Sono stati trovati esemplari che hanno superato I 55 anni, ma sono rari



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03.06.2018
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La polvere rossa è ovunque. La terra è arrugginita quaggiù. Il Kenya ha tutto ciò che ci si aspetta dall'Africa. Gli animali, il mare, la barriera corallina, i baobab, la frutta, il sole, la pioggia, la fame e l'AIDS. La strada che porta dall'aeroporto di Mombasa a Malindi è costellata di villaggi-guardrail che la definiscono: case di lamiera, con tetti di lamiera con porte e finestre di lamiera. Sembrano dei quadri astrattisti perchè alcune sono composte da numerosi ritagli, creando così un disegno geometrico e cromatico che va dal grigio al celeste metallizzato. E la ruggine, ovviamente. Fuori dalle case i bambini giocano con un barattolo o con qualsiasi cosa trovino, ai piedi di muri pitturati di pubblicità. Gli adulti li guardano mentre lavorano. "Adulti" e "lavorano" per modo di dire. Qui la speranza di vita è di 40 anni circa, tutto si fa prima, quindi a 20 anni le persone sono già di mezza età, con 4-5 figli e poco entusiasmo negli occhi. Per lavoro si intende un chioschetto che vende bibite e batterie, qualche donna offre pesci essiccati e affumicati protetti dalle mosche con sventagliate o le più avanzate con una teca di vetro. In alcuni Paesi dell'Africa fare fotografie o riprese è difficile: la religione animista reputa che quelle macchinette metalliche imprigionino l'anima delle persone dentro nastri magnetici o rullini. Appena ti avvicini ti dicono scontrosi: "No foto, no foto". Lo stesso per imitazione fanno i bambini, poi non resistono, ti circondano, si mettono in posa e appena scatti vogliono a tutti i costi vedere la foto nel monitor e ridono e ridono.

Malindi è una città italiana, enclave tricolore in Africa. Gli Italiani sono giunti quaggiù tempo fa, costruendo con quattro soldi ville di 200 mq con piscina e solarium. All’inizio erano pochi, poi pian piano la voce si sparge e ne arrivano centinaia e poi migliaia. Insomma, negozi, bar, ristoranti, alberghi e soprattutto il casinò, centro culturale della città, sono in mano a nostri connazionali. Da queste parti la schiavitù non è stata abolita: i bianchi comandano, i neri lavorano. I bianchi hanno i capitali, comprano la terra, ci costruiscono un residence dove poi però sgobbano i neri. C’è un solo bianco che coordina il tutto, i neri lavorano 18 ore al giorno, mangiano polenta e devono sorridere ai turisti italiani. Perché i turisti sono stressati e vengono qui per riposarsi: di solito arrivano già abbronzati di lampada, con camicie sbottonate sul davanti dalle quali escono crocefissi da un etto d’oro massiccio, capelli sale e pepe e occhiali da sole avveniristici. Proprio così, Briatore a queste latitudini ha fatto scuola. Le relative compagne sono degne di loro, e non vado oltre. Ad ogni modo, tornerò a parlare del neo-schiavismo quando vi racconterò la storia di Masha. Adesso vi scrivo degli animali e della barriera corallina.



Il Kenya è una distesa fra due giganti: il celebre Kilimanjaro ed il Kenya, il monte che battezza lo Stato. Le due vette, spesso innevate, rendono ricche d’acque le pianure sottostanti. Quando in Sudafrica e Namibia è la stagione secca, i grandi erbivori migrano verso nord fino alla zona equatoriale, soprattutto in Tanzania e Kenya. Dietro di loro arrivano i grandi felini predatori. Intere mandrie di gnu attraversano fiumi, dove ad attenderli ci sono coccodrilli acquattati. Qualcuna di queste grosse antilopi viene presa, ma è un sacrificio necessario che permette al resto del gruppo di arrivare alle grandi pozze d’acqua. Elefanti, ippopotami e giraffe non hanno di questi problemi, se non in rari casi. Insomma, con grande gioia degli operatori turistici, migliaia e migliaia di animali arrivano puntualmente verso luglio e si fermano per un paio di mesi. I governi hanno creato dei parchi nazionali sia per poterli difendere dai bracconieri e controllarli, sia per guadagnare qualcosa con gli ingressi. Serengeti, Tsawo est, Tsawo ovest, con vista sul Kilimanjaro, sempre avvolto da nuvole, sono i più belli e ricchi di esemplari. A vedere i documentari si pensa che gli operatori televisivi abbiano meschinamente disposto gli animali: zebre, gazzelle, gnu, bufali, antilopi sono tutti insieme. Non sembra possibile, ma è così: si radunano tutti vicino all’acqua, pronti a scattare all’unisono non appena si vede la coda di un felino. Ogni tanto uno gnu o una zebra giacciono per terra esanimi con i ventri gonfi: questo perché nel mangiare l’erba all’altezza del terreno ingurgitano anche grosse quantità di sabbia e terra, ricche di ferro che ne devasta lo stomaco. Ma il sistema non permette sprechi: insetti ed altri organismi decompositori iniziano a far festa nel cadavere, la carne allora inizia a mandare un odore molto forte che per noi è tremendo, per avvoltoi e iene è un aroma irresistibile. In poco tempo la carcassa è spolpata. Questa è la legge della savana, la morte di un animale è la vita per altri. Come recitava una pubblicità di qualche anno fa, ogni giorno una gazzella si sveglia e sa che per vivere deve correre più veloce del leone, ogni giorno un leone si sveglia e sa che per vivere deve correre più veloce della gazzella. Non importa se sei leone o gazzella: comincia a correre! A tale legge di vita e di morte sono esclusi i grandi mammiferi come giraffe, ippopotami ed elefanti. Ognuno ha una propria caratteristica. Se vedete gli alberi completamente defoglianti, anche nei rami più alti, significa che ci è passato quell’animale che ispirò a Darwin la teoria dell’evoluzione della specie e che per un breve periodo venne chiamato camelopardo. Gli elefanti generalmente camminano in fila, con gli esemplari adulti che aprono e chiudono la carovana e i giovani in mezzo. Si spostano da un territorio all’altro in cerca di alberi. Quando se ne vanno, significa che non c’è più nessuna foglia da mangiare: appare un paesaggio desolato, con alberi spogli e scortecciati. Sono un’atomica naturale. Gli ippopotami, come si evince dall’etimologia greca del nome, vivono perlopiù in acqua, dalla quale escono di rado, di solito di notte. Si muovono lentamente dragando il fango. Sulla schiena e fra le zampe gli uccelli banchettano mangiando i parassiti alloggiati nella spessa pelle dell’animale e gli insetti ed animaletti acquatici che vengono portati alla luce ad ogni passo del pachiderma. Vi ricordate quella nota azienda di pannolini che aveva ingaggiato tale animale come morbido e bonario testimonial? Niente di più falso. La pelle è una durissima corteccia, il carattere decisamente cattivo ed aggressivo; infatti è un animale molto territoriale che, nonostante la sua mole, riesce a correre in modo molto veloce per alcune decine di metri. Le sue cariche sono spesso letali: è l’animale che in Africa uccide più esseri umani.

Ma uno degli animali più intelligenti della savana è il Masai. È una specie in via d’estinzione, vive in gruppi guidati da un capobranco. Ha una tecnica di caccia piuttosto evoluta ed è capace di costruirsi degli strumenti per uccidere altri animali. Si nutre anche di ortaggi e di altri vegetali. Si costruisce delle tane molto simili a capanne, con un ingresso a spirale atto ad impedire agli animali feroci di penetrarvi. È molto alto, ha la pelle bruna e spesso si ricopre con dei pezzi di stoffa rossa. Le femmine di tale specie si mettono al collo ed alle orecchie dei cerchi di metallo che deformano e ne modificano la lunghezza. I maschi hanno uno strano rituale per entrare nell’età adulta: devono uccidere almeno un leone trascorrendo una notte da soli nella savana. Dal momento che ultimamente i leoni sono sempre di meno, è sufficiente passare una notte da soli nelle savana. Altro rituale è la circoncisione, effettuata con strumenti affilati. I giorni dopo tale operazione, ormai rara nel mondo animale, i piccoli vengono avvolti in tessuti neri. Trattasi di specie molto prolifica e già dopo il tredicesimo anno di età la femmina comincia a mettere al mondo dei cuccioli, e così fanno fino a che è loro possibile o fino a che non muoiono, cioè verso i 35 anni. so


Sono stati trovati esemplari che hanno superato i 55 anni, ma sono rari. Tipica di questa specie è la danza, composta da alti salti, movimenti ritmici e piedi che battono il terreno. Alcuni etologi interpretano tali balzi come un retaggio di antica era, quando si compivano tali movimenti per cercare di avvistare fra i cespugli i leoni. Anche il tipico colore rosso con cui si ricoprono sembra sia utile per spaventare i feroci felini.

Alcuni masai addestrati vengono portati negli alberghi dove eseguono le loro danze, in cambio della possibilità di vendere i loro prodotti. Infatti il Masai ha una certa manualità ed ha anche sviluppato un linguaggio complicato, molto gutturale, tramite il quale tali animali riescono a scambiarsi semplici messaggi. Alcuni etologi sono convinti che la capacità di tale specie di comunicare sia avanzata e perfezionata, quasi al pari dei delfini.

La barriera corallina è una formazione di coralli, che sono animali e non vegetali. Millenni e millenni di questi esseri che si sono messi uno sopra l’altro hanno creato dei veri e propri scogli, con tanto di lagune e atolli circondati da acque pulitissime. In inverno. Perché in estate tonnellate di alghe brune sporcano le spiagge. Insomma, se uno va in Kenya per vedere gli animali ci deve andare a luglio-agosto; se vuole il mare delle cartoline deve andarci a gennaio-febbraio. O il mare o il safari, tutti e due insieme non si può. Nella vita bisogna scegliere.

La marea è ingente e quando è bassa fa emergere scogli e spiagge che con l’alta marea scompaiono. L’acqua che rimane nelle pozze imprigiona pesci variopinti, che dovranno attendere l’alta marea per tornare in mare aperto: nel frattempo sono i protagonisti di estemporanei acquari. Per evitare le alghe ed avere spiagge ed acque pulite basta prendere una barca, di quelle con il vetro sullo scafo, che permette di vedere i pesci sotto e si raggiungono gli atolli al largo, praticabili soltanto durante la bassa marea. La sabbia è bianca e fine e quando si cammina scricchiola come un parquet stagionato. Ha la stessa consistenza della fecola di patate. Stelle di mare grandi come un volante e pesci palla sono facili da vedere, sia perché l’acqua è veramente trasparente, sia perché non sono animali molto rapidi. Comprensivo del tour con scafo in vetro, c’era anche il barbecue di pesce e crostacei sull’atollo. A pranzo finito, con molto rispetto di noi ospiti grigliati e griglianti, spuntano dall’acqua vari venditori indigeni che propongono i solito oggetti d’artigianato. La maggior parte degli eventuali clienti, abbordati in acqua, non compra nulla, sia perché sono oggetti del tutto inutili e di cattivo gusto, sia perché raramente si fa il bagno con i soldi: le monete vanno a fondo, le banconote si infradiciano. I venditori acquatici si accontentano della promessa di acquisto una volta tornati alla barca, ottenuta in cambio di lasciare il bagnante in pace. Nonostante noi bianchi siamo tutti uguali e le barche di turisti siano tante, il venditore ti ritrova di sicuro.

A quel punto temporeggi ulteriormente dandogli appuntamento al porto della spiaggia una volta sbarcati. Il venditore acquatico sa benissimo dove sbarchi. Eccolo che ti allunga il ninnolo che avevi promesso di comprargli, gli dici di aspettarti fra un’ora di fronte al tuo albergo. Se sei furbo gli dici il nome di un hotel che hai visto per strada, mentre stavi raggiungendo il luogo d’imbarco. Questi venditori si chiamano beach boys, niente a che vedere con il gruppo musicale californiano. Sanno tutto di te: dove alloggi, cosa mangi, da dove vieni, quando sei arrivato e quando riparti. Appena esci dall’albergo ti avvicinano: parlano bene l’italiano, hanno vestiti italiani, regalo di qualche connazionale. Propongono di tutto: escursioni in barca, gite, cibi, serate e via dicendo. Fanno tutto: guidano pulmini e barche, cucinano, organizzano partite e altro, vendono e barattano. Quando sei sotto l’ombrellone non si avvicinano, rispettano una virtuale distanza di sicurezza dettata più che dal buon senso dai vigilanti degli stabilimenti, di solito dipendenti degli alberghi cui appartiene la spiaggia. Ma come oltrepassi la linea immaginaria, magari per fare un bagno o una passeggiata, ti assalgono e ti chiedono di tutto: soldi, penne, caramelle, magliette. Ti fanno le solite proposte turistiche e commerciali. L’unico rimedio è non parlarci, ignorarli completamente. Se semplicemente e per educazione ti lasci sfuggire un “grazie, non voglio niente” instauri ugualmente un canale comunicativo e allora stai sicuro che ce li avrai dietro per tutta la passeggiata anche se sei con la tua partner mano nella mano. Anzi, qualcuno ti precede e ti sgombra la strada dalle alghe, ti mostra dove si nasconde il pesce o la stella marina, ti raccoglie i pezzi di corallo (che tanto non puoi riportare se non pagando una tassa sull’esportazione) o le conchiglie (vedi sopra). Il tutto nella speranza di ottenere qualche spicciolo o indumento.

Ma la vera Africa è un po' più dentro, a qualche km dalla costa. Nemmeno troppo lontano dagli alberghi e dai residence, dal casino e dai negozi. Basta prendere uno dei tanti viottoli che vanno verso l'interno e dopo poco si vedono i villaggi, quelli con le capanne, con i bambini che giocano fuori, i padri (pochi) nei campi e la madri che macinano il miglio nei loro mortai.

Per chi come me vuole fare delle foto, è importante non presentarsi a mani vuote. Anche in Africa volgiono i diritti d'autore e ci tengono alla privacy. Ci eravamo muniti di venti chili di farina per polenta (alimento base della dieta dei Keniani) e una ventina di scatole di biscotti. Quando si arriva in un nuovo villaggio, subito i bambini ti si fanno incontro, attirati dal rumore del motore. Ormai conoscono le abitudini di noi turisti. Con un po' di biscotti ciascuno te li fai amici e posano in tutti i modi. A ruota arrivano le madri: loro non si accontentano dei biscotti, loro vogliono la farina. Appena la ottengono, come gli scoiattoli corrono a depositarla nella loro capanna e escono di nuovo sperando, nella confusione e nella somiglianza varia, di poterne ottenere un'altra confezione. Ma spesso vengono smascherate dalle altre donne in fila. Poi si cambia villaggio, ma la storia è la stessa. Con la differenza che i bambini del villaggio precedente arrivano dopo un po' nella speranza che un biscotto non lo si neghi a nessuno. Con il risultato che all'ultima tappa del farina tour ci sono circa un centinaio di bambini che ti chiedono i biscotti. Allora è ovvio che a quelle creature denutrite gli si dice: "Basta, altrimenti ti rovini la cena!".

Ma come sono questi villaggi e i loro abitanti?

Capanne di fango e paglia, pavimento di terra battuta, un pozzo a tiratura manuale, bambini con vestiti laceri, di solito scarti di turisti occidentali, pance abbastanza dilatate e le classiche mosche negli occhi. Ma cosa cercano questi insetti? Semplicemente bevono il succo lacrimale. Svelato un mistero che da tempi remoti mi assillava mentre guardavo in tv questi insetti oftalmici. Se con un colpo di mano li si scaccia, dopo nemmeno tre secondi tornano alla loro mescita. Ormai sono rassegnati e li dissetano tranquillamente. Di solito questi villaggi sono formati da una dozzina di

capanne, ognuna abitata da una famiglia. I bambini sono tantissimi, mentre di vecchi se ne vedono pochissimi. Le madri passano gran parte del tempo a pestare qualcosa al mortaio, spesso con un neonato a tracolla. Fino alla sera gli uomini non sono presenti, impegnati in lavori nei campi o, i più temerari, in città. Alcuni villaggi hanno degli spacci, dove si vende di tutto. Tali esercizi però fanno i migliori affari quando arriviamo noi turisti e, impietositi, compriamo ulteriore farina o caramelle per i bambini. Anche in questo caso è importante avvertire in piccoli che troppi dolci rovinano i denti... I più abbienti vantano piccoli recinti con caprette e galline, ma è ancora poco per potersi associare al Rotary Club of Malindi. Ciò che a noi sembra miseria, per loro è normalità. La soglia della povertà è relativa a chi la giudica: noi occidentali, abituati a certi standard, l'abbiamo molto alta. Forse uno Statunitense abituato al fuoristrada, ai megastore, alle confezioni di frutta sciroppata da 12 kg lasciate andare a male in frigoriferi di tre piani, dentro case di 300 mq, potrebbe reputare povero un Italiano con la Punto a metano, la spesa al discount e la casa di 110 mq.



Questione di punti di vista.


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