Sören kierkegaard



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colpisce la morale negativa, che continua a rimanere ugualmente salda.

Invece vi è un altro scetticismo che colpisce ogni dovere,

affermando che io non posso assolutamente fare il dovere. Il

dovere è l'universale, quello che si esige da me è l'universale; quello

che io posso fare è il solo particolare. Questo scetticismo pertanto

ha la sua grande importanza perché mostra che la personalità

stessa è l'assoluto. Bisogna però approfondire questa concezione.

E' strano come anche il linguaggio sottolinei questo scetticismo.

Non dico mai di una persona: fa il dovere od i doveri, ma dico: fa il

"suo" dovere, dico faccio il "mio" dovere, tu fai il "tuo". Questo

dimostra appunto che l'individuo è insieme l'universale e il

particolare. Il dovere è l'universale che si esige da me; io non sono

l'universale, quindi non posso nemmeno fare il dovere. D'altra parte

il mio dovere è il particolare, qualche cosa per me solo; eppure è

il dovere e dunque l'universale. Qui la personalità si mostra nel suo

più alto valore.

Essa non è senza legge, e nemmeno dà a sé la sua legge; perché la

determinazione di dovere permane indipendente da essa, ma la

personalità si mostra come l'unità dell'universale e del particolare.

Che le cose stiano così è chiaro, si può farlo capire anche ad un

bambino; poiché io posso fare il dovere eppure non fare il "mio"

dovere, io posso fare il "mio" dovere, eppure non fare il dovere. Non

vedo affatto che il mondo per questo debba sprofondarsi nello

scetticismo, perché la differenza tra il bene ed il male rimane

sempre; la responsabilità e il dovere pure, anche se diventa

impossibile per un'altra persona dire cosa sia il "mio" dovere, mentre

sarà sempre possibile a lui dire quale è il "suo", il che non sarebbe

possibile se non fosse posta l'unità dell'universale e del

particolare. Sembrerà forse di aver allontanato ogni scetticismo

quando si sia reso il dovere qualche cosa di esterno, di fermo e

determinato, del quale si possa dire: questo è il dovere. Ma ciò è un

equivoco; poiché il dubbio non sta nell'esteriore, ma nell'interiore,

nel "mio" rapporto coll'universale. Come singolo individuo non sono

l'universale, e se lo si esige da me è una assurdità; se io dunque

devo poter fare l'universale, nello stesso tempo in cui sono il

singolo devo essere l'universale, ma così la dialettica del dovere sta

in me stesso. Come dissi, questa teoria non porta con sé nessun

pericolo per l'etica, anzi, la sostiene. Quando non si ammette questo,

la personalità diventa astratta, il suo rapporto col dovere diventa

astratto, la sua immortalità astratta. Non vien nemmeno tolta la

differenza tra il bene ed il male; perché io dubito che sia mai

esistito un uomo che abbia sostenuto che è dovere fare il male. Che

egli facesse il male è un'altra cosa, ma nello stesso tempo cercava di

far credere a se stesso ed agli altri ch'era bene. E' impensabile che

egli potesse rimanere in questa illusione, poiché egli stesso è

l'universale; egli così ha il nemico non fuori di sé, ma in sé. Se

invece presumo che il dovere sia qualche cosa di esterno, la

differenza tra il bene ed il male è tolta; perché quando io stesso non

sono l'universale, posso solo mettermi in un rapporto astratto con

esso: ma la diversità tra bene e male è incommensurabile per un

rapporto astratto.

Proprio quando si comprende che la personalità è l'assoluto, scopo a

se stessa, unità dell'universale e del particolare, proprio allora sarà

superato ogni scetticismo che prende come punto di partenza

l'elemento storico. I liberi pensatori hanno cercato abbastanza spesso

di scompigliare le idee col fare osservare come a volte alcuni

dichiarino santo e giusto quello che agli occhi di altri è abominevole

e delittuoso. Si sono lasciati abbagliare dall'esteriore; ma

nell'etica non si parla mai dell'esteriorità ma dell'interiorità. Per

quanto si possa cambiare l'esteriore, il contenuto morale delle azioni

rimane lo stesso. Non credo così che sian mai esistiti uomini che

abbian pensato che i figli debbano odiare i loro genitori. Pertanto,

per alimentare il dubbio, è stato fatto notare che mentre tutte le

nazioni educate fanno dovere ai figli di prender cura dei loro

genitori, i selvaggi avevano l'abitudine di uccidere i loro vecchi. E'

possibile che le cose stiano così, ma con questo non abbiamo fatto un

passo innanzi, perché rimane da chiedersi se i selvaggi pensino di

fare del male agendo così. L'etica consiste sempre nella coscienza del

bene e del male, mentre è una cosa ben diversa chiedersi se sia

imputabile una conoscenza difettosa. Il libero pensatore capisce molto

bene che il modo in cui l'etica vien fatta svanire più facilmente, è

quello di aprire le porte all'infinita varietà delle sue

manifestazioni storiche. Eppure nel suo modo di comportarsi v'è

qualche cosa di vero; poiché quando l'individuo, in ultima analisi non

è egli stesso l'assoluto, l'empirismo è l'unica via che gli rimane, e

questa via, come le sorgenti del fiume Niger, è avvolta nel mistero.

Se il mio mondo è il finito, è arbitrario rimanere fermi in qualche

punto particolare. Per questa via non si giungerà mai al punto di

partenza, perché per cominciare bisognerebbe conoscer la fine, e

questo è impossibile. Quando la personalità è l'assoluto, essa stessa è

il punto di Archimede dal quale si può sollevare il mondo. E' facile

vedere che questa conoscenza non può indurre l'individuo a voler

respingere da sé la realtà, poiché se egli vuole l'assoluto in questo

modo, egli non è nulla del tutto, è un'astrazione. Egli è l'assoluto

solo come singolo, e questa conoscenza lo salverà da ogni radicalismo

rivoluzionario.

Qui voglio interrompere il mio costruir teorie; sento bene che non ci

sono adatto, non pretendo nemmeno d'esserlo, ma sarò perfettamente

soddisfatto se potrò presumere di essere un praticante accettabile.

Far teorie d'altra parte richiede molto tempo; quello che io, agendo,

posso mettermi a fare in un attimo e trovarmi subito "in medias res",

esige, per esprimerlo o descriverlo, difficoltà. Non intendo ora

declamarti una dottrina del dovere, e parlarti, come si è soliti dei

doveri verso Dio, verso se stesso e verso il prossimo. Non perché io

disprezzi questa suddivisione o perché quello che ho da dirti sia

troppo profondo o richieda troppe cognizioni preliminari per poterlo

esporre in modo elementare; non per questo, ma perché credo che

nell'etica non importa tanto la molteplicità dei doveri, quanto

l'intensità del sentimento del dovere. Quando la personalità ha

sentito l'intensità del dovere con tutta la sua energia, essa è

divenuta eticamente matura, e il dovere scaturisce naturalmente. La

cosa principale perciò non è che l'uomo possa contare sulle dita

quanti siano i suoi doveri, ma che egli, una volta per tutte, abbia

sentito così forte l'intensità del dovere che la coscienza del dovere

divenga per lui la garanzia dell'eterno valore del suo essere. Perciò

non raccomando affatto il moralista come non raccomando lo

sgobbone; eppure è certo che l'uomo al quale l'importanza del dovere

non si è mai mostrata in tutta la sua infinità è mediocremente

uomo come è mediocremente scienziato colui che crede, col gioco

"mir nichts und dir nichts" ad modum degli uomini di

Grenaa di scoprire la sapienza. Lascia alla casistica di sprofondarsi

nella ricerca della molteplicità del dovere; la cosa principale,

l'unica che salva, è sempre che l'uomo, riguardo alla propria vita,

non sia il proprio zio, ma il proprio padre. Lascia che con un

esempio ti spieghi quello che intendo. A questo scopo scelgo una

impressione che ricordo fin dalla mia prima infanzia. A cinque anni

fui mandato a scuola. Che questo avvenimento faccia sempre

molta impressione a un bambino è naturale, ma io vorrei sapere,

quale. La curiosità infantile vien attratta da diverse impressioni

disordinate attraverso le quali essa vuol rendersi conto del

significato di questo avvenimento. Che questo sia accaduto anche a

me è naturale; però la principale impressione che ebbi non fu la

curiosità ma qualcosa di completamente diverso. Arrivato a scuola,

fui presentato al maestro e ricevetti come compito per il giorno

seguente dieci righe da imparare a memoria. Da questo momento

ogni altra impressione fu cancellata dal mio animo, solo il mio

compito rimaneva vivo davanti a me. Da bambino avevo una ottima

memoria. Ben presto ebbi imparata la mia lezione. Mia sorella me

l'aveva provata parecchie volte e mi aveva assicurato che la sapevo.

Andai a letto e prima di addormentarmi, la ripetei ancora una volta

tra di me; mi addormentai col fermo proposito di rileggerla

ancora una volta il mattino seguente. Mi svegliai alle cinque del

mattino, mi vestii, andai a prendere il mio libro e rilessi. Tutto

questo lo rivedo tanto vividamente come se fosse accaduto ieri. Per

me era come se il cielo e la terra mi si dovessero precipitare addosso

se non avessi imparato la mia lezione; e, d'altra parte, anche se

cielo e terra fossero precipitati su me, questo disastro non mi

avrebbe dispensato dal compito impostomi, di imparare la mia

lezione. In quell'età sapevo ben poco dei miei doveri; non li avevo

ancora imparati a conoscere; conoscevo un dovere solo, quello di

imparare la mia lezione. Eppure posso far derivare tutta la mia

considerazione etica della vita da questa impressione. Mi vien da

sorridere pensando a questo ragazzetto di cinque anni che afferra una

questione con tanto ardore, eppure ti assicuro che non ho nessun

desiderio più grande di quello di poter afferrare in ogni età della mia

vita la mia opera con l'energia e la serietà etica di allora. E' vero

che più tardi, nella vita, ci si fa una idea più chiara di quello che sia

il proprio compito, ma l'energia è sempre la cosa principale. Che

quell'avvenimento facesse su di me quell'impressione lo devo alla

serietà di mio padre, e se non gli dovessi altro, questo basta a

mettermi in debito eterno verso di lui.

Quello che importa nell'educazione non è che il fanciullo impari

questo o quello, ma che lo spirito si maturi, che l'energia si

risvegli. Tu parli assai spesso di quanto sia meraviglioso l'essere

una buona testa. Chi vuol negare che ciò abbia importanza? Eppure

credo quasi che si riesca a diventarlo se lo si vuole. Dà all'uomo

energia, passione, ed egli ha tutto. Prendi una fanciulla, che sia

scervellata e sciocca, proprio una ochetta: immaginala innamorata

profondamente e sentitamente e vedrai che il cervello le verrà da sé,

vedrai quanto senno ed acume mostrerà per vedere se è corrisposta:

immagina che divenga felice e vedrai il dolce incanto fiorire sulle

sue labbra; immagina che divenga infelice e sentirai la passione

dettarle fredde riflessioni e senno acuto.

A questo riguardo posso dire che la mia infanzia è stata fortunata,

perché mi sono arricchito di impressioni etiche. Lascia che mi

soffermi su di essa ancora un momento; essa mi ricorda mio padre, e

questo è non solo il ricordo più caro che io possegga, ma anche il più

fecondo; esso mi può ancora dare occasione di illuminare ancora

meglio il mio principio: dico, l'impressione totale del dovere è la

cosa principale e non la molteplicità dei doveri. La moltitudine dei

doveri rimpicciolisce e svuota l'individuo. A questo riguardo da

bambino ero felice poiché non avevo mai molti doveri, ma di solito

uno solo, e questo lo era anche per davvero. Quando ebbi due anni

di più, fui messo nella scuola classica. Qui cominciò una

nuova vita, ma l'impressione principale anche qui fu l'etica, anche

se godevo della massima libertà. Mi trovavo tra gli altri discepoli, li

ascoltavo con meraviglia lamentarsi dei loro maestri, vidi

accadere il fatto incredibile che uno scolaro fu mandato via dalla

scuola perché non andava d'accordo col maestro. Se da tempo non

avessi già subito influenze etiche profonde, forse questo

avvenimento mi avrebbe fatto del male. Ma questo non avvenne

assolutamente. Sapevo che era mio compito andare a scuola, nella

scuola dove ero stato messo; e anche se tutto il resto fosse stato

cambiato, questo non poteva esser cambiato.

Non era soltanto il timore della serietà di mio padre che mi

trasmetteva questa concezione, ma era l'elevata impressione di quello

che era il dovere dell'uomo. Anche se mio padre fosse morto, anche se

fossi stato messo sotto la tutela di un altro che avrei potuto

commuovere tanto da farmi togliere dalla scuola, non avrei mai osato

farlo e non l'avrei voluto; sarebbe stato per me come se l'ombra di

mio padre fosse venuta ad accompagnarmi a scuola; poiché anche

qui avevo ricevuto una impressione infinitamente profonda di quello

ch'era il mio dovere, così che il tempo non avrebbe mai potuto

cancellare il ricordo di quando io avevo mancato al suo volere.

D'altra parte godevo la mia libertà, conoscevo un dovere solo,

quello di badare alla mia scuola, ed a questo riguardo ero io il solo

responsabile. Quando fui iscritto alla scuola, quando i libri richiesti

furono comperati, mio padre me li consegnò e mi disse: Wilhelm,

alla fine di questo mese sarai il Numero 3 della tua classe. Ero

esente da ogni paterno rimbrotto. Non mi domandava mai delle mie

lezioni, non me le provava mai, non guardava mai i miei compiti,

non mi ricordava mai che era ora di studiare, o che era ora di

smettere, non veniva mai in aiuto alla coscienza dello scolaro, come

si vede tanto spesso quando nobili padri accarezzano la guancia dei

loro figli e dicono: «Spero che saprai le tue lezioni». Se dovevo

uscire mi chiedeva prima se avevo tempo, ma questo lo decidevo io,

non lui, e le sue domande non indugiavano mai sui particolari. Che

egli d'altra parte si interessasse molto di quello che io facevo ne

sono sicuro, ma non se ne faceva mai accorgere perché il mio spirito

potesse maturare colla coscienza della propria responsabilità.

Anche in questo non mi si affliggeva con un cumulo di doveri. Ma

quanti sono i bambini che vengono guastati perché sono sommersi

da un vero cerimoniale di doveri! Così ricevetti una impressione

profonda del fatto che esiste qualche cosa che si chiama dovere, e

che ha un valore eterno. Al mio tempo si studiava la grammatica

latina con un impegno sconosciuto ai nostri giorni. Da questo

studio ebbi una impressione che, in altro modo, ebbe un effetto

uguale sull'animo mio. Se io oso ritenere di aver qualche talento per

la filosofia, lo devo a questa mia impressione infantile. Il rispetto

indiscusso col quale consideravo la regola, la considerazione che

nutrivo per essa, il disprezzo con cui osservavo quella misera vita

che tentava l'eccezione, il modo ai miei occhi equo col quale questa

nel mio libro di scuola veniva inseguita e sempre bollata a fuoco,

cosa sono se non la distinzione che sta a base di ogni considerazione

filosofica? Quando io poi, influenzato in questo modo, consideravo mio

padre, egli mi appariva l'incarnazione della regola; insegnamenti

diversi, dovevano essere necessariamente l'eccezione, perché non erano

conformi alle sue leggi. Quando consideravo quel mio compagno di

scuola renitente, capivo che questi doveva essere un'eccezione di cui

non valeva la pena far caso, e questo tanto più a causa delle molte

obiezioni che si facevano su lui, e che mostravano a sufficienza che

egli era un'eccezione. L'infantile rigorismo col quale io allora

distinguevo tra regola ed eccezione, tanto nella grammatica come nella

vita, è certo stato mitigato, ma ancor oggi ho sempre in me la

divisione, e so richiamarla in vita, specialmente quando vedo te e i

tuoi compagni, che sembrate esporre la dottrina che l'eccezione è

l'importante, anzi, che la regola esiste solo perché possa figurare

l'eccezione.

L'energia colla quale divento cosciente di me eticamente è quello

che importa; o meglio: non posso diventar eticamente cosciente di

me senza energia. Perciò non potrò ma divenir eticamente

cosciente di me stesso, senza diventar cosciente del mio essere

eterno. Questa è la vera prova dell'immortalità dell'anima.

Naturalmente essa è pienamente convincente solo quando il

compito coincide col dovere; ma quello a cui sono obbligato per

l'eternità, è per me un compito eterno. La circostanza che le

dieci righe nel libro di lettura da imparare a memoria mi furono date

come un compito dal quale nulla al mondo mi poteva liberare, fu

in un certo senso la prima prova che mi fu data dell'immortalità della

mia anima. L'imperfezione non era nella mia energia, ma nella

casualità del compito.

Non è mia intenzione portarti a considerare la molteplicità del

dovere; se volessi esprimere negativamente il dovere, sarebbe cosa

facile da fare; se lo volessi esprimere positivamente, sarebbe molto

lungo e difficile, anzi, giunto a un certo punto, sarebbe

assolutamente impossibile. Quello che invece era mia intenzione,

quello che, per quanto sta in me, mi son sforzato di fare, era di

gettar luce sull'importanza assoluta del dovere e sul suo eterno

valore per la personalità. Infatti, non appena la personalità nella

disperazione ha trovato se stessa, si è scelta in modo assoluto, si è

pentita di sé, ha se stessa come compito sotto eterna responsabilità; e

così il dovere è posto nella sua assolutezza. Ma dato che la

personalità non ha creato se stessa, ma ha solo scelto se stessa, il

dovere è l'espressione simultanea della sua assoluta subordinazione e

della sua assoluta libertà. L'uomo deve imparare da sé il dovere

singolo, e inutilmente cercherà schiarimenti intorno ad esso dagli

altri, eppure anche in questo egli non è meno autodidatta che

teodidatta, e viceversa. In nessun caso il dovere sarà per lui qualche

cosa di astratto; lo sarebbe se fosse per lui qualche cosa di esterno,

ciò che appunto non è. Inoltre egli stesso è concreto, poiché quando

si scelse eticamente, scelse se stesso in tutta la sua concretezza e

rinunciò all'arbitrio di astrarre da qualche cosa nella sua concreta

realtà.


Rimane ancora da mostrare come appare la vita quando la si

considera eticamente. Tu e tutti gli esteti siete molto inclini a

suddividere.

Convenite che l'etica ha la sua importanza, dite che è degno di

rispetto l'uomo che vive per i suoi doveri, che è degno di onore;

accennate persino, in modo vago, che è naturale che della gente viva

per il proprio dovere, che è bene che la massa lo faccia, e a volte

incontrate della gente amante del dovere tanto bonaria da trovar che

questi discorsi sono assennati, benché, come ogni scetticismo,

naturalmente siano senza senso. Voi stessi invece non desiderate avere

a che fare coll'etica, farlo sarebbe frodare la vita del suo

significato e sopratutto della sua bellezza. L'etica è, per voi, cosa del

tutto diversa dall'estetica; quando l'etica compare, distrugge

completamente l'estetica. Se fosse così, non dubiterei un momento

nella scelta. Nella disperazione vi è un attimo in cui il rapporto tra

etica e estetica si presenta in questa alternativa, e chi non l'ha

provato ha avuto una disperazione falsa, e non ha scelto se stesso

eticamente. Ma non è così, e perciò, già nel momento susseguente, la

disperazione non si mostra come una rottura ma come una

metamorfosi.

Tutto ritorna, ma illuminato. Perciò solo quando si considera la vita

eticamente, essa acquista bellezza, verità, significato, perennità;

solo quando si vive eticamente, la propria vita acquista bellezza,

verità, significato e sicurezza; solo colla concezione di vita etica

vien calmato il dubbio autopatico e simpatico. Infatti il dubbio

autopatico e simpatico può venir calmato solo in un unico e uguale

modo, perché essenzialmente è un unico dubbio. Il dubbio autopatico

infatti non è una manifestazione di egoismo, ma una esigenza di

quell'amore di sé che richiede il proprio io nello stesso modo in cui

richiede l'io di qualunque altro. Penso che questo abbia molta

importanza. Infatti se un esteta non fosse egoista, non potrebbe

ravvisare la sua fortuna, nel fatto di essere stato favorito dal

destino; egli, piuttosto, dovrebbe dire: «quello per cui sono

fortunato io è cosa che non può esser data così ad un altro; e nessun

altro può acquistarsela colle sue forze». Egli dovrebbe temere che

alcuno gli dovesse chiedere dove ha cercato la sua fortuna, poiché

egli è diventato felice perché tutti gli altri potessero sentire che essi

non lo possono diventare. Se un favorito dalla sorte come costui

avesse un po' di simpatia, non si darebbe pace prima di aver trovato

un punto di partenza più elevato per la sua vita. Quando poi l'avesse

trovato, non temerebbe di parlare della sua felicità, perché se la

volesse esprimere bene, direbbe anche qualche cosa che lo

riconcilierebbe assolutamente con tutti gli uomini, con tutta

l'umanità.

Ma rimaniamo fermi alla categoria che l'esteta rivendica sempre per

sé - alla bellezza. Tu dici che la vita perde subito la sua bellezza non

appena l'etica si fa valere. «Invece della gioia, della felicità, della

spensieratezza, della bellezza della vita considerata

esteticamente, ci date la doverosa attività, i lodevoli sforzi,

l'infaticabile ed indefesso zelo.» Se tu fossi qui presente ti

pregherei di darmi una definizione della bellezza, per poter

cominciare. Ma siccome non è possibile, mi permetto di adoperare la

definizione che sei solito dare: «il bello è ciò che ha la sua

teleologia in sé». Prendi per esempio una fanciulla, è bella,

contenta, senza pensieri, felice, in armonia perfetta, compiuta in se

stessa; tu dici che è una stupidaggine chiedersi perché essa sia così,

poiché essa ha la sua teleologia in se stessa. Non ti risponderò

obiettando che forse alla fanciulla non basta affatto d'avere solo la

propria teleologia in sé; o forse ti vuoi lusingare sperando di

trovare l'occasione per spiegarle la tua concezione della divinità

della sua esistenza, tanto che alla fine ella possa credere

erroneamente di esistere soltanto per ascoltare le tue insinuazioni!

Così guardi anche la natura e la trovi ugualmente bella e scacci ogni

finalistica considerazione su di essa. Anche qui non ti tormenterò col

chiederti se non è essenziale per la natura di esistere per qualcosa



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