Sören kierkegaard



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dell'uomo, una vita che deve esser nascosta e segreta, come è sempre

la vita delle radici. Ecco perché odio quelle orribili chiacchiere

sull'emancipazione della donna. Dio non permetta che ciò avvenga mai

.

Non ti posso dire quale dolore mi rechi questo pensiero quando



penetra nel mio animo, e nemmeno che appassionata amarezza, che

odio io nutra per tutti coloro che ardiscono pronunciare queste

cose. Mi consolo vedendo che i difensori di questa sapienza non

sono astuti come serpi, ma solo comuni imbecilli, le cui vuote

chiacchiere non possono far del male. Perché se il serpe potesse

inocularle questo veleno, se la potesse tentare con questo frutto

apparentemente attraente, se questa epidemia dilagasse, se

penetrasse fino a colei che io amo, fino a mia moglie, mia gioia, mio

rifugio, radice della mia vita, il mio coraggio sarebbe spezzato, la

passione per la libertà sarebbe infiacchita nel mio animo; e so cosa

farei allora, mi siederei sulla piazza a piangere, a piangere

come quell'artista il cui capolavoro era stato distrutto, e che non

sapeva ricordare cosa rappresentasse. Ma questo non succederà,

non può e non deve succedere; lascia che gli animi cattivi tentino,

lascia che lo facciano quegli stupidi che non hanno nessuna idea di

cosa sia un uomo, né della sua grandezza né della sua miseria,

nessuna intuizione della perfezione che la donna realizza proprio

nella sua imperfezione! Dubito che ci possa veramente essere anche

una sola donna che sia tanto ingenua, vanitosa e meschina da

credere di poter diventare più perfetta dell'uomo, da poter concorrere

con lui, senza capire che in questa strada essa è condannata a sicura

sconfitta. Nessun basso seduttore potrebbe studiare una dottrina più

pericolosa di questa per la donna; perché una volta che le abbia

suggerito l'emancipazione, essa è completamente in suo potere, alla

mercé dei suoi voleri; essa non potrà essere per l'uomo altro che una

preda per i suoi capricci, mentre come donna essa può essere tutto per

lui. Ma quei miserabili non sanno quello che fanno; essi stessi non

sono dei veri uomini, ed invece di imparare ad esserlo, vogliono

corrompere la donna; vogliono abolire le differenze e mentre essi

stessi rimangono ciò che sono ovvero dei mezzi uomini, vogliono

portare anche la donna alla stessa esistenza meschina. Ricordo di aver

letto una volta una satira non priva di spirito intorno alla

emancipazione della donna. Lo scrittore si soffermava specialmente

sull'abito, e pensava che in questo caso doveva essere uguale per

l'uomo e per la donna. Immagina che orrore! Allora mi parve che lo

scrittore non avesse concepito il suo compito abbastanza

profondamente, che i contrasti che poneva non colpissero l'idea

abbastanza nel segno. Ardirò per un momento pensare questa

bruttezza, perché so che così la bellezza si mostrerà in tutta la sua

verità.


Cosa è più bello degli abbondanti capelli della donna, dei suoi ampi

boccoli? Eppure lo scritto dice che è un segno della sua imperfezione

e ne espone anche parecchi motivi. Ma osserva la donna quando china

il capo verso la terra, quando le trecce rigogliose quasi toccano terra,

e pare che siano cespi di fiori coi quali essa cresca insieme alla

terra? Mentre l'uomo invece è, per così dire, respinto dalla terra e

mira verso il cielo. Essa non sta accanto a lui come l'essere

imperfetto? Eppure questi capelli sono la sua bellezza, anzi la sua

forza; poiché è con questi, come dice il poeta, che essa imprigiona

l'uomo e lo lega alla terra. Mi piacerebbe dire a uno di quegli

imbecilli che predicano l'emancipazione: eccola, guardala in tutta la

sua imperfezione! Un essere da meno dell'uomo! Se hai il coraggio,

taglia le abbondanti trecce, spezza queste pesanti catene e lasciala

correre come una pazza, come una assassina, a terrore dell'umanità!

Lascia che l'uomo abbandoni la pretesa di essere signore e padrone

della natura, lascia che ceda il posto alla donna, essa è la sua

signora, la natura la comprende ed essa comprende lei, obbedisce a

ogni suo cenno. Per questo essa è tutto per l'uomo, perché gli dona il

mondo finito. Senza la donna l'uomo è un'anima instabile, un infelice,

che non sa trovar riposo e non ha nessun rifugio. E' spesso stata una

gioia per me scorgere in questa funzione l'importanza della donna;

essa per me diviene una espressione di tutta la comunità, e lo spirito

è gravemente inquieto quando non ha una comunità in cui abitare, e

quando abita nella comunità è lo spirito della comunità. È per

questo, come ho fatto notare un'altra volta, che nella Scrittura non

sta scritto che la donna deve abbandonare il padre e la madre e

rimaner vicino al suo uomo e cercar rifugio presso di lui, come si

dovrebbe credere, dato che la donna è la più debole; no, sta invece

scritto che l'uomo deve abbandonare il padre e la madre e rimaner

vicino a sua moglie: poiché, in quanto essa gli dà il mondo finito è

la più forte ed è il suo rifugio. Perciò non vi è della comunità

nessun simbolo più bello di una donna. Quando si vedessero le cose in

questo modo, credo realmente che si aprirebbero molte prospettive per

abbellire il culto. Nelle nostre chiese è davvero mancanza di gusto

che la comunità, quando non si rappresenti da sé, sia rappresentata da

un sacrestano o da un campanaro. Dovrebbe essere sempre

rappresentata da una donna. Nei nostri culti ho sempre sentito la

mancanza di una impressione esatta e benefica della comunità;

eppure nella mia vita vi fu un anno in cui ogni domenica arrivavo

abbastanza vicino alle mie rappresentazioni ideali. Era in una delle

nostre chiese qui in città.

La chiesa stessa mi era molto simpatica, il prete, che ascoltavo ogni

domenica, era una persona degna della massima stima, una solitaria

figura che sapeva togliere il vecchio e il nuovo dalle esperienze di

una vita riccamente vissuta; si sentiva completamente a suo agio sul

pulpito. Come pastore soddisfaceva ogni esigenza ideale della mia anima,

la soddisfaceva come figura, come parlatore. Ogni domenica, quando

pensavo che sarei andato ad ascoltarlo, ero realmente contento; ma

quello che cooperava ad aumentare la mia gioia e a render perfetta

l'impressione del servizio divino in questa chiesa, era un'altra

figura, una donna in età, che pure presenziava ogni domenica. Di

solito arrivava, come me, un po' prima che cominciasse il servizio

divino. La sua personalità per me era l'immagine della comunità, e per

lei io dimenticavo completamente l'impressione spiacevole del

sacrestano alla porta della chiesa. Era una donna piuttosto anziana,

sembrava avesse circa sessant'anni, ma era ancora bella; i suoi

lineamenti erano nobili, la sua espressione piena di una umile

dignità, il suo aspetto era l'espressione della femminile

costumatezza, pura e profonda. Si capiva che doveva aver passato

molte traversie, forse non avvenimenti tempestosi, ma come una

madre, che ha sopportato i pesi della vita e che pure ha mantenuto e

conquistato la gioia di vivere. Quando io la vedevo arrivare in

fondo alla chiesa, quando il sacrestano l'aveva ricevuta alla porta e

poi, come un servo, la conduceva riverente al suo posto, sapevo che

sarebbe passata vicino alla panca sulla quale sedevo io di solito.

Mentre mi passava vicino, mi alzavo sempre in piedi e la salutavo

con un cenno del capo, o, come si dice nel Vecchio Testamento, io

mi inchinavo davanti a lei. Per me questo inchino significava tante

cose, era quasi come se io la volessi pregare di includere anche me

nelle sue preghiere. Si avvicinava al suo posto, salutava il

sacrestano, rimaneva un momento in piedi, poi piegava il capo,

teneva un attimo il fazzoletto davanti agli occhi per una preghiera.

Quale predicatore è capace di suscitare un'impressione tanto

benefica e forte come quella che mi suscitava la solennità di quella

donna degna di stima? A volte mi passava per il capo d'essere

anch'io compreso nelle sue preghiere; perché fa parte proprio

dell'essere di una donna pregare per gli altri. Qualunque posizione

abbia nella vita, qualunque età, se prega, essa prega di regola per

altri, per i genitori, per l'amato, per il marito, per i figli, sempre per

altri. Fa parte dell'essere di un uomo pregare per se stesso. Egli ha

nella vita il suo compito determinato, il suo posto determinato. La

sua rassegnazione perciò è un'altra, perfino nella preghiera egli

lotta. Egli si rassegna del mancato compimento dei suoi desideri, e

prega per aver la forza di rinunciare. Perfino quando desidera qualche

cosa, ha con sé sempre questo pensiero. La preghiera della donna è

molto più sostanziale; la sua rassegnazione è ben diversa. Essa prega

per l'adempimento dei suoi desideri, essa si rassegna per se stessa,

perché sa di non poter nulla pro o contro, ma per questo essa è molto

più adatta per pregare per gli altri che l'uomo. Se l'uomo volesse

pregare per un altro, sostanzialmente pregherebbe che gli venisse data

la forza di sopportare e di vincere contento il dolore che gli è stato

inferto col non esaudire il suo desiderio; ma una preghiera

d'intercessione come questa, considerata come intercessione, è

imperfetta, mentre come preghiera per se stessi è vera e giusta.

L'uomo e la donna combattono uniti ma in diverse schiere. Prima

viene la donna colla sua preghiera d'intercessione, essa quasi

commuove la divinità colle sue lacrime; dopo vien l'uomo colla sua

preghiera. Egli ferma la prima schiera, quando spaventata vuol

fuggire; egli ha un altro genere di tattica, che porta sempre la

vittoria. Questo dipende di nuovo dal fatto che l'uomo aspira

all'infinito. Se la donna perde la battaglia, deve imparare a pregare

dall'uomo; però la preghiera d'intercessione le appartiene tanto

essenzialmente che, perfino in questo caso, la sua preghiera per

l'uomo è diversa dalla preghiera dell'uomo. In un certo senso perciò

la donna è molto più credente dell'uomo; poiché la donna crede

che per Dio tutto è possibile, l'uomo crede che per Dio vi è qualche

cosa di impossibile. La donna diventa sempre più intimamente

fervente nella sua umile brama, l'uomo rinuncia sempre più, finché

trova il punto inamovibile, dal quale non può essere strappato.

Per l'uomo infatti è essenziale aver dubitato; e questo è impresso

anche nel tipo della sua certezza.

Ma però la mia gioia per la bellezza delle funzioni in quella chiesa

fu breve. Dopo un anno il pastore fu trasferito, e la nobile signora

(la potrei quasi chiamare la mia madre spirituale) non la vidi più.

Però pensavo spesso a lei. Quando più tardi mi sono sposato, essa è

stata parecchio nei miei pensieri. Se la chiesa facesse attenzione a

queste cose, forse le nostre funzioni potrebbero guadagnare in

bellezza e solennità. Pensa se ad un battesimo, per esempio, una donna

come quella, così degna di stima stesse al fianco del pastore e

dicesse "amen" invece della voce belante del sacrestano. Pensa ad un

matrimonio: che idea elevata del significato della preghiera potrebbe

dare una donna simile! Intanto io me ne sto a predicare e

dimentico quello di cui dovrei veramente parlare, dimentico che è

con te che devo parlare. Scusami; ti avevo completamente

dimenticato a causa del mio nuovo amico. Vedi, con lui parlo

volentieri di queste cose; perché egli non è uno schernitore ed

è un marito, e solo chi ha occhi per la bellezza del matrimonio

capisce la verità delle mie asserzioni.

Ora ritorno al nostro eroe. Credo che meriti questo titolo, però per

l'avvenire non voglio più adoperarlo per lui; preferisco un'altra

denominazione che mi è più cara, e con tutto il cuore lo chiamo mio

amico, come con gioia io mi chiamo amico suo. Vedi, la sua vita l'ha

provveduto di «quell'articolo superfluo che si chiama un amico». Tu

credevi forse che avrei passato sotto silenzio l'amicizia, perché non

ha nessuna importanza etica, ma cade completamente sotto

determinazioni estetiche. Forse ti meraviglierà che io, volendone

parlare, la menzioni solo ora: poiché l'amicizia è il primo sogno

della gioventù; è proprio nella giovinezza che l'anima la ricerca,

nella sua tenerezza e nel suo entusiasmo. Sarebbe perciò stato più

giusto parlare dell'amicizia prima di permettere al mio amico di

entrare nella condizione sacra del matrimonio. Potrei rispondere che,

riguardo al mio amico, le cose stavano in un modo tanto strano che

veramente egli, prima di sposarsi, non si era sentito attratto da

nessuno al punto da chiamare amicizia quella relazione; potrei

aggiungere che questo mi è stato caro, perché volevo trattare

dell'amicizia per ultimo, perché non credo che l'etica in essa abbia

lo stesso valore come nel matrimonio; e proprio in questo vedo la sua

imperfezione. Questa risposta potrebbe parere insufficiente, perché si

potrebbe pensare che il mio amico fosse casualmente anormale; per

questo devo soffermarmi un po' più diffusamente su questo argomento

.

Tu che sei un osservatore, confermerai la mia osservazione che le



individualità si differenziano in modo caratteristico a seconda del

periodo in cui cadono le loro amicizie, se nella primissima giovinezza

o soltanto nell'età più avanzata. Le nature più incostanti non hanno

difficoltà a trovarsi a loro agio in se stesse. Il loro io è, sin dal

principio, moneta corrente, e subito avviene quella circolazione che

si chiama amicizia. Le nature più profonde non hanno tanta facilità a

trovare se stesse e, fintanto che non hanno trovato il loro io, non

possono desiderare che qualcuno offra loro un'amicizia che non

possono ricambiare. Queste nature in parte sono sprofondate in loro

stesse, in parte sono osservatrici; ma un osservatore non è un amico.

In questo modo si potrebbe spiegare come le cose sono andate per il

mio amico.

Non vi sarebbe nulla di anormale, e non sarebbe nemmeno un

cattivo segno. Però s'è sposato. Ora ci chiediamo se non è una cosa

anormale che l'amicizia sia apparsa soltanto dopo; poiché in quanto

precede fummo d'accordo nel ritenere che è giusto che

l'amicizia possa subentrare nell'età più matura, ma non parlammo

della sua relazione col matrimonio. Approfittiamo ancora una

volta delle tue e delle mie osservazioni. Dobbiamo accogliere nel

nostro studio anche la relazione coll'altro sesso. A quelli che

cercano la relazione d'amicizia nell'età molto precoce, sovente

accade che, quando comincia a farsi valere l'amore, l'amicizia

impallidisce completamente. Trovano che l'amicizia è una forma

più imperfetta, rompono i rapporti precedenti e raccolgono tutta la

loro anima esclusivamente nel matrimonio. Il contrario accade ad

altri. Coloro che gustarono troppo presto le dolcezze dell'amore,

forse ebbero una concezione errata dell'altro sesso, e forse

divennero ingiusti. Colla loro leggerezza forse acquistarono

amare esperienze, forse credettero a sentimenti in loro che poi si

mostrarono incostanti; o credettero a sentimenti negli altri che

scomparvero come un sogno. Così abbandonarono l'amore che era

per essi, insieme, troppo e troppo poco, perché erano venuti in

contatto colla dialettica dell'amore senza poterla sciogliere.

Scelsero perciò l'amicizia. Ambedue queste formazioni devono

esser considerate anormali. Il mio amico non è in nessuno di

questi due casi. Egli non ha fatto giovanili tentativi nell'amicizia

prima di imparare a conoscere l'amore, ma non ha neppure fatto

del male a se stesso, col godere troppo presto il frutto acerbo

dell'amore. Nel suo amore trovò la soddisfazione più profonda e

completa; ma proprio perché egli stesso aveva raggiunto una

quiete così completa, gli apparve la possibilità di altre relazioni

che, in un modo diverso, potevano ricevere un significato profondo e

bello per lui; poiché a chi ha, verrà dato, e avrà in sovrabbondanza.

A questo riguardo, egli di solito ricorda che vi sono degli alberi in

cui il fiore viene dopo il frutto oppure è anche contemporaneo ad

esso. Egli paragona la sua vita a queste piante.

Ma proprio perché nel matrimonio, e per esso, egli imparò a vedere

la bellezza dell'amicizia, non ha dubitato nemmeno un attimo su

come bisogna considerare l'amicizia, e ha capito che questa perde la

sua importanza quando non la si considera eticamente. Se le sue

precedenti esperienze avevano quasi completamente annientata la

sua fede negli esteti, il matrimonio ne ha estirpato anche l'ultima

traccia nel suo animo. Egli perciò non ha sentito nessun bisogno di

lasciarsi sedurre dai miraggi dell'estetismo, ma si è subito acquietato

nella concezione dell'etica.

Se il mio amico non fosse stato di questo avviso, avrei provato

piacere di mandarlo da te per punizione; quello che tu dici

dell'amicizia è talmente contorto che probabilmente gli avresti fatto

girare la testa. Ti accade coll'amicizia quello che ti accade con

tutto. La tua anima manca talmente di concentrazione etica, che si

possono aver da te, intorno alla stessa questione, opposte

spiegazioni, e le tue osservazioni dimostrano perfettamente

l'esattezza del detto che sentimentalismo e mancanza di cuore sono una

cosa sola. La tua concezione dell'amicizia si può paragonare a una

lettera magica: chi la vuole adoperare deve diventar pazzo come chi la

cede, e fino ad un certo punto bisogna supporre che lo sia. Se ti si

sente declamare quel che ti passa per il cervello, sulla divina gioia di

amare i giovani, sulla bellezza dell'accordo delle anime che si

incontrano, si è quasi tentati a temere che la tua sentimentalità ti

costi la tua giovane vita. In altri momenti parli di nuovo come un

vecchio praticante che abbia imparato abbastanza a conoscere il vuoto

e la vacuità del mondo. «Un amico», dici allora, «è una cosa

misteriosa, lo si vede, come una nebbia, solo a distanza, poiché

soltanto quando si è infelici si comprende di aver avuto un amico.» E'

facile vedere che base di un simile giudizio sull'amicizia è una

esigenza ben diversa da quella che avevi prima. Prima parlavi

dell'amicizia intellettuale, della bellezza dell'amore spirituale, di una

comune passione per le idee: ora parli di un'amicizia pratica nelle

cose di questo mondo, di una reciproca assistenza nelle

difficoltà della vita terrena. In entrambe queste esigenze vi è

qualche cosa di vero, ma se non si può trovare il loro punto d'unione,

si è costretti a concludere con te che l'amicizia è un non senso.

Questo è sempre il risultato al quale arrivi, sia che tu consideri

singolarmente i diversi aspetti dell'amicizia, sia che tu provi la loro

reciproca esclusione.

Condizione assoluta per l'amicizia è l'unità della concezione di vita.

Quando essa esiste, non ci si sente tentati a voler giustificare la

propria amicizia con sentimenti oscuri e con inspiegabili simpatie. E

non succederà che l'amicizia sia, come il tempo, mutevole di giorno in

giorno. Non si vuole disconoscere l'importanza dell'inspiegabile

simpatia; infatti in senso rigoroso non si è amici di chiunque

condivida la nostra concezione di vita. Ma non ci si deve nemmeno

limitare alla mera simpatia in tutto il suo mistero. Una vera amicizia

esige sempre la coscienza, ed è questo che la mette a un piano ben più

alto dell'esaltazione.

La concezione di vita in cui si è concordi deve essere però una

concezione positiva. Così il mio amico ed io abbiamo in comune una

concezione positiva. Perciò, quando ci vediamo, non ci accade quello

che accadeva a quegli auguri che si mettevano a ridere, quando si

incontravano; noi ci guardiamo con serietà negli occhi. Era

giustissimo che gli auguri ridessero, perché la concezione di vita che

avevano in comune era negativa. Questo lo comprendi molto bene,

perché è uno dei tuoi desideri esaltati di trovare un'anima in

armonia alla tua colla quale ridere di tutto; «perché è terribile e

angoscioso nella vita, che quasi nessuno si accorga di quanto è

penoso stare al mondo; e di questi pochi solo pochissimi sanno

mantenersi di buon umore e ridere di tutto». Se non riesci ad

appagare la tua aspirazione, ti sai rassegnare: «Il vero pessimista

riconosce come conseguenza di tutta quanta la sua visione della vita,

che egli, solo con se stesso, può ridere del mondo; se trovasse

compagnia, il mondo non sarebbe poi tanto brutto». Con questo

ragionamento il tuo pensiero è messo in gran movimento, e non

conosce limiti. Pensi che «perfino il ridere è solo un'espressione

imperfetta del vero scherno sulla vita.

L'irrisione più completa dovrebbe avvenire in serietà. Sarebbe lo

scherno più perfetto del mondo se chi ha esposto la verità più

profonda non fosse un esaltato, ma uno scettico. E non sarebbe

nemmeno assurdo: nessuno sa esporre verità positive con tanto

garbo come lo scettico, solo che egli stesso non vi crede. Se fosse

un ipocrita ad esporle, finirebbe collo schernire se stesso, ma se è

uno scettico, che forse desidererebbe credere a quello che espone,

lo scherno è assolutamente obiettivo: l'esistenza schernirebbe

attraverso se stessa. Egli espone una dottrina che potrebbe spiegare

tutto, l'intero genere umano ci si potrebbe affidare; ma questa

dottrina non può spiegare il proprio creatore. Se un uomo fosse tanto

furbo da poter nascondere di esser pazzo, potrebbe far impazzire

tutto il mondo».

Ecco, quando si ha una concezione di vita come questa, è difficile

trovare un amico che la condivida. O forse che nella mistica compagnia

dei "Sumparanecromenoi" di cui a volte parli, ne hai trovato qualcuno?

Siete forse una unione di amici, che vi considerate a vicenda tanto

intelligenti da saper nascondere la vostra pazzia? In Grecia v'era un

sapiente il quale godeva lo strano onore di esser annoverato tra i

sette sapienti, se si presume che il loro numero sia stato di 14. Se

ricordo bene, il suo nome era Misone. Di lui uno scrittore antico

dice che fosse un misantropo. Egli si esprime molto brevemente: «di

Misone si racconta ch'era un misantropo e che rideva quando era

solo. Quando un tale gli chiese perché lo facesse, rispose: proprio

perché sono solo». Vedi, hai un predecessore; aspireresti invano ad

esser assunto nel novero dei sette sapienti, anche se si aumentasse

il loro numero fino a ventuno, perché Misone ti porta via il posto.



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