Sommario N. 2 Anno Marzo/Aprile 2012 editoriale un amore trasfigurato e appassionato



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Ma si può fare pastorale vocazionale mostrando certe facce da funerale che vediamo in giro?
Quando vado a predicare sia ai miei confratelli che agli altri, dico sempre che la migliore propaganda vocazionale la facciamo trasmettendo amore, non regole, non norme, ma amore, capacità di accoglienza, di sorridere. «Dio faccia splendere su di noi il suo volto» vuol dire «Dio ci sorrida». È quello che ci tiene in piedi. Noi dobbiamo essere così. Padre Arrupe mi ha insegnato questo.

Ho incontrato molte persone di poli opposti: dai più autoritari ai più democratici, dai più conservatori ai più liberali… Credo che il mondo è bello perché è vario. Prendiamolo come viene. A me ha fatto bene.


Fa pensare che una persona che ha questa ricchezza, questa possibilità di incontrare, di ascoltare e di condividere arrivi a dire: «Nello stesso tempo, quasi come un umiliante contrappeso a tanto splendore, cresceva dentro di me un vuoto fatto di insoddisfazione e di irritazione contro me stesso, di incapacità di affrontare i miei problemi personali, una tremenda verità che andava riempiendomi di angoscia e che tingeva in colori sempre più foschi il futuro».
È vero. Questo era – per così dire – il rovescio della medaglia della mia vita e parte da quella paura, la paura di Dio, il non sentire Dio come qualcuno che mi vuole bene, che mi accoglie, ma sentirlo come un giudice.

Ho detto che piano piano mi si poneva il problema di una vita che non era più improntata all’amore. Dall’altra parte Dio, con tutti questi incontri di persone, mi ha aiutato molto.

Tra queste persone, una è stata decisiva nella mia vita: Padre Bernhard Haring, il famoso moralista. Lo avevo conosciuto perché gli avevo chiesto di andare a tenere un corso di aggiornamento di teologia morale ai miei confratelli del Congo e del Burundi, poi gli avevo chiesto ancora di andare in Indonesia, in un’altra missione e in quell’occasione avevo trovato un uomo di una straordinaria libertà intellettuale, di una gratuità incredibile. Mi ha detto subito che la condizione era che io non gli dessi nulla di nulla, perché – diceva – aveva avuto il permesso dal suo Superiore Generale di utilizzare i “diritti d’autore” per queste cose. Mi aveva molto colpito questa gratuità che non c’è sempre nel nostro ambiente religioso. Avendo poi io tanti problemi di confratelli che non sapevo da che parte prendere, mi rivolgevo a lui per consigli e avevo scoperto un uomo di una lucidità mentale straordinaria e di grande esperienza e intuizione. Ricordo di un caso specifico in cui, dopo le prime battute, mi ha fermato dicendo che il resto della storia me lo poteva raccontare lui stesso, come di fatto fece, senza sbagliare.

Quando un giorno decisi di affrontare i miei problemi e di venir fuori da questo malessere interiore nel quale mi sentivo come stiracchiato, tra una fede che sentivo mia e che doveva essere mia e che, dall’altro lato, non potevo vivere come avrei voluto, pensai a lui e andai a trovarlo. Non potrò dimenticare quel 1 dicembre del 1983, uno di quei giorni freddissimi a Roma. Ricordo che il freddo era l’immagine perfetta dell’anima mia, una gelata! Andai da quest’uomo e trovai un’accoglienza, un ascolto tali e soprattutto alcune idee che mi diede della mia vita che ebbi l’impressione di aver incontrato Dio. Non che egli fosse Dio, ma di aver incontrato la Parola che Dio vuole dire a me. Mi disse di avere una grande fiducia, di vivere in spirito eucaristico, ossia di ringraziamento. Non mi disse altro, eppure quelle due indicazioni che mi guidano ancora oggi, sono quelle che mi hanno fatto riscoprire il volto del Dio dell’Esodo grande, buono nell’amore, compassionevole, lento all’ira, buono, che accoglie.

A partire da quel giorno – lo dico con vergogna – ho l’impressione di aver capito non chi è Dio, ma di che Dio ho bisogno io. Vedo tante volte con grande sorpresa come questo Dio di cui ho bisogno io è comune a tanti, nel mondo religioso, ecclesiastico. Noi uomini e donne diventiamo facilmente rappresentanti di un Dio duro, fiscale, poliziotto, controllore, gendarme… un Super Io, non Dio. Questo ci guasta la vita.

Da quel punto la mia vita è cambiata e ringrazio Dio e il Padre Bernhard Haring che è stato il tramite di questa grazia. Ho scoperto quel che ha cambiato la mia vita, che non è affatto ancora santa! Ho già scritto nel mio testamento di non introdurre la Causa di beatificazione, perché si insabbierebbe subito e non intendo far spendere soldi per niente. Non sono santo, sono un miserabile come tanti altri, ma ho ritrovato la gioia della mia vita, che mi dà speranza. Cosa non da poco nell’oggi che è assetato di speranza sia nel mondo cristiano, sia nel mondo laicale. La nuova Evangelizzazione non si fa a tavolino; le strutture non hanno mai evangelizzato nessuno: chi evangelizza sono le persone che portano speranza, che sanno scuotere il cuore della gente. Questo è ciò di cui c’è bisogno oggi.


Ricordando quello che lei scrive: «Sono uno che vuol avere tutto sotto controllo, che non accetta di avere zone non sicure e impreviste, devo avere un piano di azione per ogni eventualità (se succede così ho questa soluzione, se invece così, quest’altra)».

Mi chiedo: con un carattere del genere e una formazione di questo tipo, come ha fatto a tornare in Burundi dove la situazione nel frattempo era cambiata, dove i missionari pagavano con il sangue la loro fede e dove tutto diventava diverso e insicuro?
Quello che Padre Bernhard Haring mi ha detto mi è servito molto: la mia fiducia è in Dio. È facile dirlo così, ma quando senti sparare, senti la mitraglia che batte… vi assicuro che si resta svegli e cominci a pensare come fare a salvarti dal pericolo per tutta la notte…

Io sono ancora così, uno che ha paura, che deve fare i calcoliper salvarsi. Quando mi metto a riflettere su quante volte Dio è intervenuto nella mia vita, togliendomi da situazioni impossibili (ogni volta che mi mettevo in macchina per andare in Seminario in Burundi non avevo la certezza di tornare a casa. Nonostante questo ci sono stato e ci ritorno, il prossimo 18 gennaio 2012). Questa fiducia cambia la vita. Ritengo che essere andato in Burundi tutto questo tempo abbia poi contribuito a farmi ritrovare ancora meglio l’immagine di Dio perché io che non avrei mai voluto insegnare nella mia vita (ho tre sorelle, tutte insegnanti) ho avuto nel 1996 la richiesta del Nunzio di andare a insegnare nel Seminario perché non c’erano più professori europei. Non volevo, i miei confratelli hanno spinto ed io ho obbedito. Non mi sono pentito, perché andando in Seminario ho dovuto rivedere le mie idee, ho dovuto, in tempi di embargo, insegnare di tutto (Cristologia, Mariologia, Teologia Fondamentale, Greco biblico, Diritto Canonico, soprattutto Ecclesiologia, Ecumenismo… Tutti noi missionari siamo tuttologi…). Per insegnare tutto questo ho dovuto io riprendere in mano la Teologia e mi sono reso conto come la Teologia sia davvero l’alimento della nostra vita e della nostra fede. Quando la fede c’è anche la carità si anima e quando ci sono fede e carità c’è la speranza e la vita rinasce. Io ritengo che questa sia una terza grazia della mia vita: i miei genitori mi hanno insegnato la fede; l’incontro con il Padre Bernhard Haring mi ha riportato alla verità di Dio; l’insegnamento mi ha riportato alla pienezza della fede insegnata e vissuta un po’ più da vicino. Oltretutto a quei tempi c’era anche difficoltà di essere schierati e a volte questo ti faceva sentire in mezzo ad una battaglia.

In Seminario non ci si poteva schierare perché si viveva sia con gli Hutu che con i Tutsi e per forza ci si doveva mettere dentro. Lì ho capito che la nostra fede e la nostra carità possono essere la forza che rinsalda l’unità di quel paese, l’unica possibilità di riconciliazione: la fede in un Dio che è Padre di tutti noi. Cosa che è difficilissima, ve lo assicuro, pur essendo l’unica forza che c’è. Sono convinto che questa sia una grazia che il Signore mi ha fatto e che mi porta ulteriormente a ringraziarlo e ad avere ancora più fiducia in lui. Per questo dico che è una grazia, perché ci ho guadagnato.
Rispondere all’amore di Dio si può, ma poi attorno a questa parola ci sono i significati più diversi. Forse proprio perché facciamo fatica a dar significato e può succedere che anche nella vita di un prete si inizi a far confusione. Mi riferisco a quel rapporto di amicizia che sta sotto questa forma di una sorta di dipendenza di innamoramento. Lei scrive: «Non ero mai passato per il tormento e lo spasimo, l’impetuosità e la profondità dell’esperienza amorosa. Comprendo che io non avevo ancora amato Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le mie forze come mi sono sentito amato io da quella donna».
L’amicizia è una grandissima cosa e credo che senza amicizia la vita non vada da nessuna parte. Dirigo un corso di formazione permanente, all’interno del quale tratto il tema dell’amicizia. Intorno ai 40-50 anni questo tema va affrontato. È un tema cruciale per un celibe, per un prete, per un consacrato, perché la vita va vissuta nell’amore, non nel cercare di evitare ogni rischio e pericolo. Intendiamoci bene, non gettandosi nei pericoli, però non togliendo alla vita il sapore che è proprio della vita…

Ho teorizzato questa idea, poi un bel giorno mi sono sentito io stesso oggetto di un innamoramento. Non mi ero innamorato, assolutamente, però quando ti senti tu oggetto di un amore più grande e di un amore esagerato e che rischia di rendere sofferente una persona, passi attraverso una brutta stagione. Penso di non svelare segreti, credo che quasi tutti abbiate passato questo momento tumultuoso e difficile. Nello stesso tempo molto bello, ci rivela quanto noi dovremmo amare, ci fa capire quanto poco amiamo, perché non siamo trasportati dall’amore. Non è una passione che ci travolge, ma che ti fa veramente sentir vivo. Lo ritengo una grazia. I travagli dell’innamoramento è meglio risparmiarseli, se ci si riesce, però visto che normalmente ci capitano sono anche quei momenti nei quali ci rendiamo conto che l’amore è qualcosa di più di quella parola che diciamo tante volte senza pensarci e senza sapere cosa sia veramente. Credo che in questo serva molto l’esperienza, ed è una grazia che non è il caso di chiedere, ma che – se capita – è meglio prenderla e viverla bene, viverla al massimo.





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