Sören kierkegaard



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Ma questo non ha importanza, tu stesso invece capirai che è

impossibile che abbia un amico chi ride quando è solo, e questo per

due ragioni: prima, perché finché è presente l'amico non può ridere,

poi, perché l'amico temerebbe ch'egli attenda solo che se ne vada per

poter ridere di lui. Ecco perché penso che il diavolo debba esser tuo

amico. Son quasi tentato di pregarti di prendere queste parole alla

lettera: perché anche del diavolo si dice che rida quando è solo. A me

pare che vi sia qualche cosa di assai sconsolato in un isolamento come

questo, e non posso fare a meno di pensare quanto sarà terribile per

un uomo che ha vissuto così risvegliarsi in un'altra vita, nel giorno

del giudizio, e là trovarsi di nuovo completamente solo.

L'amicizia dunque esige una concezione di vita positiva. Ma non si

può pensare una concezione positiva della vita che non abbia un

momento etico in sé. Ai nostri giorni si trovano spesso delle

persone che hanno adottato un sistema in cui l'etica non si trova

affatto. Lascia che abbiano anche dieci sistemi, ma non hanno una

concezione di vita.

Un simile fenomeno si spiega benissimo. Una delle storture più

grosse del nostro tempo è quella di iniziare ai grandi misteri

prima di iniziare ai piccoli. Il momento etico nella concezione di vita

è il vero punto di partenza; e solo quando si vede l'amicizia sotto

questo aspetto, essa prende significato e bellezza. Se si rimane ai

misteri della simpatia, l'amicizia trova la sua espressione più

perfetta nel rapporto che ha luogo tra gli Uccelli Inseparabili

("psittacus passerinus") la cui unione è tanto perfetta che la morte

di uno è anche quella dell'altro. Se una relazione del genere è bella

nella natura, nel mondo dello spirito non lo è. L'accordo della

concezione di vita è ciò che costituisce l'amicizia. Se questo è

presente essa sussiste anche se l'amico muore, perché l'amico

trasfigurato continua a vivere nell'altro; se questo cessa, l'amicizia è

finita, anche se l'amico continua a vivere.

Se si considera l'amicizia in questo modo, la si considera eticamente,

e perciò secondo la sua bellezza. Essa acquista nello stesso tempo

bellezza e significato. Devo citare un'autorità per me contro te?

Orbene, come concepiva l'amicizia Aristotile? La fece punto di

partenza per tutta la concezione etica della vita, poiché

coll'amicizia, dice, si amplifica il concetto del diritto, cosicché

amicizia e diritto van per la stessa strada. Egli fonda così il

concetto del diritto sull'idea dell'amicizia. La sua concezione è

così, in un certo senso, più perfetta di quella moderna che fonda il

diritto sul dovere, su di un astratto come l'imperativo categorico;

egli lo fonda sulla società. Da questo è facile vedere che l'idea

dello Stato diventa per lui il valore più alto; ma questo è un lato

imperfetto della sua concezione.

Però non mi azzarderò ad entrare in ricerche così sottili come lo

studio del rapporto tra la concezione etica aristotelica e quella

kantiana. Citai Aristotile soltanto per ricordarti che anch'egli

capiva che l'amicizia contribuisce a realizzare una visione etica

della realtà.

Chi considera l'amicizia eticamente, la considera dunque come un

dovere. Potrei perciò dire che è dovere di ognuno avere un amico. Però

preferisco adoperare un'altra espressione, che mette in evidenza i

comuni aspetti etici nell'amicizia e nel matrimonio, e insieme fa

rilevare nettamente la differenza che passa tra etica e estetica: è

dovere di ogni uomo manifestarsi. La Scrittura dice che ad ogni uomo

tocca morire e poi apparire in giudizio, dove tutto diventerà

manifesto. L'etica dice che il significato della vita e della realtà è che

l'uomo diventi manifesto. Se egli non lo diventa, il suo

manifestarsi apparirà come un castigo. L'esteta invece non vuol dar

importanza alla realtà; egli rimane costantemente nascosto, poiché per

quanto spesso e intensamente egli si dedichi al mondo, non lo fa mai

totalmente, rimane sempre qualche cosa che egli tiene indietro; se lo

facesse totalmente, sarebbe in un atteggiamento etico. Pure il voler

giocare a nascondersi si sconta sempre e nel modo più naturale, col

diventar misteriosi a se stessi. È per questo che tutti i mistici,

quando non riconoscono l'esigenza che la realtà pone di diventar

manifesti, si incontrano con difficoltà e tribolazioni quali nessun

altro conosce. È come se scoprissero un mondo completamente

diverso, come se il loro essere fosse sdoppiato. Chi non vuol

combattere con le realtà, deve combattere coi fantasmi.

Con questo ho finito per questa volta. Non è mai stata mia

intenzione esporti una dottrina del dovere. Volevo solo mostrarti

come l'etica, nei diversi casi, non toglie affatto alla vita la sua

bellezza, ma gliela dona. Dona pace, sicurezza, fiducia nella vita,

perché ci grida costantemente: "quod petis, hic est".

Salva da ogni fantasticheria che voglia indebolire l'anima, e le

dona salute e forza. Le insegna a non sopravalutare il casuale e a

non idolatrare la felicità. Insegna ad esser contenti nella felicità,

e, con una saggezza che l'esteta non conosce, insegna ad esser

contenti nell'infelicità.

Considera ciò che ho scritto come insignificante, come delle note

marginali agli elementi dell'arte di vivere; non importa. Ma ciò che

ti ho scritto ha ugualmente un'autorità, che spero vorrai rispettare.

O forse ti pare che io me la sia voluta accaparrare ingiustamente?

Che io abbia fatto valere senza tatto, la mia posizione borghese in

questa faccenda? Che mi sia eretto giudice, mentre non son che una

parte? Rinuncio volentieri ad ogni pretesa; di fronte a te non

rappresento nemmeno una parte. Riconosco di buon grado che

l'estetica potrebbe benissimo darti la procura per agire per conto

suo, ma io sono ben lontano dal sentirmi così importante da agire

quale procuratore per l'etica. Io non sono che un testimone e

solo in questo senso attribuisco a questa lettera una certa autorità;

poiché chi parla di quello che ha esperimentato può sempre parlare

con autorità. Sono solo un testimone, e qui hai la mia testimonianza

"in optima forma".

Esercito la professione di assessore in tribunale, sono contento del

mio mestiere, credo che corrisponda alle mie facoltà ed a tutta la mia

personalità, so che esige tutte le mie forze. Cerco di perfezionarmi

sempre più, e, mentre lo faccio, sento anche che mi evolvo sempre più.

Amo mia moglie, sono felice nella mia casa; ascolto le nenie che

mia moglie canta alla culla, e il suo canto mi pare più bello di

ogni canto, senza per questo credere che essa sia una cantante; sento

gli strilli del piccolo che al mio orecchio non sono disarmoniosi;

vedo il suo fratellino maggiore che cresce e progredisce e guardo

contento e fiducioso verso il suo avvenire; non sono impaziente,

perché ho tempo da attendere, e questa stessa attesa è una gioia per

me. La mia opera ha importanza per me stesso e credo che, in un

certo senso, l'abbia anche per altri, anche se non ne posso

determinare e misurare esattamente la portata. Provo gioia perché

la vita personale degli altri ha importanza per me, e spero e desidero

che anche la mia ne possa avere per coloro i quali simpatizzano

con tutta la mia concezione di vita. Amo la mia patria natale, e

non posso immaginare di potermi trovare bene in nessun altro paese.

Amo la mia lingua, che libera il mio pensiero, trovo che quello che

posso avere da dire nel mondo lo posso esprimere magnificamente

con essa. In questo modo la vita ha significato per me, tanto da

sentirmene contento e soddisfatto. Nello stesso tempo vivo una

vita più alta, e quando a volte accade che io respiri questa vita più

alta nel respiro della mia vita terrena e familiare mi stimo beato, e si

fondono per me l'arte e la grazia. È così che io amo l'esistenza,

perché è bella e ne spero una ancor più bella.

Ecco la mia spiegazione come testimone. Se dovesse sorgermi un

dubbio se ho fatto bene a darla, sarebbe per riguardo a te: perché

temo quasi che ti possa far male sentire che la vita nella sua

semplicità possa esser tanto bella. Accetta però la mia

testimonianza, lascia che ti cagioni un po' di dolore, ma lascia

anche che ti cagioni della gioia; ha una certa qualità di cui purtroppo

è priva la tua vita: la fedeltà.

Su di essa puoi costruire confidente.

Recentemente ho parlato spesso con mia moglie di te. Essa

veramente ti vuol molto bene; forse, non c'è bisogno che te lo dica,

perché hai molte doti per piacere quando vuoi, ma hai ancora

più occhi per osservare se ci riesci. I suoi sentimenti per te hanno la

mia completa approvazione. Non è facile che io divenga geloso, e

sarebbe anche imperdonabile da parte mia; non perché io, come

pensi tu che si debba essere, sia troppo orgoglioso per poterlo

diventare o orgoglioso abbastanza per poter «subito liquidar la cosa

con dei ringraziamenti», ma perché mia moglie è troppo amabile per

questo. Non temo nulla. A questo riguardo oso dire che perfino

Scribe si dispererebbe del nostro prosaico matrimonio, perché credo

che anche a lui sarebbe impossibile renderlo poetico. Non nego che

egli abbia forze e talenti ma, secondo i miei concetti, li usa male.

Non fa di tutto per insegnare alle giovani spose che il sicuro

amore del matrimonio è troppo poco per render poetica la vita, che

questa sarebbe insopportabile se "à part" non ci fosse qualche

piccola avventura d'amore? Non mostra loro che una moglie, anche

se macchia se stessa ed il suo matrimonio con un amore colpevole,

pure continua ad essere amabile? Non lascia oscuramente capire

che, siccome il più delle volte è un caso che queste relazioni

vengano scoperte, essa nella vita può sperare, se aggiunge la propria

astuzia a quella che impara dall'eroina del suo poema, di rimaner

nascosta tutta la sua vita? Non cerca egli in ogni maniera di

angustiare i mariti? Non mostra le mogli le più oneste, delle quali

nessuno oserebbe sospettare qualche cosa, macchiate di colpe

nascoste? Non mostra ripetutamente la vanità di quello che finora

è stato ritenuto il mezzo migliore per tutelare la felicità coniugale,

la fiducia illimitata nella moglie? E nonostante tutto questo Scribe

si compiace di dipingere ogni marito come una marmotta

addormentata ed inerte, un essere imperfetto, che è colpa dello

smarrimento di sua moglie. Chissà se Scribe è tanto modesto da

presumere che non si impari proprio nulla dai suoi lavori! Altrimenti

vedrebbe che ben presto ogni marito impara a scoprire che la sua

posizione non è affatto tranquilla e sicura; che nessuna spia

poliziesca è costretta a vivere una vita irrequieta e senza sonno come

quella che è costretto a vivere lui; a meno che non si voglia

consolare cogli argomenti di Scribe, e non cerchi un diversivo uguale

a quello di sua moglie, stabilendo il principio che il matrimonio in

verità esiste solo per togliere alle proprie relazioni ogni noiosa

parvenza di innocenza e renderle davvero interessanti col sapore delle

cose proibite! Ma lasciamo star Scribe. Non sono in grado di

lottar contro lui; invece, a volte penso, con un certo orgoglio, che

io, povero uomo insignificante, dimostro, col mio matrimonio,

che Scribe è un bugiardo. Forse questo mio orgoglio è solo il

segno della mia limitazione, forse il mio matrimonio è felice e

tranquillo, solo perché sono un uomo comune, che non ha nessun

senso per la poesia.

Mia moglie dunque ti vuol bene, ed io sono concorde col suo

sentimento, tanto più che credo che la ragione della sua simpatia per

te, in parte, sia dovuta al fatto che essa vede le tue debolezze. Essa

vede molto bene che quello che ti manca è un certo grado di

femminilità. Sei troppo orgoglioso per poterti abbandonare. Questo

orgoglio non le fa nessuna impressione, poiché essa vede la sua vera

grandezza nel potersi abbandonare. Forse non lo credi, ma ti posso

assicurare che ti devo difendere molto spesso da lei. Essa sostiene

che tu nel tuo orgoglio trovi da ridire su tutti gli uomini. Io cerco di

spiegarle che le cose forse non stanno proprio così, che tu

critichi gli uomini in senso infinito, che è cioè l'inquietudine colla

quale la tua anima anela all'infinito quella che ti rende ingiusto

verso gli uomini. Essa non lo vuol capire, ed io la comprendo bene,

perché quando si è spiriti ingenui e semplici come lei (e lo puoi

vedere dal fatto che si sente infinitamente felice con me) è difficile

fare a meno di giudicarti. Il mio matrimonio, dunque, ha le sue lotte,

e la colpa, in certo qual modo, è tua. Andiamo però d'accordissimo e

mi auguro che marito e moglie non debbano mai litigare per motivi

diversi da questi. Però anche tu potresti aiutarci per definire la

questione tra mia moglie e me. Non credere che io voglia entrare nei

tuoi segreti, ma vorrei soltanto farti una domanda alla quale, credo,

potrai rispondere senza comprometterti troppo; rispondi una buona

volta, sinceramente e senza tante digressioni, a questa domanda: ridi

veramente quando sei solo? Comprendi quello che intendo, non

intendo sapere se a volte o anche spesso ti capita di ridere quando sei

solo, ma se trovi la tua soddisfazione in questo riso solitario. Se

questo non accade ho vinto io e riuscirò anche a convincere mia

moglie del suo torto.

Non so se quando sei solo passi davvero il tuo tempo a ridere; a me

parrebbe più che strano; perché, sebbene lo sviluppo della tua vita

sia tale da farti sentire il bisogno di cercar la solitudine, non credo

che tu la cerchi per ridere, per quanto posso giudicarne io.

Perfino l'osservatore più superficiale può vedere che la tua vita non

segue gli schemi comuni. Non ti accontenti di batter le vie di maggior

traffico, ma preferisci camminare per una strada tua. Ad un giovane si

può ben perdonare un certo amore dell'avventura; ma è una cosa ben

diversa quando lo spirito d'avventura prende talmente il sopravvento

da erigersi in norma per la vita reale. È doveroso gridare ad un uomo

che è così mal guidato: "respice finem", e spiegargli che la parola

"finis" non significa la morte (perché questo non è nemmeno il

problema più difficile per l'uomo), ma la vita. Verrà un momento in

cui si deve una buona volta cominciar a vivere. Allora è molto

pericoloso essersi frammentati in modo tale da non potersi quasi più

raccogliere e si corre il rischio, nella furia e nella fretta, di non poter

prendere tutto con sé. E, come conclusione, invece di diventare una

persona eccezionale, si diventa un esemplare umano difettoso.

Nel medio evo si affrontava questa cosa in un altro modo. Si

interrompeva improvvisamente il corso della vita e si entrava in

convento. L'errore, probabilmente, non stava nel fatto di andar in

convento, ma nelle false idee che si riferiscono a questo passo. Io,

per conto mio, posso approvare che un uomo si decida a questo passo, e

lo trovo anche bello, ma esigo anche da lui che si renda ben conto di

quello che significhi. Nel medio evo si pensava che scegliendo il

convento si scegliesse una via fuor del comune, e si diventasse così

una persona fuor del comune; dall'altezza del convento si guardava

orgogliosi, quasi compassionevoli, in basso verso gli uomini comuni.

C'è dunque da meravigliarsi che la gente andasse a frotte in

convento, quando tanto a buon prezzo si diventava una persona fuor

del comune? Ma gli dei non vendono lo straordinario a prezzo vile.

Se coloro che si ritiravano dalla vita fossero stati sinceri e onesti

verso se stessi e verso gli altri, se soprattutto avessero amato

d'essere uomini tra gli uomini, se avessero sentito con entusiasmo

tutta la bellezza che sta in ciò, se i loro cuori non fossero stati

all'oscuro del vero profondo sentimento di umanità, forse si

sarebbero ritirati nella solitudine del convento, ma non si sarebbero

stupidamente illusi di esser diventati delle persone straordinarie, se

non nel senso di essere più imperfetti degli altri; non avrebbero,

compassionevoli, guardato in basso verso gli uomini comuni, ma li

avrebbero considerati con simpatia, in dolce tristezza, perché a loro

era stato possibile realizzare la bellezza e la grandezza, mentre essi

non vi erano riusciti.

Ai nostri giorni la vita del convento è caduta in disuso; è raro

vedere un uomo che, d'un tratto, rompe con tutta l'esistenza, con

tutto il sistema della comune vita umana. Se invece si conoscono più

profondamente gli uomini, a volte, presso i singoli, si possono

trovare delle false dottrine che ricordano vivamente le teorie

monastiche. Per amor dell'ordine voglio subito esprimere la mia

concezione dell'uomo eccezionale. Il vero uomo eccezionale è il vero

uomo comune. Quanto più dell'universale umano un individuo riesce

a tradurre in realtà nella sua vita, tanto più si allontana dal comune.

Quanto meno dell'universale umano egli contiene in sé, tanto

meno perfetto è. Egli è sì una persona fuor del comune, ma non in

senso buono.

Se dunque una persona, quando vuol tradurre in realtà il compito

che gli è stato imposto come ad ogni altro, di esprimere cioè

l'universale-umano nella sua vita individuale, incontra delle

difficoltà; se pare che vi sia qualche cosa dell'universale-umano che

egli non possa accogliere nella sua vita, cosa fa allora ? Se la

teoria del convento o una concezione estetica analoga gli balla per la

testa, egli si rallegra, perché si sente subito una signorile

eccezione, una persona straordinaria. Diventa puerilmente vanitoso

d'esser diverso dagli altri, come un usignolo che avesse una penna

rossa nelle ali e si rallegrasse perché non vi è nessun altro usignolo

che ne ha una uguale. Se invece la sua anima è mossa da un nobile

amore per l'universale umano, se egli ama l'esistenza dell'uomo di

questo mondo, cosa fa allora? Egli riflette su quanto vi sia di vero.

Un uomo può esser lui stesso colpevole di questa imperfezione,

oppure la può avere senza sua colpa; ma vi può essere del vero nel

fatto di non esser capaci di realizzare l'universale. Se gli uomini

divenissero coscienti di sé con più energia, forse non pochi

giungerebbero al risultato che la realizzazione dell'universale è

loro preclusa. Poi analizzerà se stesso per vedere se il suo dolore

per la sua posizione eccezionale è genuino. Egli dovrebbe realizzare

l'universale nel singolo, perché l'universale astrattamente non

sussiste. Se non riesce, può dolergli o perché non può realizzare nel

singolo l'universale o perché non riesce a raggiungere il singolo

mediante la realizzazione dell'universale. In quest'ultimo caso egli

soffre solo per la difficoltà casuale e non per quella essenziale della

sua posizione; e la vile indolenza dell'uomo può indurlo a mutare il

dolore essenziale in uno non essenziale. Egli però, la cui anima è

nobilitata dall'amore per l'universale umano, vorrà venire in chiaro,

con tutta l'energia della sua coscienza, se egli nel singolo vuole

realmente l'universale o solo il singolo.

Forse una riflessione del genere non gli parrà sufficiente e vuol fare

un tentativo. Vedrà facilmente che se il tentativo lo porterà allo

stesso risultato, avrà la verità tanto più inculcata; e se volesse

risparmiare se stesso forse farebbe meglio a tralasciare il tentativo

stesso, perché finirebbe per soffrire ancora di più. Egli saprà che

l'universale non è nulla di singolo. Se dunque non vuol deludere se

stesso, trasformerà il singolo nell'universale. Nel singolo vedrà

molto più di quello che vi è immediatamente; per lui esso è

l'universale. Egli verrà in aiuto al singolo e gli darà il significato

dell'universale. Se sente che il tentativo non riesce avrà messo tutto

bene a posto, cosicché quello che lo ferirà non sarà il singolo ma

l'universale. Egli veglierà su se stesso perché non avvenga nessun

scambio, perché non lo ferisca il singolo; la sua ferita sarebbe

troppo leggera ed egli ama se stesso troppo seriamente per cavarsela

così a buon mercato; egli ama l'universale troppo sinceramente per

volergli sostituire il singolo, coll'intenzione di sfuggire senza

danno. Si guarderà bene dal sorridere dell'impotente reazione del

singolo; farà attenzione a non giudicare la cosa con leggerezza, anche

se il singolo come tale lo sfidasse a farlo non si lascerà distrarre

dallo strano equivoco, che il singolo in lui ha un amico maggiore di

quello che lui abbia in se stesso. Quando si sarà così preparato,

andrà tranquillamente incontro al dolore; anche se la sua coscienza

sarà scossa non vacillerà.

Se dovesse accadere che quell'universale che egli non può tradurre

in realtà fosse proprio il suo più alto desiderio, se è una persona

generosa, in un certo senso se ne rallegrerà. Dirà: ho combattuto

nelle condizioni più sfavorevoli. Ho combattuto contro il singolo, ho

messo il mio piacere dalla parte del mio nemico, ho fatto, per

togliermi ogni scappatoia, del singolo l'universale. Che tutto questo

renda per me la sconfitta più dolorosa, è vero; ma rinsalderà la mia

coscienza, le darà energia e chiarezza.

Così egli, a questo punto, si sarà emancipato dall'universale. In

nessun momento sarà incosciente circa il significato di un tale passo;

poiché veramente fu lui stesso che rese la sconfitta completa e le

diede un significato; poiché sapeva dove era il suo punto debole ed

egli stesso si inflisse quelle ferite che il singolo come tale non era in

grado di infliggergli. Egli così sarà certo che vi è qualche cosa di

universale che non può tradurre in realtà. Ma, acquistata questa

certezza, la partita non è chiusa, perché coltiverà un profondo dolore

nel suo animo. Si rallegrerà per gli altri ai quali è stato concesso di

realizzare l'universale; forse ne vedrà meglio degli altri la

bellezza; ma egli stesso non vorrà rattristarsi in un senso vile

scoraggiato, ma con animo profondo, libero, forte. Potrà infatti dire

a se stesso: «io amo l'universale. Se altri ebbero la fortuna di poter

testimoniare l'universale umano col tradurlo in realtà, io ne faccio

testimonianza col mio dolore, e quanto più profondamente io soffro,

tanto più è importante la mia testimonianza». E questo dolore è bello,

è esso stesso un'espressione dell'universale umano, quasi un suo

effetto in lui, che ha il potere di riconciliarlo.

Neppure con questa chiarezza che ha raggiunto, la partita è chiusa.

Egli sente infatti che si è caricato di una grave responsabilità. In

questo punto, dirà: mi sono messo fuori dell'universale, mi sono

privato della guida, della fiducia e della tranquillità che dà

l'universale; sono solo, senza simpatie, perché sono una eccezione. Ma

non diventerà vile e sconsolato. Andrà con sicurezza per il suo

cammino solitario; ha dato la dimostrazione della correttezza del suo

modo d'agire, ha il suo dolore. Egli vuol essere bene in chiaro con se

stesso. Possiede una spiegazione che gli serve in ogni occasione,

nessun frastuono gliela può scompigliare, nessuna distrazione dello

spirito; anche se si sveglia nel cuore della notte, immediatamente sa

render conto a se stesso di tutto. Egli sente che quell'educazione che

gli è toccata in sorte è dolorosa: l'universale è un signore esigente,

quando lo si ha fuori di sé, tiene continuamente sospesa la spada del

giudizio sopra lui e gli rimprovera di non saper rientrare nella

legge, ed anche s'egli risponde che non è colpa sua, glielo addebita e

non recede dalle sue esigenze. Egli ritornerà sempre al medesimo

punto, rinnoverà continuamente la sua dimostrazione, di esser senza

colpa, e poi, intrepido, tirerà per la sua strada. Egli riposa nella

certezza acquistata colla lotta e dice a se stesso: confido

nell'esistenza di una giusta saggezza, e nella sua misericordia

confiderò perché abbia misericordia per mostrar giustizia; perché

terribile non sarebbe se io dovessi venir punito come ho meritato

perché ho fatto ingiustizia, ma terribile sarebbe se io potessi fare

ingiustizia in modo che nessuno la punisse; e terribile non sarebbe se

io mi svegliassi con terrore ed ansietà dal sonno della perdizione del

mio cuore, ma terribile sarebbe che nessuno potesse risvegliare il mio

cuore dal sonno della perdizione.

Pertanto tutta questa lotta è un purgatorio, del cui orrore so farmi

almeno un'idea. La gente perciò non dovrebbe aver voglia di diventar

uomini d'eccezione; perché l'esserlo significa qualche cosa di ben

diverso che una lunatica soddisfazione del proprio piacere arbitrario.

Invece chi si accerta con dolore di essere una eccezione, in virtù del

suo dolore si concilia di nuovo coll'universale. Forse un giorno

proverà la gioia di vedere che quello che gli cagionava dolore e lo

rendeva misero ai propri occhi, diventa un mezzo per elevarsi

nuovamente. Egli diventa così, in senso più elevato, un uomo

eccezionale. Quello che ha perduto in estensione forse l'ha acquistato

in fervore intensivo. Sarebbe infatti una idolatria della triviale

mediocrità, se si vedesse riflesso l'universale umano nel vivere come

appunto si vive. Ciò che costituisce l'uomo eccezionale, nel senso

buono, è la forza intensiva colla quale egli riesce ad esprimere

l'umano. Ciò che importa è realizzare l'universale con viva intensità

quando appena ciò è possibile. Se questo riesce, l'uomo che

costituisce eccezione vedrà scomparire nuovamente il suo dolore e

dissolversi in armonia. Egli capisce che la sua posizione di eccezione

è solo l'espressione della limitatezza della sua individualità. Egli sa

bene che ogni uomo si evolve con libertà, ma sa anche che l'uomo

non crea se stesso dal nulla, ed ha se stesso nella sua concretezza

come proprio compito; si concilierà di nuovo coll'esistenza, quando

capirà che, in un certo senso, ogni uomo è un'eccezione, e nello

stesso tempo rappresenta l'universale umano.

Ecco la mia opinione sull'uomo eccezionale. Amo l'esistenza e

l'essere uomo troppo per credere che la via per diventare un uomo

eccezionale sia facile e senza pericoli. Ma anche se un uomo è

diventato eccezionale, in questo senso più elevato, confesserà pur

sempre che sarebbe ancor più perfetto contenere in sé

completamente l'universale.

Ricevi ora il mio saluto, la mia amicizia; poiché anche se io, in

senso rigoroso, non oso chiamare la nostra relazione in questo modo,

spero che tu, mio giovane amico, un giorno divenga più vecchio e che

io possa adoperare questa parola per davvero. Sii sicuro della mia

partecipazione. Ricevi un saluto anche da colei che amo, i cui

pensieri sono nascosti nei miei pensieri, ricevi un saluto che è

inseparabile dal mio, ma ricevi anche un saluto speciale da lei,

gentile e sincero come sempre.

Quando giorni fa venisti da noi, forse non pensavi che di nuovo

stavo finendo uno scritto lungo come questo. So che tu non ami

che ti si parli della tua storia interiore, perciò ho scelto di scrivere, e

non ne parlerò mai con te. Questa lettera rimarrà tra noi un segreto,

e non desidero che abbia alcuna influenza nel cambiare i tuoi

rapporti con me e la mia famiglia. So che sei tanto abile da saperla

ignorare nei nostri rapporti, e perciò te ne prego per amor tuo e mio.

Non ho mai voluto essere invadente con te, e ti so anche amare a

distanza, anche se ci vediamo spesso. Il tuo essere è troppo

chiuso per lasciarmi credere che farei bene a parlare con te, invece

spero che le mie lettere non rimangano senza risultato. Quando

perciò tu ti forgi nel chiuso meccanismo della tua personalità, io vi

faccio entrare le mie note e sono certo che entreranno nel

movimento.

Siccome la nostra relazione scritta deve rimanere un segreto, osservo

tutte le formalità e ti auguro fortuna, come se vivessimo lontani

l'uno dall'altro, benché io speri di vederti da noi non meno sovente



di prima.

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