Sören kierkegaard



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un'espressione anche più alta, che egli debba lavorare.

Se il nostro eroe vorrà adottare questa concezione, egli non si

sentirà indotto a desiderare una sostanza acquistata dormendo, non si

sbaglierà sulle condizioni della vita, sentirà la bellezza del

lavorare per vivere, sentirà in ciò la sua dignità di uomo: non

costituisce la grandezza della pianta che essa non tessa, ma è la sua

imperfezione, che essa non possa tessere. Egli non sentirà il

desiderio di stringere amicizia con quel ricco esteta. Mediterà sulla

vera grandezza e non si lascerà impressionare dalle persone danarose.

E' strano; ho visto delle persone sentire con gioia l'importanza del

lavoro, soddisfatte del loro lavoro, felici nella loro parsimonia,

eppure non avevano quasi il coraggio di ammetterlo. Se parlavano di

quello che spendevano, facevano sempre credere di spendere di più di

quello che non facessero; in realtà non volevano parer laboriosi,

nonostante che lo fossero realmente; come se lo sciupìo fosse la

misura della grandezza, come se vi fosse più merito nell'esser

fannulloni che laboriosi. Come è raro trovare una persona che con

tranquilla e serena dignità dica: questo non lo faccio perché i miei

mezzi non me lo permettono. Pare quasi che non abbia la coscienza a

posto, che tema lo scherno. In questo modo ogni vera virtù vien

guastata o mutata in un fantasma; coloro che non hanno bisogno di

esser parchi perché mai dovrebbero esserlo? Quelli che sono costretti

ad esserlo praticano questa virtù per necessità. Quasi che non si

potesse esser parchi senza la possibilità dello sperpero; quasi che il

bisogno non fosse una tentazione egualmente grande di lusso! Allora

forse il nostro eroe si deciderà a lavorare, ma vorrebbe esser liberato

dalle preoccupazioni materiali. Io non ho mai avuto

preoccupazioni materiali; sebbene in certo modo io debba lavorare per

vivere, ho sempre avuto dei proventi abbondanti; perciò non posso

parlare per esperienza, ma ho sempre avuto gli occhi aperti per quello

che in questo v'è di triste, ma anche gli occhi aperti per quello che

v'è di bello, di educativo, di nobilitante; perché credo che non vi sia

preoccupazione altrettanto educativa. Ho conosciuto uomini che io

non chiamerei affatto vili o effeminati; uomini che non pensano

affatto che la vita debba trascorrere senza lotta, che sentono d'aver

forza, coraggio e voglia di lottare là dove altri cederebbero; ma ho

anche sentito che dicono: purché Dio mi liberi da preoccupazioni

materiali! Non vi è nulla che maggiormente soffochi ciò che di più

elevato è nell'uomo. In occasione di questi discorsi ho spesso pensato

(ciò che anche la mia vita tanto spesso mi ha dato occasione di

riconoscere) che non vi è nulla di così infido come il cuore umano. Si

ha il coraggio di arrischiarsi nelle lotte più pericolose, ma non si

vogliono affrontare le preoccupazioni materiali; ciò nonostante si

pretende che sia merito più grande vincere questa lotta piuttosto di

quella. Ma questo è troppo facile; si sceglie una lotta più facile che

agli occhi della gente sembra più pericolosa; si fa credere a se

stessi che sia vero; si vince e si è un eroe, e un eroe ben diverso da

chi vince in quell'altra lotta meschina, indegna di un uomo. Davvero,

quando oltre alle preoccupazioni materiali si ha nel proprio intimo un

nemico nascosto come questo con cui lottare, non è meraviglia se si

desidera farla finita con questa lotta. Però bisognerebbe essere tanto

onesti verso se stessi da confessare il motivo per cui si voleva

schivare questa lotta: che essa è molto più dura di ogni altro

combattimento; ma se è così, anche la vittoria è molto più bella. Se

uno non è personalmente toccato da questa lotta, è suo dovere

confessare a chi l'affronta che la sua lotta è la più pericolosa;

questa dichiarazione d'onore gli è dovuta. Se invece un uomo vede la

preoccupazione materiale come una lotta d'onore in senso ancor più

rigido di ogni altra lotta, egli ha già fatto un passo innanzi. Qui,

come in ogni altra circostanza, conta essere ben orientati, non

perdere tempo coi desideri, ma rendersi conto del proprio compito. Se

apparentemente è misero e insignificante, piccino e scoraggiante,

sappiamo che rende la lotta più difficile e la vittoria più bella. Vi

sono uomini che sono onorati da un ordine, ed altri che fanno onore

all'ordine. Questo lo riferisca a sé chi, mentre sente forza e

desiderio per farsi valere in lotte degne di elogio, si deve

accontentare colla più meschina di tutte le lotte, la lotta per il pane

quotidiano.

La lotta per il sostentamento materiale ha questo di sommamente

educativo, che la ricompensa è assai meschina, anzi, non esiste; si

lotta per procurarsi la possibilità di poter continuare a lottare. Più è

grande, esteriore, la ricompensa della lotta, tanto più il lottatore

s'affida a tutte le ambigue passioni che albergano in ogni uomo.

Ambizione, vanità, orgoglio, sono forze che hanno una elasticità

enorme e possono spingere l'uomo lontano; chi lotta per le

preoccupazioni materiali vede presto che queste passioni lo

abbandonano, perché come può credere che una lotta come la sua

possa interessare gli altri, o destare la loro ammirazione? Se egli

non possiede altre forze è perduto. La ricompensa è molto piccola;

perché quando ha lavorato, servito e faticato, sarà riuscito

soltanto a procacciarsi il necessario - il necessario per mantenersi in

vita, per poter di nuovo lavorare e faticare. Ecco perché le

preoccupazioni materiali sono tanto nobilitanti ed educative, perché

non permettono che l'uomo inganni se stesso. Se egli non vede

qualche cosa di più alto in questa lotta, essa è meschina, ed egli ha

ragione di dire che è triste dover lottare per poter mangiare il proprio

pane bagnato dal sudore della fronte. Ma è per questo che questa

lotta nobilita tanto, perché lo costringe a veder in essa qualche

cosa d'altro; lo costringe, se non vuol completamente gettarsi via, a

considerarla una lotta per l'onore; ed è per questo che la ricompensa

è tanto piccola, perché l'onore possa essere più grande. Egli lotta,

è vero, per conquistare il suo mantenimento, ma sopratutto egli

lotta per conquistare se stesso; e noi altri che non ci siamo

cimentati in questa lotta, ma che pure abbiamo conservato il senso

per la vera grandezza, siamo spettatori ammirati, se egli lo

permette, e onoriamo in lui un membro d'onore della società. Egli ha

così una doppia lotta, e può perderne una e nello stesso tempo

vincere l'altra. Se dovessi immaginare l'impensabile, che tutti i

suoi sforzi per conquistarsi da vivere riuscissero vani, egli ha perso,

eppure nello stesso tempo egli può aver vinto la più bella delle

vittorie che si possano vincere. Su di essa egli fisserà lo sguardo,

non sulla ricompensa che gli è mancata, perché questa sarebbe stata

troppo meschina. Chi ha una ricompensa davanti a sé dimentica

l'altra battaglia; se non ottiene questa ricompensa ha perso tutto, se

l'ottiene, rimane sempre dubbio il modo con cui l'ha ottenuta.

E quale lotta può essere più educativa di questa per il sostentamento!

Quanta puerilità è necessaria per poter a volte quasi sorridere di

tutte le fatiche e preoccupazioni terrene che un'anima immortale deve

avere per vivere! Quanta modestia per essere soddisfatti di quel poco

che viene acquistato con difficoltà, quanta fede per vedere la mano

della provvidenza anche in queste cose! Perché è facile dire che Dio è

più grande che mai nelle cose più piccole; ma per saperlo vedere è

necessaria la fede più grande. Quanto amore per gli uomini ci vuole

per rallegrarsi insieme ai fortunati, per poter incoraggiare anche

coloro che sono in condizioni tanto miserevoli! Che coscienza intima e

penetrante di se stessi, per sapere se si fa tutto quello che sta in

proprio potere, quanta sopportazione e diligenza! Quale nemico infatti

è più insidioso? Non ci si libera con alcuni movimenti arditi; non lo

si scaccia via spaventato con fracasso e rumore. Quale grazia occorre

e quale elasticità per scansarlo senza sfuggirlo! Quante volte bisogna

cambiare le armi! Ora bisogna lavorare, ora aspettare, ora sfidare,

ora implorare. E questo deve avvenire con gioia, piacere, leggerezza,

altrimenti vince il nemico! E con tutto questo il tempo passa, senza

che si compiano i desideri della sua giovinezza, senza che si vedano

realizzati i suoi bei piani. Gli altri hanno fortuna. Raccolgono la

massa intorno a loro, mietono la sua approvazione, si deliziano del

suo giubilo, mentre egli rimane come un artista solitario, senza

pubblico sulla scena della vita. Nessuno ha tempo di guardare lui,

nessuno ha tempo, si capisce; ché per lui occorre del tempo, perché la

sua rappresentazione non è una rappresentazione acrobatica; la sua

arte è di un genere più fino, ed esige qualcosa più che un pubblico

educato per esser compresa. Ma egli non lo desidera nemmeno.

«Quando avevo vent'anni», dirà forse, «sognavo anch'io di lotte, mi

immaginavo sull'arena, guardavo verso i palchi, vedevo il gruppo

delle fanciulle, che si angustiavano per me, godevo del loro applauso,

e dimenticavo le difficoltà della lotta. Ma ora son diventato più

vecchio, la mia lotta è un'altra, eppure la mia anima non è meno

orgogliosa. Ora chiedo un altro giudice, un conoscitore; chiedo

un occhio che sappia vedere negli angoli più segreti, che non si

stanchi di guardare, che veda la lotta e il pericolo; chiedo un

orecchio che senta il lavorìo del pensiero, che sappia indovinare

come il mio essere migliore si svincoli dalle torture dell'ansietà.

Verso questo giudice della lotta elevo il mio sguardo; aspiro alla sua

approvazione, anche se non riesco a meritarla. E quando mi

verrà porto il calice delle sofferenze, non guarderò il calice, ma chi

me lo porge, e non fisserò il fondo del calice, per vedere se lo

potrò presto vuotare, ma irremovibile fisserò colui dal quale lo

ricevo. Contento prenderò il calice nella mia mano, e berrò; non

berrò come a una festa, vuotando il calice alla salute di un altro,

godendo io stesso della squisitezza della bevanda. No, ne voglio

sentire l'amarezza, e quando la sentirò griderò a me stesso: 'alla

mia salute', perché sono fermamente convinto che con questa

bevanda acquisto la salute eterna.» Io credo che sia così che si debba

considerare eticamente la lotta per il sostentamento. Non sarò tanto

duro verso di te da invitarti a spiegarmi in quale punto della

tua estetica tu tratti questa questione; ma lascio alla tua riflessione

di dirmi se la vita anche in questa battaglia perda la sua bellezza

(ammesso che non si rinunci ad essa) o se invece non acquista così

una più alta bellezza. Negare che esista una preoccupazione come

questa sarebbe pazzia; dimenticare che esiste perché passa oltre la

nostra casa è spensieratezza; ed è qualcosa di peggio ancora, e cioè

crudeltà e vigliaccheria, se si ha la pretesa di avere una concezione

della vita.

Non è un'obiezione dire che molte persone non vedono le

preoccupazioni materiali sotto questa luce; e credo che sia un

desiderio buono e pio augurar loro tanto spirito da non smarrirsi

nella loro meschinità, tanta generosità da scoprire la vera

grandezza, sì da non fare come quegli uomini dei quali le Scritture

dicono che guardavano male, cioè in modo da non vedere il cielo,

ma Susanna.

La concezione etica che è dovere di ogni uomo lavorare per vivere,

ha così due vantaggi di fronte alla concezione estetica. In primo

luogo, è in accordo colla realtà, spiega un suo aspetto

essenziale e universale, mentre la concezione estetica s'appiglia a

qualche cosa di casuale e non spiega nulla. In secondo luogo, essa

concepisce l'uomo secondo la sua perfezione e lo vede quindi

secondo la sua vera bellezza. Con questo ritengo d'aver detto tutto

ciò che è necessario e sufficiente riguardo a questo argomento.

Se desideri alcune osservazioni empiriche, te le do in aggiunta,

non perché la concezione etica abbia bisogno di essere sostenuta in

questo modo, ma perché forse ti potranno essere utili.

Un vecchio di mia conoscenza soleva dire spesso che era bene

che l'uomo imparasse a lavorare per vivere; e per gli uomini vale

quello che vale per i bambini, che bisogna prenderli per tempo. Non

è mia opinione che sia utile ad un giovane esser subito

implicato in preoccupazioni materiali. Ma che impari pure a lavorare

per vivere. La tanto lodata indipendenza è spesso un laccio; ogni

voglia può essere soddisfatta, ogni inclinazione seguita, ogni

capriccio nutrito, fino a che questi si rivoltano insieme contro

l'uomo. Per colui che deve lavorare rimarrà sconosciuta la vanitosa

gioia di poter avere tutto; egli non imparerà a provocare colla sua

ricchezza, ad allontanare ogni ostacolo col denaro, a comperarsi

ogni libertà; il suo spirito non si amareggerà, egli non avrà la

tentazione, comune a molti giovani ricchi, di voltare la schiena

all'esistenza con orgoglioso disprezzo, dicendo come Giugurta: «ecco

una città in vendita, sol che si trovi il compratore»; egli non avrà in

breve tempo acquistato una saggezza colla quale far ingiustizie

agli uomini e render se stesso infelice.

Spesso sento la gente che si lamenta perché è costretta a lavorare, a

preoccuparsi di cose meschine, mentre la loro anima sarebbe capace di

spiccare i più alti voli. Non posso negare che a volte perdo la

pazienza e quasi desidero che ci fosse ancora tra di noi in incognito

un Harun al Raschid a distribuire colpi di bastone a tutti quelli che si

lamentano fuori posto. Tu non sei costretto a lavorare per vivere, e

non voglio affatto consigliarti di gettar via la tua sostanza perché

possa diventarti necessario lavorare; questo no, l'andare

esperimentando è una sciocchezza che non serve a nulla. Però io credo

che tu, in un altro senso, ti trovi nel caso di dover conquistare le

condizioni per vivere. Perché tu possa vivere, devi cercar di vincere

la tua innata malinconia. Questa circostanza fa sì che anche per te io

posso usare le parole di quel vecchio: che sei stato preso per tempo;

questa malinconia è stata la tua sfortuna, ma vedrai che verrà un

momento in cui anche tu riconoscerai che è stata la tua fortuna.

Conquista dunque la condizione per cui tu possa vivere. Tu non sei

uno di coloro che a volte mi spazientiscono colle loro lamentele,

credo piuttosto che tu faresti ogni altra cosa pur di non lamentarti, e

sai benissimo tener nascoste le tue sofferenze. Guardati bene però dal

non cadere nell'estremo opposto, nella sfida pazzesca che consuma le

forze nel nascondere il dolore, invece di adoperarle per

sopportarlo e vincerlo.

Dunque il nostro eroe ora è pronto a lavorare, non perché per lui è

una "donna necessitas", ma perché egli la ritiene la cosa più bella e

perfetta. (Che egli giudichi a questo modo perché dopo tutto, non può

cambiare la sua sorte, è uno degli equivoci sciocchi e maligni, che

pongono il valore dell'uomo fuori di lui, nel casuale.) Ma proprio

perché vuol lavorare, il suo lavoro potrà diventare un lavoro e non

una schiavitù. Egli perciò esige un'espressione più alta per il suo

lavoro, un'espressione che indichi la relazione del suo lavoro colla

sua persona e con quella degli altri uomini, un'espressione che

caratterizzi il lavoro come la sua gioia e, nello stesso tempo, come

la sua dignità. Qui è necessaria un'altra riflessione. Certo il nostro

giovane troverà che è al di sotto della sua dignità rivolgersi

all'esperto gentiluomo dei 3000 talleri: ma il nostro eroe non è

diverso dalla maggior parte degli uomini. Egli è stato sì preso per

tempo, ma però ha assaporato le prime dolcezze del vivere estetico, ed

egli è, come la maggior parte degli uomini, ingrato. Così nonostante

che sia stato il moralista ad aiutarlo nelle sue precedenti

difficoltà, non è a lui che si rivolge per primo. Forse, nel suo

intimo è fiducioso che il moralista, alla fin fine, lo potrà aiutare di

nuovo a tirarsi d'impaccio; perché il nostro eroe non è poi tanto

meschino da non riconoscere di buon grado che il moralista veramente

l'ha aiutato ad uscire dalle sue difficoltà, benché non avesse del

denaro da dargli. Egli, dunque, si rivolge a un esteta un po' più

umano. Forse anche questi saprà esporgli qualche cosa intorno

all'importanza del lavoro: senza lavoro alla fine la vita diventa

noiosa. «Il proprio lavoro però», egli osserva, «non dev'essere lavoro

nel senso più stretto, ma deve sempre poter venire considerato come

piacere. Si scopre in sé qualche talento aristocratico, col quale

distinguersi dalla massa. Questo lo si educa non alla leggera (perché

altrimenti ci si stanca troppo presto), ma con ogni serietà estetica.

Così la vita acquista un nuovo significato, perché uno ha trovato il

proprio lavoro, un lavoro che, a dir la verità, è il proprio piacere.

Colla propria indipendenza lo si cura, perché esso, indisturbato dalla

vita, si possa sviluppare in tutto il suo rigoglio. Questo talento

pertanto non lo si fa diventare un legno che ci tiene a galla nel

naufragio della vita, ma un'ala colla quale ci si eleva sopra la

terra; non lo si fa diventare un robusto cavallo da soma ma un cavallo

da parata.» Il nostro eroe purtroppo, non ha nessun talento

aristocratico: è un uomo comunissimo, come tutti gli altri. Allora

l'esteta non sa trovare nessun'altra via d'uscita per lui che quella «di

accontentarsi di trovarsi coinvolto nel triviale destino della massa

di essere una macchina da lavoro. Non si perda di coraggio; anche

questo ha la sua importanza ed è molto dignitoso e lodevole.

Divenga un uomo bravo e laborioso, un membro utile della società.

Fin d'ora mi compiaccio di vederla nel suo lavoro perché quanto

più è varia la vita, tanto più è interessante per lo spettatore. E' per

questo che io e tutti gli esteti detestiamo l'uniforme: sarebbe troppo

noioso veder tutti vestiti alla stessa maniera! Così se ognuno sceglie

la sua professione nella vita, questa diventa tanto più bella per me e

per i miei compagni che per professione osserviamo la vita». Spero che

il nostro eroe diventi un po' impaziente a essere trattato in questo

modo, che si indigni della sfacciataggine di una simile suddivisione

degli uomini. Si aggiunga poi che anche la concezione di questo esteta

presupponeva quell'indipendenza che egli non ha.

Forse non si saprà ancora decidere a rivolgersi al moralista e farà

ancora un altro tentativo. Incontra un tale che dice: «bisogna

lavorare per vivere, ormai la vita è stata stabilita così». Qui gli pare

di aver trovato quello che cerca, perché questa è proprio anche la sua

opinione. E farà attenzione alle sue parole. Quello continua:

«Bisogna lavorare per vivere, ormai la vita è stata stabilita così;

questo è l'aspetto banale dell'esistenza. Si dormono sette ore al

giorno, è tempo perso, ma dev'essere così; si lavorano cinque ore al

giorno, è tempo perso, ma dev'essere così. Con cinque ore di lavoro si

ha di che sostentarsi, e, risolto questo problema, si comincia a

vivere. E' preferibile che il proprio lavoro sia quanto mai noioso ed

insignificante; deve infatti solo bastare per il sostentamento. Se si

hanno delle doti speciali, non si commetterà mai verso di queste il

peccato di farle divenir sorgente di lucro. No, bisogna accarezzare il

proprio talento, lo abbiamo per noi stessi, esso ci dà più gioie di

quante un bambino ne dia alla propria madre; lo si educa, lo si

sviluppa nelle dodici ore del giorno, si dorme per 7 ore, si è inumani

per cinque; e così la vita diventa abbastanza sopportabile, anzi quasi

bella; perché non saranno poi tanto terribili quelle cinque ore di

lavoro, poiché, dato che i propri pensieri non sono mai nel lavoro, si

raccolgono le forze per quell'occupazione che è il proprio piacere».

Il nostro eroe è sempre allo stesso punto. Non ha nessuna dote

speciale per riempire le 12 ore che è in casa; inoltre ha già una

concezione più bella del lavoro, una concezione che non vuole

abbandonare. Allora forse si deciderà a cercar di nuovo l'aiuto del

moralista. Questi parla brevemente: «è un dovere di ogni uomo avere

un mestiere». Di più non può dire. L'etica come tale è sempre

astratta; ma un mestiere "in abstracto" non esiste per tutti gli

uomini; al contrario ogni uomo, secondo la concezione etica ha

un mestiere particolare. Quale mestiere debba scegliere il nostro

eroe? Su questo il moralista non lo può illuminare. Per far questo è

necessaria una conoscenza profonda dell'estetica in tutta la sua

personalità; e anche se il moralista avesse questa conoscenza si

asterrebbe dallo scegliere per un altro, poiché egli, a questo modo,

rinnegherebbe la sua concezione di vita. Il moralista insegna

soltanto che esiste una vocazione per ognuno, e quando il nostro

eroe ha scelto la sua, egli gli raccomanda di sceglierla eticamente.

Quello che l'esteta infatti diceva intorno ai talenti aristocratici, è un

parlare confuso e scettico di quello che l'etica chiama

"mestiere". La concezione dell'esteta vede la vita dal punto di vista

della differenza: alcuni hanno talento, altri non l'hanno. Eppure

quello che li divide, a guardar bene, è un più o un meno, una

determinazione quantitativa. Per questo è una arbitrarietà, in questo

più o meno, voler fermare un punto nel quale il talento dovrebbe

cominciare a cessare; eppure il nerbo della loro concezione di

vita sta proprio in questa arbitrarietà. La loro concezione di

vita perciò mette in tutta l'esistenza una discordia, che essi non si

sentono in grado di togliere, mentre con leggerezza e freddezza

tentano di armarsi contro ad essa. L'etica, al contrario, cerca di

conciliare l'uomo colla vita, poiché dice: ogni uomo ha un mestiere.

Essa non annulla le differenze, ma dice: in tutte le differenze v'è un

universale, e in esso si fondano i vari mestieri. Il talento più

eminente è un mestiere, e l'individuo che lo possiede non può perder

di vista la realtà, non può porsi fuori dell'universale umano, perché

il suo talento è un mestiere. Anche l'individuo più insignificante

ha un mestiere; egli non dev'essere espulso non dev'essere mandato

a vivere tra le bestie, non sta ai di fuori dell'universale umano,

perché ha un mestiere.



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