Sören kierkegaard



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Il principio etico, che ogni uomo ha un mestiere, esprime l'esistenza

di un ordine razionale delle cose in cui ognuno, se vuole, riempie il

suo posto in modo da esprimere insieme l'universale umano e

l'individuale. Con questa considerazione è diventata meno bella la

vita? No di certo. Al posto di una aristocrazia il cui significato è

fondato arbitrariamente sulla differenza casuale del talento, abbiamo

piuttosto un regno di Dei. In quale concezione la vita ci mostra un

aspetto più bello e più lieto? Non appena il talento non è più

concepito come mestiere (se viene concepito come mestiere,

ogni uomo ha un mestiere) esso diviene assolutamente egoistico.

Perciò ognuno che giustifica il suo modo di vivere in virtù di un

talento, difende, come meglio può, un'esistenza da usurpatore. Egli

non ha un'espressione più alta per il talento se non quella che è un

talento. Questo talento vuol dunque mettersi in mostra come

qualcosa di particolare, di eccezionale. Ogni talento perciò

propende a divenire il centro dell'esistenza, e ogni condizione deve

esser utilizzata per favorirlo; perché solo in questa selvaggia corsa in

avanti sta il vero godimento estetico del talento. Se nello stesso

tempo compare anche un altro talento, entrano in collisione per la

vita e per la morte; perché non hanno in comune nulla di

concentrico, nessuna espressione più alta in cui potersi unificare.

Il nostro eroe così ha trovato quello che cercava, un lavoro di cui

vivere. Nello stesso tempo questo lavoro ha acquistato un significato

più profondo per la sua personalità: è il suo mestiere e il suo

perfezionamento soddisfa tutta la sua personalità. Egli infine è

entrato, mediante il suo lavoro, in un rapporto ben più importante

cogli altri uomini; siccome il suo lavoro è il suo mestiere, egli con

questo è messo sullo stesso gradino, in quello che è essenziale, con

tutti gli altri uomini; egli così, col suo lavoro, esercita il suo

mestiere, come tutti gli altri. Egli esige questo riconoscimento,

altro non esige, perché questo è l'assoluto. «Se il mio mestiere è

meschino» dice, «pure posso essere fedele al mio mestiere, e così, per

l'essenziale, sono grande come il più grande, senza per questo essere,

anche un solo istante, tanto sciocco da voler dimenticare le

differenze; io stesso lo sconterei più degli altri, perché se le

dimenticassi, vi sarebbe un mestiere astratto per tutti, ma un

mestiere astratto non è un mestiere, e io avrei di nuovo perduto tanto

quanto i più grandi. Se il mio mestiere è meschino, pure posso

essergli infedele, e se lo sono, commetto un peccato altrettanto

grande di quello che commette l'uomo più grande. Non sarò tanto

sciocco da dimenticare le differenze o da credere che la mia infedeltà

debba avere delle conseguenze tanto corruttrici per il tutto come

l'infedeltà del più grande; finirei con scordarlo, perché io stesso

sarei quello che con ciò perderebbe di più.» La concezione etica, che

ogni uomo ha un mestiere, ha perciò due vantaggi nei confronti

della teoria estetica del talento. Essa mostra che non vi è nulla di

casuale nell'esistenza, ma solo l'universale, e quest'ultimo lo mostra

nella sua vera bellezza. Perché il talento è bello solo quando è

interpretato come mestiere, e la vita è bella solo quando ognuno ha

un mestiere. Siccome le cose stanno così, ti pregherei di non

disdegnare una piccola osservazione empirica, che tu in rapporto alla

concezione principale avrai la bontà di considerare superflua.

Quando qualcuno ha un mestiere, è lieto di avere nella vita una

norma al di fuori di sé, che, senza renderlo uno schiavo, pure

approssimativamente gli mostra quello che deve fare. Egli sa come

suddividere il suo tempo, sa quando deve cominciare. Se una volta non

ha successo, spera di poter far meglio un'altra volta, e la prossima

volta non è molto lontana nel tempo. Chi invece non ha nessun

mestiere, se vuole porsi un compito, molto sovente deve lavorare ben

altrimenti "uno tenore". Non ha nessuna interruzione nel lavoro, a

meno che voglia interrompersi da sé. Se non vi riesce, tutto va a

monte, e fa grandissima fatica a ricominciare di nuovo, poiché gli

manca l'occasione. Allora è facilmente portato a diventare un pedante,

per non diventare un fannullone. È assai comune accusare di

pedanteria le persone che hanno dei compiti determinati. Di regola

persone del genere non possono assolutamente diventare pedanti. Chi

invece non ha compiti determinati, è portato a diventarlo, per far da

contrappeso alla troppo grande libertà, nella quale facilmente si può

sperdere. Gli si perdona facilmente la sua pedanteria, perché è segno

di qualche cosa di buono: ma d'altra parte deve essere considerata una

punizione, perché ha voluto emanciparsi dall'universale.

Mentre il nostro eroe concepisce il suo lavoro come mestiere, lo

colloca nel giusto rapporto col lavoro degli altri uomini. Egli ha

avuto il suo riconoscimento; ha pagato il suo debito.

Nell'esplicazione del suo mestiere, trova la sua soddisfazione. Ma

nello stesso tempo sente l'esigenza di essere, col suo lavoro,

qualcosa per gli altri uomini, vuole concludere qualcosa. Qui rischia

nuovamente di sperdersi. L'esteta gli spiegherà che l'esercizio del

talento è il massimo, e che il riuscire o meno a concludere qualche

cosa è proprio secondario. Forse egli si imbatterà in una mediocrità

spirituale orientata verso la pratica, la quale, nel suo zelo inetto,

crede di poter concludere in ogni campo; oppure troverà una

signorilità estetica che gli insegna che il compiere qualche cosa in

questo mondo è destino solo di qualche anima scelta; che vi sono

alcuni talenti eminenti che concludono qualche cosa, mentre tutto il

resto dell'umanità è "numerus", superfluità, prodigalità del creatore.

Ma il nostro eroe non è soddisfatto di nessuna di queste spiegazioni,

perché egli è soltanto un uomo come tutti gli altri.

Rifugiamoci ancora dal moralista. Egli dice: quello che ogni uomo

può compiere e compie, è la "sua" opera nella vita. Se infatti le

cose stessero così, che vi fossero alcune persone che realizzano

qualche cosa, altre nulla, e se la cagione di questo stesse nella

casualità del loro destino, lo scetticismo avrebbe di nuovo il

sopravvento.

Bisogna perciò dire: essenzialmente ogni persona realizza un

uguale lavoro. Io non predico affatto l'indolenza, però bisogna che

io sia prudente nell'uso della parola realizzare. Questa parola è

sempre stato oggetto del tuo scherno, e, come dicesti una volta, tu

hai «studiato per questa ragione il calcolo integrale e differenziale e

l'"analysis infinitorum", per calcolare quanto realizzi per la

totalità un copista nell'ammiragliato, che in tutti gli uffici passa per

un bravo lavoratore». Schernisci pure tutti quelli che vogliono darsi

dell'importanza nella vita, ma non adoperare lo scherno per creare

delle confusioni.

La parola «realizzare» indica una relazione tra la mia azione e

un'altra cosa che sta al di fuori di me. E' facile capire che questa

relazione non sta in mio potere; e quasi collo stesso diritto si può

perciò dire del talento più cospicuo come dell'uomo più insignificante

che non realizzano nulla. In questo non v'è nessuna sfiducia nella

vita, anzi, v'è solo il riconoscimento dei miei limiti e il

riconoscimento dei diritti di ogni altro. Il talento più splendido può

realizzare la sua opera, ma può realizzarla anche l'uomo più meschino.

Di più non può fare nessuno. Non è in loro potere compiere

qualche cosa, bensì è in loro potere impedire a se stessi di

compierla.

Rinuncio così a quella superbia di cui vanno tanto tronfi gli uomini;

io compio la mia opera e non perdo il mio tempo a calcolare se ho

realizzato qualche cosa. Quello che io realizzo, consegue alla mia

attività, come la mia fortuna, della quale posso sì rallegrarmi, senza

poterla però assolutamente attribuire a me stesso. Un faggio che

cresce spande i suoi rami, e gli uomini si rallegrano stando sotto la

sua ombra. Se fosse impaziente e dicesse «qui in questo posto dove sto

io non viene quasi mai anima viva, che cosa importa dunque che io

cresca, che io spanda i miei rami, che cosa realizzo con questo?» con

ciò ritarderebbe solo la sua crescita, e forse un giorno arriverebbe

un viandante che direbbe: «se quest'albero invece di essere malformato

fosse un faggio frondoso, avrei potuto riposare alla sua ombra». Pensa

un po', se l'albero lo potesse ascoltare! Così ogni uomo può compiere

qualche cosa, può compiere la sua opera.

L'opera può essere diversa, ma bisogna sempre tener presente che

ogni uomo ha la sua, e che tutti così si conciliano per il fatto di

compier ognuno la propria opera. Ciò che io realizzo, come

influisco, attraverso la mia opera, sugli altri, questo non sta in mio

potere.


Perfino colui la cui opera nella vita consiste nell'attuare se stesso,

perfino lui, a guardar bene, realizza tanto quanto gli altri. Non

avrebbe allora ragione quell'esteta che pensava che non bisogna

affatto riflettere su quello che si compie, ma soltanto godere la

soddisfazione dell'esplicazione del proprio talento? L'errore pertanto

consiste nel fatto che egli concepisce egoisticamente il talento. Egli

presume d'appartenere agli eletti e non vuole fare quello che fanno

gli altri, non vuole considerare il suo talento come un suo compito.

Coloro i quali non vedono altro compito nella vita se non quello di

evolversi, appartengono, secondo il comune giudizio degli uomini, ai

meno dotati. Diamo come esempio una fanciulla. Essa, mi pare, fa parte

di coloro dai quali non ci attendiamo che compiano qualche cosa.

Supponiamo oltre a tutto che essa soffra di un amore infelice, le

togliamo così anche l'ultima speranza di poter compiere qualche cosa;

però quando essa compie il suo dovere, quando essa evolve se stessa,

realizza, propriamente parlando, quanto l'uomo più illustre.

Realizzare qualche cosa coincide dunque col compiere la propria

opera.


Immagina un uomo intimamente e profondamente commosso: non

gli verrà mai in mente di pensare se deve realizzare qualche cosa o

meno; solo l'idea vuol con tutta la sua potenza uscire da lui.

Immagina che sia un parlatore, un prete, quello che vuoi. Egli non

parla alla massa per giungere a qualche conclusione: ma il carillon in

lui deve risuonare, solo così si sente felice. Credi che egli concluda

meno di quello che va tronfio per l'idea di quello che vuole compiere,

che si entusiasma solo al pensiero del suo successo? Immagina uno

scrittore; non gli verrà mai in mente di pensare se avrà un lettore, o

se riuscirà a ottenere qualche risultato coi suoi scritti; egli vuol

soltanto afferrare il vero, solo questo cerca. Credi tu che questo

scrittore concluda meno di quello la cui penna è sotto la

sorveglianza e la guida del pensiero di quello che egli intende

concludere? Ritorniamo al nostro eroe. È strano, ma né tu, né io, né

egli stesso, né il perspicace esteta abbiamo osservato che il nostro

eroe possiede un talento straordinario. La spiritualità nell'uomo può

esser latente per un lungo periodo, fino a che la sua silenziosa

crescita è giunta a un certo punto in cui improvvisamente si

annuncia in tutto il suo rigoglio. L'esteta dirà: «ormai è troppo

tardi, ormai è rovinato, peccato per lui!». Il moralista invece

direbbe: «è stato proprio un bene, poiché ora che ha capito il vero,

il suo talento non potrà più diventare una trappola davanti al suo

piede; vedrà che non occorre né indipendenza né cinque ore di

lavoro da schiavi per lasciarlo crescere in pace, ma che il suo talento

è proprio il suo mestiere».

Il nostro eroe lavora dunque per vivere; questo lavoro è anche il suo

piacere; egli attua il suo mestiere, compie il suo lavoro, e, per

dirla in parole che a te fan orrore, ha di che sostentarsi. Non

perdere la pazienza: invece dei doni alati della poesia egli ha

ottenuto un buon stipendio con cui vivere dignitosamente. E poi?

Sorridi; pensi che io abbia ancora qualche cosa da dire, inorridisci

già temendo la mia prosaicità ed esclami: «ora non rimane altro che

farlo sposare; ecco, prego, fategli subito le pubblicazioni, io non

avrò nulla da obiettare al suo ed al tuo pio proposito. E' incredibile

quale logica assennata vi sia nella esistenza: di che vivere e una

moglie, perfino quel poeta ci canta a chiare note che dopo il pane

quotidiano ci vuole la moglie. Voglio protestare per una cosa sola,

che tu chiami eroe il tuo cliente. Sono stato molto docile e

compiacente, non l'ho voluto condannare irrevocabilmente, ho sempre

sperato in lui, ma ora mi devi proprio scusare se me ne vado per la

mia strada e non ho più voglia di ascoltarti. Ho ogni stima per l'uomo

che si guadagna da vivere e per il marito, ma non chiamarlo eroe, e

speriamo che nemmeno lui pretenda di esserlo». Con ciò vorresti dire

che per poter esser chiamato eroe sia necessario qualche cosa di

straordinario. In questo caso hai veramente delle magnifiche

probabilità. Supponiamo che ci voglia molto coraggio per fare le cose

più comuni (chi mostra molto coraggio è un eroe, lo sappiamo). Perché

uno possa essere chiamato un eroe, non bisogna tanto riflettere a

quello che fa quanto al modo in cui lo fa. Uno può conquistare regni e

paesi senza essere un eroe, un altro invece nel signoreggiare il suo

carattere può rivelarsi un eroe. Uno può mostrare coraggio facendo

cose straordinarie, un altro facendo cose comuni. Ciò che importa è il

modo in cui agisce. Non vorrai negare che il nostro eroe ha mostrato

finora una certa inclinazione per fare cose straordinarie; anzi non

oso ancora garantire del tutto per lui. Su questo, probabilmente, hai

fondato la tua speranza che egli divenga un vero eroe; per questo io

ho temuto che egli divenga un buffone. Io ho mostrato per lui la

stessa indulgenza tua, fin dal principio ho sperato in lui, l'ho

chiamato eroe benché parecchie volte avesse dato segno di volersi

rendere indegno di questo titolo. Perciò se riesco a farlo sposare, lo

lascio tranquillamente scappar dalle mie mani e lo affido contento a

quelle di sua moglie. A causa della sua precedente insubordinazione

egli si è qualificato in modo da essere messo sotto particolare

sorveglianza. Questo lavoro lo assumerà sua moglie, e tutto andrà

bene; poiché ogni volta che si sentirà tentato ad essere una persona

straordinaria sua moglie immediatamente lo orienterà di nuovo, e così

egli, in tutta calma, meriterà il nome di eroe, e la sua vita non sarà

senza prodezze. E così io non ho più altro da fare con lui; a meno che

egli non si sentisse attratto verso di me, così come anch'io mi

sentirei attratto verso di lui, se egli persegue nel suo eroico

cammino. Così in me vedrà un amico, e la nostra relazione avrà il suo

significato. Egli si saprà rassegnare quando tu ti ritirerai da lui,

tanto più che facilmente potrebbe diventargli un po' sospettoso, il

tuo compiacimento e il tuo interessamento. A questo riguardo gli

faccio i miei auguri ed auguro la medesima fortuna ad ogni marito.

Ma siamo ancora ben lontani da quella conclusione. Tu puoi

ancora sperare un pochino e io, per parte mia, devo ancora temere un

pochino.


Il nostro eroe infatti è un uomo come tutti gli altri, e ha perciò una

certa tendenza per lo straordinario; nello stesso tempo è un po'

ingrato, e perciò vorrà di nuovo cercare la sua fortuna presso gli

esteti, prima di cercar rifugio presso il moralista. Egli sa,

naturalmente, abbellire la sua ingratitudine; poiché, egli dice: «il

moralista veramente mi tolse dal mio imbarazzo; la concezione che

vede il senso della vita nell'agire la devo a lui e mi soddisfa

pienamente; la sua serietà mi eleva. Invece per quel che riguarda

l'amore, mi piacerebbe godere la mia libertà, seguire del tutto gli

impulsi del mio cuore; all'amore non piace la grave serietà, esso

esige la grazia e la leggerezza dell'esteta».

Vedi, ho ancora parecchi guai da sormontare con lui. Pare quasi

che non abbia capito quanto precede. Egli continua a credere che

l'etica stia al di fuori dell'estetica, e questo, nonostante che egli

stesso debba confessare che è per la concezione etica che la vita

acquista la sua bellezza. Ma stiamo a vedere! ed ora soffia un po' nel

fuoco, così a me non mancheranno le deviazioni.

Benché tu non abbia mai risposto a una mia lettera precedente, né

verbalmente né per iscritto, credo che ricorderai il suo contenuto.

Cercai di mostrare che il matrimonio, proprio per il suo carattere

etico, è l'espressione estetica più esatta dell'amore. Probabilmente

mi farai credito se io spero di poter persuadere il nostro eroe con

assai minor fatica di quella che impiegai per renderti comprensibile

questa mia concezione. Egli si è rivolto agli esteti e li ha poi

abbandonati; da loro ha imparato non quello che deve fare, ma

piuttosto quello che non deve fare. È stato per breve tempo testimone

dell'astuzia di un seduttore, ha ascoltato i suoi viscidi discorsi, ma ha

imparato a disprezzare la sua arte, ha imparato a indovinare i suoi

pensieri, a vedere che è un bugiardo, un bugiardo quando finge amore,

quando si diletta di sentimenti nei quali forse una volta c'era della

verità, quando appartenevano a un'altra; egli è due volte mentitore,

verso quella alla quale vuol far credere di nutrire questi sentimenti, e

verso quella alla quale appartengono di diritto; ed è un bugiardo

quando fa credere a se stesso che nel suo piacere vi sia qualche cosa

di bello. Ha imparato a disprezzare l'astuto scherno che dell'amore

vuol fare un gioco da bambini, che fa solo ridere. Egli ha visto la

tua commedia preferita: «Il Primo Amore». Egli non pensa di avere

educazione sufficiente per apprezzare la commedia esteticamente, ma

trova che sia ingiusto che lo scrittore permetta a Carlo di cadere

tanto in basso in otto anni. Confessa di buon grado che simili cose

possono accadere nella vita; ma pensa che non sono queste le cose che

si devono imparare da un poeta. Egli trova nella commedia una

contraddizione che Emmelina sia contemporaneamente una pazza

esaltata e una fanciulla veramente amabile, come la trova Rinville

subito al primo sguardo, benché prevenuto contro di lei. È

invece una ingiustizia permettere che Carlo, negli otto anni, diventi

un uomo così corrotto. Gli pare che la commedia non avrebbe

dovuto essere allegra, ma tragica. Trova che è ingiusto da parte

dello scrittore permettere che Emmelina sopporti tanto alla leggera

il suo equivoco, alla leggera perdoni a Rinville che l'ha tradita,

alla leggera dimentichi Carlo, e così alla leggera schernisca i propri

sentimenti, e alla leggera basi tutto il suo avvenire sulla propria

leggerezza, sulla leggerezza di Rinville, sulla leggerezza di Carlo.

Egli potrà trovare che l'Emmelina originaria è sentimentale e

sovreccitata, ma l'Emmelina migliorata, l'Emmelina perspicace, ai

suoi occhi è un essere molto più insignificante di quella anteriore in

tutta la sua imperfezione. Trova imperdonabile che lo scrittore

possa descrivere l'amore come una buffonata per entrare nello

spirito della quale occorrono otto anni, mentre basta mezz'ora per

mettervi tutto sotto sopra, senza che questo cambiamento lasci

alcuna impressione. Si rallegrò nel vedere che non erano proprio

le persone che stimava maggiormente quelle che ridevano di queste

commedie. Lo scherno ha per un attimo gelato anche a lui il sangue,

ma poi ha sentito di nuovo la pienezza dei sentimenti sgorgare nel

suo petto, ha potuto accertarsi che questa vena pulsante è il principio

di vita dell'anima, e che chi la recide muore e putrefà senza

bisogno di seppellirlo. Per breve tempo si è lasciato cullare dalla

sfiducia nella vita, che gli vuol insegnare che tutto è vanità, che il

tempo cambia ogni cosa, e che non bisogna fidarsi di costruire in

nessun luogo, e perciò non far mai dei piani per tutta la vita. La

pigrizia e la viltà in lui trovarono questa saggezza accettabilissima:

è un abito comodo con cui rivestirsi, e non disdicevole agli

occhi degli uomini. Ma quando l'ha considerata più a fondo, vi ha

visto dentro l'ipocrisia, la frenesia del piacere nelle vesti

dell'umiltà, la bestia da preda vestita da pecora, e ha imparato a

disprezzarla. Ha compreso che è offensivo, e perciò non bello, voler

amare una persona seguendo le forze oscure nel proprio essere, e

non seguendo la coscienza; voler amare in modo che si possa

pensare la possibilità della fine di questo amore, e che poi si osi

dire: io non ci posso fare nulla, i sentimenti non sono in potere

dell'uomo. Ha capito che è offensivo, e perciò brutto, voler amare

con una parte dell'anima, e non con tutta l'anima; far del proprio

amore un momento, e ciononostante prendere tutto l'amore di un

altro; voler essere in un certo grado, un mistero e un segreto. Ha

compreso che sarebbe brutto se avesse cento braccia per poterne in una

volta abbracciare molte; egli ha un petto solo e desidera abbracciare

solo una donna. Ha compreso che sarebbe un'offesa volersi legare a

un'altra persona come ci si lega alle cose finite e casuali,

condizionatamente, perché si possa, qualora si mostrassero delle

difficoltà, togliersi d'impiccio. Egli non crede che sia possibile che

colei ch'egli ama possa cambiarsi se non in meglio; e se questo

dovesse succedere, egli crede nella potenza della relazione perché

tutto ritorni ad essere come prima. Riconosce che quello che l'amore

esige è come la tassa del tempio, un'imposta sacra che si paga con una

moneta siffatta che tutta la ricchezza del mondo non basta a far da

contrappeso se il conio e falso.

Come vedi, il nostro eroe è sulla buona strada. Ha perso la fede nella

indurita assennatezza degli esteti e non crede più al mito degli

oscuri sentimenti, che sarebbero troppo delicati per venir tradotti in

dovere. Si è accontentato della spiegazione datagli dal moralista, che

è dovere di ogni uomo sposarsi; e ha compreso bene, che colui che non

si sposa non è colpevole se non in quanto rifiuta liberamente il

matrimonio; in questo caso egli pecca contro ciò che è universalmente

umano, che anche per lui costituisce un compito da tradurre in realtà;

e ha compreso che l'universale si realizza nel matrimonio. Il



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