Sören kierkegaard



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moralista non può portarlo oltre perché l'etica, come dicemmo, è

sempre astratta, e può indicargli solo l'universale. Così non gli può

affatto dire con chi si debba sposare. Per far ciò dovrebbe avere una

esatta conoscenza di tutta l'estetica in lui; ma il moralista non l'ha e,

anche se l'avesse, si guarderebbe bene dal distruggere le proprie

teorie coll'assumersi lui la scelta. Perciò quando ha scelto, l'etica

sanzionerà la scelta e darà al suo amore la consacrazione più alta. In

un certo grado può essergli d'aiuto anche nello scegliere, poiché lo

libererà dalla superstizione della casualità (una scelta soltanto

estetica è propriamente una scelta infinita e quindi casuale).

Inconsciamente l'etica è d'aiuto ad ogni uomo, ma siccome agisce

inconsciamente l'aiuto dell'etica prende l'aspetto di una

svalutazione, quasi esprimesse solo la meschinità della vita, mentre è

un elevamento, che mette in valore la divinità della vita.

«Un uomo con questi ottimi principi» dici, «lo si potrà certo lasciar

andare per conto suo; da lui non ci si può più attendere nulla di

grande.» Anch'io sono di questa opinione, e spero che i suoi principi

siano tanto solidi da non venir scossi dal tuo scherno. Però vi è

ancora una pericolosa scogliera intorno alla quale dobbiamo navigare,

prima di essere in porto. Il nostro eroe infatti ha sentito un uomo

del cui giudizio e del cui sapere egli ha grande stima, dire: siccome

col matrimonio ci si lega per tutta la vita ad una persona, bisogna

esser molto prudenti nella scelta; bisogna cercare una ragazza fuori

dell'ordinario, che proprio per le sue doti straordinarie ci dia

affidamento per tutto il nostro avvenire. Questo ragionamento ha fatto

il suo effetto. Non ti vien voglia di sperare ancora un po' per il

nostro eroe? Io per conto mio temo per lui.

Esaminiamo la cosa fino in fondo. Tu credi che nel solitario silenzio

del bosco abiti una ninfa, un essere, una fanciulla. Orbene, questa

ninfa, questa fanciulla, questo essere abbandona la sua solitudine ed

appare qui a Kopenhagen come Kaspar Hauser a Norimberga; il luogo

non importa; essa appare improvvisamente. Credimi, tutti le

faranno la corte! Lascio a te di descriverlo meglio; potrai scrivere

un romanzo intitolato: «La ninfa, l'essere, la fanciulla nella

solitudine del bosco», "ad modum" del famoso romanzo che si

trova in tutte le biblioteche pubbliche: «L'urna nella valle solitaria». Quando essa è apparsa, il nostro eroe è diventato il fortunato al

quale essa ha donato il proprio amore. Dobbiamo trovarci d'accordo

su questo? Io non ho nulla da obiettare, perché sono già sposato. Tu

invece forse ti sentirai un poco offeso perché un uomo tanto

comune è stato preferito a te. Ma siccome ti interessi anche del mio

cliente, e questa è l'unica via che gli rimanga per diventar un eroe

ai tuoi occhi, gli concedi il tuo consenso. Vediamo ora se il suo

amore, il suo matrimonio diventano anch'essi una cosa bella.

L'essenza del suo amore e del suo matrimonio sta nel fatto che la

fanciulla è l'unica in tutto il mondo. L'essenza sta dunque nella sua

eccezionalità; felicità pari alla sua non la si può trovare al mondo, e

proprio in questo sta la sua felicità. Egli è tentato a non volersi

affatto sposare con lei: non sarebbe una profanazione di questo

amore così eccezionale dargli un'espressione così comune e volgare

come il matrimonio? Non sarebbe impudente esigere che due amanti

come questi debbano entrare nella grande compagnia del

matrimonio, di modo che, in un certo senso, non vi sarebbe altro da

dire di loro, se non quello che si dice di ogni coppia di sposi, cioè

che sono sposati? Questo probabilmente lo troverai molto ben

detto, e l'unica obiezione che avresti da fare sarebbe che è

ingiusto che un pezzente com'è il mio eroe debba portar via una

fanciulla come quella; se egli invece fosse stato un uomo

straordinario, come sei per esempio tu, o un uomo straordinario quanto

lo è lei, tutto sarebbe a posto, e la loro relazione amorosa sarebbe la

più perfetta che si possa pensare.

Il nostro eroe si è messo in una situazione critica. Intorno alla

fanciulla vi è un parere solo: è una fanciulla straordinaria. Io

stesso, il marito, dico di lei quello che Donna Clara dice della bella

Preziosa: «in questo caso la fama che la chiama una meraviglia non

ha detto troppo». E' molto seducente perder di vista l'universale e

librarsi nell'incanto del favoloso. Ma però, il nostro eroe ha egli

stesso riconosciuto la bellezza del matrimonio. Cosa ha dunque da

obiettare al matrimonio? Lo deruba forse di qualche cosa? Toglie

bellezza a lei? Toglie qualche differenza tra lei e le altre donne?

Niente affatto. Ma gli mostra tutto questo come casualità fin che non

si è sposati. Solo quando si scorge anche nell'eccezione l'espressione

dell'universale, se ne prende saldamente possesso. L'etica gli insegna

che la relazione è l'assoluto. La relazione è infatti l'universale.

Gli toglie la gioia vanitosa di essere lo straordinario, per dargli la

vera gioia di essere l'universale. Lo mette in armonia con tutta

l'esistenza; gli insegna a rallegrarsi di essa. Come eccezione, egli è in

conflitto con l'esistenza: se la sua felicità è quella di essere fuori

dell'universale, egli deve divenir cosciente della propria esistenza

come di un tormento per l'universale - e deve in verità essere una

sfortuna essere tanto fortunato che la propria fortuna, vista

propriamente, è diversa da quella di tutti gli altri. Come

eccezione egli acquista la bellezza casuale e perde la vera bellezza.

Egli lo comprenderà e ritornerà al postulato etico, che è dovere di

ogni uomo lavorare e sposarsi; e vedrà così che non solo ha la verità

dalla sua, ma anche la bellezza. Lascia dunque che egli abbia quella

meraviglia, non verrà ingannato dalle differenze. Si rallegrerà

intimamente per la bellezza, per la grazia, per la ricchezza dello

spirito, e per il calore dei sentimenti che essa possiede, sentirà di

essere felice, ma essenzialmente, dirà, non sono diverso da qualunque

altro marito; «perché la relazione è l'assoluto». Supponiamo che abbia

una fanciulla meno dotata; sarà ugualmente contento della sua fortuna,

perché dirà: «anche se essa sta molto al di sotto di tante altre,

essenzialmente mi rende altrettanto felice, poiché la relazione è

l'assoluto». Egli non vuol disconoscere l'importanza della differenza.

Come ha compreso che non esiste un mestiere astratto, ma che

ognuno ha il suo, così comprenderà che non esiste nessun

matrimonio astratto. Il moralista gli dice soltanto che si deve sposare,

non gli può dire con chi. Il moralista gli indica l'universale nella

differenza; egli accoglie la differenza nell'universale.

La concezione etica del matrimonio ha perciò diversi vantaggi di

fronte ad ogni visione estetica dell'amore. Essa illumina l'universale

non il casuale. Non mostra come una coppia di persone eccezionali

possano diventar felici in virtù della loro eccezionalità, ma come lo

può diventare ogni coppia di sposi. Vede la relazione come l'assoluto

e non cerca nella differenza una garanzia, ma la concepisce come un

compito. Vede la relazione come l'assoluto e perciò vede l'amore

secondo la sua vera bellezza, cioè secondo la sua libertà, e così

comprende anche la bellezza storica.

Il nostro eroe vive dunque del suo lavoro; il suo lavoro è anche il

suo mestiere, perciò lavora con piacere; il suo mestiere lo mette in

relazione con altre persone, e mentre compie il suo lavoro, compie

quello che gli potrebbe desiderare di compiere nel mondo. E' sposato,

soddisfatto della sua casa, ed il tempo passa benissimo per lui, egli

non capisce come il tempo possa essere un peso per l'uomo, o possa

diventare un nemico della sua felicità, anzi, il tempo gli sembra che

sia una vera benedizione. A questo riguardo egli confessa di dover

moltissimo a sua moglie. E' vero, credo di aver dimenticato di

raccontarlo, è stata un equivoco la storia della ninfa della foresta,

egli non fu il fortunato prescelto, dovette accontentarsi di una

fanciulla come sono le fanciulle di solito, nello stesso senso in cui

anch'egli è un uomo come tutti gli altri. Pertanto egli è molto

contento ugualmente, anzi una volta mi confessò che crede che sia

stata una fortuna non aver sposato quella meraviglia; il suo compito

forse sarebbe stato troppo grande per lui; dove tutto è già perfetto

prima di cominciare, è tanto facile combinare dei guai. Ora invece è

pieno di coraggio, di fiducia e di speranza, è addirittura entusiasta, e

mi dice con entusiasmo: è la relazione che è l'assoluto; egli è

convinto sopratutto che la relazione avrà il potere di sviluppare in

questa comune fanciulla tutto quello che vi è di bello e di grande;

sua moglie con tutta modestia è dello stesso parere. Proprio, mio

giovane amico, le cose di questo mondo sono ben strane; io non

credevo proprio che vi fosse al mondo una meraviglia come quella

di cui parli tu, ed ora quasi mi vergogno di non aver voluto credere,

poiché questa comune fanciulla, colla sua grande fede, è una

meraviglia, e la sua fede è più preziosa di tutto l'oro del mondo.

Riguardo a una sola cosa rimango il vecchio incredulo, non credo

cioè che una meraviglia come questa si possa trovare nella solitudine

delle foreste.

Il mio eroe, - o vuoi negargli ancora il diritto a questo nome? Non ti

pare che il coraggio che osa credere alla trasformazione di una

semplice fanciulla in una meraviglia, sia un coraggio eroico?

ringrazia specialmente sua moglie perché il tempo ha preso un

significato tanto bello per lui, e anche questo egli lo attribuisce, in

un certo grado, al matrimonio, ed in questo siamo completamente

d'accordo noi due mariti, lui ed io. Se avesse avuto quella ninfa dei

boschi e non avesse osato sposarla, avrebbe temuto che il loro amore

divampasse in pochi e rari momenti belli, ai quali sarebbero però

seguiti dei fiacchi intervalli. Forse avrebbero desiderato vedersi

solo quando la vista reciproca avrebbe potuto diventare veramente

significativa; se questo qualche volta non si fosse verificato, egli

teme che tutta la relazione, poco a poco, si sarebbe dileguata nel

nulla. Invece il modesto matrimonio, che fa loro dovere di vedersi

giornalmente, siano essi ricchi o poveri, ha avvolto tutta la

relazione di una intimità e cordialità che lo rendono felice. Il

prosaico matrimonio ha nascosto nel suo meschino incognito un poeta,

che non solo illumina la vita in certe occasioni, ma che è sempre alla

mano e colle sue fini note echeggia delicatamente anche nelle ore più

squallide.

A questo riguardo, io condivido pienamente le idee del mio eroe

intorno al matrimonio. Risultano bene evidenti i suoi vantaggi, non

solo nei confronti del celibato, ma anche nei confronti di ogni

relazione soltanto erotica. Quest'ultimo punto l'ha messo in luce in

questo momento il mio nuovo amico, perciò io mi limito solo a

commentare con due parole il primo punto. Per quanto intelligenti,

attivi, entusiasti di un'idea si possa essere, giungono pure dei

momenti in cui il tempo pare lungo. Tu schernisci molto spesso l'altro

sesso; ti ho pregato sovente di farne a meno; considera pure una

fanciulla come un essere quanto mai imperfetto; mi piacerebbe dirti:

mio bravo sapientone, va dalla formica e diventa saggio, impara da una

fanciulla a far passare il tempo, perché essa ha un virtuosismo innato

per questo. Essa forse non ha una concezione del lavoro duro e

continuo come l'uomo, ma non è mai disoccupata, è sempre

affaccendata e non si annoia mai. Ne posso parlare per esperienza.

A volte mi accade (ora però più raramente, perché ritengo dovere

di un marito sforzarsi di essere, per quanto possibile, dell'età della

moglie), a volte mi accade di starmene a oziare incantato. Ho

finito il mio lavoro, non ho voglia di nessuna distrazione, uno

sfondo melanconico nel mio temperamento ha il sopravvento su me;

divento di molti anni più vecchio di quel che sono, divento quasi

estraneo alla vita familiare, vedo bene che essa è bella, ma la vedo

con occhi diversi dal solito; è come se io fossi un vecchio e mia

moglie una mia sorella più giovane, sposata felicemente, nella casa

della quale io sono un ospite. In momenti come questi le ore quasi

cominciano a parermi assai lunghe. Se mia moglie fosse un uomo,

forse accadrebbe a lei quello che accade a me, e forse ci

fermeremmo tutti e due (il fermarsi di un orologio!); ma essa è una

donna, ed in buoni rapporti col tempo. E' una perfezione della

donna, questo segreto rapporto in cui essa si trova col tempo, o è

un'imperfezione? E' perché essa è un essere più terreno dell'uomo, o

perché ha più dell'eternità in sé? Rispondimi, tu che sei una testa

filosofica. Quando io me ne sto così sperduto e solo e guardo mia

moglie che gira per le stanze leggera e giovanile, sempre occupata,

con sempre qualche cosa cui attendere, il mio occhio segue

involontariamente i suoi movimenti, io partecipo a tutto quello che

ella intraprende, e va a finire che io ritorno di nuovo nel tempo, il

tempo prende nuovamente il suo significato per me, il tempo vola di

nuovo. Cosa essa intraprenda veramente, con tutta la più buona

volontà, non lo saprei dire nemmeno se mi costasse la vita, e rimane

un mistero per me. Io so cosa voglia dire lavorare fino a tarda notte,

esser tanto stanchi da non potersi quasi alzare dalla sedia, cosa sia

pensare, cosa sia aver il cervello tanto vuoto da non poter far

entrare in testa la minima cosa, so anche cosa voglia dire oziare, ma

il modo in cui mia moglie riesce a essere sempre occupata è per me un

mistero. Essa non è mai stanca, pure non è mai inattiva; la sua

occupazione è come un gioco, una danza, o è come se un gioco fosse la

sua occupazione. Ma cosa è che riempie il suo tempo? Perché

comprenderai che naturalmente, non sono abilità acquisite, non sono i

giochi di prestigio dei quali di solito sono maestri gli scapoli; e

siccome stiamo parlando di scapoli, ed io in ispirito vedo che finirai

la tua giovinezza in questo modo, dovresti veramente cominciare in

tempo a pensare al modo in cui riempire i tuoi momenti di ozio,

dovresti imparare a maneggiare il flauto o cercar di escogitare uno

speciale strumento per raschiare le pipe. Ma non ho voglia di pensare

a queste cose, me ne stanco ben presto, ritorno a mia moglie, che

posso contemplare senza mai stancarmi. Non posso spiegare cosa essa

faccia, ma fa ogni cosa con grazia, agilità, con una leggerezza

indescrivibilmente fresca, senza tante cerimonie, come un uccello che

canta la sua canzone, e io credo che la sua occupazione si possa molto

bene paragonare al canto di un uccello; eppure l'arte di lei mi sembra

sia una vera arte magica. Quando sono nel mio studio, quando mi sento

stanco, quando il tempo comincia a pesarmi, sguscio in salotto, mi

siedo in un angolo, non dico una parola per timore di disturbarla nel

suo lavoro, poiché benché questo sembri un gioco, procede con una

dignità ed una convenienza che incutono rispetto, ed essa è ben

lontana dall'essere quello che tu dici della signora Hansen, cioè una

trottola, che gira intorno e che col suo rumore amplifica nel salotto

la musica coniugale.

Sì, mio buon sapientone, è incredibile quale virtuosismo innato

possieda una donna, essa spiega nel modo più interessante e più bello

il problema che ha costato il senno a molti filosofi: il tempo. Un

problema del quale si cerca inutilmente la soluzione presso molti

filosofi con tutta la loro prolissità, essa lo spiega senza parole, ad

ogni ora del giorno. E mia moglie spiega molti altri problemi in un

modo che desta la più profonda meraviglia. Benché io non sia un

vecchio marito, credo di poter scrivere un intero libro su questo

soggetto. Non lo voglio fare, ma ti voglio raccontare una storiella,

che per me è stata sempre molto significativa. In qualche luogo

d'Olanda viveva un uomo sapiente. Era un orientalista ed era sposato.

Un giorno all'ora del pranzo egli non viene a mangiare, sebbene

l'abbiano mandato a chiamare. Sua moglie lo attende ansiosa col

desinare, sa che egli è in casa, e più dura l'attesa, meno essa si sa

spiegare la sua assenza. Alla fine si decide ad andar da lui per

convincerlo a venire. E' seduto solo nel suo studio, non vi è anima

viva presso di lui. E' sprofondato nei suoi studi orientali. Immagino

che essa si sia curvata su di lui, abbia messo il braccio attorno al suo

collo, dato uno sguardo al suo libro, poi l'abbia guardato e detto:

mio caro, non vieni a mangiare? Quel dotto avrà forse a mala pena

avuto tempo di far caso a quello che gli è stato detto, ma non

appena vede sua moglie, probabilmente ha risposto: «sì, mia cara, oggi

non si parla di mangiare, ho trovato una vocalizzazione che non ho mai

visto prima; l'ho visto citato altre volte questo brano, ma mai in

questo modo, eppure la mia edizione è una ottima edizione olandese;

vedi, questo punto mi fa diventar matto». Immagino che sua moglie

l'avrà guardato un po' sorridendo, un po' rimproverandolo che quel

piccolo punto pretenda di disturbare l'ordine della casa; e la storia

dice che essa abbia risposto: ma è poi una cosa da prendersi tanto a

cuore? Guarda, ci soffio sopra! Detto, fatto, essa soffia, ed ecco che

la vocalizzazione scompare; poiché lo strano punto era un briciolo di

tabacco da presa. Il dotto si affrettò a tavola, contento che fosse

scomparsa la vocalizzazione, ancor più contento di sua moglie.

Devo ricavarti la morale di questa storia? Se quel dotto non fosse

stato sposato, forse avrebbe persa la testa, e forse avrebbe chiamato

altri orientalisti con sé, e avrebbe fatto gran chiasso nelle riviste

scientifiche. Ecco perché dico che bisogna vivere in buon accordo

coll'altro sesso, poiché, "unter uns gesagt", una fanciulla spiega

tutto, e se ne infischia di tutto il concistorio; e se si è in buon

accordo con essa ci si rallegra delle sue spiegazioni, in caso

contrario, essa si fa scherno di noi. Questa storia insegna anche in

che modo bisogna vivere in buon accordo con l'altro sesso. Se quel

dotto non fosse stato sposato, sarebbe stato un esteta che avrebbe

potuto procurarsi tutto quel che desiderava, forse sarebbe diventato

il fortunato al quale avrebbe voluto appartenere quella fanciulla

meravigliosa. Non si sarebbe voluto sposare perché i suoi sentimenti

erano troppo aristocratici per questo. Le avrebbe costruito un palazzo

e non avrebbe lesinato nessuna raffinatezza per renderle la vita ricca

di godimenti; sarebbe andato a trovarla, come essa desiderava, nel suo

castello; egli, con civetteria erotica avrebbe percorso a piedi la

strada fino a lei, mentre il suo lacchè l'avrebbe seguito colla

carrozza, portando ricchi e preziosi doni. Nei suoi studi orientali si

sarebbe poi imbattuto in quella strana vocalizzazione. L'avrebbe

fissata, senza poterla spiegare. Sarebbe poi giunto il momento in cui

andar a trovare l'amata. Avrebbe buttato via questa preoccupazione,

perché non è bello andar a trovare l'amante, pensando ad altre cose

che non siano la sua grazia e il suo amore. Egli si sarebbe rivestito di

ogni possibile gentilezza, sarebbe stato più affascinante che mai,

l'avrebbe compiaciuta sopra ogni dire, poiché la sua voce avrebbe

lasciato intuire da lontano dei moti di passione, dato che avrebbe

dovuto lottare perché l'allegria trionfasse del suo malumore. Ma

quando poi all'alba l'avrebbe lasciata, dopo averle gettato l'ultimo

bacio, seduto nella sua carrozza, la sua fronte si sarebbe rabbuiata.

Ritorna a casa. Chiude le persiane dello studio, accende le luci, non

si fa spogliare, ma siede a fissare quel punto che non si sa spiegare.

Egli possiede sì una fanciulla che ama, e forse adora, che va a

trovare solo quando il suo spirito è ricco e forte, ma non ha una

moglie che entra da lui e lo chiama per il pranzo, non una moglie che

sa soffiar via il punto.

La donna ha sopratutto un altro talento innato, una dote originaria:

un assoluto virtuosismo per dar senso al finito. Quando fu creato

l'uomo, eccolo signore e padrone di tutta la natura; tutto lo

splendore e la magnificenza della natura, tutta la ricchezza delle

cose finite non attendevano che il suo cenno, ma egli non sapeva cosa

dovesse fare di tutto questo. Le guardava, ma era come se tutto

sparisse allo sguardo dello spirito, era come se muovendosi con un

solo passo dovesse passar oltre a tutto. Così egli stava, figura

imponente, pensieroso, sprofondato in sé, eppure comico, poiché fa

ridere questo uomo così ricco che non sa come usare la sua ricchezza;

ma è anche tragico non poter usare ciò che si ha. Allora fu creata la

donna. Essa non fu imbarazzata, seppe subito come affrontare questo

problema; senza far difficoltà, senza preparativi, essa fu subito

pronta per cominciare. Questa fu la prima consolazione che fu donata

all'uomo. Essa si avvicinò all'uomo, felice come un bambino, umile

come un bambino, triste come un bambino. Voleva soltanto essere un

conforto per lui, lenire la sua nostalgia, una nostalgia che essa non

capiva, che essa neppure pensava di colmare; voleva solo fargli

passare il tempo. Ed ecco che il suo umile conforto divenne la gioia

più ricca della vita, il suo innocente passatempo la bellezza più

dolce della vita, il suo gioco infantile divenne il significato più

profondo della vita. La donna capisce il finito, lo comprende fin

nelle radici: per questo essa è adorabile, e tale, a guardar bene, è

ogni donna; per questo è graziosa, e nessun uomo lo è; per questo è

felice, come nessun uomo può o deve essere; per questo è in armonia

coll'esistenza, come nessun uomo può o deve essere. Perciò si può dire

che la sua vita è più felice di quella dell'uomo, poiché colui che

spiega qualche cosa sarà più perfetto di colui che va in cerca di una

spiegazione. La donna spiega le cose finite, l'uomo va a caccia di

quelle infinite. Così deve essere, e ognuno ha il suo dolore; la donna

partorisce con dolore, ma l uomo concepisce le idee con dolore; la

donna non conosce il terrore del dubbio o le pene della disperazione,

essa non sta al di fuori delle idee, ma le riceve di seconda mano. Ma

siccome la donna così spiega la finitezza, essa è la vita più profonda



Sören kierkegaard



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