un leopardiano di scelta, quindi lo scetticismo, la tristezza della vita non mi hanno mai colpito. Per fortuna non facevano parte del mio modo di essere.

Ad un certo punto però mi sono sentito alla moda nel criticare, nell’attaccare, nel vedere gli aspetti negativi di tutto quello che era teologia, Chiesa, Istituto religioso… Non dico che si buttasse tutto a mare, perché non è vero. Però tutto veniva passato al setaccio della razionalità. Quello che non si dimostrava vero, di colpo, alle idee chiare e distinte di Descartes, veniva messo da parte. Questo ha purtroppo alimentato la lontananza di Dio dalla mia vita. Ho sempre detto il Breviario (credo di essere uno dei rappresentanti di quella razza in via di estinzione che diceva sempre il Breviario – mi sono sempre fatto scrupolo di non dirlo), però mi rendo conto, oggi più di allora, che a quel tempo veramente Dio non mi diceva niente. Era solo un’idea, finito non tanto nell’iperuranio, no, ma era lontano, come andato in eclissi… C’era, so e sapevo che c’era.





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