Sono passati undici anni dal mio abschluss prufung a Essen, IL mio esame di diploma in buhnentanz, ‘danza di palcoscenico’ let


Elena: una studentessa della Folkwang Hocschule



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Elena: una studentessa della Folkwang Hocschule

Elena Kofinà, una giovane danzatrice diplomata all’Accademia Nazionale di Danza. L’ho conosciuta nell’autunno del 1999 quando ha partecipato a un mio laboratorio a Roma. Nel 2000 è entrata alla Folkwang Hochschule e in questi giorni, mentre scrivo, sta facendo il suo Abschluss Prüfung (esame di diploma) di quarto anno.



Le ho fatto qualche domanda riguardo alla sua esperienza e la prima cosa che mi ha detto è stata che l’insegnamento più importante alla Folkwang non è tanto di tecnica ma di vita.

In un momento di crisi in cui non riusciva a capire perché dovesse passare ore ad imparare le basi della tecnica (che forse aveva già acquisito all’Accademia) Lutz le ha detto di essere paziente e andare a vedere gli spettacoli della scuola. Vedendo gli studenti degli ultimi anni avrebbe capito meglio i motivi di un metodo che mira all’essenziale e al lavoro su sé stessi.

Elena mi ha parlato di ciò che si impara ogni giorno stando a stretto contatto con persone che vengono da ogni parte del mondo, dai più diversi ambiti socio-culturali e condizioni socio-economiche. Ventunenne romana, si è trovata a condividere la casa con un ragazzo colombiano felice di poter uscire di casa senza la paura che un proiettile potesse colpirlo attraversando la strada.

In classe, attraverso il lavoro creativo si entra in relazione con queste realtà diverse a un livello ancora più profondo.Si impara a conoscere gli altri e ad apprezzare e rispettare le diverse visioni del mondo. Nella mia classe, negli anni Novanta, c’erano due italiane, una francese, un’argentina, una cilena, un ragazzo ungherese, un ragazzo tedesco, un’indonesiana, una greca…



Malou chiede in una lezione d’improvvisazione: “una cosa piccola ma molto grande”… “per me” dice Elena “può essere una lacrima ma per una mia compagna può essere un chicco di riso e per altri un bacio o qualcosa di assolutamente incomprensibile ai miei occhi. Ma si impara che nulla è giusto o è sbagliato, è solo il segno di una diversa storia di vita che, pur sembrando provenire da ambienti tanto diversi arriva alla fine a toccare simili tasti emotivi portandoci ad un linguaggio non verbale che ci permette di comunicare tra italiani e taiwanesi-per esempio-senza difficoltà linguistiche…”

A questo punto i miei ricordi riaffiorano e mi viene spontaneo un paragone con la mia esperienza di dieci anni fa. Una volta Malou ci ha chiesto qualcosa sull’amore e sulla mancanza, non ricordo bene la domanda precisa. La mia compagna cilena si mise a cantare una canzone molto dolce e malinconica che parlava di un ragazzo che doveva partire per una terra lontana e abbandonare l’amata. Le diceva occhi azzurri, occhi azzurri, non piangere, non piangere e non t’innamorare. Tutta la classe ha poi imparato la canzone che raccontava un po’ la storia di ciascuno di noi. Ognuno aveva lasciato la casa e gli affetti e si ritrovava nella sala di quell’antica abbazia di Essen Werden insieme a persone di ogni parte del mondo che provavano sentimenti simili ai suoi.

Fin dall’inizio si resta affascinati da questo microcosmo, dallo scambio umano tra persone di culture così diverse, dallo straordinario privilegio di potersi dedicare in maniera pressoché totale allo studio, alla propria formazione artistica e crescita personale. Per riuscire a sopravvivere alle dure classi di tecnica, allo stress psicofisico a cui si viene sottoposti nella scuola, è necessario trovare risposte alle proprie domande esistenziali, alle motivazioni che ci hanno spinto a lasciare le nostre case e le persone che amavamo, per arrivare forse a capire che non tutto deve essere spiegato per essere compreso. Dice Elena: “tutto deve avere un senso o si deve accettare che alcune cose non lo abbiano.Solo così si può imparare qualcosa nella piovosa e umida Folkwang”
Malou dice : «dance is life». All’inizio non la capisci. Poi vedi che per tutti gli insegnanti la danza è stata una parte fondamentale della loro vita come un vestito sulla pelle, per alcuni quasi l’unica ragione di vita, il loro modo d’essere…penso che questo sia il loro più grande talento”



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