Sören kierkegaard



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d'altro. Così guardi le opere d'arte e di poesia ed esclami col poeta:

"procul, o procul este profani", intendendo per "profani" quelli che

vogliono abbassare l'arte e la poesia dando loro una teleologia che

sta al di fuori di esse. Per quel che riguarda l'arte e la poesia, ti

ricorderò quanto ho osservato più sopra, che esse danno solo una

riconciliazione imperfetta colla vita. Anche tu, quando getti lo

sguardo sulla poesia e sull'arte, non consideri la realtà, ed è

veramente di questa che dobbiamo parlare. Torniamo indietro alla

realtà, e poiché probabilmente anche tu capisci che, quando vogliamo

far valere le esigenze dell'arte in tutto il loro rigore, troviamo ben

poco di bello nella vita, tu dai al bello un altro significato. Il bello

di cui parli tu è il bello individuale. Tu vedi ogni singola persona

come un piccolo momento nel tutto; lo vedi proprio nella sua

particolarità e così anche il casuale, l'insignificante acquista il suo

significato e la vita l'impronta della bellezza. Tu dunque

consideri ogni singola persona come momento. Il bello dicesti che era

quello che aveva la sua teleologia in sé; ma quando l'uomo è solo un

momento, non ha la sua teleologia in sé, ma al di fuori di sé. Così

anche se il tutto è bello, le parti non lo sono. Ed ora veniamo alla

tua vita. Ha essa la sua teleologia in sé? Non voglio decidere se

l'uomo abbia il diritto di condurre una vita come la tua da

spettatore. Ma, supponiamo che il significato della tua vita sia

quello di osservare il mondo intorno a te, avresti pur sempre la tua

teleologia al di fuori di te. Solo quando ogni singola persona è

momento, e nello stesso tempo totalità, solo allora tu la consideri

secondo la sua bellezza; ma non appena tu la consideri in questo modo,

la consideri eticamente; e quando la consideri eticamente, la

consideri secondo la sua libertà. Sia pur determinata quanto

originalmente vuoi; quando questa determinazione è una necessità, essa

è soltanto un momento, e la sua vita non è bella.

Quando definisci il bello col dire che ha la sua teleologia in sé, e

come esempio indichi una fanciulla, o la natura o un'opera d'arte, io

ho l'impressione che tutto quello di cui si parla dicendo che ha la

sua teleologia in sé, sia un'illusione. Perché si possa parlare di una

teleologia, ci deve essere un movimento; infatti, non appena penso a

una meta, penso a un movimento, e anche se penso a qualcuno giunto

alla meta, penso sempre a un movimento, perché penso che vi è giunto

attraverso un movimento. Quello che tu chiami bello, non ha in sé il

movimento; la bellezza della natura, infatti, è tale senza riguardo al

suo divenire, e quando considero un'opera d'arte e penetro il suo

pensiero col mio pensiero, è propriamente in me che accade il

movimento, non nell'opera d'arte. Perciò avrai ragione dicendo che il

bello ha la sua teleologia in sé, ma il modo in cui tu lo concepisci e lo

adoperi rimane propriamente una espressione negativa, per indicare

che il bello ha la sua teleologia in qualcosa d'altro; perciò non puoi

nemmeno adoperare l'espressione apparentemente sinonima, che il

bello di cui parli ha una teleologia interna o una teleologia

immanente.

Perché, non appena tu l'adoperi, esigi movimento, storia; e con

questo hai varcato la sfera della natura e dell'arte, e sei nella sfera

della libertà e quindi dell'etica.

Quando ora dico che l'individuo ha la sua teleologia in sé, questo non

può esser frainteso, come se io intendessi che l'individuo è il

centro, o che l'individuo in senso astratto debba bastare a se stesso.

Se l'individuo vien preso in senso astratto, esso non ha storia. Che

l'individuo abbia la sua teleologia in se stesso, significa per me

ch'esso ha una teleologia interiore, che esso è scopo a se stesso. Il

suo io è dunque la meta alla quale tende. Questo suo io pertanto non è

un'astrazione, ma è assolutamente concreto. Nel movimento verso se

stesso, egli non si può comportare negativamente verso il mondo

circostante; il suo io sarebbe allora un'astrazione e rimarrebbe tale.

Il suo io si deve piuttosto aprire in tutta la sua concretezza; ma a

questa concretezza appartengono anche quei fattori la cui

determinazione è di intervenire attivamente nel mondo. Così il suo

movimento parte da se stesso, attraverso il mondo, e ritorna a se

stesso. Qui v'è del movimento e del movimento reale; perché questo

movimento è opera della libertà; ma è parimenti teleologia immanente,

e solo qui si può cominciare a parlare di bellezza. Se tutto questo è

giusto, in un certo senso l'individuo viene a star più in alto di

qualunque circostanza; ma non ne consegue affatto che egli non sia in

questa circostanza; e non vedo neppure che in questo vi sia qualche

cosa di tirannico, perché la stessa cosa vale per ogni individuo. Sono

un marito e so che ho il rispetto più profondo per lo stato

matrimoniale, per quanto io mi trovi in esso nella condizione di un

umile amore; ma so anche che io, in un altro senso, sto al di sopra di

questo stato; ed ancora so che proprio la stessa cosa accade per mia

moglie. Per questo non volevo, come sai, amare quella fanciulla,

perché essa non condivideva questa concezione.

Perciò solo quando considero la vita eticamente la vedo nella sua

bellezza; solo quando considero la mia vita personale eticamente la

vedo nella sua bellezza. E se tu dirai che questa bellezza è

invisibile, ti risponderò: in un certo senso lo è, in altro senso non lo

è. E' visibile nelle tracce della storia, visibile come quando si dice:

"loquere ut videam te". E' vero che io non vedo il perfetto

compimento ma solo la lotta; eppure vedo anche il compimento non

appena lo voglia, non appena ne abbia il coraggio. E senza coraggio

non vedo affatto nulla di eterno e così nemmeno nulla di bello.

Quando considero la vita eticamente, la considero secondo la sua

bellezza. La vita diventa per me ricca non povera di bellezza, come

veramente è per te. Non ho bisogno di viaggiare per tutto il paese in

cerca di bellezze, o di scorrazzare per le strade a cercarla, non ho

bisogno di giudicare e di selezionare. Ma, si capisce, io non ho tanto

tempo disponibile come te; poiché quando io con gioia, ma con serietà,

vedo la mia vita secondo la sua bellezza, ho sempre abbastanza da

fare. Se ogni tanto ho un'ora libera, me ne sto alla finestra a

guardar la gente, e ogni uomo lo guardo secondo la sua bellezza. Sia

esso quanto mai insignificante, quanto mai meschino, io lo guardo

secondo la sua bellezza; poiché lo vedo come questo uomo singolo,

che pure è l'uomo universale; lo vedo come quello che ha un

concreto compito nella vita: egli non esiste in virtù di un altro,

anche se è l'ultimo dei servi. Egli ha la sua teleologia in sé, traduce in

realtà il suo compito, è vittorioso, lo vedo. Il coraggioso infatti non

vede fantasmi, ma eroi vittoriosi: il vile non vede eroi ma solo

fantasmi.

Egli deve vincere, di questo sono certo, e per questo la sua lotta è

bella. Io di solito non sono molto propenso a combattere cogli altri,

ma solo con me stesso; ma ti posso assicurare che per questa fede

nella vittoria del bello sono disposto a lottare per la vita e per la

morte, e nulla al mondo me ne può distogliere. Se perfino colle

preghiere si volesse sottrarmi questa fede, se anche colla forza si

volesse strapparmela, per nulla al mondo me la lascerei strappare e

nemmeno per tutto il mondo; perché perderei tutto il mondo, nel

momento che perdessi questa fede. Con questa fede vedo la bellezza del

mondo, e questa bellezza che io vedo non ha la tristezza e la

malinconia che è inseparabile da tutta la bellezza dell'arte e della

natura, inseparabile perfino dall'eterna giovinezza degli Dei greci.

La bellezza che io vedo è felice e vittoriosa e più forte di tutto il

mondo. E questa bellezza io la vedo ovunque, anche là dove il tuo

occhio nulla vede. Vieni qui un momento alla mia finestra. Passa una

fanciulla; ricordi che l'abbiamo incontrata una volta per strada. Non

è bella, dicesti, ma dopo averla guardata un po' meglio, la

riconoscesti e continuasti: «qualche anno fa era graziosissima ed

aveva molto successo ai balli, poi ebbe una storia d'amore,

naturalmente infelice. Lo sa il diavolo perché se l'è presa tanto a

cuore, la sua bellezza sfiorì; in breve: era una bellezza, ora è

sfiorita, e con questo non se ne parla più». Vedi, questo è

considerare la vita secondo la sua bellezza. Ai miei occhi però la

fanciulla non ha perso nulla, e mi sembra più bella che mai. Il tuo

modo di considerare la bellezza della vita mi pare perciò che

assomigli molto alla gioia di vivere che imperava nelle canzoni

anacreontiche, dove si rideva e ci si esaltava cantando canzoni come

questa: "Se non ci fosse il succo dell'uva chi rimarrebbe qui più a

lungo? Poiché dove si rivolge l'occhio del saggio, egli vede solo

dolori.

Alte echeggiano le voci dei sofferenti, le grida dei perseguitati, da



settentrione al meridione. Su fratelli, beviamo, per dimenticare

questa triste terra!" Avviciniamoci ora di più ad alcune delle

condizioni di vita, specialmente a quelle in cui etica e estetica

si toccano, per riflettere se la considerazione etica ci derubi di

qualche bellezza, o se piuttosto non doni a tutto una più alta beltà.

Immagino perciò un determinato individuo, un uomo

comunissimo, ma un uomo nella sua particolare concretezza.

Voglio proprio essere prosaico. Quest'uomo deve mangiare e bere,

vestirsi, avere un'abitazione, in breve, deve esistere. Forse si

rivolgerà a un esteta per poter sapere come si debba comportare

nella vita. E le informazioni non gli mancheranno.

Questi gli direbbe forse: «Quando si è soli occorrono circa 3000

talleri all'anno per vivere comodamente; se si dispone di 4000 talleri

si adoperano anche questi; se ci si vuole sposare occorrono per lo

meno 6000 talleri. Il denaro è e sarà sempre "nervus rerum

gerendarum", la vera "conditio sine qua non". E' bello leggere della

parsimonia campestre, della modestia idilliaca; questi scritti mi

piacciono ma di questo modo di vivere ci si stanca presto, e quelli

che vivono in questo modo, non godono la loro vita nemmeno la metà

di quelli che hanno del denaro e se ne stanno con tutta comodità

a leggere i poemi degli scrittori. Il denaro è e sarà sempre la

condizione assoluta per vivere. Non appena si è senza denaro, si vien

esclusi dal numero dei patrizi, e si diventa e si rimane plebei. La

condizione è il denaro, ma non ne consegue affatto che ognuno che

abbia del denaro lo sappia adoperare. Quelli che lo sanno fare sono i

veri ottimati tra i patrizi». Ma evidentemente il nostro eroe non è

soddisfatto di questa spiegazione; tutta la saggezza degli altri non lo

commuove, ed egli si sente come un passero a un ballo di gru. Se

infatti egli dicesse all'esteta: «questo va bene, ma io non ho né 3000

né 6000 talleri all'anno, non ho proprio nulla, né capitale né

rendita, nulla del tutto, quasi nemmeno un cappello da mettere in

testa» questi scrollerebbe le spalle e direbbe: «questo è un altro

discorso, non vi rimane altro da fare che mettervi a lavorare».

Se l'esteta fosse molto bonario, forse con un cenno richiamerebbe il

povero diavolo e gli direbbe: «non voglio che vi diate alla

disperazione prima di aver tentato le ultime risorse; vi sono alcuni

mezzi di salvezza che non bisogna lasciare intentati, prima di dire

addio per sempre alla gioia, di fare i voti e di mettersi la camicia di

forza. Sposate una ragazza ricca, giocate al lotto, andate nelle

colonie, cercate in due anni di accumulare del denaro, cercate di

attirarvi il favore di un vecchio scapolo perché vi faccia suo erede.

Per il momento i nostri cammini sono divisi; procuratevi il denaro

ed in me troverete sempre un amico che saprà dimenticare che una

volta eravate senza denaro». Ma in una concezione di vita come

questa vi è qualche cosa di terribilmente spietato; è odioso spegnere

a sangue freddo ogni gioia di vivere in tutti coloro che non hanno

denaro. Ed è questo che fa l'uomo avido di denaro, perché egli

pensa che senza denaro non vi sia nessuna gioia nella vita. Se io

ora ti volessi mettere in un fascio con questi esteti, se ti accusassi

di nutrire o di esprimere simili pensieri, ti farei un grave torto. Infatti

il tuo cuore è troppo buono per dar dimora a tali bassezze, e la tua

anima è troppo generosa per esprimere questi pensieri, anche se tu li

avessi.

Non penso che chi non ha denaro abbia bisogno di esser



commiserato, ma mi pare che il meno che si possa pretendere da

chi crede di essere favorito dalla fortuna, è che non se ne

inorgoglisca, e non senta il desiderio di mortificare gli altri che

non sono stati altrettanto favoriti. Lascia pure che l'uomo sia

orgoglioso; in nome di Dio, sarebbe meglio che non lo fosse, ma

lascia pure che lo sia; ma che non sia orgoglioso del suo denaro,

poiché non vi è nulla che degrada tanto l'uomo. Ora tu sei abituato ad

avere del denaro e sai bene cosa voglia dire. Tu non offendi nessuno,

in questo sei diverso da quegli esteti.

Aiuti volentieri dove puoi, anzi, quando fai risaltare quanto sia

miserevole non avere del denaro, lo fai spinto da simpatia. Il tuo

scherno perciò non è diretto agli uomini, ma all'esistenza in genere

nella quale è stato disposto che non tutti abbiano del denaro. Tu

dici: «Innegabilmente Prometeo ed Epimeteo erano molto intelligenti,

ma è incomprensibile che mentre rifornivano gli uomini tanto

abbondantemente, non sia loro venuto in mente di fornirli di denaro».

Se tu fossi stato presente allora, e avessi saputo quello che sai

adesso, ti saresti fatto avanti e avresti detto: «O buoni Dei, vi

ringraziamo per tutto questo, ma - perdonatemi se parlo tanto

francamente con voi - non avete conoscenza del mondo; perché

l'uomo possa essere felice gli manca ancora una cosa - ed è il denaro.

A che serve ch'egli sia stato creato per comandare tutto il mondo, se

non ha il tempo di farlo per colpa delle preoccupazioni materiali?

Cosa significa mettere al mondo una creatura razionale per poi

farla lavorare e sfacchinare? Che modo è questo di trattare

l'uomo?». Su questo punto sei inesauribile. «La maggior parte degli

uomini», dici, «vive per avere il pane quotidiano; quando l'ha avuto

vive per avere un buon pane quotidiano; e quando ha ottenuto anche

questo, muore. Con genuina commozione perciò lessi qualche

tempo fa nel giornale un annuncio col quale una moglie annunciava

la morte di suo marito.

Invece di lamentarsi prolissamente sul doloroso fatto di aver perduto

il migliore dei mariti e il padre più affettuoso, si esprimeva molto

brevemente: questa morte era tanto dolorosa perché suo marito proprio

da poco tempo era riuscito a procurarsi una buona posizione. In questo

sta molto più di quello che la vedova addolorata o il solito lettore di

annunci sul giornale vi veda. Questa considerazione si lascia

sviluppare come una dimostrazione dell'immortalità dell'uomo. La si

potrebbe enunciare così: la missione di ogni uomo è quella di trovare

un buon sostentamento. Se egli muore prima di averlo trovato, non ha

realizzato la sua missione, e ognuno è indotto a credere che egli, in

un altro mondo, debba realizzarla. Se egli invece raggiunge una buona

posizione, e realizza la sua missione, la sua stessa missione non può

volere ch'egli muoia, ma anzi, che egli viva e goda della sua buona

posizione: "ergo" l'uomo è immortale. Questa dimostrazione la si

potrebbe chiamare la dimostrazione popolare o la dimostrazione

coll'argomento della posizione. Se questa dimostrazione la si aggiunge

a tutte le precedenti, ogni dubbio assennato intorno all'immortalità

dovrebbe esser liquidato. Questa dimostrazione la si può benissimo

mettere in relazione colle precedenti, anzi, qui si mostra proprio

nella sua piena gloria, perché come conclusione si allaccia alle altre e

le dimostra. Le altre dimostrazioni partono dal principio che l'uomo è

un essere ragionevole; se qualcuno dovesse dubitarne, la

dimostrazione coll'argomento della posizione gli verrebbe in aiuto e

dimostrerebbe questo postulato col seguente sillogismo: Dio dà la

ragione a colui al quale concede una buona posizione; all'uomo cui

concede una buona posizione Dio dà, "ergo", la ragione. Tutto questo

la vedova addolorata l'ha sentito confusamente, ha sentito quanto di

profondamente tragico vi sia nelle contraddizioni della vita.»

Riguardo a questo problema non sai far altro che tirar fuori dello

scherno. Probabilmente non pensi nemmeno che la tua concezione

possa essere utile o istruttiva per qualcuno. Ma neppure immagini

che con queste tirate tu possa fare del male. Un uomo infatti che già

sente disgusto abbastanza per esser costretto a lavorare per

vivere, sentendo l'ardore non privo di spirito, col quale tu difendi il

suo segreto pensiero, ascoltando il tuo scherno piccante,

diventerebbe ancora più impaziente, ancor più indignato. Dovresti

perciò star bene attento a quello che dici.

Sulla via battuta fin qui il nostro eroe cercherà invano dei consigli.

Sentiamo ora cosa gli risponderebbe un moralista. La sua risposta

sarebbe la seguente: è dovere di ogni uomo lavorare per vivere. Se non

avesse altro da dire probabilmente interloquiresti: «ecco le vecchie

chiacchiere intorno a l'eterno dovere; dappertutto e sempre dovere!

non ci si può immaginare nulla di più noioso di questo letto di

Procuste che soffoca e opprime ogni forma di vita». Ricordati, di

grazia, che il nostro eroe non ha denaro, che quell'esteta senza cuore

non ne aveva da donargli, e che anche tu non ne hai di troppo, da

potergli assicurare l'avvenire. Se egli dunque non vuol mettersi a

sedere a pensare cosa avrebbe fatto se avesse avuto denaro, bisogna

che pensi a un'altra via d'uscita. Osserva inoltre che l'uomo etico gli

si rivolge con tutta cortesia, non lo tratta come una eccezione, non

gli dice: «Dio buono, dato che siete tanto sfortunato, cercate di

abituarvi». Al contrario, considera l'esteta un'eccezione, e afferma: è

dovere di ogni uomo lavorare per vivere; se per un uomo questo non è

necessario, è un'eccezione, ma il fatto di essere un'eccezione non è,

come abbiamo già detto, qualcosa di grande ma una cosa meschina.

Perciò quando l'uomo vuol considerare la questione eticamente,

vedrà il fatto di avere del denaro come un'umiliazione. Quando egli

lo vede in questo modo, egli non si ingannerà circa i favori del

destino. Egli si umilierà dei favori ricevuti, e fatto questo, sarà

nuovamente elevato dal pensiero che l'esser stato favorito gli impone

un più alto compito.

Quando l'individuo etico, presso il quale il nostro eroe cercò degli

schiarimenti, sa personalmente quel che significhi lavorare per

vivere, le sue parole hanno un peso anche maggiore. Sarebbe

desiderabile che gli uomini, a questo riguardo, avessero maggior

coraggio; la ragione per cui si sente tanto spesso difendere ad alta

voce la spregevole opinione che il denaro sia la cosa principale,

risiede nel fatto che coloro che devono lavorare mancano della forza

etica che occorre per riconoscere l'importanza del lavoro, mancano

della convinzione etica della sua importanza. Quelli che nuocciono al

matrimonio non sono i seduttori, ma i mariti vili. Così anche qui.

Quei discorsi spregevoli non fanno del male, ma fanno del male

coloro che, costretti a lavorare per vivere, un momento riconoscono

l'utilità del lavoro, e poi, subito dopo, si lamentano, invidiano la

vita oziosa, sospirano e dicono: «la cosa più bella però è di

essere indipendenti». Che stima può avere per la vita un giovane,

quando sente gli anziani parlare in questo modo! Anche qui hai

danneggiato te stesso con tutti i tuoi esperimenti, perché sei venuto a

sapere molte cose che non sono affatto buone né allegre. Tu sai

molto bene tentare l'uomo per fargli confessare che nel profondo

del suo cuore egli preferirebbe di non lavorare, e così trionfi.

Chiedersi se non si possa pensare un mondo nel quale non sia

necessario lavorare per vivere, è proprio una domanda oziosa, perché

essa riguarda non la realtà data, bensì la realtà immaginaria.

Costituisce però sempre un tentativo per sminuire la concezione etica

.

Se infatti fosse una perfezione dell'esistenza non aver bisogno di



lavorare, la vita di colui che non è costretto a lavorare sarebbe

perfetta. Il dovere di lavorare allora potrebbe venir inteso solo come

una triste necessità. Allora il dovere non esprimerebbe l'universale

umano, ma solo l'universale; e il dovere non esprimerebbe la

perfezione. Perciò io giustamente risponderei che dovrebbe esser

considerata un'imperfezione dell'esistenza se non fosse necessario che

l'uomo lavorasse. Quanto più basso è il gradino di vita su cui si

trova l'uomo, tanto meno si mostra la necessità di lavorare; quanto

più è in alto l'uomo, tanto più si rende evidente. Quel dovere di

lavorare per vivere esprime l'universale umano, e lo esprime anche nel

senso che è una manifestazione della libertà. Proprio col lavoro

l'uomo si rende libero; col lavoro signoreggia la natura, col lavoro

mostra che sta più in alto della natura.

Perde forse la vita la sua bellezza, perché l'uomo deve lavorare per

vivere? Sono ancora al vecchio punto: cosa si intende per bellezza? E'

bello vedere che i gigli nei campi, benché non filino e non tessano,

sono vestiti più splendidamente di Salomone in tutta la sua pompa; è

bello vedere gli uccelli trovare senza affanno il loro nutrimento; è

bello vedere Adamo ed Eva nel paradiso, dove potevano avere tutto

quello che volevano; ma è più bello ancora vedere un uomo che col

suo lavoro conquista quello che gli abbisogna. E' bello vedere

la provvidenza che sazia tutti e pensa a tutto; ma è più bello ancora

vedere un uomo che è, per così dire, la propria provvidenza. In questo

modo l'uomo è più grande di ogni altra creatura, nel provvedere a se

stesso. È bello vedere un uomo che ha dell'abbondanza di cui si è

provveduto da sé; ma è bello anche vedere un uomo che opera il

miracolo più grande, di trasformare il poco in molto. È una

espressione della perfezione umana che l'uomo sappia lavorare; ed è



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