Sommario N. 2 Anno Marzo/Aprile 2012 editoriale un amore trasfigurato e appassionato



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C’è una data nella sua vita, penso il 13 luglio 1967, la morte della

madre. In quella data, Lei dov’era?
È stata una data spartiacque. Ero partito lasciando mia madre ammalata e non mi facevo illusioni, sapendo che non l’avrei più vista. A quel tempo noi missionari partivamo per dieci anni.

Sicuramente mia madre non sarebbe vissuta altri dieci anni. Di fatto, dopo un anno è morta. Ebbi la notizia il 14 luglio, da un mio confratello. Era il giorno dopo quello dei primi Battesimi di adulti che facevo. Sentire che mia madre era morta proprio in quel giorno fu un colpaccio per me. La morte della madre è uno strappo nella vita – lo sappiamo tutti – che non si aggiusta facilmente.

Neppure mi rendevo conto che, probabilmente, mia madre, pregando per me, aveva fecondato quel mio primo anno di lavoro apostolico in missione, lo sentivo – sì – ma neanche questo riuscì a scuotermi dalla mia mediocrità, la dovevo chiamare così. Avevo messo Dio e l’impianto della Chiesa lontano, senza riuscire a riprendermi tutto questo. Soffrivo di questa situazione e me ne rendevo conto. A partire da quella data cominciò in me un giro di boa, che però non è stato facile. Poco dopo è morto anche mio padre. Neppure questo mi cambiò. Soffrivo, sembrava quasi che Dio non fosse più influente nella mia vita… Adesso che, da formatore, ho il compito di seguire i confratelli nelle loro difficoltà spirituali, mi rendo conto di come si possa sentire la mancanza di Dio e non far nulla per trovarla. Si può soffrirne e non far nulla per venirne fuori. Sembra una contraddizione ed effettivamente lo è, eppure è una realtà.
Dal 1971 al 1989 sono anni segnati da quelli che lei definisce grande

successo personale, grandi soddisfazioni pastorali. È un periodo in cui,

come Generale, gira il mondo, incontra a più riprese personaggi di primo

piano tanto nella Chiesa quanto nella società. Ci tratteggia, se non è

banale, almeno a livello di battuta, Paolo VI?
Paolo VI mi ha fatto una impressione enorme. Era il primo Papa che vedevo da vicino. Un uomo che ti guardava e ti penetrava l’anima. Dopo di lui, non ho conosciuto da vicino Papa Luciani, ma l’ho conosciuto prima. Mi ricordo che il suo segretario mi diceva – ero appena diventato Superiore Generale – che non dormiva perché aveva tre preti che lo facevano tribolare. Poi lui stesso mi ha chiesto se ci fossero dei miei missionari in crisi. Ho risposto che non tre, né quattro, ma ne avevo una serie e che nonostante quello dormivo ancora… Quando poi seppi che lui era morto, non fu una meraviglia per me, perché se non dormiva per tre preti, capirete lo spavento quando vide le richieste di dispensa che a quel tempo erano numerose...

Giovanni Paolo II l’ho incontrato diverse volte. Invitava a pranzo noi Superiori del Consiglio Generale per discutere alcuni problemi. Sono andato cinque volte a pranzo in quelle occasioni. Tutte le volte sono tornato a casa con lo stomaco imbarazzato, perché il pranzo si fermava lì… Trattavamo i problemi dell’America Latina, la Teologia della Liberazione… pazienza, ma questi problemi così cruciali lui li trattava a pranzo, prima del pranzo, durante il pranzo. Immaginate che piacere era mangiare da quelle parti!

Eppure Giovanni Paolo II era un uomo affascinante. Si può discutere di certe cose che diceva e di come le diceva, ma occorre una certa libertà di spirito nella Santa Chiesa per giudicare senza cattiveria anche un papa. Era un uomo che ti conquistava.

Una figura che non potrò dimenticare è stata Padre Arrupe, Gesuita. Quando divenni Generale avevo 36 anni. Lui mi disse che ne aveva 33 più di me, però era nato nel mio stesso giorno del mese di novembre. Diceva di considerarmi suo nipote, ed era di una gentilezza e di un amore che incantavano. Da lui ho imparato moltissimo. Pur essendo lontano da lui mille miglia, mi pare di aver preso da lui come si debba trattare la gente, come affrontare i problemi, senza arrabbiarsi.

A quei livelli, all’autorità, si portano problemi di una certa portata, seri… ma lui li trattava con una signorilità e capacità di accoglienza straordinarie. Mi sentivo infinitamente lontano da lui. Ma quando poi si ammalò negli anni ‘80-’81, andai a trovarlo e ricordo che s’illuminava quando parlava di vita religiosa, di Istituti, della Cina, del Giappone, delle missioni e anche se cominciava ad ingarbugliarsi nella lingua, ti faceva sentire che ti voleva bene. Credo che noi religiosi, se siamo dono di Dio, dovremmo essere capaci di far sentire questo amore di Dio a coloro che accostiamo.




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