Sommario N. 2 Anno Marzo/Aprile 2012 editoriale un amore trasfigurato e appassionato



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Quanto è importante essere accompagnati, proprio per imparare a rispondere all’amore?
Chi vuole camminare da solo nel deserto è uno sciocco. La vita è un cammino nel deserto, dove si rischia grosso a non essere accompagnati. Quando rivedo la mia vita passata (noi missionari siamo più facilmente non accompagnati nella vita, per i frequenti cambi) dico che una delle ragioni per cui Dio è andato in eclissi è stata anche l’assenza di accompagnatore. Lo vedo anche nei miei confratelli della formazione permanente, constatando quanto poco venga preso in seria considerazione il problema dell’accompagnamento spirituale, fondamentale per noi preti, religiosi. Il non crederci ci porta alla mediocrità e alla dimenticanza di Dio.
Pregare è dare del tu a Dio. Cos’è per lei il silenzio?
Per me il silenzio è una gran fatica perché il mio carattere estroverso mi porterebbe sempre ad entrare in relazione con tutti. Eppure sento che il silenzio è l’ambito dentro il quale ritrovo me stesso perché ritrovo anche la mia radice, che è Dio, il fondamento della mia vita. Che altro fondamento posso avere, essendomi consacrato a lui, se non lui? Eppure, se non lo trovo, comincio a sbandare. Ecco quindi l’importanza del silenzio.

Per me oggi diventa sempre più vero che c’è bisogno di queste pause e di questi stacchi dal chiasso. Dall’altra parte però – può sembrare un po’ paradossale – sto riscoprendo con molta gioia il valore della preghiera comune, la preghiera vocale insieme agli altri, non necessariamente i miei confratelli, ma anche i semplici cristiani, la gente semplice con cui si celebra l’Eucaristia. Il pregare insieme crea un silenzio, crea uno spazio per Dio. Questo è molto bello.

Quando ero giovane ho sempre considerato i salmi una corvée impossibile, forse perché al tempo della mia formazione l’Antico Testamento non ci è stato insegnato molto, rispetto al Nuovo, ed ho imparato a conoscerlo da un professore tedesco che usava il latino… Era troppo difficile, non si capiva nulla e alla fine non abbiamo gustato l’Antico Testamento… Tra l’altro per i salmi ricordo di aver fatto un corso specifico, controvoglia.

Oggi i salmi sono diventati una delle preghiere più belle, forse perché sono diventato vecchio e li sento più vicini alla mia esperienza. Per fare silenzio, prendo un salmo, mi bastano pochi versetti sui quali poi mi fermo e rimango lì. Questo me l’ha insegnato il Padre Bernhard Haring, il quale mi diceva di non dire tutto il Breviario tanto per dirlo e per essere a posto con la coscienza, ma di fermarmi non appena sentivo che il salmo mi parlava al cuore per mettermi in sintonia. Questo metodo mi ha aiutato a gustarli.


Si diventa vecchi, però quel rispondere all’amore di Dio rimane l’unica vocazione. Allora andando verso la chiusura le chiederei qualche suggerimento per imparare ad invecchiare bene. Credo che tutti noi conosciamo anziani con cui è bello stare e anziani che invece sono rancorosi, rimpiangono occasioni perdute e sono difficili anche da sopportare.
Nel corso di formazione permanente tengo non una settimana, ma due giorni su come invecchiare e i miei confratelli anche vecchi, anziani, mi guardano strabiliati, i giovani ridono sotto i baffi. Man mano che entriamo nel discorso ci rendiamo conto che questo è un problema serio della nostra vita. Bisogna diventare vecchi mantenendo e accrescendo le capacità di quell’amore che Dio ci ha dato in giovinezza, quell’amore per il quale noi siamo nati, che ci ha mantenuto nel corso del cammino, che abbiamo imparato dalle varie esperienze della vita e che deve crescere a mano a mano che diventiamo anziani.

Se invece succede – come spesso avviene – che invece che crescere nell’amore cresciamo nel rancore, nell’amarezza, nella tristezza, nella lamentosità… nessuno ci viene più vicino, ci amareggiamo la vita, non riusciamo più a legare con nessuno, perché se non hai amore da offrire, non leghi con nessuno. Per invecchiare bene, bisogna cominciare presto a mantenere vivo l’amore del nostro cuore, che non si blocchi, a tenerlo flessibile, duttile… ci vuole duttilità mentale, non dogmatismo… (la vita non è fatta solo di bianco o di nero, ma di tanto grigio…). Occorre duttilità sentimentale, affettiva, emotiva, occorre saperla mantenere e coltivare. Poi penso che la sintesi di tutti questi tentativi sia mantenere vivo il rapporto con Dio, ma vivo nel senso di un cuore che ama. Amo molto l’immagine del Curato d’Ars che stava davanti al Santissimo e non diceva niente.

In un mattino freddo e nebbioso, in Burundi, andando in una cappella lontana, ho trovato un vecchio avvolto in una coperta, seduto davanti a casa sua. I primi raggi del sole lo toccavano direttamente. Domandai cosa stesse facendo e mi rispose che si stava scaldando le ossa. Credo che tutti abbiamo un bisogno enorme di scaldarci il cuore, non le ossa, di scaldarci il cuore restando davanti al sole che è Gesù Cristo, stando davanti al Santissimo, passare del tempo lì, senza dire nulla, soltanto stando lì con lui. Il Signore ci scalda… ci accorgeremo dopo di essere stati scaldati, dopo essere stati al freddo…

Questa operazione, questa specie di fotosintesi clorofilliana che facciamo alla luce del Signore che è il sole della nostra vita, ci trasforma e ci tiene giovani anche se gli anni passano e possiamo essere sempre capaci di amare, perché l’amore è la misura della nostra età. Abbiamo l’età proporzionale a quanto amore siamo capaci di donare. Se amiamo molto siamo ancora giovani anche se abbiamo 90 anni. Se amiamo poco siamo vecchi anche a 20 anni, siamo vecchi prima di invecchiare e sarebbe una cosa gravissima! Io credo che la nostra vocazione debba essere una scuola di amore. Se non è questo non serve a nulla.


Come pensa, come guarda alla morte, alla sua morte?
Lasciami tirare un respiro forte.
Ci penso, certo. Quando ero giovane e vedevo un settantenne, dicevo che non si sarebbe dovuto lamentare se gli fosse capitato di morire. Adesso che ho raggiunto io i 70 non lo dico più, però ci penso, anche perché la morte l’ho vista da vicino un paio di volte, nel senso che ho visto dei morti – uccisi – lungo la strada. Dire che non mi fa paura è una bugia. Ho paura e non ho paura di dirlo, però nello stesso tempo sono convinto che proprio come conclusione del cammino spirituale che sto facendo, se da una parte ho paura, dall’altra desidero morire perché quel giorno finalmente vedrò il volto di mio Padre. Ora sono come un bambino nel ventre di sua madre: non la vedo, mi fa vivere, ma non vedo il volto di mio padre o di mia madre. Si ha pure il diritto di vederlo! Aspetto quel giorno perché allora lo vedrò. Se da una parte lo aspetto con paura, dall’altra parte lo aspetto con grande speranza.

Non so se mi sto preparando. Una volta si raccomandava di preparare una buona morte. Non so se ricordate il terrorismo spirituale intorno alla preparazione alla buona morte. Non è proprio il caso, ma pensare alla morte come a un inizio, credo sia giusto. Eliot, il grande poeta inglese, diceva che la tua fine è il tuo principio. La morte è una fine e un inizio. Allora, se è un inizio, aspettiamo con speranza!


Lascio ancora parlare il suo cuore. Mi pare ora di capire perché Dio ha scelto la parabola dell’amore umano per dirmi la qualità trascendente del suo amore. Davvero Dio ci vuol bene, mi vuol bene e cosa mi resta da fare ora se non cercare di crescere nell’amore del Signore?

Questa non è una domanda, è un grazie a tutti!

STUDI


Esplorando il Cantico dei Cantici:

la dimensione e le espressioni

dell’AMORE

di Bruna Costacurta, Docente di Esegesi dell’Antico Testamento, Pontificia Università Gregoriana, Roma.




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