Sören kierkegaard



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certezza dove essa finirà col condurci. Così molti temono la morte

perché hanno idee oscure e vaghe che l'anima colla morte debba passare

in un altro ordine di cose, dove imperano leggi e regole completamente

diverse da quelle che abbiamo imparato a conoscere in questo mondo.

La cagione di un tale terrore della morte è il fatto che l'individuo non

è incline a diventar trasparente a se stesso; se ne avesse il

coraggio, vedrebbe facilmente l'illogicità di questo terrore. Così

anche per l'etica: quando un uomo teme la limpidezza, sfugge sempre

l'etica, perché questa veramente non cerca altro.

In contrasto con una concezione di vita estetica che vuol godere la

vita, si sente spesso parlare di un'altra concezione che pone il

significato della vita nel vivere per soddisfare al proprio dovere.

Con questo si vuole indicare una concezione di vita etica. Pertanto

l'espressione è assai imperfetta, e si potrebbe quasi credere che sia

stata inventata per gettare del discredito sull'etica. Certo che ai

nostri giorni spesso la si vede usata in modo da far quasi sorridere,

come quando Scribe pronuncia questa sentenza con una certa qual

serietà laconica, creando un contrasto che la scredita molto di fronte

all'allegria ed al piacere del godimento. L'errore è che l'individuo

vien posto in un rapporto esteriore col dovere. L'etica vien

determinata come dovere, il dovere come una somma di singoli

postulati: individuo e dovere stanno l'uno fuori dell'altro come degli

estranei. Una vita per il dovere come questa è brutta e assai noiosa, e

se l'etica non avesse un rapporto molto più profondo colla

personalità, sarebbe sempre assai difficile sostenerla di fronte

all'estetica. Non voglio negare che vi siano molte persone che non

giungono oltre, ma non è colpa del dovere, è colpa loro.

È strano che colla parola dovere si finisca per pensare ad una

relazione esteriore, benché l'etimologia di questa parola denoti una

relazione interiore: perché quello che è imposto a me, non come questo

individuo casuale, ma secondo il mio vero essere, sta, credo bene,

nella relazione più intima con me. Il dovere infatti non è una

imposizione, ma qualche cosa che è compito per la personalità.

Quando il dovere vien visto così, l'individuo è giustamente orientato

in se stesso. Il dovere dunque non si frantumerà per lui in una

somma di singole imposizioni, perché questo denoterebbe che egli

sta solo in un rapporto esteriore con esso. Egli si è immedesimato

nel dovere che è per lui l'espressione del suo essere più intimo.

Quando egli si è orientato in se stesso così, si è sprofondato

nell'etica, e non correrà col fiato grosso in caccia del suo dovere. Il

vero individuo etico perciò ha una calma ed una sicurezza in sé,

perché non ha il dovere fuori di sé ma in sé Quanto più

profondamente l'uomo ha disposto eticamente la sua vita, tanto

meno sentirà il bisogno di nominare ogni momento il dovere, di

temere ogni momento di non riuscire ad adempierlo, di consigliarsi

ogni momento cogli altri, su cosa sia il suo dovere. Quando si vede

l'etica con esattezza, questa rende l'individuo infinitamente sicuro di

sé, quando non la si vede con esattezza, essa rende l'individuo del

tutto incerto, e non posso immaginare un'esistenza più infelice e

penosa di quella di un uomo che abbia il dovere al di fuori di sé e

che, ciononostante, lo voglia continuamente tradurre in realtà.

Se si vede l'etica al di fuori della personalità e in un rapporto

esteriore con essa, si ha rinunciato a tutto, si ha disperato.

L'estetica come tale è disperazione, l'etica è il dolore più astratto e

come tale incapace di produrre la minima cosa. E' un fenomeno

tragico e comico insieme vedere qualcuno che si affatica e si

arrabatta con un certo zelo sincero per tradurre in realtà l'etica, che

sfugge sempre come un'ombra non appena la si vuole afferrare.

L'etica è l'universale come tale, in primo luogo l'astratto. Nella sua

completa astrazione perciò l'etica è sempre proibitiva. Così l'etica si

mostra come legge. Non appena l'etica è imperativa, ha già qualche

cosa dell'estetica in sé. Gli ebrei erano il popolo della legge.

Perciò comprendevano ottimamente la maggior parte dei

comandamenti della legge mosaica, ma la legge che sembra che non

abbiano capito era la legge alla quale il cristianesimo si attaccò

maggiormente: devi amare il tuo Dio con tutto il tuo cuore. Questa

legge non è negativa e nemmeno astratta, è positiva al massimo e al

massimo concreta. Quando l'etica diventa più concreta, passa nella

determinazione del costume.

Ma la realtà dell'etica a questo riguardo, ha come presupposto la

realtà di una individualità popolare, e con questo l'etica ha già

accolto in sé un momento estetico. Pure l'etica, anche in questa

forma, è ancora astratta e non si lascia adeguatamente tradurre in

realtà, perché sta al di fuori dell'individuo. Solo quando l'individuo

stesso è l'universale, l'etica si lascia tradurre in realtà. E' questo il

segreto che sta nella coscienza, è questo il segreto che la vita

individuale ha in se stessa, di essere insieme individuale e

universale, anche se non spontaneamente come tale, ma secondo la

sua possibilità. Chi considera la vita eticamente vede l'universale,

chi vive eticamente esprime nella sua vita l'universale, diviene

uomo universale, non per il fatto che si spoglia della sua

concretezza (perché così si dissolverebbe proprio nel nulla), ma col

vestirsi di essa e compenetrarla coll'universale. L'uomo universale

infatti, non è un fantasma; ogni uomo è uomo universale; cioè: a

ciascuno è stata assegnata la via lungo la quale diventare uomo

universale. Chi vive esteticamente è l'uomo casuale, egli crede di

essere l'uomo perfetto per il fatto che è unico nel suo genere; chi

vive eticamente si adopera per diventare uomo universale. Così

quando un uomo è innamorato esteticamente, il casuale assume

per lui un'importanza enorme, e per lui è molto importante che

nessuno abbia amato come lui, con le sue sfumature; chi vive

eticamente si sposa e traduce così in realtà l'universale. Perciò egli

non diventa una realizzazione dell'universale umano, esso ha per

lui una qualità di più che supera incomparabilmente tutte le qualità

estetiche dell'amore. Chi vive eticamente ha se stesso come proprio

compito. Il suo io è determinato come spontaneamente casuale, e il

compito è quello di amalgamare ciò che è casuale e ciò che è

universale.

L'individuo etico perciò non ha il dovere al di fuori di sé, ma in sé;

nel momento della disperazione esso appare e si mette all'opera per

procedere attraverso l'estetica entro e con l'estetica. Dell'individuo

etico si può dire che è come le acque tranquille, che sono molto

profonde, mentre chi vive esteticamente è mosso solo superficialmente.

Perciò quando l'individuo etico ha completata la sua opera e ha

lottato la buona lotta, è giunto a tanto da essere uomo singolo; un

uomo assolutamente individuale e originale e, nello stesso tempo,

l'uomo universale. Essere uomo singolo di per sé non costituisce nulla

di grande, perché è cosa che ogni uomo ha in comune con ogni

prodotto della natura; ma esserlo in modo da essere insieme

l'universale, questa è la vera arte nella vita.

La personalità ha allora l'etica non fuori di sé, ma in sé ed essa

scaturisce da questa profondità. Bisogna allora stare attenti, come

dicemmo, che non distrugga il concreto in un impulso astratto e senza

significato, ma che lo assimili. Siccome l'etica giace nel più

profondo dell'anima, non è sempre manifesta, e chi vive eticamente può

fare le stesse identiche cose di chi vive esteticamente, tanto che per

molto tempo ci si può ingannare; ma alla fine giunge il momento in cui

appare che chi vive eticamente ha un confine che l'altro non conosce.

Nella certezza che la sua vita è costruita eticamente l'individuo

riposa con fiduciosa sicurezza, e perciò non tormenta se stesso e gli

altri con sofistiche ansietà su questo o su quello. Trovo che sia

naturale che chi vive eticamente lasci un largo spazio per

l'indifferente, ed è giusto rispetto per l'etica non volerla

costringere ad entrare in ogni piccolezza. Uno sforzo simile, che

riesce sempre male, si trova solo in coloro che non hanno il coraggio

di credere all'etica e che, in senso più profondo, mancano di certezza

interiore. Vi sono persone la cui pusillanimità si riconosce proprio

dal fatto che non fanno mai i conti col totale, perché finiscono con

identificarlo col molteplice; ma queste persone però stanno al di

fuori dell'etica, a causa della debolezza della volontà, che, come

ogni altra debolezza dello spirito, può essere considerata un genere

di follia. La vita di gente come questa è irresoluta e inconsistente.

Non hanno un'idea né della bella e pura serietà dell'etica, né della

spensierata gioia dell'indifferenza. Naturalmente, per l'individuo

etico, l'indifferente non occupa il primo posto, ed egli sa in ogni

istante limitarlo. Così si crede anche che esista una provvidenza e

l'anima riposa fidente in questa certezza; eppure non verrebbe in

mente di cercar di penetrare ogni casualità con questo pensiero o di

rendersi coscienti ad ogni istante di questa fede. Voler l'etica senza

esser turbati dall'indifferente; credere alla provvidenza senza esser

turbati dalla casualità, ecco una salute che si può conquistare e

mantenere quando si vuole. Anche a questo riguardo, ciò che vale è

vedere il proprio compito, opporre resistenza alla tendenza verso il

frantumarsi della personalità, tener fermo l'infinito, e non correr

dietro alla luna.

Chi sceglie se stesso eticamente ha se stesso come suo compito,

non come una possibilità, non come un giocattolo per il suo

arbitrio.

Eticamente può scegliere se stesso solo scegliendosi nella propria

continuità; e così si diviene per se stessi un compito variamente

determinato. Egli non cerca di cancellare o volatilizzare questa

molteplicità; anzi, col pentimento, la riconosce fermamente come sua,

perché questa molteplicità è lui stesso, e solo collo sprofondare in

essa, pentendosi, egli può entrare in sé. Egli non presume che il

mondo cominci con lui o che egli crei se stesso; quest'ultimo fatto la

lingua stessa l'ha bollato col suo disprezzo e si dice sempre

sprezzantemente di una persona: «si crede un Padreterno». Ma mentre

egli, pentendosi, sceglie se stesso, è attivo, non nel senso

dell'isolamento, ma nel senso della continuità.

Ed ora immaginiamoci un individuo etico e uno estetico. La

differenza principale intorno alla quale tutto si aggira è che

l'individuo etico è trasparente a se stesso e non vive «"ins Blaue

hinein"», come fa l'individuo estetico. Con questa differenza è stato

detto tutto. Chi vive eticamente ha visto se stesso, conosce se

stesso, compenetra colla sua coscienza tutta la sua concretezza, non

permette a pensieri indefiniti di scorrazzare in lui, a possibilità

tentatrici di distrarlo coi loro incanti; egli non è se stesso come

una lettera magica dalla quale ora esce una cosa ora un'altra,

secondo il modo in cui la si gira. Egli conosce se stesso.

L'espressione «"conosci te stesso"» è stata ripetuta abbastanza

spesso, e in essa si è vista la meta di tutti gli sforzi dell'uomo. E'

giustissimo, ma è ugualmente certo che non può essere la meta se

non è anche il principio.

L'individuo etico conosce se stesso, ma questa conoscenza non è

solo contemplazione (perché allora l'individuo si coglierebbe

soltanto secondo la sua necessità), è una riflessione su se stessi, che

in sé è azione, e perciò di proposito ho scelto l'espressione

scegliere se stessi invece che conoscere se stessi. Quando l'individuo

conosce se stesso non ha finito, al contrario, questa conoscenza è

assai feconda, e da questa conoscenza esce il vero individuo. Se

volessi essere spiritoso direi che l'individuo conosce se stesso come

nel Vecchio Testamento è detto che Adamo conobbe Eva. Quando

l'individuo frequenta se stesso diventa pregno di sé e partorisce se

stesso. L'io che l'individuo conosce è insieme l'io reale e l'io ideale;

e quest'ultimo individuo l'ha, fuori di sé, come l'immagine a

somiglianza della quale egli si deve formare e però d'altra parte, in

sé, in quanto è lui stesso. Solo in se stesso l'individuo ha la

meta alla quale deve aspirare, eppure egli ha questa meta al di fuori

di sé, poiché aspira ad essa. Se infatti l'individuo crede che l'uomo

universale stia al di fuori di lui, che esso gli debba venir incontro dal

di fuori, egli è disorientato, ha un'idea astratta, e il suo metodo

diventa sempre un astratto annullamento dell'io originale. Solo in se

stesso l'individuo può avere schiarimenti intorno a se stesso. Perciò

la vita etica ha questo duplice aspetto, che l'individuo ha se stesso

fuori di sé, e in sé. L'io tipico è pertanto l'io imperfetto, perché è

solo una profezia, e perciò non l'io reale. Però il reale segue

costantemente l'ideale; ma più lo traduce in realtà più svanisce

dentro a lui; e, alla fine, invece di mostrarsi davanti a lui, gli sta

dietro come una possibilità impallidita. Succede a questa immagine

quello che succede all'ombra dell'uomo. Al mattino l'uomo

proietta la propria ombra davanti a sé, a mezzogiorno essa gli

cammina al fianco quasi impercettibile, alla sera gli cade dietro.

Quando l'individuo ha conosciuto e ha scelto se stesso, egli sta per

tradurre in realtà se stesso, ma poiché egli deve liberamente

tradurre in realtà se stesso egli deve sapere cosa deve tradurre in

realtà. Quello che vuol tradurre in realtà è certamente se stesso, ma

è il suo io ideale, che egli in nessun altro luogo può avere se non in

sé. Se non si tien ben fisso in mente che l'individuo ha l'io ideale in

sé, ciò ch'egli dice e fa è astratto. Chi vuole copiare un'altra persona

e chi vuol copiare la persona normale diventa, anche se in modi

diversi, ugualmente affettato.

L'individuo estetico considera se stesso nella sua concretezza, e ora

distingue "inter et inter". Alcune cose gli sembrano appartenere a lui

casualmente, altre essenzialmente. Questa distinzione però è

estremamente relativa; poiché fintanto che una persona vive solo

esteticamente tutto in verità gli appartiene casualmente allo stesso

modo, ed è solo mancanza di energia se un individuo estetico mantiene

questa distinzione. L'individuo etico lo ha imparato nella

disperazione, e ha perciò un'altra distinzione: perché anche egli

distingue tra essenziale e casuale. Tutto quello che è stato posto

dalla sua libertà gli appartiene essenzialmente, per quanto casuale

possa sembrare. Tutto il resto è casuale per lui, per quanto

essenziale possa sembrare. Questa distinzione pertanto, per

l'individuo etico non è frutto del suo arbitrio, quasi che stesse in suo

potere far di se stesso quello che vuole. L'individuo etico può dire

di sé che egli è il proprio redattore, ma è perfettamente

cosciente di essere il redattore responsabile di se stesso;

responsabile per se stesso in senso personale, perché quello che

sceglie avrà su lui un'influenza decisiva; responsabile di fronte

all'ordine delle cose in cui vive, responsabile di fronte a Dio.

Quando lo si vede così, credo che la distinzione sia giusta; perché

propriamente appartiene a me solo quello che io eticamente assumo

come compito. Se rifiuto di assumerlo come compito, mi

appartiene propriamente questo rifiuto. Quando l'uomo considera

esteticamente se stesso, forse distingue così. Dice: «ho del talento per

dipingere - lo considero una casualità; ma ho spirito e acume -

questo mi pare l'essenziale che non mi può venir tolto, senza che

io diventi un altro». A ciò risponderei: «tutta questa distinzione è

un'illusione; infatti, finché tu non assumi questo spirito e

questo acume eticamente, come un compito, come una cosa di cui

sei responsabile, essi non ti appartengono essenzialmente; e questo

specialmente per il motivo che fin che vivi solo esteticamente, la tua

vita non è affatto essenziale. Chi vive eticamente fino a un certo

grado abolisce la distinzione tra il casuale e l'essenziale, poiché

egli assume se stesso in tutto e per tutto come ugualmente

essenziale: ma questa distinzione ritorna, dopo ch'egli ha fatto ciò,

così modificata: egli si assume la responsabilità per l'esclusione di

ciò che egli distingue come casuale e questa assunzione di

responsabilità è per lui essenziale.

Quando un individuo estetico, con «serietà estetica» pone un

compito alla sua vita, esso consiste propriamente nello

sprofondarsi nella propria casualità, nel diventare un individuo

paradossale e irregolare di cui non si è mai visto l'uguale, nel

diventare la smorfia di un uomo. E' raro trovare nella vita figure

del genere, per il motivo che solo poche persone hanno un'idea di

cosa sia vivere. Ma siccome molti invece hanno un amore

particolare per le chiacchiere, s'incontrano nelle strade, nei salotti e

nei libri molte chiacchiere che portano evidente il segno di

quell'originalità che, se fosse trasportata nella vita, arricchirebbe il

mondo di una quantità di prodotti d'arte, uno più ridicolo dell'altro.

Il compito che si propone un individuo etico è di trasformarsi in

individuo universale. Solo un individuo etico si rende sul serio conto

di se stesso, e ha perciò dirittura verso se stesso; egli solo ha

quella distanza paradigmatica e quel decoro che son più belli di ogni

cosa. Ma posso trasformare me stesso in un uomo universale solo

se, secondo le mie forze, io già l'ho in me stesso.

L'universale può infatti benissimo esistere con e nel particolare

senza divorarlo; è come quel fuoco che non divora quel cespuglio nel

quale brucia. Se l'uomo universale sta al di fuori di me, è possibile

un solo metodo, ed è quello di spogliare me stesso di tutta la mia

concretezza. Questa sfrenata passione di astrarre da se stessi si

trova abbastanza spesso. Tra gli Ussiti v'era una setta che credeva

che quello che veramente importasse per diventare persona normale

era di andare nudi come Adamo ed Eva nel paradiso. Ai nostri giorni

non è raro trovare della gente che in senso spirituale insegna la

stessa cosa, che si diventa cioè persona normale col completo

denudarsi, il che si può ottenere spogliandosi di tutta la propria

concretezza. Ma le cose non stanno così. Nel momento della

disperazione viene a galla l'uomo universale, e ora è dietro alla

concretezza e prorompe attraverso ad essa. In una lingua vi

sono moltissimi verbi paradigmatici oltre quell'unico che nella

grammatica vien messo come paradigma; è per caso che esso è

stato scelto, tutti gli altri verbi regolari potrebbero essere messi al

suo posto: così anche per gli uomini. Ogni persona può, se lo

vuole, diventare una persona paradigmatica; non per il fatto che si

sbarazza della sua casualità; ma per il fatto che rimane in essa e la

nobilita. Ma la nobilita collo sceglierla.

Ora ti sarà facile capire che l'individuo etico nella sua vita

percorre gli stadi che abbiamo prima distinti. Nella sua vita sviluppa

le virtù personali, quelle civili e quelle religiose, e la sua vita

trascorre mentre egli costantemente passa da uno stadio all'altro. Non

appena egli crede che uno di questi stadi sia sufficiente, e si

concentra unilateralmente in esso, egli non ha scelto se stesso

eticamente, ma disconosce l'importanza dell'isolamento o della

continuità, e sopratutto non ha compreso che la verità sta nella loro

identità.

Chi ha scelto e trovato se stesso eticamente, ha determinato se stesso

in tutta la sua concretezza. Egli allora ha se stesso come un

individuo con determinate doti, determinate passioni, determinate

inclinazioni, determinate abitudini, esposto a determinate influenze

esteriori, sollecitato ora in un senso ora in un altro. Egli ha se

stesso come compito, e tale compito consiste sopratutto nell'ordinare,

educare, temperare, infiammare, reprimere, in breve, nel raggiungere

nell'anima un equilibrio, un'armonia che è frutto delle virtù

personali. Lo scopo della sua attività è qui lui stesso, ma non

seguendo il suo arbitrio, bensì come un compito che gli è stato posto,

anche se è diventato suo perché l'ha scelto. Ma benché egli stesso sia

il proprio scopo, pure questo scopo è un altro: poiché quell'io che è

lo scopo, non è un io astratto che va bene dovunque e perciò in nessun

luogo, ma un io concreto che sta in una viva reciproca comunione con

un determinato ambiente, con certe circostanze, con un determinato

ordine di cose. Questo io, che è lo scopo, non è soltanto un io

personale, ma un io sociale e civile. Egli dunque ha se stesso come

compito per una attività, in virtù della quale egli, come personalità

ben definita, interviene nelle circostanze della vita. In questo senso il

suo compito non è educare se stesso, ma agire; eppure, mentre

agisce, educa se stesso; poiché, come già osservai, l'individuo etico

vive in modo da svolgersi continuamente da uno stadio all'altro. Se

l'individuo non ha subito compreso se stesso come una personalità

concreta nella continuità, egli non conquisterà nemmeno questa

posteriore continuità. Se egli pensa che l'arte stia nel cominciare

come un Robinson, rimarrà un avventuriero per tutta la vita. Chi

invece comprende che se non comincia concretamente non comincerà

mai, che se non incomincerà mai non potrà mai finire, si pone a un

tratto in continuità col passato e col futuro. Dalla vita personale

egli trapassa in quella civile, dalla vita civile in quella personale. La

vita personale come tale è un isolamento ed è quindi imperfetta, ma

quando attraverso la vita civile l'uomo ritorna nella sua personalità, la

vita personale si rivela in una immagine più alta. La personalità

diviene allora l'assoluto, che ha la sua teleologia in se stesso.

Contro la concezione che pone il compito della vita umana

nell'adempimento del dovere, vien spesso ricordato quello scetticismo

che ritiene il dovere stesso vacillante, le leggi mutevoli. Vedrai

facilmente che, per quel che riguarda quest'ultima affermazione, essa

è stata pensata sopratutto avendo in mente le fluttuazioni alle quali

sono sempre esposte le virtù borghesi. Pure questo scetticismo non



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