Sono passati undici anni dal mio abschluss prufung a Essen, IL mio esame di diploma in buhnentanz, ‘danza di palcoscenico’ let



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La «verità» del danzatore

Pina Bausch in un intervista degli anni Settanta, seduta accanto al suo maestro Kurt Jooss, guardando ironicamente l’intervistatore che le ha chiesto cosa abbia imparato dal maestro, risponde con candore, facendo scivolare la risposta distrattamente, dopo una lunga pausa che crea una perfetta sospensione teatrale,

...che cosa ho imparato da lui...”

durante la pausa sapiente di Pina, il maestro la guarda e con un vago sorriso d’imbarazzo dice ...non lo so...”

Pina continua ...è qualcosa che ha a che fare con la «verità», ..con l’«esattezza», ...con la «forma». Anche se sono così lontana da quella forma,...cerco un’altra forma che ha a che fare con il teatro non solo con la danza...”33
E’ una forma che Pina Bausch ha trovato proprio partendo dal Teatro di danza di Kurt Jooss, dai principi pedagogici che ha imparato alla Folkwangschule, dove ha completato gli studi nel 1958, e dai principi coreografici acquisiti danzando nella compagnia di Jooss negli anni Sessanta e collaborando con lui come danzatrice, coreografa e docente. Quella forma di Tanztheater chiara, profonda ed essenziale che rivela un umanesimo libero dalle seduzioni di un’estetica fine a se stessa, esteriore, inutile.

Nel Tanztheater tutto ha un senso e una necessità, ogni elemento assolve alla propria insostituibile funzione drammaturgica, narrativa, attuale, urgente.


Ciò comporta naturalmente una faticosa ricerca su se stessi, i cui fini appaiono in partenza lontani e incerti, che impone uno sforzo etico costante e che accomuna discepolo e maestro in una sorta di «educazione permanente» il cui valore risiede più nel percorso da compiere che nel raggiungimento di una meta” 34
Nella scuola il termine verità viene usato per indicare una qualità della danza e del danzatore che rinuncia consapevolmente alla forma rassicurante dei propri manierismi acquisiti, per ritrovare un’autenticità originaria, potremmo dire una danza libera, libera dai pregiudizi di un’estetica già data. Come si vedrà più avanti, quando verrà preso in esame il lavoro di Laban in relazione alla formazione artistica e pedagogica di Kurt Jooss, il termine è emblematicamente presente nel nome della amena località sul Lago Maggiore, in Svizzera, presso Ascona, dove, durante l’estate del 1913 e 1914, vivevano in comunità e danzavano i discepoli del padre della danza libera (tra i quali Mary Wigman e Kurt Jooss), il famoso Monte Verità. In seguito, negli anni Venti del Novecento, molte scuole e laboratori in Germania, sull’onda della nuova cultura del corpo, cercano “non la verità, di cui un uomo è, o crede di essere, in possesso, ma lo sforzo sincero che egli ha fatto per scoprire la verità, il valore dell’uomo. Perché non attraverso il possesso, ma attraverso la ricerca della verità si espandono quelle forze, nelle quali consiste la sua sempre crescente perfezione”35
Queste parole di Lessing chiudono uno dei testi più significativi del pensiero pedagogico e artistico degli anni Venti, Die Entwicklung der Seelenkräfte der Körperkultur (Lo sviluppo delle forze spirituali come fondamento della cultura del corpo) di Hans Hackmann e sembrano riassumere lo sforzo di ricerca di verità, semplicità, umanità, di cui parlano anche i maestri della Folkwangschule, fondata da Kurt Jooss nel 1927.

In particolare i nuovi maestri della scuola, danzatori della compagnia di Pina Bausch come Lutz Förster, Malou Airadou, Dominique Mercy, pongono l’accento sull’essenzialità e la semplicità, la ricerca della persona nel danzatore, dell’essere umano capace di mostrarsi in tutta la sua fragilità, nudo di fronte al pubblico. Il danzatore senza maschera, che scopre, non senza un certo imbarazzo, una certa sofferenza, ma anche un ironico sorriso, in palcoscenico, la sua anima, senza nascondersi, così com’ è, semplicemente.

In fondo il teatro è anche un gioco, come quando da piccoli si diceva “io ero la regina...”
Il gioco delle analogie, il gioco del teatro, il gioco del fare finta portato fino in fondo conduce sempre ad una verità.

Ma come è difficile giocare semplicemente, essere semplici in teatro. Ancora più difficile è essere semplici danzando.

Come la cosa più difficile in scena è camminare o anche parlare.

Non è scontato dire che camminare sulla scena è l’azione più difficile in assoluto, in realtà si potrebbe aprire un capitolo a parte su quello che accade quando si chiede «semplicemente» di camminare, tra l’altro è proprio in questa azione elementare dell’uomo che avviene la scoperta: continui squilibri (cambi di peso) rendono possibile l’equilibrio e quest’ultimo non è stabile, ma dinamico. E’ il punto a partire dal quale è possibile andare in qualsiasi direzione” 36

Be simple!” diceva Malou e ci faceva camminare e parlare. Improvvisamente non sapevamo più né parlare né camminare, semplicemente. Malou ci metteva in crisi, continuava “Non ti credo” e ripeteva “Be simple, be honest!”. Ci accorgevamo così di tutti i cliché, i manierismi, le difese che continuamente mettevamo tra noi e il semplice agire.
Io credo che solo un danzatore molto bravo possa realizzare le cose più semplici. E’ molto complesso. Io non domando loro qualcosa di privato, ma qualcosa di preciso. Quando un danzatore dà la sua risposta, quella riguarda tutti. questo si sente, non è una questione intellettuale” 37




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