Sono passati undici anni dal mio abschluss prufung a Essen, IL mio esame di diploma in buhnentanz, ‘danza di palcoscenico’ let



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28.03.2019
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CONCLUSIONI



Cosa ho imparato, cosa resta di questa straordinaria esperienza di vita in una scuola leggendaria, internazionale, ricca di scambi, relazioni, stimoli? (stimoli che a volte nascono proprio dalla frustrazione della creatività, perché libertà non è sempre sinonimo di creatività, l’assenza di regole può essere meno feconda dell’eccesso di regole).

Dopo dieci anni posso dire che ciò che resta e resterà per tutta la vita è una chiarezza estetica, una consapevolezza artistica, una capacità di leggere il linguaggio del teatro al di là delle apparenze e delle convenzioni. In questa consapevolezza c’è la nostalgia e il desiderio di bellezza, una bellezza vera, concreta, non ideale, irreale, conformista. Resta profondamente inscritto nel corpo e nell’anima qualcosa che ha a che fare con l’essenza della vita, con la preziosità di ogni singolo istante, di ogni persona.

Si diventa molto esigenti con sé stessi, consapevoli del lavoro necessario a compiere il miracolo: far nascere dal fango della vita reale un fiore purissimo. Si diventa spettatori attenti, critici ma anche indulgenti se si intuisce quel lavoro
Dopo essere stati travolti dal mondo di Pina Bausch è raro comunque trovare a teatro qualcosa di altrettanto forte.

Ho conosciuto la danza Butoh per la prima volta a Berlino negli anni della scuola. Durante un periodo di vacanza ho partecipato a un laboratorio presso la Tanz Fabrik. La danzatrice che conduceva il laboratorio era Yumiko Yoshioka e il suo gruppo si chiamava Theatre Danse Grotesque Tatoheba.

Il linguaggio visionario del Butoh, vicino all’espressionismo degli anni Venti, mi affascinava. A scuola studiavamo molta tecnica e mi sentivo oppressa dalle regole. Il Butoh sembrava promettermi quella libertà di espressione che mi sembrava di aver perso ad Essen.

A Roma, qualche anno dopo ho conosciuto Tetsuro Fukuhara e ho visto i lavori di molti danzatori al Festival di danza Butoh del 1997 alla ex SNIA Viscosa.

Ricordo Min Tanaka con un grande specchio sulla schiena, senza musica, nel giardino della SNIA, al tramonto. Aveva creato una strana sospensione spazio temporale mentre fuori si sentivano i rumori del traffico, i clacson, le sirene. Magia del Butoh, i suoni della città arrivavano attutiti, sembravano lontani, danzavano insieme allo specchio e all’ambiente che vi si rifletteva.

Poi sono apparsi dei pavoni (strano, ma a quel tempo nel giardino della SNIA passeggiavano quattro pavoni). Danzarono con Min Tanaka e lo specchio, incantati dal Butoh.


A scuola si sentiva solo e sempre parlare di Pina. La sua presenza aleggiava anche se lei si vedeva solo raramente in carne ed ossa.

Questa dipendenza psicologica da Pina è forse il limite più grande della scuola di Essen. Qualsiasi espressione personale era posta sotto il pesante vaglio estetico del suo mondo. I coreografi che venivano incoraggiati erano quelli più vicini a lei e al Wuppertaler Tanztheater. Venivano per lo più premiati i coreografi che non facevano una coraggiosa, personale e autonoma scelta estetica.

Uscendo dalla scuola ho dovuto recuperare la gioia e il desiderio di danzare. E’ stato necessario dimenticare Pina e tutte le regole della tecnica faticosamente acquisite. Ho incontrato Fukuhara e nelle improvvisazioni mi sembrava finalmente di aver ritrovato una danza libera. Ma il maestro mi disse che la mia danza era sì carina ma troppo tecnica.

Per un anno ho riflettuto su questa frase e quando Tetsuro è tornato a Roma il mio modo di danzare era cambiato.


La mia esperienza naturalmente è diversa da tutte le altre, non voglio generalizzare. Ognuno dei miei compagni ha avuto un destino diverso dopo la scuola (e potrebbe essere materia di un ulteriore capitolo di questo studio ricostruire le storie degli ex studenti di Essen). Per me è stato necessario dimenticare tutto ciò che avevo imparato per poi lasciare che emergesse senza deciderlo, senza preordinarlo, naturalmente e con una forza nuova, come se avesse dovuto essere lasciato al buio per un po’ di tempo a sedimentare, a invecchiare, come un buon vino d’annata.

C’è un regno del cuore fatto di tutte le cose che abbiamo imparato o vissuto, che non bisogna invadere ma lasciare intatto” ( Mitsukata Ishii).



Per concludere posso dire, senza dubbio, che senza gli insegnamenti dei miei maestri di Essen, senza la solida base che si acquisisce lavorando, studiando, e stando a stretto contatto per anni con persone per cui “dance is life”, la vita è danza, oggi non potrei dire di essere una danzatrice, un’attrice, un’artista di palcoscenico e soprattutto di essere diventata una persona. Formazione: Bühnentanz, Tanzabteilung Folkwang Hochschule.
Bisogna rendersi conto che il nostro corpo è vita. Nel nostro corpo, intero sono iscritte tutte le esperienze. Sono iscritte sulla pelle e sotto la pelle, dall’infanzia fino all’età presente, e probabilmente anche prima dell’infanzia, ma forse anche prima della nascita della nostra generazione. Il corpo-vita è qualcosa di tangibile…esigerà il disarmo, la nudità estrema, totale, quasi inverosimile…Pertanto che cos’è necessario? Qualcosa che non sia a buon mercato. Il dono. …E se chiamerete corpo-vita l’istante in cui avete toccato qualcuno, quel qualcuno si mostrerà in ciò che fate. Ed improvvisamente e contemporaneamente sarà presente colui che è il partner dell’incontro, qui e ora, e chi è stato nella vostra vita e chi arriverà…Ritornare alla sincerità del corpo, precisa in ogni azione…Lentamente, lentamente. Affinché ciò che è vivo in questo non si estingua; affinché possa vivere più pienamente: libero” 84



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